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domenica 29 settembre 2019

Gloria mundi

A completamento del mio personale percorso nella rassegna Da Venezia a Roma, vado a vedere l'ultimo film di Robert Guédiguian, Gloria mundi, il cui titolo completo sarebbe in realtà (sic transit) gloria mundi. Il titolo è già tutto un programma dell'approccio profondamente pessimistico che sta alla base di questo film, che il regista - a mio modo di vedere - struttura come una specie di tragedia classica traslata su un tempo presente rispetto al quale c'è ben poco da stare allegri.

La lettura del film di Guédiguian come una tragedia classica in chiave moderna risulta secondo me evidente nell'epilogo in cui - di fronte all'evento che costituisce l'inevitabile esito del climax narrativo ed emotivo fin lì sviluppatosi - tutti i personaggi sono riuniti in un solo luogo, ognuno con le proprie reazioni di fronte a quanto accaduto, quasi a formare un coro o a comporre un polittico.

Questa lettura consente inoltre di attenuare il giudizio critico che è stato espresso da più parti nei confronti dell'impianto piuttosto didascalico della narrazione e del carattere un po' stereotipato e monodimensionale dei personaggi, prerogative queste piuttosto tipiche dell'impianto tradizionale della tragedia classica.

Ciò detto, è piuttosto evidente che, nonostante le lodevoli intenzioni, il risultato non sia perfettamente riuscito, forse perché noi uomini postmoderni di fronte a un sovraccarico tematico ed emotivo eccessivo, come in questo caso, tendiamo a reagire con una buona dose di cinismo.

Protagonista silenziosa di questo film è la Gloria richiamata nel titolo: è infatti con la nascita di questa bambina che il plot narrativo prende le mosse. Gloria è figlia di Mathilda (Anaïs Demoustier) e di Nicolas (Robinson Stévenin). Mathilda è a sua volta la figlia di Sylvie (Ariane Ascaride, vincitrice a Venezia della Coppa Volpi con un'interpretazione molto equilibrata) e di Daniel (Gérard Meylan, l'attore feticcio di Guédiguian), che però è in prigione a Rennes per un episodio avvenuto in gioventù. Nel frattempo Sylvie si è sposata con Richard (Jean-Pierre Darroussin), da cui ha avuto una seconda figlia, Aurore (Lola Naymark), che è fidanzata con Bruno (Grégoire Leprince-Ringuet).

Quando Daniel esce di prigione, avendo saputo di essere diventato nonno, torna da Sylvie e da sua figlia per conoscere Gloria. Qui trova una situazione difficile: Sylvie e Richard lavorano rispettivamente come donna delle pulizie e autista dell'autobus in turni opposti e riescono a malapena a garantirsi una vita dignitosa; Mathilda lavora come commessa in prova e Nicolas fa l'autista per Uber, ma i loro lavori oltre che poco redditizi sono molto precari e appesi a un filo. Gli unici che vivono agiatamente sono Aurore e Bruno che gestiscono una specie di moderno banco dei pegni dove acquistano a pochi euro quello che la gente vende perché ha bisogno di contanti, lo fanno sistemare o riparare da operai in nero e lo rivendono a un prezzo di gran lunga superiore.

Tutto questo avviene sullo sfondo di una città, Marsiglia, attraversata da profonde tensioni e contraddizioni: da un lato si interviene pesantemente a cambiare il volto e a intaccare anche l'anima della città, riempiendola di nuovi grattacieli e riqualificando in modo talvolta poco rispettoso le aree del centro, come il Vecchio Porto, dall'altro le periferie continuano a essere abbandonate a sé stesse; i militari occupano molte parti della città per il pericolo terrorismo, mentre poveri e immigrati creano veri e propri accampamenti dove poter vivere.

In questo contesto sociale ed economico, in cui vige la legge del più forte e in cui si innesca una vera e propria guerra tra poveri, categoria cui ormai appartengono indistintamente francesi e immigrati, ciò che viene dolorosamente sacrificato e continuamente calpestato sono le vite e la dignità delle persone, inevitabilmente ridotte alla disperazione e disposte a fare qualunque cosa per sopravvive, mentre chi si arricchisce lo fa sempre di più senza alcuno scrupolo morale.

