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giovedì 4 luglio 2019

When in London: alla scoperta della Londra quotidiana e l’All Points East Festival

Una sintesi della città
In inglese esiste l'espressione "When in Rome", che è in realtà la prima parte di una frase che recita: "When in Rome, do as the Romans do", in pratica un monito ad assumere le abitudini dei locali quando si è in un posto che non è il proprio. Da qui il titolo di questo post, perché noi che da Roma ci veniamo, nel partire per questo viaggio ci siamo date il compito di fare come fanno i londinesi e sentirci "quasi" londinesi per 4 giorni.

Con la sempre ottima scusa di fare a me stessa un regalo per il compleanno e avendo scoperto mesi fa che a fine maggio, a Londra, al Victoria Park si svolge l'All Points East Festival, un grosso festival musicale all'aperto, propongo a S. e F. di trascorrere qualche giorno nella capitale inglese.

E così siamo in partenza. Per me è - credo - la quarta volta a Londra, il che vuol dire che le mete turistiche più classiche le ho viste tutte, sebbene a modo mio, ossia senza accurate visite ai musei e ai monumenti!

Regent's Canal
Appena messo piede a Londra, mentre aspettiamo il treno che dall'aeroporto ci porta a centro città veniamo accolte con una sorpresa. Sul sedile vicino al nostro c'è una busta abbandonata che contiene una bottiglia di vino bianco appena comprata con tanto di scontrino (che portiamo via e che poi alla fine lasceremo in omaggio alla casa che ci ospita).

A dormire siamo in un tipico appartamento londinese a tre piani nella zona dell'East End londinese, al confine sud di Victoria Park (del resto questa è la mia zona preferita della città): l'ingresso dà su un corridoietto che porta alla cucina e alla sala con le grandi vetrate, poi invece a sinistra scendendo e salendo le scalette si va nelle due camere da letto che danno entrambe sul backyard.

Casa nella zona dell'East End londinese
Per la prima sera - che è anche quella del mio compleanno - decidiamo di fare le "giovani" e andiamo al Boxpark di Shoreditch, un edificio a due piani composto di box che si aprono su corridoi e spazi di conviviali dove la gente si ferma a chiacchierare, a bere e a mangiare. I box ospitano infatti piccoli esercizi commerciali che preparano e vendono cibo, soprattutto street food da tutto il mondo. C'è tantissima gente e il volume tra voci e musica è così alto che si fa fatica a scambiare due chiacchiere, però l'atmosfera è bella e tutto sommato rilassata. Noi optiamo per un ottimo panino con pastrami, un bibimbap coreano e delle patatine fritte greche, tutto molto buono e ben innaffiato da birra alla spina.

Il Tower Bridge visto dai St. Katherine's docks
Per il post-cena facciamo una passeggiata a Brick Lane, trascorrendo un bel po' di tempo al Rough Trade East, una delle sedi londinesi della mitica etichetta discografica che è anche un grande negozio di dischi e un luogo di eventi musicali.

Nei giorni successivi, andiamo alla scoperta e alla ricerca di chicche e tesori nascosti della città, che a una prima visita normalmente vengono bypassati. E così facciamo una passeggiata ai St. Katherine's docks, una darsena in cui sono ormeggiate decine e decine di barche e yacht e pure qualche veliero. Attraversando i docks sbuchiamo sul Tamigi da dove possiamo ammirare una vista inusuale del Tower Bridge.

Lo skyline della city vista dalla riva sud del Tamigi
Attraversandolo, ci spostiamo sulla riva sud del Tamigi dove facciamo una lunga passeggiata con soste prima alla Southwark Cathedral, dove ascoltiamo anche l'inizio dell'esibizione di un coro, e poi al Globe Theatre, dove passiamo metà del tempo nel fantastico shop. All'altezza del Millennium Bridge (che è in parte transennato per dei lavori di illuminazione che stanno facendo), ripassiamo dall'altra parte del Tamigi e ci allunghiamo fino a St. Paul. Ci rifocilliamo alla ottima Japanese Canteen, scelta dal numero delle persone (non turisti!) che erano lì in pausa pranzo.

