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giovedì 11 ottobre 2018

Giovanni Sollima dirige l'Orchestra Giovanile Italiana. Auditorium Parco della Musica, Sala Sinopoli, 7 ottobre 2018

Sono sempre cauta nell'andare a sentire concerti di musica classica, perché - nonostante il mio impegno all'autoformazione - continuo a rendermi conto di avere pochi strumenti e di essere spesso poco predisposta all'ascolto. Ma ogni tanto, quando qualcosa mi incuriosisce, ci riprovo.

E così quando la mia amica I. ha postato su FB la notizia del concerto dell'Orchestra giovanile italiana diretta da Giovanni Sollima non ho potuto resistere, anche perché prima dell'estate avevo perso il suo concerto alla Sapienza a causa della febbre e la mia amica F. me ne aveva detto meraviglie.

Così puntualissimi alle 20,30 i giovani musicisti sono tutti schierati sul palco in sala Sinopoli, in attesa di accogliere il loro direttore per stasera, Giovanni Sollima.

Il programma prevede una prima parte che comprende la Sinfonia dell'assenza (labyrinths of my generation), in cinque movimenti, di Andrea Portera, un giovane compositore grossetano che è presente in sala e alla fine dell'esecuzione si alza a stringere la mano a Sollima, e - a seguire - il Concerto per violoncello e orchestra di fiati di Friedrich Gulda.

La prima sinfonia è decisamente ostica, un mix di classico e contemporaneo, di cui apprezzo la complessità e l'esecuzione, ma che non mi conquista. La sinfonia di Gulda, in cui Sollima è anche solista al violoncello, è invece per me una specie di rivelazione: l'Ouverture inizia quasi come un pezzo rock, con tanto di basso elettrico e batteria, cui alterna parti dalle sonorità più classiche; segue l'Idylle in cui pure si mescolano sonorità diverse, antiche e moderne; Cadenza e Menuett portano a poco a poco la sinfonia su un ritmo più sostenuto, alternato a virtuosistici assoli al violoncello, in cui si mescolano sonorità tzigane e classiche; il tutto termina con il Finale alla marcia che, come dice lo stesso nome, trasforma la sinfonia a tratti in un pezzo jazz, a tratti quasi in un concerto bandistico. Entusiasmante! E Sollima in questo pezzo dà il meglio di sé sia a livello musicale sia con la sua capacità quasi istrionica di interpretare anche con il corpo e il volto la musica che suona. Giusto per farvi un'idea, metto in fondo a questo post il link al video dell'esecuzione della sinfonia diretta dallo stesso Gulda.

Dopo una breve pausa, il concerto riprende con una seconda parte che prevede un pezzo dello stesso Sollima, Terra con variazioni, in cui l'orchestra torna al completo e Sollima continua a svolgere il duplice ruolo di solista e direttore. Il gran finale è affidato a L'Uccello di Fuoco - Suite di Igor Stravinskij, che si articola in sei movimenti e dove Sollima torna a fare solo il direttore e l'orchestra è chiamata - al gran completo - a dare il meglio di sé. Da ignorante quale sono, ho trovato alcune parti dell'esecuzione molto emozionanti.

Al termine del concerto, il pubblico - formato in parte dalle famiglie dei giovani musicisti sul palco - è entusiasta, così ci vengono concessi due bis: una versione per violoncello e orchestra di Smells like teen spirit dei Nirvana (un classico di Sollima!) e la ripresa del terzo movimento de L'Uccello di Fuoco.

Dopo due ore e passa piene di musica non solo non sono né stanca né annoiata, ma anzi il concerto mi ha trasmesso una grande carica di energia, grazie alla passione di questi giovani musicisti e alle grandi doti di musicista e di comunicatore di Giovanni Sollima. Esco dall'Auditorium pensando che ce ne vorrebbero migliaia di musicisti come lui per far arrivare la musica classica anche a chi alla musica classica non è formato e abituato.

Voto: 4/5

lunedì 14 febbraio 2011

Pina Bausch. Un ritratto

Eccomi qui, catapultata in un mondo che mi è quasi totalmente estraneo, la danza, però non la danza dal vivo, bensì la proiezione di due spettacoli di Pina Bausch: Café Muller e Le sacre du printemps, quindi in fondo una variante della visione cinematografica che ha in questo caso per soggetto il balletto.

