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giovedì 28 maggio 2015

Youth - La giovinezza

Dopo che un regista vince un premio così importante e al contempo così poco amato dall'intellighenzia radical chic italiana come l'Oscar per il miglior film straniero, il ritorno sul grande schermo è sempre una scommessa. E bene ha fatto Sorrentino a non far aspettare troppo il suo pubblico di sostenitori e detrattori con un nuovo lavoro, evitando il lievitare delle aspettative.

E così eccolo in sala con questo nuovo lavoro, Youth - La giovinezza, per il quale chiama a raccolta un cast internazionale di primo piano in un'ambientazione originale.

Protagonisti sono Fred (Michael Caine), ex compositore e direttore d'orchestra, e Mick (Harvey Keitel), regista famoso che sta scrivendo, insieme a un gruppo di sceneggiatori (che - a tratti - ricordano pericolosamente quelli di Boris!), il suo ultimo film che sarà interpretato dalla star Brenda Morel.

I due anziani amici sono ospiti di un grande albergo extra-lusso in mezzo alle montagne svizzere, in un'ambientazione che trasmette al contempo un senso di bellezza e maestosità, ma suggerisce anche una condizione claustrofobica e asettica.

La vita nel grande albergo scorre uguale tutti i giorni, tra passeggiate, trattamenti estetici, bagni nelle piscine termali, colazioni, pranzi, cene e spettacoli serali di dubbia e varia qualità. Intorno a Fred e Mick si muove un'umanità varia che comprende gli altri ospiti (la figlia di Fred lasciata dal marito (Rachel Weisz), l'attore in cerca di ispirazione (Paul Dano), un famoso calciatore sudamericano che gira con la bombola dell'ossigeno, una anziana e regale coppia che non spiccica una parola, il monaco buddista), nonché il personale dell'albergo (la giovane massaggiatrice che ama ballare musica pop davanti alla tv, la escort bambina che arriva ogni sera accompagnata dalla madre).

La cifra sorrentiniana è evidente nel ricercato mix di estetica visiva e musicale che - soprattutto negli ultimi due film - ha trovato la sua massima espressione. La fotografia di Bigazzi è a tratti rarefatta, ai limiti del manierismo, come piace a Sorrentino, ma tale cifra non è gratuita come il trailer lascerebbe immaginare e fa temere. La musica disperata e malinconica di Mark Kozelek (che compare anche in un cameo iniziale interpretando se stesso) è perfetta nel commentare e riempire quei vuoti che volutamente la storia raccontata non intende colmare.

Ho amato molto i primi due terzi del film, frammenti di vite di persone, illuminate brevemente dallo sguardo del regista, parole, osservazioni sul mondo, sensazioni portate allo scoperto per un attimo, ma spesso senza trovare alcuna spiegazione definitiva e senza voler avere pienamente un senso.

A me Sorrentino questo è sembrato volesse raccontarci: la molteplicità delle nostre identità, quello che si vede e quello che resta nascosto, quello che mostriamo e quello che teniamo per noi, quello che sentiamo e quello che riusciamo a esprimere, quello che agiamo e quello che da cui veniamo agiti, quello che interpretiamo e quello che ci scorre dentro. Ma anche il consesso umano che - anche nelle sue relazioni più forti e più intime - si configura come un pallido compromesso della nostra complessità, e al contempo l'unica possibile occasione che abbiamo per scoprire l'immagine di noi e degli altri che si rivela solo al completamento del puzzle.

Poi però arriva in scena Brenda Morel (una Jane Fonda quasi inossidabile) e tutto - da quello stato rarefatto, frammentato, scomposto in cui si trovava - rapidamente precipita, svelando verità, determinando scelte e rompendo in qualche modo la condizione di sospensione. E da lì in poi ho fatto fatica (un po' come mi era accaduto con This must be the place e in parte anche con La grande bellezza) a mantenere viva la sintonia con Sorrentino e a non percepirne qualche forzatura un po' fastidiosa.

Va però dato atto che la galleria di personaggi maschili dolenti e grotteschi che Sorrentino ha inanellato nei suoi film a partire da L'uomo in più compongono un personale e inconfondibile ritratto umano contemporaneo che - credo - resterà in qualche modo in eredità al cinema italiano e internazionale.

Voto: 3,5/5

lunedì 17 settembre 2012

Io sono Li

La scorsa è stata proprio una settimana cinematografica!

Dopo The reluctant fundamentalist, sono andata a vedere un altro film in lingua originale con i sottotitoli... ma italiano!

Io sono Li è infatti ambientato in buona parte a Chioggia e i protagonisti sono in parte cinesi (sottotitolati per evidenti motivi), in parte chioggiotti (anch'essi necessitanti di sottotitoli!).