Allo Sky Garden
Alle 13.30 siamo sotto l'ingresso di quello che i londinesi chiamano "cheese grater", il nuovo grattacielo (quando ero venuta l'ultima volta non c'era ancora) che all'ultimo piano ha il cosiddetto Sky Garden, il cui ingresso è gratuito ma a numero chiuso e dunque va prenotato. Il posto è molto bello ed è sempre emozionante vedere una città dall'alto.

Saint Dunstan East
La pausa ristoratrice del pomeriggio la facciamo invece alla chiesa di Saint Dunstan East, in realtà le rovine di una chiesa gotica su cui è nato un giardino, un'oasi di pace e tranquillità in mezzo ai grattacieli, dove ci sono molte persone che si riposano e chiacchierano, ed è in corso un servizio fotografico.

Ci dirigiamo poi verso Covent Garden, il grande mercato coperto con la struttura in ferro, e qui non ci facciamo scappare un ottimo pastel de nata appena sfornato, visto che da Santa Nata suonano la campanella quando i pasteis caldi (e preparati a vista) sono pronti. Ne mangeremmo una decina per ciascuna, ma ci conteniamo!

Nei pressi dell'Inner Temple
È a questo punto la volta di Neal's Yard, un angolo colorato della città che si sviluppa intorno ad alcune viuzze piene zeppe di negozi di rimedi naturali e posti per i massaggi.

Ci allunghiamo poi verso Forbidden Planet, un enorme negozio di fandom, dove è divertente anche solo perdersi tra scaffali dedicati a personaggi in parte per me sconosciuti. Uscendo ci imbattiamo in un altro buffo negozio, Angels Costumes, dove si realizzano e si vedono costumi di tutti i tipi, anche e soprattutto per il teatro e per il cinema. Ci sono cumuli di scarpe e cappelli di ogni epoca, e sulle grucce vestiti ordinati cronologicamente :-D

Il dragone alato vicino l'ingresso all'Inner Temple
Da qui scendiamo verso Seven dials, la piazza con al centro una meridiana e sette strade che vi convergono. In realtà è un punto molto trafficato della città, ma ha un suo fascino. Il pomeriggio termina su Charing Cross Road e una breve visita all'Inner Temple.

La sera facciamo veramente le londinesi, visto che siamo ospiti a casa di S. (collega e amico ormai da molti anni) e della sua famiglia, e trascorriamo una bellissima serata con squisita cena indiana, belle chiacchiere e un clima davvero internazionale.

Regent's Canal e gazometro
Il giorno dopo, mentre F. va in giro per musei (essendo la sua prima volta a Londra), io e S. esploriamo la zona di Hackney: il Roman road market (mercato autentico e veramente economico, e non acchiappaturisti come a Londra ce ne sono parecchi), gli Idea store (Bow e Whitechapel), ossia le biblioteche del comune di Tower Hamlets che S. non aveva mai visto, poi in compagnia di S. attraversiamo Victoria Park e poi il sentiero che corre lungo il Regent's Canal che in questa mattina soleggiata e calda è pieno di gente in bici o che fa jogging.

Un cortile a Notting Hill
Lungo il canale vediamo anche il gazometro (che mi fa sentire un po' a casa) e S. ci mostra come sta cambiando questo quartiere, dove molti edifici abbandonati sono stati riconvertiti in working space, sempre più richiesti. Salutato S. facciamo un giro al Broadway Market, dove già ero stata in una delle mie precedenti puntate londinesi, e che ora è diventato un posto super radical-chic nonché caro, anche se sempre molto affascinate. Mangiamo un riso indonesiano ai London Fields e poi facciamo una lunghissima passeggiata per Whitechapel Road, dove S. cerca sulle bancarelle una maglietta a maniche corte, ma è praticamente impossibile visto che il quartiere ha una presenza musulmana altissima e le donne hanno dal velo al burqa a seconda dei casi. Io mi sono fissata che vorrei andare da Fotografiska, la sede londinese di una galleria di fotografia svedese, ma quando siamo lì ci accorgiamo che non ha ancora aperto al pubblico, come del resto S. sospettava.