Il Ken Loach francese disegna un quadro a tinte fosche della contemporaneità, rappresentando una spirale distruttiva nella quale dimensione personale e sociale contribuiscono entrambe alla decadenza di un'intera civiltà.

Quello di Guédiguian è evidentemente un grido di dolore che nasce da uno specifico luogo, una città, quella Marsiglia ch'egli ama molto e che probabilmente non riconosce più, e si allarga a una società intera il cui funzionamento, sotto la falsa promessa di opportunità a disposizione di tutti, polarizza i guadagni e distrugge le vite.

La speranza di futuro normalmente associata a una nuova vita è qui capovolta in assenza di prospettive, e viene inevitabilmente da chiedersi quale futuro stiamo preparando per tutte le Gloria del mondo.

E forse, come il suo protagonista Daniel, anche il regista preferisce la privazione della libertà del carcere alla libertà solo apparente che la nostra società ci offre.

Voto: 3,5/5

lunedì 8 luglio 2019

Sorry, we missed you. Alice et le maire. Portrait of a lady on fire. Da Cannes a Roma, 12-16 giugno 2019

Anche quest'anno non mi lascio scappare l'opportunità di vedere qualcuno dei film presentati al festival di Cannes in anteprima e in lingua originale. Perdo il film vincitore perché la sera che ci posso andare la sala è sold out già dal giorno prima (sebbene poi mi dicano che il cinema abbia deciso di aggiungere un'altra proiezione in una seconda sala), ma nel weekend riesco a invece a vedere tre film, e con grande soddisfazione. In particolare, in tutti e tre ho riconosciuto e apprezzato la componente "politica", in alcuni casi più esplicita, in altri meno evidente, ma sempre molto forte e portatrice di riflessioni per lo spettatore.

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Sorry, we missed you

Quando esco dal cinema dopo aver visto un film di Ken Loach la domanda che mi pongo è sempre la stessa: "Come faremo quando non ci sarà più lui a sbatterci sotto il naso le storture del nostro sistema economico-sociale e a costringerci a riflettere sulla china che abbiamo imboccato?". Per qualcuno i film di Ken Loach tendono a essere un po' ripetitivi; a mio modesto avviso, il grande vecchio del cinema britannico non sbaglia un colpo e riesce ad alzare l'asticella mantenendo il senso della misura.

Questo suo ultimo film ha innanzitutto un titolo bellissimo: Sorry, we missed you è la dicitura che compare sugli avvisi che i corrieri lasciano sulla porta quando non trovano il cliente, ma in fondo è anche l'atto di scuse che la società tutta dovrebbe fare a tante categorie di lavoratori. Il film parla di Ricky Turner (Kris Hitchen) che - dopo aver fatto molti lavori - decide di mettersi "in proprio" accettando un lavoro di consegna pacchi. Ricky vuole cogliere questa opportunità perché intravede in essa la possibilità di mettere da parte i soldi sufficienti per sottoscrivere il mutuo di una casa e smettere di pagare un affitto. Ricky ha una moglie, Abbie (Debbie Honeywood) che fa la badante per un'agenzia di servizi, e due figli, Liza Jane (Katie Proctor) di una decina d'anni, e Seb (Rhys Stone) che ha quindici anni e marina la scuola per andare a fare graffiti sui muri.

Ricky convince la moglie a vendere la sua macchina per comprare un furgone e massimizzare i guadagni, ma ben presto la scelta di questo lavoro, solo apparentemente autonomo ma in realtà governato dai tempi imposti dallo scanner che registra tutti i tempi e tutte le transazioni e i cui rischi sono completamente a carico del lavoratore, si dimostrerà una bomba a orologeria destinata a mandare in frantumi i già precari equilibri familiari. Mentre i due genitori si ammazzano di lavoro rinunciando a qualunque cosa, compreso il tempo insieme e con i loro figli, la presunta prospettiva di un futuro migliore non compensa la solitudine e lo spaesamento dei due ragazzi, la piccola sempre più inquieta e il grande sempre più oppositivo e sfidante.