In un certo senso, questa doppia necessità è una metafora del film, che mette una di fronte all'altra due comunità lontanissime, ma entrambe accartocciate su se stesse, sulle proprie regole e i propri pregiudizi.

Protagonisti ed elementi scatenanti delle idiosincrasie di queste due comunità sono Shun Li (Zhao Tao), una donna cinese che da una fabbrica tessile romana viene spedita a Chioggia a lavorare in un'osteria per pagare i suoi debiti e consentire a suo figlio di venire in Italia, e Bepi (Rade Sherbedgia), "il poeta", un pescatore di origini slave che vive da trent'anni a Chioggia e ha un casone in laguna.

Intorno a loro si muovono e si agitano le rispettive comunità. Quella cinese in cui pochi uomini governano le sorti dei molti altri, veri e propri schiavi appesi al filo della speranza, soprattutto donne trattate come oggetti, ma ricche di sogni e di pensieri non sempre espressi. E quella chioggiotta che si incontra in osteria per bere un'"ombra" e mangiare le canocchie e il pesce fritto e parlare di quello che accade nella città-isola, cercando di interpretare in maniera semplice e spesso semplificata un mondo che si è fatto ormai troppo complesso e dove i soldi ormai si fanno senza fatica anche se in modo poco chiaro, come ostenta il bullo Devis (Giuseppe Battiston).

In questo mondo in cui il tempo sembra scorrere lentissimo e ripetitivo, Shun Li e Bepi si incontrano, si aprono, si raccontano, si fanno compagnia in modo disinteressato e sincero. Ma non saranno capiti da nessuno, non dai cinesi che preferiscono un'esistenza sottotraccia, non dai chioggiotti che pensano che il mondo finisca nella loro isola.

Bellissima ed emozionante la fotografia di Luca Bigazzi, in sintonia con le musiche e con l'atmosfera smorzata di questo racconto, come il tai-chi che la coinquilina di Li pratica sulla spiaggia. Non c'è una parola di troppo, i silenzi e gli sguardi sono parte fondamentale della storia, come accade nella vita. Non tutto è spiegato, molto resta avvolto nel mistero come questa città sommersa dall'acqua e dalla nebbia.

Delicato, poetico, vero, gentile.

Un soffio di bellezza e di tristezza da cui vale la pena farsi accarezzare.
Bravo Andrea Segre.

Voto: 4/5

lunedì 7 novembre 2011

La kryptonite nella borsa

Quello di Ivan Cotroneo non è certamente un nome nuovo. Personalmente lo associo al romanzo Cronaca di un disamore che avevo letto un po’ di anni fa a seguito della fine di una storia e che avevo trovato bello, anche se un pochino deprimente, ma anche alle numerose sceneggiature firmate per importanti film di importanti registi italiani, non ultima quella di Mine vaganti di Ferzan Ozpetek.

Con La kryptonite nella borsa Cotroneo fa il salto dalla storia scritta a quella raccontata per immagini e si cimenta – con ottimi risultati – dietro la macchina da presa, sostenuto da una sceneggiatura scritta da lui stesso e da un gruppo di lavoro di grande qualità e mestiere: dal cast formato da attori quali Luca Zingaretti, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Cristiana Capotondi e Libero De Rienzo, a un direttore della fotografia del calibro di Luca Bigazzi (che ha dato poco firmato anche il film di Sorrentino) a una colonna sonora sempre accattivante come è quella degli anni ’70.

Non so se ci sia qualcosa di autobiografico nella storia raccontata in questo film, certo è che Cotroneo è nato negli anni ’60 a Napoli, esattamente come Peppino, il protagonista del film (magnificamente interpretato da Luigi Catani), e dunque conosce molto bene il contesto che racconta. Non è nuova per Cotroneo neppure l’idea di raccontare la storia di un personaggio che - a suo modo - è diverso dal contesto che lo circonda e che dovrà trovare la forza e la consapevolezza di sé per andare per la sua strada.

