Non era nei miei programmi cinematografici ma chiamata a raccolta da I. decido di dedicare una domenica sera al film di Paolo Genovese, di cui avevo apprezzato a suo tempo Perfetti sconosciuti (diventato poi un successo mondiale) e non mi era dispiaciuto, pur con qualche riserva, The place.
Questa volta Genovese, autore del soggetto e coautore della sceneggiatura insieme a Isabella Aguilar, Lucia Calamaro, Paolo Costella e Flaminia Gressi, di ispira a Inside out, il cartone della Pixar, per raccontare quello che accade nella testa di un uomo e una donna, Piero (Edoardo Leo) e Lara (Pilar Fogliati), a un primo appuntamento.
A differenza che in Inside out, qui i soggetti che abitano le menti dei due protagonisti non sono le loro emozioni, ma le loro differenti personalità, quella romantica, quella razionale, quella folle, quella istintiva.
Le personalità di Piero sono incarnate da Maurizio Lastrico, Marco Giallini, Rocco Papaleo e Claudio Santamaria, quelle di Lara invece sono rappresentate da Vittoria Puccini, Claudia Pandolfi, Maria Chiara Giannetta e Emanuela Fanelli.
L’intero film ha un impianto fortemente teatrale (e non ho dubbi che diventerà anche uno spettacolo per il teatro, visto lo straordinario successo che il film sta avendo): tutto avviene nella casa di Lara, mentre le diverse personalità di ciascuno stanno gli uomini in una stanza e le donne in un’altra.
Il film ha una sceneggiatura brillante e credibile, oltre che godibile e a tratti decisamente divertente, ed è ben interpretato da tutti gli attori; il tema indagato è quello della relazione tra uomini e donne che da un lato ha dei tratti universali e perduranti, dall’altro fa i conti con i cambiamenti sociali e l’evoluzione del concetto di maschile e femminile, con tutto quello che comporta.
Per tutti questi motivi il pubblico, di qualunque età e di qualunque condizione sociale, non farà fatica a immedesimarsi e a riconoscere pensieri e situazioni con cui si è confrontato almeno una volta nella vita, direttamente o indirettamente.
Alcune trovate sono davvero riuscite ed esilaranti, come la rappresentazione dell’orgasmo di lei attraverso l’esecuzione da parte di tutte le personalità in coro, maschili e femminili, di Somebody to love dei Queen. Meno mi ha convinto il momento dell’incontro, verso la fine, tra tutte le personalità, quando invadono la casa di Lara e si confrontano direttamente e non attraverso i due protagonisti.
Nel complesso, un film piacevole per una serata di relax e senza troppi pensieri, una commedia italiana che sa mantenersi perfettamente in equilibrio tra leggerezza e intelligenza, ma certamente non un film che farà la storia del cinema italiano.
Voto: 3/5
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mercoledì 26 marzo 2025
giovedì 28 gennaio 2010
La prima cosa bella
Devo ammetterlo. Anche stavolta ho pianto, ma quello che è ancora più incredibile è che Virzì è riuscito anche a farmi ridere tra le lacrime.Certo, Virzì non è nuovo a "commedie" mature e intelligenti (si pensi a Ovosodo, a Caterina va in città o al recente Tutta la vita davanti), ma La prima cosa bella, secondo me, raggiunge un equilibrio, una compattezza e una verità che spesso fanno difetto ai film italiani.
Sul risultato finale non è indifferente la stroardinaria prova attoriale di Stefania Sandrelli, di Claudia Pandolfi e soprattutto del sublime Valerio Mastandrea (ma questo non ci meraviglia più) e della sorprendente Micaela Ramazzotti.
Qualcuno potrebbe dire che è un film un po' furbo e un po' ruffiano, perché l'ambientazione livornese (patria del regista), la vena nostalgica del passato (anni Settanta e Ottanta con il loro corredo musicale) e, soprattutto, una storia forte di sentimenti familiari sono tutte strizzatine d'occhio ad un pubblico pronto a emozionarsi. Ma... il fatto è che non c'è niente di finto in quello che vediamo sullo schermo ed è per questo che Virzì colpisce dritti al cuore.