In un climax di tensione che tira fuori il peggio da persone che con ogni evidenza hanno cuori buoni e intenzioni positive, viene fuori il ritratto di una società che si è svenduta a un'economia disumana che crea solitudine e disperazione, e non fa stare meglio nessuno se non pochissimi.

E Loach non ci dà delle risposte, perché forse non ne ha e perché le cose sono andate talmente oltre che le risposte non sono affatto facili, lasciandoci invece con un grande interrogativo: "Quand'è che ci siamo distratti fino al punto da aver consegnato le nostre vite a un sistema economico così brutale e abbiamo abdicato ai diritti così faticosamente conquistati dai lavoratori?". Forse è il momento di aprire gli occhi di fronte al fatto che il capitalismo finanziario e l'economia digitale hanno trovato il modo di creare nuove e ampie sacche di schiavitù lavorativa anche nei paesi apparentemente civilizzati ed evoluti, dandoci persino l'impressione di avere ancora la possibilità di scegliere e che tutto questo si possa chiamare progresso.

Voto: 4/5




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Alice et le maire

E dopo Ken Loach non poteva esserci migliore seguito di Alice et le maire, il film di Nicolas Pariser che vede protagonisti Fabrice Luchini nei panni di Paul Theraneau, il sindaco di Lyon, e Anaïs Demoustier in quelli di Alice, una giovane letterata/filosofa che lascia il suo lavoro di insegnamento a Oxford per lavorare per il sindaco e il suo Gabinetto.

In forma di commedia - anche piuttosto divertente, come i francesi riescono a fare molto bene - il film di Pariser propone una riflessione raffinata e molto attuale sul rapporto tra politica e filosofia, e anche tra politici e intellettuali, e forse - per dirla in maniera ancora più precisa - tra politica e pensiero di sinistra. Thereneau è un politico con la P maiuscola, uno che alla politica ha dedicato la vita intera ma che ora vive una specie di crisi esistenziale e di carenza di idee incisive per la società, svuotato nella sua carica innovativa e schiacciato tra gli effetti perversi del populismo da una parte e i vetusti meccanismi partitici dall'altra. Alice è giovane e relativamente disillusa sulla politica, com'è proprio della sua generazione, mentre crede molto nell'importanza della riflessione teorica e nella forza delle idee.

Quando Alice arriva al Comune di Lyon si trova catapultata in un ambiente schizofrenico, che è il contrario della riflessione e dello studio, in cui tutti corrono e tutto è urgente. Alice osserva sorniona e decisamente divertita questo mondo, percependo il non-senso dei meccanismi della politica. Poiché è lì per aiutare il sindaco a ritrovare stimoli e idee, parla con Thereneau - di persona o al telefono - nei brevi momenti di pausa tra un impegno e l'altro, in un viaggio in macchina, durante un pranzo di lavoro o la sera prima di andare a dormire (o persino dopo, quando lei è già a dormire ma il sindaco no).

Nel confronto tra queste due persone, molto lontane per esperienza e formazione, ma in realtà accomunate dall'interesse per il futuro della società nella quale viviamo e dell'umanità tutta, emergeranno questioni centrali del dibattito contemporaneo (il significato del progresso, il rapporto col capitalismo, la questione dell'ecologia) e i due protagonisti impareranno la necessaria complementarietà tra politica e filosofia, l'una inevitabilmente destinata a svuotarsi senza i principi morali che informano idee e teorie, l'altra destinata a restare vuota retorica senza un confronto con la complessità del reale e con la quotidianità dell'azione e della presenza.

