Dopo un film dal carattere autobiografico sulla Francia post-sessantottina e due film con venature da thriller psicologico come Sils Maria e Personal shopper, Olivier Assayas conferma la sua poliedricità con questo nuovo lavoro che, utilizzando il tono e gli stilemi tipici della commedia, affronta in realtà alcuni temi chiave di una contemporaneità che deve fare i conti con la transizione delle nostre vite dall'analogico al digitale.
Le doubles vies richiamate nel titolo originale (stendiamo un velo pietoso sul titolo italiano che dà un messaggio totalmente sbagliato e probabilmente porterà in sala le persone sbagliate che ne usciranno inevitabilmente deluse) non sono dunque soltanto quelle sentimentali dei protagonisti, bensì anche delle vite che ormai si muovono su due diversi binari, quello della realtà quotidiana e quello della rete.
Assayas riesce a trasformare in film molti dei dibattiti e delle riflessioni su cui ci interroghiamo sempre più frequentemente da quando la rivoluzione digitale e poi il web 2.0 hanno cominciato a cambiare le nostre vite. Alain (Guillaume Canet) è un editore che deve fare i conti con il calo degli indici di lettura e con la necessità di adeguarsi al mercato digitale rispetto al quale ha delle resistenze, e per farsi aiutare nel progettare nuove strategie sul digitale assume la giovane Laure (Christa Théret) con cui finisce a letto. Sua moglie, Selena (Juliette Binoche), è un'attrice che recita in una serie poliziesca di successo, ma rimpiange il teatro e il mondo prima della serialità. Selena ha una storia con Léonard (Vincent Macaigne), uno scrittore spiantato e fuori dal mondo (soprattutto quello della rete) che trasforma la sua quotidianità in romanzi che non vuole siano definiti autobiografie romanzate, il cui editore è Alain. Valérie (Nora Hamzawi), la compagna di Vincent, fa l'assistente di un politico onesto e impegnato, ma deve continuamente difendere lui e sé stessa dall'imperante antipolitica e dalle storture prodotte dalla sovraesposizione mediatica che i social media impongono ai politici.
Tutti appartengono alla generazione compresa tra i 40 e i 50 anni, svolgono professioni intellettuali e sono mediamente benestanti (persino lo scrittore, anche se solo grazie allo stipendio della compagna). Potremmo dire che fanno parte di quelle élites di cui Baricco parla in un recente articolo pubblicato sulla "Repubblica", élites che vivono immerse nel mutamento sociale determinato dalla rivoluzione digitale e ne subiscono a volte sulla propria pelle le conseguenze, ma fanno fatica a comprenderne appieno le potenzialità e assumono a più riprese un atteggiamento critico verso il lato oscuro dell'innovazione digitale. In realtà, per essere più precisi, nessuno dei protagonisti rifiuta il cambiamento, ma tutti fanno fatica ad accoglierlo senza riserve, quasi convinti che esercitare una forma di resistenza sia un dovere morale che gli spetta. I giovani con cui si relazionano accettano invece l'ineluttabilità del processo e sono più inclini a vederne i lati positivi.
E così in questo film si parla di futuro della lettura, di mercato degli ebook, di successo degli audiolibri, di binge watching, di Google books, di biblioteche che diventano luoghi di aggregazione e "granoteche", di fake news, di sfiducia nella politica, di rapporto tra morale pubblica e morale privata, di flames sui social network, del rapporto tra la scrittura e Twitter, di cinismo collettivo, di snobismo degli intellettuali, di cosa è veramente nuovo e di cosa non lo è.
In questo flusso ininterrotto di dialoghi densissimi - che certo a chi bazzica questi temi potranno sembrare in parte banali e didascalici, ma che a me ha sorpreso veder portati sullo schermo - scorrono le vite dei protagonisti tra serate e cene con gli amici, aperitivi e colazioni in bistrot parigini, incontri di lavoro, tradimenti accettati quasi come inevitabili, nuove passioni e rotture, secondo un ciclo ininterrotto in cui niente sorprende chi ormai con la vita ci è sceso a patti.