Sono andata a vedere il primo appuntamento della rassegna di video e film (Pina Bausch. Un ritratto) che l'Auditorium Parco della Musica ha deciso di dedicare a Pina Bausch e al Tanztheater Wuppertal.

Praticamente non conosco assolutamente nulla di questo mondo. Anzi, ieri sera dicevo che più vado avanti e più mi rendo conto dell'immensità delle cose che non so e della conseguente difficoltà nel parlare con gli altri e nel comprendere il mondo. Per questo, mi sono accostata alla visione di questi due video con l'apertura mentale della neofita, senza aspettative particolari ma con la curiosità che mi caratterizza.

C., che mi ci ha "trascinata", denunciava la difficoltà e la sofferenza di assistere a uno spettacolo di danza - che è fisicità e corpi in movimento, sudore e guizzo di muscoli - attraverso una registrazione video, che impone un punto di vista e costringe a guardare con gli occhi del regista. Per me, poco adusa all'esperienza del balletto, lo shock non è stato così forte.

Del resto, il primo dei due video, Café Muller, di fatto si presenta come una via di mezzo tra un'opera teatrale e un'opera di danza. Ambientato nel grande salone di un caffè ingombro di sedie vuote, la cui unica sorgente di luce è una porta girevole di accesso alla sala.

Su questo palcoscenico si alternano varie figure, spettri ciechi, tra cui un ruolo di primo piano hanno una donna e un uomo che si muovono per la sala, a volte camminando, a volte correndo, secondo traiettorie a volte regolari, a volte del tutto imprevedibili. Un altro uomo entra in scena a spostare le sedie contro cui altrimenti gli altri due si scontrerebbero nei loro spostamenti. Un'altra donna, sempre isolata, e presente fin dall'inizio in scena, si è rivelata ai miei occhi il doppio della protagonista, il suo "io" interiore.
I due protagonisti, ad occhi chiusi, si incontrano casualmente, si scontrano, si sfiorano, si allontanano, a volte si cercano. Di tanto in tanto, un altro uomo entra in scena, intervenendo nel loro rapporto. Li unisce, li separa, li accudisce.
In scena compare anche una donna con un cappotto verde, una parrucca rossa e delle scarpe coi tacchi. L'unica figura colorata. Osserva, partecipa, imita. Ingenua e malinconica. Dal sorriso triste, ma non tragico. Finirà per spogliarsi anche lei di questa maschera posticcia.

Ne uscirà un quadro sconfortante dei rapporti umani - e di coppia in particolare. Della vita, che nella sua insensatezza e nel suo turbinio cieco mette a nudo la nostra incapacità, la nostra fragilità, il dolore che non riusciamo reciprocamente ad evitarci. Il bisogno di incontrarsi, l'impossibilità di sostenersi. La ripetizione dei comportamenti, degli errori, della ricerca di noi stessi e dell'altro.

A volte sembra quasi ipotizzarsi l'esistenza di un deus ex machina a governare queste nostre esistenze, ma è evidente che nessuno in realtà è in grado né di impedirci di farci del male, né di garantirci la felicità di un incontro, né di dare un esito positivo alla nostra ricerca infinita.

Quadro disperato, ma di un'intensità visiva ed emotiva straodinaria.

Il secondo video, Le sacre du printemps, sulla musica di Igor Stravinskij, è un balletto più classico. Quindici uomini e quindici donne in una scena spoglia, che danzano sull'argilla sporcando corpi e abiti. Una specie di rito di iniziazione, di cacciata dal paradiso terrestre, di confronto con una realtà con la quale tutti dobbiamo sporcarci.

Belli il gesto, i corpi in movimento, il simbolismo. Ma emotivamente l'ho trovato meno coinvolgente.

Non sarei la persona più adatta a dare un voto a un mostro sacro della danza del Novecento, ma il mio voto è alla capacità che ha avuto di conquistarmi.

Voto: 4/5

Café Muller


Le sacre du printemps