Little Venice
E così decidiamo di trascorrere il pomeriggio a Notting Hill, quartiere che io non ho mai visto. Dopo un rapidissimo giro a Portobello road (veramente niente di che!), seguendo un itinerario a piedi trovato su Internet, ci infiliamo nelle strade del quartiere alla scoperta degli angoli più nascosti e caratteristici. Il quartiere è davvero bello con le sue case vittoriane colorate con le scalette davanti, e i cortili interni curatissimi e verdissimi.

Visto che si avvicina l'orario dell'aperitivo andiamo verso Little venice, altro luogo poco conosciuto della città. Si tratta del punto di confluenza di tre canali, dove ci sono parecchi barconi ormeggiati, alcuni dei quali trasformati in bar e luoghi di ristoro. Tentiamo di fermarci in uno di questi, ma tra posti che non vendono alcolici e altri superaffollati, decidiamo che è meglio allontanarsi il giusto dai canali per poterci bere la nostra birra in santa pace, cosa che facciamo a un pub carino, The Warwick Castle.

Uno dei concerti al Cafè OTO
Per la sera abbiamo l'obiettivo di andare a sentire i concerti in programma al Cafè OTO, che sta nel quartiere super giovanile e trendy di Dalston. Il posto ci è noto da quando a Roma io e F. siamo andate a sentire il concerto di Daniel Blumberg e abbiamo scoperto che il Cafè OTO è l'ambiente musicale che lui bazzica e che è la fucina di giovani talenti musicali portati alla sperimentazione. La cosa ci attira né abbiamo paura della sperimentazione musicale, però quando saremo lì ad ascoltare questi tre concerti ci renderemo conto che forse il Cafè OTO è troppo persino per noi.

Dalston, nei pressi del Cafè OTO
Nella sala del locale, dove non c'è un vero e proprio palco, si alternano Triple negative (un artista da solo che suona musica con il suo computer e oggetti vari che ha con sé, e lo fa nel buio completo rischiarato solo da un paio di candele), Sholto Dobie e Mark Haedwoo (che producono musica attraverso una consolle e uno sistema di produzione sonora a fiato realizzato con delle sacche di plastiche infilati in cannucce, che sembrano i sacchetti delle flebo) e i Parlour (che avendo strumenti normali - una chitarra, uno xilofono e un sax tenore - ci illudono che faranno musica ascoltabile, e invece anche in questo caso è una cacofonia cui a un certo punto ci sottraiamo).

Dalla terrazza panoramica della TATE Modern
L'ultima annotazione della serata è il fatto che aspettiamo il nostro autobus per più di 40 minuti e il suo percorso sarà anche deviato, senza che nessuno l'abbia annunciato. Questo almeno per non far sentire noi che viviamo a Roma troppo sfigati con i mezzi pubblici (va detto però che per il resto i mezzi pubblici a Londra, metro e autobus sono stati efficientissimi e quasi sempre non tanto affollati).

La domenica è il giorno del nostro festival al Victoria Park, ma la mattina abbiamo il tempo di tornare sulla Southbank, di fare colazione al bar interno del BFI (British Film Institute), dove una signora un po' fulminata ci attacca bottone, di fare una lunga passeggiata lungo il Tamigi (ammirando da più o meno lontano il London Eye, Westminster e il Big Ben impacchettato per i restauri), di fare un giro alla Tate Modern (dove hanno aperto un'ala che l'ultima volta non c'era ed è possibile accedere alla terrazza panoramica che offre un altro sguardo dall'alto sulla città). Del nostro giro all'interno delle sale ci colpiscono una specie di torre di radioline a transistor e un'installazione/scultura sospesa fatta con le tende veneziane, e ovviamente l'immancabile shop dove prendiamo un po' di ricordi e regalini.

Victoria Park
Il tempo di una breve pausa ristoratrice a casa ed eccoci al Victoria Park per l'All Points East. Ci studiamo rapidamente il calendario dei concerti dopo esserci scaricate l'app, e deciso il nostro programma, vediamo prima il concerto dei Phosphorescent sul palco grande (East stage), poi - mangiato un wrap ripieno di agnello - ci spostiamo al palco nord per il concerto di Ezra Furman.