Quella di Assayas è una commedia, ma attraverso di essa trapela una malinconia sottile che all'uscita dal cinema è difficile scrollarsi di dosso.
Voto: 3,5/5
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giovedì 17 gennaio 2019
mercoledì 11 aprile 2018
Un beau soleil intérieur = L'amore secondo Isabella
Isabelle (una splendida Juliette Binoche) è una (circa) cinquantenne, separata, madre di una figlia, in buoni rapporti (a volte anche sessuali) con l'ex marito. È un'artista, frequenta il mondo dei galleristi e degli intellettuali parigini e apparentemente non le manca nulla per essere felice o per provare a esserlo.
Però Isabelle è affamata di amore e sembra non essere a suo agio senza una storia (di sentimenti e di sesso). Il film di Claire Denis (visto in anteprima nell'ambito del festival del film francese Rendez- vous) non ha un vero e proprio sviluppo narrativo, bensì ci mostra una sequenza di incontri che Isabelle fa con possibili partner più o meno improbabili, eppure in fondo fin troppo realistici: un banchiere sposato che le dice che non lascerà mai sua moglie, un attore di teatro - anche lui sposato - che non ha mai le parole per esprimere le cose e vive oscillando costantemente tra il rimorso e il rimpianto, un misterioso uomo forse di estrazione sociale più bassa ma gran ballerino, un gallerista separato che vorrebbe andarci cauto. Intorno a Isabelle ruotano inoltre numerosi altri personaggi, maschili e femminili, ognuno a suo modo alla ricerca di una vita amorosa soddisfacente, ognuno a suo modo insoddisfatto e deluso dai propri rapporti di coppia, non ultimo un veggente (un Gérard Depardieu di dimensioni spropositate), confuso come tutti, che - mentre dice a Isabelle di concentrarsi sull'essenziale, ossia se stessa, e di cercare il proprio "bel sole interiore", quello che non ha bisogno di fonti di luce esterne per risplendere - in realtà ne asseconda l'ansia di ricerca dell'uomo giusto, che è sempre il prossimo, quello che non abbiamo ancora incontrato.
Quello di Claire Denis è un tipico film francese, molto parlato, liberamente ispirato ai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes. È un film in cui - se si ha un'età compresa tra i 30 e i 60 anni (o addirittura al di fuori di questa fascia d'età) - è impossibile non identificarsi e al contempo non tentare, per tutta la durata del film, di prenderne le distanze. Mentre assistiamo alle avventure e alle disavventure di Isabelle non possiamo fare a meno di sorridere e in alcuni casi di ridere di fronte alla galleria di personaggi irrisolti e problematici che lei incontra, nonché di fronte alle sue reazioni talvolta infantili e ai limiti del patetico. Però tutti siamo consapevoli del fatto che Isabelle ci assomiglia in fondo più di quanto vorremmo, anche a chi - in modo speculare rispetto alla protagonista che va alla ricerca disperata ed esasperata di un compagno - si tiene a debita distanza da qualunque coinvolgimento amoroso.
E alla fine del film non si può che uscirne depressi nella consapevolezza che nessuno può sfuggire alla perversa dinamica affettiva che caratterizza l'essere umano e per la quale non riusciamo veramente a bastare a noi stessi e a sentirci completi da soli, ma al contempo soffriamo della incomunicabilità e della fragilità dello stare in coppia.
Come si esce da questa spirale il film della Denis non ce lo dice. Sta dunque a ognuno di noi scoprirlo nella propria vita e cercare il migliore compromesso possibile, l'equilibrio per noi più accettabile, senza farsi condizionare da stereotipi e imposizioni sociali.
