Siamo in Virginia, al terzo anno della Guerra di Secessione. Miss Martha (Nicole Kidman) gestisce un collegio per donne, ma - a causa della guerra - sono rimaste solo un'insegnante (Kirsten Dunst) e pochissime allieve, tra cui Alicia (Elle Fanning).
Un giorno una di loro - mentre raccoglie funghi nel bosco - trova uno yankee ferito (Colin Farrell), dunque un nemico, e decide di portarlo a casa. Dopo un primo momento di indecisione, Miss Martha decide di curare l'uomo e di non denunciarne la sua presenza ai soldati confederati, cosa che ne avrebbe sancito la prigionia e forse la morte.
In questa piccolissima comunità, totalmente autosufficiente e isolata (i rumori della guerra si sentono solo in lontananza), l'arrivo di quest'uomo rimette in gioco tutti gli equilibri innescando una catena di eventi che si fa via via sempre più tragica.
Il film di Sofia Coppola è il remake di un film cult, La notte brava del soldato Jonathan, e molte recensioni si concentrano sul confronto tra i due film, mettendo in evidenza i limiti di questa versione della Coppola. Io però l'originale non l'ho visto e quindi sono libera da questi condizionamenti.
Personalmente ho trovato L'inganno un film interessante, ma non del tutto convincente.
Molto affascinante il gioco manipolatorio che sta alla base della storia e che - come il titolo in inglese rende meglio evidente (The beguiled si può tradurre indifferentemente con L'ingannato, L'ingannata o Le ingannate) - non è necessariamente in un'unica direzione: non è chiaro infatti chi manipola chi e senza dubbio la manipolazione in questa vicenda è multipla. Così come l'apparenza - anche quando i protagonisti si attribuiscono un linguaggio schietto e diretto - è molto lontana dalla sostanza e dalla verità delle cose.
Interessante la rappresentazione della scuola di Miss Martha come una specie di bolla protetta, rispetto alla quale il mondo esterno viene esplorato solo con il binocolo e da cui arrivano per lo più minacce. Questo gruppo chiuso ha regole precise e ruoli altrettanto definiti e funziona perfettamente finché resta integro e inviolato, tenendo sotto la cenere frustrazioni, desideri e conflitti. Quando però un elemento "estraneo" (così il caporale McBurney viene definito esplicitamente) squarcia la compattezza dell'involucro che avvolge il gruppo, gli equilibri cambiano e le dinamiche impazziscono, facendo emergere le individualità e i giochi di seduzione che mettono le donne una contro l'altra. Solo l'espulsione del soggetto estraneo ricomporrà gli equilibri e riporterà il gruppo alla sua interna quiete.
È indubbio - come molti hanno osservato - che, pur nella distanza temporale, L'inganno ci riporta alle atmosfere de Le vergini suicide. Qui però la Coppola calca la mano nel variare registri e generi, risultando a volte un po' sopra le righe.
Inoltre, nonostante una storia caratterizzata da una certa suspence, il film risulta a tratti piuttosto lento e poco coinvolgente, e in qualche passaggio suscita addirittura qualche sorriso.
Voto: 2,5/5
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lunedì 2 ottobre 2017
mercoledì 21 giugno 2017
How to talk to girls at parties
Cosa poteva nascere dall'incontro tra Neil Gaiman (autore del racconto omonimo da cui è tratto il film) e John Cameron Mitchell (il regista di Hedwig - La diva con qualcosa in più e Shortbus)? Ovviamente un film scoppiettante, folle, colorato, e al contempo malinconico e commovente.
How to talk with girls at parties è ambientato a Croydon, in Inghilterra, alla fine degli anni Settanta; il protagonista è Enn (Alex Sharp), un ragazzo che vive da solo con la madre (dopo che il padre li ha abbandonati), è un appassionato di punk e della filosofia di vita che lo anima, disegna fumetti e va in giro con i suoi due amici di sempre.
Un giorno, Enn e i suoi amici mentre cercano una festa punk si perdono e approdano in una casa semiabbandonata, dove vengono in contatto con uno strano gruppo di persone, vestite in sgargianti vestiti di plastica colorata, e con abitudini a dir poco curiose. Si tratta di individui sotto fattezze umane ma che provengono da altri pianeti e sono di passaggio sulla terra. Tutti e tre i ragazzi vivranno esperienze nuove destinate a segnarli in modo diverso.
Qui Enn incontra e fa amicizia con Zan (Elle Fanning), una ragazza aliena che si ribella alle rigide regole della sua comunità e per questo decide di seguire Enn e di scoprire con lui il mondo degli umani.