In questo caso si tratta di Peppino, nato nel 1964 a Napoli in una famiglia che non si fa fatica a definire disfunzionale. Della vita di Peppino ci viene raccontato il 1973, anno in cui lui, capellone, grossi occhiali da miope, preso in giro dai suoi compagni di classe, si trova a fare i conti con un momento familiare difficile. Sua madre Rosaria (una dolente Valeria Golino) scopre che suo marito (uno straordinario Luca Zingaretti) la tradisce con la figlia della tabaccaia nella Seicento familiare che usa per andare a lavorare nel negozio di macchine da cucire, e cade in depressione, trascorrendo intere giornate a letto. Gli equilibri familiari già piuttosto precari vengono ulteriormente messi in discussione.
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E così Peppino trascorre di volta in volta le sue giornate con suo padre che un po’ goffamente tenta di svolgere un ruolo rispetto al quale non si sente del tutto all’altezza, con i suoi nonni, un po’ duri e autoritari e, soprattutto, molto presenti in questa famiglia allargata, con i suoi due zii “scapoli” (Titina, interpretata da Cristiana Capotondi, e Salvatore, molto ben rappresentato da Libero De Rienzo) che trascorrono le giornate tra discoteche, collettivi femministi, musica, festivi dalle fantasie e dai colori optical, esperienze sessuali e acidi, e infine con Assunta (la collega di lavoro di Rosaria, interpretata da Monica Nappo) che viene da una famiglia poverissima e che è ossessionata dalla ricerca di un fidanzato.

Su tutto volteggia (e il termine non è casuale) il cugino Gennaro (Vincenzo Nemolato), un ragazzo ritardato che va in giro vestito – ma con i colori un po’ slavati - da Superman (ed è convinto che il suo punto debole - come per il supereroe - sia la kryptonite). Gennaro/Superman muore sotto un autobus, ma Peppino lo adotta come guida spirituale nei suoi sogni ad occhi aperti e con lui prenderà il volo dalla sua infanzia.

Definirei quella di Cotroneo una “commedia malinconica”, in cui si ride e si sorride, ma in fondo al cuore resta una certa qual tristezza mista a nostalgia. La nostalgia di un mondo passato, riletto in maniera creativa più che documentaristica, un mondo in fondo più essenziale di quello di oggi, con codici più facilmente leggibili; la tristezza di constatare che alcune dinamiche umane sono senza tempo e di condividere la sensazione di spaesamento di Peppino in questo mondo di adulti incerti, insoddisfatti, infantili a loro volta.

Cotroneo dimostra di essere bravo a tenere insieme tutti i pezzi di questa storia composita mantenendo un apprezzabile senso della misura, salvo nella invadente voce fuoricampo iniziale (che – come dice Mereghetti – per fortuna, ma anche incongruamente scompare dopo i primi minuti). Va detto però che la parte più riuscita del film è forse proprio quella eccessiva e un po’ sopra le righe, rappresentata dal mondo degli zii Titina e Salvatore, mentre lì dove la rappresentazione si fa più contenuta e – per quanto possibile – più realistica risulta insoddisfacente perché ci si aspetterebbe una maggiore profondità di analisi e, invece, anche su questo fronte si rimane in qualche modo sulla superficie.

In due parole, un debutto dietro la macchina da presa gradevole e cinematograficamente corretto quello di Cotroneo. Non un capolavoro, ma questo dovrebbe lasciargli aperte più possibilità per le sue prossime prove.

E poi il fidanzato di Assunta mi ricordava troppo mio padre nelle fotografie da giovane!

Voto: 3/5

martedì 1 novembre 2011

This must be the place

Il film di Sorrentino potrebbe essere considerato uno straordinario saggio finale di una scuola di cinematografia, una vera e propria lezione di cinematografia a tutto tondo.

Perché dentro This must be the place c’è moltissima qualità e arte cinematografica, una specie di antologia delle possibilità che sono in mano a un regista che sappia utilizzarle.

A cominciare dalla straordinaria fotografia di Luca Bigazzi. Non solo per quegli sguardi infiniti e meravigliati sulla profonda America, con quel contrasto esasperato tra l’incredibile bellezza della natura e dei paesaggi e la bruttezza e lo squallore di certa presenza umana. Ma anche e soprattutto per la cura con cui ogni singola scena è stata pensata, ritratta e offerta al pubblico, sfruttando colori, luci e forme.

Per non parlare della musica, co-protagonista del film insieme a Sean Penn. La musica è onnipresente. Intanto perché il protagonista Cheyenne è una ex popstar ormai cinquantenne che oscilla tra l’annoiato e il depresso, tra il cinico e l’ingenuo, uno che in qualche modo ha avuto tutto dalla vita: l’amore di una donna forte e ironica (una notevole Frances McDormand nel ruolo di Jane), la ricchezza che gli ha permesso di comprare una villa incredibile la cui piscina non è mai stata riempita perché utilizzata per giocare partite a pelota all’ultimo sangue tra lui e sua moglie, la notorietà conservata ancora a distanza di anni.

Lo stesso titolo del film, This must be the place, è tratto da una canzone dei Talking heads che - a un certo punto del suo viaggio on the road - Cheyenne canta insieme ad un ragazzino di otto anni - un po’ obeso - che pensa che questa canzone sia degli Arcade Fire.