Alice comprenderà che le convulse giornate del sindaco non sono solo un vezzo elettorale da politico, bensì l'esito dei compiti e delle responsabilità sempre più ampie attribuite alla politica; Theraneau imparerà ad andare al cuore dei problemi mettendo da parte le operazioni di puro marketing politico e i tatticismi partitici. Il discorso mai pronunciato che i due scriveranno insieme è un'assunzione di coraggio sulla necessità di parlare dei veri temi della contemporaneità, come è quello di un sistema economico globale che produce effetti perversi e devastanti sul piano sociale.

È questa la strada per la rinascita di una politica di sinistra che torni a parlare alle persone? Pariser non sembra particolarmente ottimista, raccontando una storia che vira dal potenziale cambiamento a livello sistemico verso un processo di consapevolezza individuale, ma anche di ripiegamento nel privato.

Siamo destinati a non avere alternative a un mondo intellettuale che - come dice Theraneau - di fronte a una questione importante sa al massimo organizzare convegni e a un mondo politico trasformato in un circolo mediatico in cui a fare la differenza sono le strategie di marketing?

Al di là della risposta - che mi inquieta non poco - tanto di cappello al film di Pariser perché c'è ancora speranza se c'è ancora chi riesce a parlare di politica e di idee in questo modo alto e leggero, senza indugiare sul marcio e sul morboso. Grazie.

Voto: 4/5



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Portrait of a lady on fire

L'ultimo film della mia personale selezione della rassegna "Da Cannes a Roma" è quello di Céline Sciamma, regista e sceneggiatrice che seguo dai tempi di Water Lilies e che ho apprezzato particolarmente con Tomboy.

Non si può certo dire che Portrait of a lady on fire sia un film che parla di politica, come per i film di Loach e Pariser, eppure non è sbagliato - come dicono la regista e le attrici in alcune interviste - riconoscerne una componente politica in senso più ampio. Il film - ambientato nel Settecento e interpretato tutto al femminile - parla della condizione femminile, dell'impossibilità di scegliere per la propria vita, della situazione di minorità della donna nelle arti e anche della solidarietà femminile come unico supporto nelle situazioni di difficoltà.

Tutto inizia in un'aula in cui Marianne (Noémie Merlant) sta posando per le sue giovani allieve e impartendo loro degli insegnamenti sul ritratto, quando una delle allieve ritrova un quadro che raffigura una donna parzialmente voltata di spalle con la parte bassa del vestito in fiamme che cammina su una spiaggia di notte. È appunto il ritratto di una donna in fiamme, che riporta alla mente di Marianne in un lungo flusso di ricordi la storia da cui quel quadro è nato.

Diversi anni prima una barca porta Marianne su un'isola dove è stata chiamata da una contessa (Valeria Golino) per farle realizzare un ritratto di sua figlia Héloïse (Adèle Haenel), appena uscita dal convento per sposare un pretendente milanese, dopo la morte (quasi certamente un suicidio) di sua sorella.

Héloïse rifiuta di farsi ritrarre perché non accetta la decisione della madre di farla sposare, cosicché Marianne sarà presentata come una dama di compagnia e dovrà dipingere la giovane donna di notte e facendo affidamento sulla sua capacità di osservazione e di memoria.

L'inganno sarà presto svelato e Marianne, insoddisfatta del risultato ottenuto, chiederà alla contessa una seconda possibilità da portare a termine prima del suo ritorno, dopo qualche giorno di assenza.

In questi pochi giorni, la casa diventa il regno dove le due donne, Marianne e Héloïse, insieme alla domestica Sophie, riscrivono tutte le regole sociali che valgono all'esterno, in una condizione di sospensione dalla realtà eccezionale e irripetibile. In questo spazio di straordinaria libertà, le due donne si avvicinano progressivamente e la tensione tra di loro si trasforma in attrazione amorosa, facendo loro scoprire la gioia dell'amore e della condivisione delle passioni proibite alle donne.

La realtà ripiomberà bruscamente in questo mondo capovolto con il rientro della contessa, che porterà alla partenza di Marianne e ai preparativi per il matrimonio di Héloïse.

In quella che potrebbe apparire come una storia tutto sommato convenzionale Céline Sciamma riesce a infondere un senso di mistero e di magico che passa attraverso la ritrosia, i silenzi e gli sguardi delle due donne e che si svela a poco a poco senza mai sciogliersi completamente.

