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giovedì 6 dicembre 2018

Le brio – Quasi nemici

Avevo puntato questo film di Yvan Attal già da diverse settimane, senza riuscire a vederlo. Poi mi accorgo che è presente nel programma dei film in lingua originale dell’Institut Français Centre Saint Louis e finalmente ci vado. Tra l’altro, in un film come questo - tutto incentrato sulla parola e su come la diversa provenienza etnica, culturale e sociale incida profondamente anche sul suo utilizzo -, la visione in lingua originale non è solo un vezzo snobistico – come a volte potrebbe sembrare – bensì una condizione essenziale per comprenderne il senso (mi taccio del ruffianissimo e inappropriato titolo in italiano).

L’impianto del film è piuttosto classico. Al centro ci sono due personaggi: la giovane matricola di origine algerina della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Paris 2, Neila Salah (Camélia Jordana), e il professor Pierre Mazard (Daniel Auteuil), un provocatore indomito e cinico. I due si incontrano a una prima lezione di retorica in un’aula gremita di studenti e il leggero ritardo di Neila produce la reazione del professore che la attacca e la mette alla berlina di fronte a tutti gli altri studenti. Apparentemente si tratta di un attacco razzista che rapidamente finisce su YouTube e porta il professor Mazard di fronte al Consiglio di disciplina. Per potersi riscattare, prima che il Consiglio emani il suo verdetto, il preside della scuola spinge Mazard a preparare la giovane allieva per il concorso di retorica che ogni anno mette in competizione le università francesi e che la Paris 2 non vince da tempo.

Inizia così un rapporto difficile, e quasi contronatura, in cui sia Neila che il professore sono piuttosto reticenti. Ma nella migliore tradizione pigmalionesca, l’irritante professor Mazard riesce – attraverso una vera e propria pratica maieutica - a trasmettere a Neila la passione per la parola e il contenzioso verbale, trasformando una ragazza emotiva e con le insicurezze tipiche della giovane età in una donna capace di sfidare sé stessa e il mondo, per andare incontro al proprio destino.

Il fatto è che dietro questo rapporto alligna una bugia, ossia il motivo per cui il professor Mazard si è offerto di preparare una ragazza della banlieu per un concorso così importante, e prima o poi professore e allieva dovranno fare i conti con questa bugia e darle un posto e un significato nel loro rapporto.

L’arringa finale di Neila di fronte al Consiglio di disciplina che dovrà giudicare il professor Mazard è una dimostrazione piena non solo del fatto che l'operazione maieutica ha funzionato ma anche del fatto che il rapporto tra queste due persone è passato alla fase adulta; e la scena commuove quasi quanto quella degli studenti che salgono sui tavoli nell’Attimo fuggente.

Nel film di Attal però non c’è solo l’ennesima variante del rapporto tra insegnante e allievo, un topos classico della cinematografia (e non solo) mondiale; c’è anche una riflessione divertita (è pur sempre una commedia), ma profonda sul potere della parola. Non a caso il film comincia - sui titoli di testa - con dei brevi estratti da interviste a grandi intellettuali francesi che della parola hanno fatto un loro segno distintivo (Jacques Brel, Claude Lévi-Strauss, Serge Gainsbourg, Romain Gary) e prosegue andando a sviscerare cosa possono fare le parole e cosa si nasconde dietro di esse.

La tirata provocatoria del professor Mazard a partire dalla lettura de Les fleurs du mal di Baudelaire sulla parola “indignarsi”, ormai un passepartout utilizzato per esprimersi contro qualunque cosa, dal riscaldamento globale all’uso dei leggings, è in qualche modo un richiamo a recuperare e riflettere sul peso delle parole, a non utilizzarle in modo leggero e superficiale, come accade in quest’epoca di esternazioni collettive senza soluzione di continuità.