L'incontro è di quelli che cambiano la vita: sia Enn che Zan - rispecchiandosi l'uno negli occhi dell'altra -capiranno meglio non solo se stessi, bensì anche il mondo che li circonda. Al termine dell'avventura che li vedrà protagonisti entrambi saranno chiamati a prendere le proprie decisioni sul futuro e con questo ad abbandonare l'adolescenza per entrare nel mondo adulto con una nuova consapevolezza, in parte anche dolorosa.
Dentro il film di Cameron Mitchell ci sono tantissimi temi: quelli ambientalisti relativi a come l'umanità stia sfruttando le risorse del pianeta condannandosi all'estinzione, il rapporto tra le generazioni, il rapporto tra i generi e la scoperta della sessualità, il significato dei sentimenti e la loro stretta correlazione con la capacità di vedere la bellezza, la contrapposizione culturale tra Inghilterra e America. Forse troppo per un unico film. Non a caso How to talk to girls at parties si trasforma in un caleidoscopio di personaggi, di situazioni, di colori, di musiche che stordiscono e rendono euforici lo spettatore, trascinandoli in quel crescendo che porterà allo scioglimento della storia.
Al di sotto o al di sopra di tutto questo scorre costantemente una vena ironica che conferisce al film una leggerezza decisamente apprezzabile. Persino Nicole Kidman – che negli ultimi film che avevo visto mi era sempre più sembrata una statua di cera – qui, trasformata in una specie di sacerdotessa del punk, è perfettamente integrata nel contesto e a tratti esilarante.
Un film difficile da classificare, strabordante, probabilmente non del tutto riuscito, fantascientificamente non certo rigoroso, ma che mantiene dall’inizio alla fine la stessa limpidezza e profondità degli occhi ingenui di Enn.
Voto: 3,5/5
How to talk with girls at parties è ambientato a Croydon, in Inghilterra, alla fine degli anni Settanta; il protagonista è Enn (Alex Sharp), un ragazzo che vive da solo con la madre (dopo che il padre li ha abbandonati), è un appassionato di punk e della filosofia di vita che lo anima, disegna fumetti e va in giro con i suoi due amici di sempre.
Un giorno, Enn e i suoi amici mentre cercano una festa punk si perdono e approdano in una casa semiabbandonata, dove vengono in contatto con uno strano gruppo di persone, vestite in sgargianti vestiti di plastica colorata, e con abitudini a dir poco curiose. Si tratta di individui sotto fattezze umane ma che provengono da altri pianeti e sono di passaggio sulla terra. Tutti e tre i ragazzi vivranno esperienze nuove destinate a segnarli in modo diverso.
Qui Enn incontra e fa amicizia con Zan (Elle Fanning), una ragazza aliena che si ribella alle rigide regole della sua comunità e per questo decide di seguire Enn e di scoprire con lui il mondo degli umani.
L'incontro è di quelli che cambiano la vita: sia Enn che Zan - rispecchiandosi l'uno negli occhi dell'altra -capiranno meglio non solo se stessi, bensì anche il mondo che li circonda. Al termine dell'avventura che li vedrà protagonisti entrambi saranno chiamati a prendere le proprie decisioni sul futuro e con questo ad abbandonare l'adolescenza per entrare nel mondo adulto con una nuova consapevolezza, in parte anche dolorosa.
Dentro il film di Cameron Mitchell ci sono tantissimi temi: quelli ambientalisti relativi a come l'umanità stia sfruttando le risorse del pianeta condannandosi all'estinzione, il rapporto tra le generazioni, il rapporto tra i generi e la scoperta della sessualità, il significato dei sentimenti e la loro stretta correlazione con la capacità di vedere la bellezza, la contrapposizione culturale tra Inghilterra e America. Forse troppo per un unico film. Non a caso How to talk to girls at parties si trasforma in un caleidoscopio di personaggi, di situazioni, di colori, di musiche che stordiscono e rendono euforici lo spettatore, trascinandoli in quel crescendo che porterà allo scioglimento della storia.
Al di sotto o al di sopra di tutto questo scorre costantemente una vena ironica che conferisce al film una leggerezza decisamente apprezzabile. Persino Nicole Kidman – che negli ultimi film che avevo visto mi era sempre più sembrata una statua di cera – qui, trasformata in una specie di sacerdotessa del punk, è perfettamente integrata nel contesto e a tratti esilarante.
Un film difficile da classificare, strabordante, probabilmente non del tutto riuscito, fantascientificamente non certo rigoroso, ma che mantiene dall’inizio alla fine la stessa limpidezza e profondità degli occhi ingenui di Enn.