Mentre al primo concerto siamo piuttosto lontane, nel caso di Ezra siamo vicinissime al palco e possiamo goderci la performance del musicista americano (vestito come una signora borghese negli anni Sessanta, con tanto di collana di perle), che spazia attraverso il suo repertorio più rock (del resto il contesto non è adatto al repertorio più intimo e malinconico), investendoci con la sua rabbia e dolcezza. Concerto secondo me divertente e di grande soddisfazione.

Ezra Furman
Appena Ezra Furman termina, corriamo di nuovo verso l'East Stage dove ha da poco cominciato il concerto John Grant, una specie di mito musicale per me e F., il nome per il quale abbiamo deciso di comprare i biglietti del festival. Non mi sarebbe dispiaciuto ascoltare Mac De Marco, così come Bill Ryder-Jones, ma la contemporaneità imponeva scelte anche dolorose. John Grant attinge a piene mani alla sua produzione più recente, che è quella virata all'elettronica che ci piace di meno, ma verso la fine ci premia regalandoci due splendide esecuzioni di The greatest motherfucker e soprattutto Queen of Denmark, che personalmente trovo quasi commovente.

John Grant
Alla fine del suo concerto, tutti coloro che erano dispersi tra i vari palchi convergono verso l'East stage dove sta per iniziare il concerto di Bon Iver (al secolo Justin Vernon). Siamo ormai sommersi dalla gente e purtroppo siamo inevitabilmente lontane dal palco, per cui seguiamo le esecuzioni soprattutto dai maxi-schermi. Intorno a noi tantissime persone appassionate - che conoscono le canzoni a memoria - per un signor concerto che dura oltre un'ora e che regala anche un bis.

Bon Iver
Per quanto quella del festival non sia la dimensione di live che preferisco (non farei per esempio mai a cambio con un concerto intimo in un piccolo club), non v'è dubbio che i festival sono occasioni per ascoltare dal vivo molti cantanti, anche di nome, senza essere costretti alla dimensione ancora più spersonalizzante degli stadi e similari.

La sera torniamo a casa distrutte ma felici. Il giorno dopo ci attende l'aereo di ritorno per l'Italia, ma Londra ci ha conquistate ancora, cosicché il nostro è solo un arrivederci.

Per una selezione più ampia di foto della gita londinese vedi qui. Per vedere un po' di foto del festival musicale All Points East clicca qui.







lunedì 18 aprile 2011

Questa Londra così radical-chic!

Dopo non moltissimi mesi dalla mia ultima puntata londinese sono tornata nella capitale britannica per un breve, ma intenso weekend di sosta lungo il tragitto verso Aberystwyth (Galles), sede dell’Università presso cui sto facendo un Master in Management of Library and Information Services a distanza. Seconda e ultima study school e ghiotta occasione per respirare la primaverile aria londinese.

Questa volta, non avendo mete lavorative particolari, abbiamo scelto una collocazione centrale, a due passi da St Paul Cathedral, nel cuore della City. L’albergo è infatti pensato appositamente per gli uomini d’affari di passaggio a Londra, quasi interamente self-service, con moltissime camere infilate in lunghi corridoi, wireless gratuito disponibile in camera, angolo lettura e relax e un pub/brasserie collegato dove viene servita la colazione e ci si può fermare a bere una birra o a mangiare un boccone praticamente a qualunque ora.

Di venerdì pomeriggio uomini e donne in carriera stanno uscendo dagli uffici e si affollano davanti ad alcuni pub a bere la loro birra di inizio weekend. Prima cosa che noto (e che si confermerà nei giorni successivi, persino in Galles) è che il vino sta diventando molto popolare nel Regno Unito e soprattutto le donne sempre più spesso rinunciano alla classica birra (che gonfia e fa ingrassare!) per un bel bicchiere di vino, di solito bianco.

Per l’aperitivo torniamo a Broadway Market (che ci era piaciuto tanto durante l’ultima visita) e, dopo una passeggiata nel vicino London Fields Park ad osservare genitori e figli che giocano insieme, giovani che si allenano con le loro bici acrobatiche e distese di ragazzi e ragazze che chiacchierano tutti seduti nello spazio del parco dove c’è ancora il sole, è il momento della birra con S.

