Sono ormai diversi anni che seguo il lavoro di Lucia Calamaro, di cui ho già visto diversi spettacoli a teatro. La considero una delle drammaturghe italiane più interessanti e che ha davvero qualcosa da dire e da raccontare.
Con L'origine del mondo torniamo indietro nel tempo, a un suo lavoro che risale a circa 15 anni fa, a un periodo alquanto difficile della sua vita, segnato dalla depressione, tema centrale di questo testo.
Quel periodo e quella condizione fortemente individuale hanno acquisito negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, una rilevanza sociale, tanto che da più parti si lancia l'allarme sul dilagare delle situazioni depressive, anche nei giovani.
Il testo torna dunque di stringente attualità, e così Lucia Calamaro decide di riportarlo in scena offrendo il ruolo principale a Concita De Gregorio, che - nonostante le perplessità iniziali - decide di accettare perché, anche in conseguenza delle sue vicende individuali, sente il testo molto vicino e personale.
Per quanto mi riguarda, mentre vedo lo spettacolo - e non avendo ancora letto che risale a 15 anni fa -, penso a più riprese che sia stato scritto per Concita, quasi cucito addosso a lei, tanto percepisco un forte senso di riconoscimento con quanto sta recitando.
L'origine del mondo parla di una donna di mezza età che cade in una condizione depressiva: non ci viene spiegato perché e se c'è un motivo specifico, ma la donna si è praticamente autoreclusa in casa, fatte salve le sedute presso la sua psicanalista.
La vicenda viene raccontata in tre parti. Nel primo atto, Concita durante la notte, a causa dell'insonnia si ritrova davanti al frigorifero a decidere se e cosa ha voglia di mangiare e a fare considerazioni su sé stessa e la propria vita; a un certo punto compare sua figlia, che a sua volta si è svegliata e con cui inizia un dialogo nel quale si confrontano la necessità della ragazza di poter contare sulla madre e l'impossibilità della madre di occuparsi di altro che non sia la sua condizione di malessere perenne. Il dialogo con la figlia si alterna a quello con la psicanalista, da cui emerge il senso di frustrazione di chi vorrebbe una soluzione al proprio stato e non la trova. Nel secondo atto, madre e figlia sono intorno alla lavatrice, quando arriva la madre di Concita, una donna di un'altra generazione che non riesce a farsi una ragione dello stato di catatonia della figlia e cerca di scuoterla con il suo approccio dirompente e un po' invadente, e con un buon senso forse un po' terra terra ma a tratti comprensibile. Nel terzo atto, Concita è di nuovo a confronto con la sua psicanalista con cui l'incomunicabilità sembra totale, ma in realtà nelle pieghe di questa non comunicazione si intrufola la possibilità per Concita di uscire finalmente dal suo guscio e di provare a riprendere in mano la propria vita.
Il racconto dei passaggi narrativi fa forse pensare a uno spettacolo drammatico, ma in realtà - com'è tipico degli spettacoli della Calamaro - il testo, pur trattando temi importanti, è fortemente ironico: si ride dei personaggi sul palco e anche di sé stessi, perché non si può fare a meno di riconoscersi in alcuni passaggi del testo, che è poi probabilmente il vero punto di forza del lavoro della Calamaro, cioè la profonda umanità che - pur concedendosi divagazioni intellettualistiche e colte, comunque in questo caso in modo ironico - riesce a parlare credo davvero a tutti.
Sarà per questo che due ore e mezza di spettacolo non mi sono pesate affatto. Le attrici tutte molto brave: Concita De Gregorio in questa inedita veste di attrice davvero sorprendente, notevoli anche Alice Redini (nel doppio ruolo della figlia e della psicanalista) e Lucia Mascino (nel ruolo della madre), che a teatro trovo ad ogni spettacolo sempre più brava e convincente.
Mi accorgo - guardando le mie recensioni degli altri spettacoli della Calamaro che ho visto in passato - che ho sempre messo lo stesso voto (3,5/5), il che significa che trovo che il suo teatro di alto livello e totalmente godibile, oltre che dai contenuti interessanti, ma - per il mio personale punto di vista - manca quel quid - che non saprei nemmeno identificare - per rendermeli totalmente indimenticabili.