Voto: 3,5/5
sabato 7 gennaio 2017
Lion – La strada verso casa
Saroo è un bambino indiano che vive in un piccolo villaggio con la madre, il fratello maggiore Guddu e la sorella minore. Sua madre fa la bracciante e raccoglie pietre in una cava, mentre Guddu fa piccoli lavoretti e piccoli furti per sostenere la famiglia. Un giorno Guddu esce per lavorare di notte e Saroo vuole andare con lui, ma arrivati a destinazione con il treno, Saroo ha sonno e il fratello gli dice di aspettarlo sulla panchina fino al suo ritorno. Ma Saroo si sveglia nel cuore della notte e, non trovando il fratello, sale su un treno e si addormenta. Quando si sveglia il treno è in viaggio per una destinazione lontanissima, a oltre 1600 chilometri da casa.
Qui inizia la sua avventura tra le folle di Calcutta, i bambini di strada, gli approfittatori, i riformatori, fino all'adozione da parte di una famiglia australiana che vive in Tasmania e che oltre a lui adotta un altro bambino indiano, molto più problematico.
Quando Saroo (Dev Patel) diventa grande e va a studiare a Melbourne, grazie alla sua fidanzata Lucy (Rooney Mara) e ad alcuni amici comincia a coltivare il sogno di ricostruire da dove arriva e ritrovare la sua famiglia d'origine. Inizierà a questo punto una nuova avventura che diventerà per Saroo una vera e propria ossessione e lo allontanerà temporaneamente da tutti gli affetti che si è costruito.
Lion ha il fascino tipico delle storie vere e che è tanto maggiore quanto più incredibile è la storia cui stiamo assistendo, come nel caso qui raccontato.
Il regista Garth Davis preme ripetutamente sul tasto emotivo, come forse era inevitabile, e dunque preparatevi a piangere a più riprese nel corso del film e a singhiozzare sui titoli di coda quando si vedono foto e video dei veri protagonisti.
Ovviamente, dal punto di vista cinematografico tutto è piuttosto scontato e prevedibile e sappiamo fin dall'inizio che stiamo assistendo a una storia a parziale lieto fine. Alcuni personaggi, che pure appartengono alla vera vicenda del protagonista, ad esempio il fratello adottivo, non vengono molto approfonditi, e altri, ad esempio la madre adottiva (interpretata da Nicole Kidman), appaiono piuttosto stucchevoli.
Comunque il risultato finale è garantito e il film – anche piuttosto lungo – si fa seguire senza sforzi.
Io sono al cinema con il mio nipote adolescente e durante la proiezione mi immagino che si stia rompendo tantissimo, o almeno così sembra. E invece all'uscita mi dice che tutto sommato gli è piaciuto, e si sofferma su alcuni dettagli narrativi che io nemmeno avevo notato!
Insomma, un perfetto film di Natale per farsi un bel pianto liberatorio in famiglia!
Voto: 3/5
Qui inizia la sua avventura tra le folle di Calcutta, i bambini di strada, gli approfittatori, i riformatori, fino all'adozione da parte di una famiglia australiana che vive in Tasmania e che oltre a lui adotta un altro bambino indiano, molto più problematico.
Quando Saroo (Dev Patel) diventa grande e va a studiare a Melbourne, grazie alla sua fidanzata Lucy (Rooney Mara) e ad alcuni amici comincia a coltivare il sogno di ricostruire da dove arriva e ritrovare la sua famiglia d'origine. Inizierà a questo punto una nuova avventura che diventerà per Saroo una vera e propria ossessione e lo allontanerà temporaneamente da tutti gli affetti che si è costruito.
Lion ha il fascino tipico delle storie vere e che è tanto maggiore quanto più incredibile è la storia cui stiamo assistendo, come nel caso qui raccontato.
Il regista Garth Davis preme ripetutamente sul tasto emotivo, come forse era inevitabile, e dunque preparatevi a piangere a più riprese nel corso del film e a singhiozzare sui titoli di coda quando si vedono foto e video dei veri protagonisti.
Ovviamente, dal punto di vista cinematografico tutto è piuttosto scontato e prevedibile e sappiamo fin dall'inizio che stiamo assistendo a una storia a parziale lieto fine. Alcuni personaggi, che pure appartengono alla vera vicenda del protagonista, ad esempio il fratello adottivo, non vengono molto approfonditi, e altri, ad esempio la madre adottiva (interpretata da Nicole Kidman), appaiono piuttosto stucchevoli.
Comunque il risultato finale è garantito e il film – anche piuttosto lungo – si fa seguire senza sforzi.
Io sono al cinema con il mio nipote adolescente e durante la proiezione mi immagino che si stia rompendo tantissimo, o almeno così sembra. E invece all'uscita mi dice che tutto sommato gli è piaciuto, e si sofferma su alcuni dettagli narrativi che io nemmeno avevo notato!
Insomma, un perfetto film di Natale per farsi un bel pianto liberatorio in famiglia!
Voto: 3/5
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