In questo nuovo assaggio della rinascita dell’East End londinese mi colpiscono non solo le biciclette essenziali che già avevo notato l’altra volta (senza parafanghi, niente freni, niente copricatena ecc.) e la quantità di negozi di prodotti biologici, ma anche l’abbigliamento di questi giovani, con i loro immancabili cappelli radical-chic, le espadrillas (ve le ricordate?) ai piedi, calze e leggings portati senza gonne e vestiti a coprire il sedere, colori sgargianti e accessori vistosi indossati con naturalezza.

Penso che questa zona rappresenti una Londra ricercatamente alternativa, contrapposta a quella tradizionalmente chic e a quella tradizionalmente popolare. E invece mi sbaglio, perché nei giorni a seguire mi accorgo che questa componente radical-chic, associata ad un’impronta culturale che potrei definire “no-global”, è diventata una caratteristica diffusamente londinese.

Così, dovunque siate e voltiate lo sguardo, vi si parerà davanti un negozio che vi propone cibo organic (biologico), local, healthy (che non danneggia la salute, anzi fa bene!) ed environmentally friendly (ecologico), ovvero un negozio che celebra cibo, mode e cultura di altri paesi, o ancora una piccola boutique di design o di abbigliamento di tendenza. Evidentemente, i disastri ecologici sempre più frequenti, i rischi sempre più alti per la salute, i segni profondi della crisi del capitalismo hanno prodotto una - almeno apparente - nuova sensibilità rispetto alla società e all’ambiente.

Con un’unica pecca, ossia che nemmeno la passione per il local e l’organic può sfuggire alla produzione su scala industriale e ai processi di massificazione. Dunque, bello vedere un uso estensivo del riciclabile e del fair trade , ma se vi guardate intorno il processo di replica all’infinito ha proporzioni incredibili.

Il bello di Londra è però la capacità di conservare la varietà e di continuare a rappresentare molte anime. Così, dopo l’aperitivo eccoci a Brick lane, Banglatown, nonché covo di comunisti nostalgici e di locali di ogni genere. Finiremo prima a un meeting di Pathfinder, una casa editrice che continua a sostenere e diffondere il mito della rivoluzione comunista, poi in un take away indiano a mangiare pakora e polpette, infine in un pub svedese con una bella terrazza in legno, dove purtroppo non si può evitare l’odore di aringa che viene fuori a getto continuo dalla cappa della cucina.


La notte non si dorme molto, causa trasformatore dell’aria condizionata rumoroso. Per fortuna, gli inglesi sono davvero attenti ai bisogni dei clienti e quindi la mattina seguente un efficientissimo tecnico verrà a concederci l’agognata tregua dal rumore di sottofondo.

Sabato abbiamo due obiettivi principali: una mostra di fotografia in una galleria che si chiama Ambika P3 e l’Easter Chocolate Festival sulla Southbank.
La metropolitana nei weekend è imprevedibile perché gli inglesi presuppongono – giustamente – che sia più facile far sopportare i disagi di lavori di potenziamento della rete nel fine settimana piuttosto che durante i giorni lavorativi. Così, ci mettiamo un po’ ad arrivare alla nostra stazione della metropolitana e nel frattempo assistiamo a un buffo raduno di gente in bici (anche e soprattutto d’epoca) vestite in tweed secondo lo stile inglese dei signorotti di campagna della prima metà del Novecento.

La galleria Ambika P3 sta praticamente di fronte al museo delle cere (il celebre Madame Tussaud) e occupa un pezzo di garage sotterraneo che è stato volutamente mantenuto grezzo e minimalista. Luogo, mostra e gente molto londinesi radical-chic! Ci sono i lavori di quattro fotografi vincitori del Deutsche Borse Photographie Prize, la cui opera fotografica non punta certamente a una versione classica di estetica, bensì a utilizzarne alcuni canoni per stravolgerli, spiazzando lo spettatore in chiave filosofico-sociale. Ed ovviamente ad Ambika P3 non manca un bel banchetto di caffè e dolci biologici.