E poi c’è il cameo di David Byrne nel ruolo di se stesso, ancora originale e affascinante sul palco, ancora pieno di idee.
Infine, c’è una colonna sonora che non fa solo da sottofondo, ma sottolinea, accompagna, interviene, sostituisce. Una colonna sonora (per gran parte dello stesso Byrne) di grandissima qualità.

Una parola va spesa certamente anche per il montaggio, che qui non è soltanto stratagemma cinematografico per mantenere comprensibilità e ritmo a un racconto ricco di episodi e personaggi, bensì è utilizzato in maniera non convenzionale per mescolare e allontanare i segmenti narrativi collegati e distinti che compongono la storia, apparentemente un collage di storie senza relazione tra di loro, in realtà un percorso fatto di rimandi interni e di legami concettuali e narrativi. Gli inserti di montaggio che giocano su brevissime sequenze di anticipazione o posticipazione (flashback e flashforward), spingono lo spettatore in avanti o indietro creando sorpresa, smentite o conferme al processo di ricostruzione mentale che ognuno fa nella propria mente.

Non ultima va menzionata la sceneggiatura, anch’essa in qualche modo antologica. Infatti, in This must be the place i dialoghi non sono quasi mai banali, come nella realtà accade per il 90% delle nostre conversazioni, bensì comunicano un’arguzia, un’ironia, una profondità o anche solo una selezione verbale decisamente superiori alla media.

Infine, non si possono dimenticare i personaggi, a cominciare da Cheyenne cui Sean Penn regala umanità nonostante la sua caratterizzazione decisamente e costantemente sopra le righe. Ma anche Jane, la moglie, e poi Mary (Eve Hewson), la ragazza dark che Cheyenne vorrebbe far fidanzare con il cameriere del fast food, l’insegnante anziana che vive in una casa piena di bambole con i tendaggi a fiori, la giovane donna (Kerry Condon) che vive con il figlioletto obeso nel paese dove c’è la scultura del pistacchio più grande del mondo, il cacciatore di nazisti ormai assuefatto allo showbiz, l'inventore del trolley e infine il vecchio gerarca nazista che ha scelto di andare a vivere ai confini del mondo. Anche in questo caso non si può certo parlare di un’umanità banale o comune, ma di una specie di excerpta di una società umana vista da un angolo visuale inusuale.

Qual è il risultato di tutto questo? Un film cinematograficamente perfetto, in cui però la cura estrema del dettaglio e la sensazione che tutto sia studiato a tavolino in maniera quasi maniacale tolgono naturalezza e rendono lo spettatore un fruitore passivo e poco partecipe della poesia e della dinamica emotiva che pure il film prevederebbe.

Non si può certo dire che Sorrentino sia un regista di pancia (i suoi film precedenti tra cui il bellissimo Le conseguenze dell’amore avevano già messo a nudo questo approccio glaciale, ma al contempo molto interno, ai sentimenti umani); qui forse l’intellettualismo e un certo manierismo cinematografico gli prendono un po’ la mano, anche in risposta all’esame importante di fare un film con un respiro internazionale, con protagonista una grande star hollywodiana e destinato a un pubblico non solo italiano.

A questo proposito, devo dire che non riesco a spiegare diversamente alcune scelte del regista che sono obiettivamente lontane dal suo stile un po’ implicito ed involuto, in particolare il finale: personalmente avrei fatto finire il film con la sgommata del SUV sulla neve, evitando sia la dimostrazione del teorema del “romanzo di formazione di un cinquantenne” con la scena in aeroporto e l’accensione della prima sigaretta di Cheyenne, sia la scena finale di Cheyenne/Tony che torna in Irlanda dalla madre che ha perso suo figlio.

In qualche modo, anche la questione ebrea e la vendetta messa in atto nei confronti del gerarca nazista ormai novantenne mi sono sembrati più una concessione un po’ melodrammatica al pubblico americano, che un reale valore aggiunto narrativo. In fin dei conti la morte del padre di Cheyenne e la di lui ossessione per il ritrovamento del criminale sono – e forse dovevano rimanere – più un pretesto per raccontare di quest'uomo un po’ bambino – e con lui di quella generazione segnata dal boom economico e da certa superficialità anni ’80 – e del suo affrancamento da se stesso e dalle sue paure.

Insomma, Sorrentino è un grande regista e This must be the place è certamente un film da vedere (che solo un americano può definire lento), ma forse l’ansia da prestazione ha tolto un po’ di quel potenziale valore aggiunto che poteva derivare dall’incontro di due mondi culturali e cinematografici così diversi.

Ah... dimenticavo: da vedere assolutamente in lingua originale!

Voto: 3,5/5