Voto: 3,5/5
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lunedì 15 aprile 2024
venerdì 7 febbraio 2020
Si nota all’imbrunire / con Silvio Orlando. Teatro Quirino, 24 gennaio 2020
Silvio (Orlando) è un vedovo che si è ritirato a vivere in una casa di campagna in un paesino di pochi abitanti. La sua è diventata un’esistenza prevalentemente statica (Silvio sta per la maggior parte del tempo seduto) e costruita intorno a specifiche abitudini e piccole manie, che nella maggior parte dei casi non contemplano, anzi escludono l’interazione con altre persone.
In occasione però del suo compleanno e dell’anniversario della morte della moglie, arrivano a casa i figli, Maria (Maria Laura Rondanini), Alice (Redini) e Riccardo (Vincenzo Nemolato), nonché il fratello Roberto (Nobile).
Questa convivenza (più o meno forzata) porta alla luce tutte le dinamiche familiari, quella relativa al rapporto tra padre e figli, quella tra i fratelli Silvio e Roberto e, infine, quella tra i figli, ormai adulti, ognuno con la propria vita e le proprie complessità. Maria è pedante e depressa, convinta di poter salvare il mondo, Alice ha ambizioni da poetessa ma è frustrata da una sostanziale mancanza di creatività e si rifugia in un atteggiamento un po’ infantile, Riccardo vuole fare i soldi facilmente e senza lavorare; ognuno di loro alterna momenti di sintonia e altri di conflittualità con gli altri componenti della famiglia, a tratti rifugge e poi ritorna all’alveo familiare in una danza infinita che oscilla tra autonomia e dipendenza. Tutti hanno qualcosa da dire al loro padre, di cui non condividono la scelta di isolamento, esattamente come il fratello di lui, Roberto, sempre pronto a rintuzzare Silvio.
Lo spettacolo – in perfetto stile dramedy - si muove tra momenti leggeri e ironici, che fanno ridere e sorridere (anche grazie alla bella interpretazione di Silvio Orlando), e momenti drammatici e malinconici, che fanno riflettere e in cui tutti potranno riconoscere dinamiche familiari note e personali.
Il testo di Lucia Calamaro (che è anche la regista dello spettacolo) ha vinto il premio Ubu come miglior testo o nuovo progetto drammaturgico ed è anche una pubblicazione di Marsilio con il titolo Si nota all’imbrunire (Solitudine da paese spopolato).
La sua forza si gioca, oltre che sull’equilibrio tra ironia e malinconia, sul colpo di scena finale che in parte ribalta l’interpretazione della storia raccontata e conferisce a quanto visto e ascoltato un significato forse più complesso e sicuramente meno consolatorio, puntando l’attenzione sui rischi dell’isolamento sociale delle persone che si trovano nella condizione di Silvio.
A me il testo è piaciuto però molto di più nelle parti dedicate alla disamina dei rapporti familiari, agli approfondimenti dei profili psicologici individuali e ai rischi prodotti sugli equilibri familiari dall’irrisolutezza individuale e dal mancato rispetto verso le scelte altrui. La frase che a un certo punto Silvio dice in merito al fatto che bisognerebbe smettere di essere genitori e figli quando questi ultimi hanno 30-40 anni e diventare semmai parenti alla lontana o conoscenti è qualcosa di profondamente vero e su cui forse non si è ancora riflettuto abbastanza.
Molto meno mi sono piaciute le digressioni diciamo “di puro intrattenimento”, in particolare alcuni piccoli monologhi affidati al fratello Roberto, fors’anche perché non amo la recitazione molto spinta sulla macchietta di Roberto Nobile (già visto insieme a Silvio Orlando nella messa in scena di Lacci di Starnone).
Nel complesso un testo per me un po’ discontinuo, ma con diversi punti forti e vette narrative non certo scontate, e con una messa in scena pulita e registicamente efficace.