A questo punto prima una bella passeggiata in un fioritissimo Regent’s Park, poi verso St Christopher Place, con tappa Dim Sum (ravioli al vapore e alla griglia splendidi a vedersi, ma un po’ collosi, soprattutto quelli viola impastati col cavolo) e poi l’immancabile Selfridges con le sue buste gialle (dove C. pensa di poter comprare una giacca Diesel con 48 sterline; peccato che ha visto il cartellino sbagliato!).

A questo punto ci aspetta il festival del cioccolato sulla sponda sud del Tamigi. Macarons, panforte al cioccolato, fave di cacao, cioccolata di ogni genere e forma allietano il calare del sole. La giornata finisce in bellezza con una bella (e sana) cena tailandese da Rosa’s a Soho e una passeggiata in questo quartiere che il sabato sera si trasforma in uno dei cuori pulsanti della città. Una breve puntatina in un locale trendy, un dolcino da quello che pensiamo essere un esclusivo ristorante francese, Café Rouge, e invece è una catena presente anche negli aeroporti londinesi, e infine a nanna.

Il mattino dopo c’è solo il tempo per una full English breakfast ed eccoci in metropolitana, ciascuno nella propria direzione. Durante il mio lungo viaggio in treno verso il Galles, penso che Londra è una città interessante per valutare lo stato di salute di questa nostra ormai vecchia Europa. E così accolgo positivamente questa quasi ossessione londinese per l’ecologico, il biologico e il locale, sebbene mi auguro non si tratti solo di una moda. Osservo - piacevolmente sorpresa - una giovane mamma che raccoglie un pezzo di galletta di riso che il suo bimbo ha buttato per terra in metropolitana e, dopo averci soffiato un po’ su, lo mangia. E al contempo mi fa un po’ paura l’altrettanto pronunciata ossessione della città per la sicurezza. Telecamere ovunque, postazioni per chiamare aiuto, cartelli in metropolitana che suggeriscono di segnalare al personale della sicurezza chiunque “abbia un’aria sospetta”.

Penso che siamo una società schizofrenica, in cui le istituzioni sono un po’ avvoltolate su se stesse, mentre dal basso sembra provenire una richiesta di riappropriazione della propria libertà e del senso della comunità. Chissà se c’è qualcosa di buono da sperare.

mercoledì 13 ottobre 2010

Una Londra un po' insolita

Arrivo da un'intensa due giorni londinese, con base nell'East End. La scusa (ma neanche tanto!) era quella di andare a verificare - a distanza di 4-5 anni di distanza dalla mia prima visita - lo stato di salute delle biblioteche pubbliche che sono state realizzate in questa zona della città e che si chiamano Idea Stores. Ma di questo parlerò in altra sede...

L'East End è probabilmente una delle zone meno turistiche di Londra, area da sempre ad alto tasso di immigrazione (prima gli Irlandesi, poi gli Ebrei, oggi soprattutto Bengalesi), zona prevalentemente popolare e operaia, con una densità urbana decisamente più elevata rispetto agli standard della città.

Oggi, l'East End è una chiara esemplificazione dei processi di trasformazione e di rinnovamento continuo che le città metropolitane stanno vivendo, per effetto principalmente dei movimenti dei gruppi sociali. Qui, infatti, da un po' di anni a questa parte hanno cominciato a spostarsi molti giovani in cerca di un'area della città meno cara e di un'atmosfera più veracemente londinese, nonché affascinati dal clima multietnico e dalla voglia di riscatto che sembra attraversare questi quartieri.

Sono nati così piccoli negozietti alternativi, sale da te, rivenditori di prodotti biologici; i pub tradizionali sono stati rilevati da giovani pieni di idee, le strade si sono popolate anche di sera, lo squallore ha cominciato a trasformarsi in accogliente semplicità.
Tutt'intorno continuano a vivere e a prosperare le contraddizioni di questa città (che sono anche la sua ricchezza): case popolari insieme a bellissime case vittoriane e georgiane, sottopassi squallidi insieme a parchi verdissimi, atmosfera da casbah insieme a rarefatti conciliaboli di giovani su biciclette di design.