Voto: 3/5
Però Isabelle è affamata di amore e sembra non essere a suo agio senza una storia (di sentimenti e di sesso). Il film di Claire Denis (visto in anteprima nell'ambito del festival del film francese Rendez- vous) non ha un vero e proprio sviluppo narrativo, bensì ci mostra una sequenza di incontri che Isabelle fa con possibili partner più o meno improbabili, eppure in fondo fin troppo realistici: un banchiere sposato che le dice che non lascerà mai sua moglie, un attore di teatro - anche lui sposato - che non ha mai le parole per esprimere le cose e vive oscillando costantemente tra il rimorso e il rimpianto, un misterioso uomo forse di estrazione sociale più bassa ma gran ballerino, un gallerista separato che vorrebbe andarci cauto. Intorno a Isabelle ruotano inoltre numerosi altri personaggi, maschili e femminili, ognuno a suo modo alla ricerca di una vita amorosa soddisfacente, ognuno a suo modo insoddisfatto e deluso dai propri rapporti di coppia, non ultimo un veggente (un Gérard Depardieu di dimensioni spropositate), confuso come tutti, che - mentre dice a Isabelle di concentrarsi sull'essenziale, ossia se stessa, e di cercare il proprio "bel sole interiore", quello che non ha bisogno di fonti di luce esterne per risplendere - in realtà ne asseconda l'ansia di ricerca dell'uomo giusto, che è sempre il prossimo, quello che non abbiamo ancora incontrato.
Quello di Claire Denis è un tipico film francese, molto parlato, liberamente ispirato ai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes. È un film in cui - se si ha un'età compresa tra i 30 e i 60 anni (o addirittura al di fuori di questa fascia d'età) - è impossibile non identificarsi e al contempo non tentare, per tutta la durata del film, di prenderne le distanze. Mentre assistiamo alle avventure e alle disavventure di Isabelle non possiamo fare a meno di sorridere e in alcuni casi di ridere di fronte alla galleria di personaggi irrisolti e problematici che lei incontra, nonché di fronte alle sue reazioni talvolta infantili e ai limiti del patetico. Però tutti siamo consapevoli del fatto che Isabelle ci assomiglia in fondo più di quanto vorremmo, anche a chi - in modo speculare rispetto alla protagonista che va alla ricerca disperata ed esasperata di un compagno - si tiene a debita distanza da qualunque coinvolgimento amoroso.
E alla fine del film non si può che uscirne depressi nella consapevolezza che nessuno può sfuggire alla perversa dinamica affettiva che caratterizza l'essere umano e per la quale non riusciamo veramente a bastare a noi stessi e a sentirci completi da soli, ma al contempo soffriamo della incomunicabilità e della fragilità dello stare in coppia.
Come si esce da questa spirale il film della Denis non ce lo dice. Sta dunque a ognuno di noi scoprirlo nella propria vita e cercare il migliore compromesso possibile, l'equilibrio per noi più accettabile, senza farsi condizionare da stereotipi e imposizioni sociali.
Voto: 3/5
mercoledì 3 dicembre 2014
Sils Maria
Il nome del regista, Olivier Assayas, qualcosa mi diceva. E infatti - andando a ricontrollare - mi sono accorta che è suo un film di qualche anno fa, Après Mai, che pure mi era piaciuto, ma che come Sils Maria si crogiolava in qualche modo nelle parole, in un approccio decisamente intellettualoide e in un ritmo narrativo un po' sincopato.
Dirò innanzitutto che cosa mi è piaciuto di questo film.
Certamente l'ambientazione. Stupendi i paesaggi svizzeri (non a caso la Svizzera è uno sponsor del film!), bellissimo il fenomeno che nel film viene chiamato Maloya snake, praticamente una formazione di nubi che con particolari condizioni meteorologiche si forma presso il passo di Maloya prendendo la forma di un serpente e invadendo la valle e il bacino d'acqua. Ovviamente, il fenomeno atmosferico è una delle tante metafore e dei tanti specchi di questo film.