La sequenza in cui Héloïse e Marianne escono per la prima volta insieme per una passeggiata è un capolavoro "pittorico": Marianne (e la telecamera) segue Héloïse che è di spalle con il capo coperto dal cappuccio della sua mantella fino a quando questo cade scoprendo i capelli biondi raccolti sulla nuca e la giovane donna si gira mostrando il suo volto e i suoi occhi chiari.

In The portrait of a lady on fire c'è - sia dal punto di vista visivo che emotivo - una fortissima impronta artistica, che funziona perfettamente anche e soprattutto grazie al fascino magnetico ed enigmatico di Adèle Haenel e a quel misto di stupore e confusione che attraversa lo sguardo di Noémie Merlant.

Per tutti questi motivi sono perfettamente d'accordo con il commento che ne ha fatto su Instagram Xavier Dolan - anche lui in concorso a Cannes - subito dopo averlo visto.

Voto: 3,5/5

giovedì 23 aprile 2015

Una nuova amica

Il nuovo film di François Ozon è liberamente ispirato a una novella di Ruth Rendell (che a questo punto - tra l'altro - mi incuriosisce non poco!).

Personalmente, trovo che Ozon sia un maestro nel rappresentare l'ambiguità e la complessità dei sentimenti, del desiderio e della sessualità, ed è forse uno dei pochi in grado di farlo in maniera al contempo diretta e delicata, sotterranea ed esplicita.

In Una nuova amica il regista francese gioca con lo spettatore spiazzandolo a tutti i livelli, a partire dal titolo del film. Ci aspettiamo infatti che protagonista di questa narrazione sia David (Romain Duris, l'attore feticcio di Cédric Klapisch), il giovane marito e padre che - persa la moglie Laura (Isild Le Besco) per una malattia - esplora la propria identità femminile travestendosi da Virginia. Il personaggio di David/Virginia appare in prima battuta quello più spiazzante, nonché quello chiamato a turbare il mondo ordinato dello spettatore.

Ma in realtà la vera protagonista di questa storia è Claire (Anaïs Demoustier), fin da bambina amica di Laura, con la quale - sulla base di un vero e proprio patto di sangue - ha condiviso i giochi, le vacanze, i primi amori, seguendola dappresso in tutti i passi della vita.

Ora, dopo la morte di Laura, Claire - faccia pulita da brava ragazza, sposata con Gilles - vorrebbe mantenere la promessa di occuparsi del marito dell'amica e di sua figlia, ma la scoperta casuale dei travestimenti di David e del suo desiderio di esplorare la sua identità femminile innesca un processo i cui esiti non sono per nulla scontati.

Claire, che in un primo momento sembra rifuggire spaventata di fronte all'ambiguità di David/Virginia, viene a poco a poco conquistata da questo gioco di slittamento continuo dell'identità che si fa sempre più pericoloso e, soprattutto, sempre più personale.

I confini del maschile e del femminile si fanno confusi e si mescolano in modi imprevedibili, così come il desiderio ne travalica i confini facendosi imprevedibile. Il nostro innato bisogno di attribuire persone e sentimenti a delle categorie, magari anche originali e inaspettate, però certamente riconoscibili, viene continuamente sovvertito da Ozon, con una costruzione della narrazione che essa stessa oscilla - e spesso mescola - il cupo e il giocoso.

Certo, Ozon - che qui si ritaglia persino un cameo giocando pure lui sull'ambiguità - non è un regista misurato, e ogni tanto anche in questo film il suo addentrarsi nei meandri dell'identità e dei sentimenti sembra slabbrarsi e perdere di solidità. Nel complesso però questo scavo psicologico resta potente e delicato, e costringe lo spettatore ad accettare e, in qualche misura, ad anticipare insieme al regista qualunque esito. Al punto tale che di fronte all'epilogo l'interpretazione più immediata non è - nemmeno quella! - l'unica possibile.

Voto: 3,5/5