Il Broadway Market (al confine tra le zone di Hackney e Whitechapel) è la sintesi del rinnovamento di quest'area, perché in esso trovano posto i cibi e i dolci tradizionali fatti come una volta, le verdure biologiche, i cibi del mondo, i prodotti ecologici. Non più di una cinquantina di bancarelle che sembrano però essere state scelte con estrema cura e rispondere tutte alla stessa "filosofia".

Il rischio è che possa risultare difficile conservare quell'equilibrio prezioso che attualmente l'East End sembra vivere (gente giovane e carina, ma non troppo fighetta e trendy; negozi, caffè e pub certamente di gusto, ma non invadenti e dissonanti; prezzi in aumento ma ancora molto competitivi rispetto al resto della città) e che dunque l'East End diventi la nuova frontiera della Londra alla moda, snaturandone l'anima più vera, togliendo autenticità alle sue manifestazioni, introducendo artificiosità nelle dinamiche.
Ho purtroppo paura che tutto ciò accadrà, perché è nelle cose. Bene esserci stati prima.

Certo, però, non si può mica andare a Londra senza una puntatina nel centro e soprattutto senza andare a vedere un musical!
E quindi, alla modica cifra di quasi 100 euro (!), andiamo a vedere la versione londinese (dopo, per me, quella newyorkese) di Mamma mia! al Prince of Wales Theatre vicino a Leicester Square. Lo spettacolo è perfettamente in linea con le aspettative, ma certo - dopo aver visto la performance newyorkese - capisco che questi musical possono raggiungere livelli di standardizzazione veramente elevati.

Cosicché non è davvero più la bravura e la simpatia dell'attore, bensì la rigidità dei ruoli che impone esattamente certi tipi di gestualità e di espressioni. Insomma, mi diverto di meno della prima volta. In questo caso, il maggior divertimento diventa il pubblico, visto che come è accaduto a suo tempo per il Rocky Horror Picture Show, anche per Mamma mia! (a distanza di oltre 10 anni dalla sua prima programmazione) la gente comincia a partecipare, cantando ad alta voce e riproducendo le coreografie del palco. Forse sarebbe ora di organizzare delle performance che prevedano esplicitamente il diretto coinvolgimento del pubblico, per offrire a tutti coloro che ormai conoscono a memoria il musical la possibilità di divertirsi per davvero.

Dal mondo dei musical passiamo a un altro mondo tipicamente londinese, quello dei musei pubblici gratuiti (!). Attraversiamo il Tamigi per raggiungere la Southbank (altra zona in piena rinascita) e visitare la Tate Modern, edificio di archeologia industriale (con un'altissima ciminiera) ristrutturato per ospitare una importante collezione di arte contemporanea e mostre temporanee (in questo periodo, quella su Gauguin).

Ci sorprende vedere che i piani sono organizzati per temi (non per periodi, per tipologia di opere, per autori o per correnti), che ciascuna opera è brevemente ed efficacemente descritta, che di tanto in tanto vengono forniti brevi approfondimenti di contesto, gradevolissimi da leggere, che ad ogni piano ci sono aree per far giocare i bambini sul tema dell'arte, zone per riposare e consultare cataloghi a stampa delle opere degli autori in mostra, sediolini liberamente utilizzabili per rendere la visita più efficace e meno stancante.

La breve escursione londinese finisce in un pub dove il menu è equamente diviso tra piatti orientali e britannici e noi prendiamo un buonissimo fish and chips e un altrettanto ottimo riso e pollo al curry piccante, innaffiati entrambi dall'immancabile birra.

Che dire? A me pare che, nonostante tutto, la buona, vecchia, cara Inghilterra abbia ancora qualcosa da insegnarci in termini di civiltà.

Capisco che bisognerebbe viverci per giudicare appieno. Ma, che ne so, io di solito annuso l'aria, mi guardo intorno, verifico possibili sintonie. E in questo caso - sarà anche che c'era un bellissimo sole (o sarà forse che affacciandomi dalla finestra della camera d'albergo vedevo un gazometro che mi ricordava tanto la mia vita romana) -, ma alla fine ne ho riportato indietro un feeling positivo e una gran voglia di ritornarci. Che non è poco.