Osservo con F. che deve esserci in questo periodo la moda delle scenografie con le quinte (delle pareti semitrasparenti su cui si aprono porte e che simulano ambienti diversi e livelli narrativi a volte differenti), perché ultimamente ne abbiamo viste a teatro almeno tre (in questo spettacolo, in Zero e in Ditegli sempre di sì): belle, ma magari meglio non esagerare ;-)
Voto: 3,5/5
In occasione però del suo compleanno e dell’anniversario della morte della moglie, arrivano a casa i figli, Maria (Maria Laura Rondanini), Alice (Redini) e Riccardo (Vincenzo Nemolato), nonché il fratello Roberto (Nobile).
Questa convivenza (più o meno forzata) porta alla luce tutte le dinamiche familiari, quella relativa al rapporto tra padre e figli, quella tra i fratelli Silvio e Roberto e, infine, quella tra i figli, ormai adulti, ognuno con la propria vita e le proprie complessità. Maria è pedante e depressa, convinta di poter salvare il mondo, Alice ha ambizioni da poetessa ma è frustrata da una sostanziale mancanza di creatività e si rifugia in un atteggiamento un po’ infantile, Riccardo vuole fare i soldi facilmente e senza lavorare; ognuno di loro alterna momenti di sintonia e altri di conflittualità con gli altri componenti della famiglia, a tratti rifugge e poi ritorna all’alveo familiare in una danza infinita che oscilla tra autonomia e dipendenza. Tutti hanno qualcosa da dire al loro padre, di cui non condividono la scelta di isolamento, esattamente come il fratello di lui, Roberto, sempre pronto a rintuzzare Silvio.
Lo spettacolo – in perfetto stile dramedy - si muove tra momenti leggeri e ironici, che fanno ridere e sorridere (anche grazie alla bella interpretazione di Silvio Orlando), e momenti drammatici e malinconici, che fanno riflettere e in cui tutti potranno riconoscere dinamiche familiari note e personali.
Il testo di Lucia Calamaro (che è anche la regista dello spettacolo) ha vinto il premio Ubu come miglior testo o nuovo progetto drammaturgico ed è anche una pubblicazione di Marsilio con il titolo Si nota all’imbrunire (Solitudine da paese spopolato).
La sua forza si gioca, oltre che sull’equilibrio tra ironia e malinconia, sul colpo di scena finale che in parte ribalta l’interpretazione della storia raccontata e conferisce a quanto visto e ascoltato un significato forse più complesso e sicuramente meno consolatorio, puntando l’attenzione sui rischi dell’isolamento sociale delle persone che si trovano nella condizione di Silvio.
A me il testo è piaciuto però molto di più nelle parti dedicate alla disamina dei rapporti familiari, agli approfondimenti dei profili psicologici individuali e ai rischi prodotti sugli equilibri familiari dall’irrisolutezza individuale e dal mancato rispetto verso le scelte altrui. La frase che a un certo punto Silvio dice in merito al fatto che bisognerebbe smettere di essere genitori e figli quando questi ultimi hanno 30-40 anni e diventare semmai parenti alla lontana o conoscenti è qualcosa di profondamente vero e su cui forse non si è ancora riflettuto abbastanza.
Molto meno mi sono piaciute le digressioni diciamo “di puro intrattenimento”, in particolare alcuni piccoli monologhi affidati al fratello Roberto, fors’anche perché non amo la recitazione molto spinta sulla macchietta di Roberto Nobile (già visto insieme a Silvio Orlando nella messa in scena di Lacci di Starnone).
Nel complesso un testo per me un po’ discontinuo, ma con diversi punti forti e vette narrative non certo scontate, e con una messa in scena pulita e registicamente efficace.
Osservo con F. che deve esserci in questo periodo la moda delle scenografie con le quinte (delle pareti semitrasparenti su cui si aprono porte e che simulano ambienti diversi e livelli narrativi a volte differenti), perché ultimamente ne abbiamo viste a teatro almeno tre (in questo spettacolo, in Zero e in Ditegli sempre di sì): belle, ma magari meglio non esagerare ;-)
Voto: 3,5/5
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