Il professor Mazard – che è un essere a suo modo abietto, cinico e insopportabile, e forse anche disadattato rispetto al tempo nel quale si trova a vivere – gioca con le parole, le usa come strumento di potere, ma ne conosce anche i significati nascosti, e ne governa il sottotesto. Cosicché la scena di Neila e del professor Mazard che camminano per strada insultandosi reciprocamente è una bellissima metafora del fatto che le parole sono uno strumento di comunicazione complesso le cui sfumature e i cui significati sono infiniti, soprattutto se utilizzate tra persone che hanno sviluppato un’intimità e una conoscenza profonda.

Più o meno tra le righe c’è anche in questo film una storia di riscatto sociale e una riflessione sulla contrapposizione tra città e banlieu e sul fatto che la cultura resta lo strumento più potente di superamento dei confini, strumento che però va utilizzato con consapevolezza per evitare nuove contrapposizioni.

Voto: 3,5/5


lunedì 26 novembre 2018

Toute première fois

Una programmazione da tenere d'occhio sulla piazza cinematografica romana è quella dell'Institut Français Centre Saint Louis, che nel suo auditorium propone una selezione di film francesi in lingua originale sottotitolati in italiano. Si tratta in parte di film che finiscono doppiati nel circuito cinematografico normale (ma che può valer la pena di vedere in lingua originale e a minor prezzo qui), in parte di film che non vedranno mai la luce nei nostri cinema, per i quali dunque questa rappresenta l'unica (o quasi) occasione di vederli sul grande schermo.

Il film visto l'altra sera appartiene alla seconda categoria.

Toute première fois (La prima volta) è una commedia molto divertente che affronta il tema dell'omosessualità in una prospettiva rovesciata che non solo si presta a una trattazione ironica, ma che permette di riflettere su molte cose: innanzitutto su quanta strada si è fatta su questo fronte, in secondo luogo sul fatto che non bisogna mai abbassare la guardia, perché un'integrazione che passa per una categorizzazione e una normalizzazione può essere altrettanto vincolante e opprimente.

Il film racconta - con tono leggero e divertito - la storia di Jeremie (Pio Marmaï), un ragazzo di 34 anni che convive con il suo compagno. La sua omosessualità è aperta e accettata da tutti; addirittura i suoi genitori hanno una spiccata preferenza per lui e il suo compagno che per la figlia sposata con un uomo e in attesa di un figlio, cui viene continuamente rinfacciato di essere troppo borghese. Jeremie, ormai alle soglie del matrimonio, si sveglia una mattina nel letto di una donna, una ragazza svedese incontrata a una festa. Questo episodio è destinato a sconvolgergli la vita, perché a poco a poco Jeremie si accorge - contro ogni previsione e in modo del tutto sorprendente per sé stesso e per i suoi amici, tra cui Charles, un adorabile playboy impenitente - di essersi innamorato di Adna (Adrianna Gradziel) e di voler imprimere una svolta alla sua vita. Prima però finirà sommerso da un castello di carta di bugie che gli allontaneranno sia il compagno Antoine che la stessa Adna. Jeremie dovrà trovare il coraggio di fare quello che il cognato definisce un coming out al contrario per essere fedele a quello che sente.

Il film dei registi Maxime Govare e Noémie Saglio è un concentrato di gag e di humour che però - a differenza di tante commedie di casa nostra - non sono mai triviali e fini a sé stessi, ma al servizio di un modo diverso di riflettere sulle contraddizioni della società e la complessità di ciascuno di noi.

La cinematografia è piena di storie perfettamente speculari a questa (donne o uomini etero che a un certo punto della vita si innamorano di una persona del loro stesso sesso e decidono di sfidare le convenzioni per inseguire la propria felicità). Toute première fois ci dice che la realtà è sempre più complessa e meno tranquillizzante di quello che immaginiamo: la nostra sessualità non è un'etichetta con cui siamo marcati a sangue, né una gabbia in cui essere rinchiusi.

Alla fine la grande conquista di una società dovrebbe essere che ciascuno possa amare chi vuole ed essere sempre libero di cambiare idea se questo lo rende più felice o lo fa sentire più a suo agio con sé stesso.

Voto: 3,5/5