Il rapporto tra Anna (Micaela Ramazzotti da giovane e poi Stefania Sandrelli) e i suoi due figli, Bruno (da adulto, Valerio Mastandrea) e Valeria (da adulta, Claudia Pandolfi), è tratteggiato con una sincerità che non può lasciare indifferenti. Forse non abbiamo avuto una madre come Anna, dotata di una vitalità straordinaria che la rende una vera e propria calamita sociale, ma al contempo semplice ai limiti dell'imbarazzante, capace di amare i suoi figli con intensità straordinaria, ma sentimentalmente ingenua ed infantile; una personalità sovrabbondante e ingombrante, soprattutto in relazione al divenire adulti dei suoi figli.
Forse non abbiamo avuto una mamma così, ma certo tutti abbiamo dovuto fare i conti, come Bruno e Valeria, con la necessità e spesso l'incapacità di definire noi stessi e la nostra individualità non semplicemente per reazione o adesione al modello paterno o materno che ci è toccato in sorte.
E sappiamo che non serve fuggire o restare, perché dai propri genitori non si divorzia ed è la vita stessa che prima o poi ci mette di fronte a loro (fisicamente o psicologicamente) per sciogliere il nodo del nostro essere persone.
Bruno è un depresso e un infelice, vittima dell'amore eccessivo e inafferrabile di una madre da cui si sente tradito; sfugge prima di tutto a se stesso (ma andare a Milano non gli è servito a molto), perché in realtà non ne riesce a prendere realmente le distanze e a percepirsi finalmente come altro.
Valeria, apparentemente più distaccata e risolta, in realtà fa altrettanta fatica ad affermare se stessa, abituata com'è ad una subalternità e accondiscenza che le impediscono di sbocciare una volta per tutte, incatenata nel ruolo di moglie e madre seria e matura.
E questa madre che ha divorato la vita, trascinando inevitabilmente anche i suoi figli in un vortice difficile da governare ("Quante ne abbiamo passate, però... ci siamo divertiti, vero?), questa madre apparentemente svampita e superficiale, è l'unica che, più o meno consapevolmente, è capace di leggere l'animo dei suoi figli, senza per questo poter risolvere né il proprio né il loro groviglio interiore.
D'altra parte, solo la sua assenza consentirà a Valeria e a Bruno di mettersi infine di fronte a se stessi e di riconoscere senza distorsioni la propria identità, in quel fluire senza soluzioni di continuità di nascita e morte che è l'esistenza umana.
A cinici e intellettuali snob questo film forse non piacerà, ma trovo che a volte la semplicità non è un limite, né un difetto. E riconoscere le proprie emozioni non è certo un delitto.
Voto: 4/5
lunedì 9 marzo 2009
Due partite
L'avevo visto un paio di anni fa a teatro, interpretato quasi dalle stesse attrici.Non molto è cambiato in questa trasposizione cinematografica se non la maggiore accuratezza dei particolari (vestiti, arredamento, accessori, musiche).
Non so dire se il cinema renda più o meno giustizia del teatro a questo testo che comunque non ha il tono aulico che spesso caratterizza le opere teatrali, bensì piuttosto uno stile televisivo e quasi divulgativo.
Resta la sensazione che le donne della generazione anni '50 primeggino nel confronto con le loro figlie degli anni '90, perché pur nella tragicità ed infelicità delle loro storie e delle loro condizioni personali conservano un'ironia che manca quasi completamente alle loro figlie.
È un film perfettamente in stile 8 marzo, perché intende proporre una riflessione sulla figura femminile e sul cambiamento nel tempo del ruolo della donna. Certo, lo fa in modo un po' didascalico e schematico, cosicché ne emerge una donna perennemente insoddisfatta le cui nevrosi e infelicità ruotano intorno alla presenza/assenza di un uomo, dei figli, del lavoro.
Forse è un po' vero, forse però è un po' poco.
Usciamo dal cinema pensando a quanto sia difficile individuare il giusto equilibrio tra le varie componenti della nostra vita e questo era vero per la generazione che ci ha preceduto e anche per la nostra. Ma forse non serviva Cristina Comencini per saperlo né per spingerci a una riflessione.
Insomma, il tutto mi è sembrato gradevole e non stupido, ma nemmeno tanto profondo.
Brave le nostre attrici con una menzione particolare per Paola Cortellesi, sempre troppo poco sfruttata dal nostro cinema. Ricordiamo anche le altre interpreti: Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi, Valeria Milillo, Claudia Pandolfi, Alba Rohrwacher, Carolina Crescentini.
Voto: 2,5/5
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