Ho trovato notevole la presenza scenica di Kristen Stewart (l'interprete di Twilight!). Credo che - fors'anche per il ruolo che interpreta - il suo personaggio, Valentine, l'assistente personale dell'attrice Maria Enders (Juliette Binoche), rubi quasi completamente la scena sia alla Binoche sia agli altri attori e la sua assenza nell'ultima parte del racconto si percepisce con forza.
Non mi è dispiaciuto il tema di fondo del film, il tempo che passa, cui sono legati tanti sottotemi altrettanto intriganti: l'inevitabile cambiamento del punto di vista, la nostalgia e l'attrazione potente esercitata dal passato, l'irriducibilità tra età diverse della vita che inevitabilmente non si comprendono fino in fondo, il contrapporsi tra la spregiudicatezza, ma anche la freschezza della gioventù, e la fragilità, ma anche la rotondità dell'età matura, il consumarsi di tutto, della vita, del tempo, ma anche dei desideri, dei gusti, delle cose.
Tutto ciò detto, la costruzione forzatamente meta-cinematografica (Maria Enders è un'attrice che dovrà recitare a teatro il personaggio adulto di un testo teatrale per il quale aveva recitato vent'anni prima la giovane protagonista), il gioco degli specchi tra il testo teatrale e la vita, nonché le metafore naturalistiche e verbali di cui è punteggiata la storia, sinceramente mi sono parse in qualche modo eccessive.
Un film al contempo verboso ed ermetico, originale e banale, ambiguo ma non fino in fondo.
Insomma, dal mio punto di vista decisamente un'operazione ambiziosa, ma non del tutto riuscita.
Voto: 2,5/5
Dirò innanzitutto che cosa mi è piaciuto di questo film.
Certamente l'ambientazione. Stupendi i paesaggi svizzeri (non a caso la Svizzera è uno sponsor del film!), bellissimo il fenomeno che nel film viene chiamato Maloya snake, praticamente una formazione di nubi che con particolari condizioni meteorologiche si forma presso il passo di Maloya prendendo la forma di un serpente e invadendo la valle e il bacino d'acqua. Ovviamente, il fenomeno atmosferico è una delle tante metafore e dei tanti specchi di questo film.
Ho trovato notevole la presenza scenica di Kristen Stewart (l'interprete di Twilight!). Credo che - fors'anche per il ruolo che interpreta - il suo personaggio, Valentine, l'assistente personale dell'attrice Maria Enders (Juliette Binoche), rubi quasi completamente la scena sia alla Binoche sia agli altri attori e la sua assenza nell'ultima parte del racconto si percepisce con forza.
Non mi è dispiaciuto il tema di fondo del film, il tempo che passa, cui sono legati tanti sottotemi altrettanto intriganti: l'inevitabile cambiamento del punto di vista, la nostalgia e l'attrazione potente esercitata dal passato, l'irriducibilità tra età diverse della vita che inevitabilmente non si comprendono fino in fondo, il contrapporsi tra la spregiudicatezza, ma anche la freschezza della gioventù, e la fragilità, ma anche la rotondità dell'età matura, il consumarsi di tutto, della vita, del tempo, ma anche dei desideri, dei gusti, delle cose.
Tutto ciò detto, la costruzione forzatamente meta-cinematografica (Maria Enders è un'attrice che dovrà recitare a teatro il personaggio adulto di un testo teatrale per il quale aveva recitato vent'anni prima la giovane protagonista), il gioco degli specchi tra il testo teatrale e la vita, nonché le metafore naturalistiche e verbali di cui è punteggiata la storia, sinceramente mi sono parse in qualche modo eccessive.
Un film al contempo verboso ed ermetico, originale e banale, ambiguo ma non fino in fondo.
Insomma, dal mio punto di vista decisamente un'operazione ambiziosa, ma non del tutto riuscita.
Voto: 2,5/5
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