Visualizzazione post con etichetta Ali Abbasi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ali Abbasi. Mostra tutti i post

lunedì 6 marzo 2023

Holy spider

Forse Holy spider non è originale e spiazzante come Border – Creature di confine, il precedente film di Ali Abbasi, però è un film ancora più necessario.

Dopo un film ispirato al testo di uno scrittore svedese e in parte debitore nei confronti della cultura scandinava, il regista iraniano naturalizzato danese Ali Abbasi sposta lo sguardo verso il suo paese di origine, quello che ha lasciato molti anni fa, l’Iran, per raccontare una vicenda ispirata alla storia vera di Saeed Hanaei, il serial killer delle prostitute che operò a Mashad tra il 2000 e il 2001.

In realtà il film inizia come un thriller/poliziesco classico di finzione, e la triste verità di quello che ci viene raccontato è rivelata solo alla fine, prima dei titoli di coda.

La storia, nella sua essenza, potrebbe essere ambientata ovunque: Saeed (Mehdi Bajestani) è un reduce di guerra, marito e padre di tre figli, il quale esce la notte per adescare per strada prostitute che poi ammazza in casa strangolandole. Una giovane giornalista, Rahimi (la luminosa Zahra Amir Ebrahimi, giusta vincitrice del premio per la migliore interpretazione femminile a Cannes) arriva dalla città per capirne di più su questi omicidi, e inizia a indagare mettendo a rischio la propria stessa vita.

Ciò che rende questo racconto diverso da altri classici film incentrati su serial killer e dalle trame tutto sommato molto simili è l’ambientazione e il contesto nel quale si svolge. Siamo in Iran, in una città la cui vita ruota attorno a un santuario che è meta di pellegrinaggio, e Saeed è un fanatico religioso, convinto di fare la volontà di Allah ripulendo le strade da donne indegne, e proprio per questo cerca visibilità e seguito. Saeed si muove in un contesto profondamente maschilista e bigotto, nel quale la religione informa e condiziona ogni aspetto della vita individuale e sociale.

La giovane Rahimi, che proviene da Teheran e ha subìto sulla propria pelle gli effetti del maschilismo tossico e violento, si muove nelle pieghe di questo caso con determinazione e sprezzo del pericolo, ma anche con compassione e intelligenza. L’andamento dell’indagine prima e il suo esito dopo sono un viaggio nell’orrore di un paese dominato da uomini autorizzati a spadroneggiare e di donne trattate come oggetti. Un paese le cui istituzioni – ampiamente conniventi se non ispiratrici dei più biechi sentimenti popolari – fanno esclusivamente i propri interessi, strumentalizzando gli individui e scaricandoli quando necessario.

La sequenza finale in cui Rahimi, mentre è nell’autobus che la riporterà a Teheran, riguarda sulla sua videocamera le immagini girate a casa di Saeed che hanno come protagonista il figlio maggiore di quest'ultimo - che ha non più di 12 anni - sono agghiaccianti, un vero e proprio pugno nello stomaco, che danno molto da riflettere sulla responsabilità collettiva del perpetuarsi di questa società profondamente tossica.

Uscendo dal cinema si riesce solo a pensare a quanto siamo fortunate noi donne che non siamo nate e non viviamo in un posto come l’Iran, e si avverte anche la frustrazione e l’impotenza di fronte a un mondo le cui malattie sembrano non avere cura.

Zahra Amir Ebrahimi è interprete perfetta di questa figura di donna che non si vuole sentire inferiore a nessuno e vuole combattere il sistema, e illumina lo schermo con la sua presenza per tutta la durata del film. Conoscere (solo a posteriori nel mio caso) la sua storia personale (un video intimo è stato diffuso pubblicamente in Iran ed è dovuta per questo fuggire in Francia dove attualmente vive), è soltanto un elemento che suggella la forza del suo personaggio.

Voto: 3,5/5


lunedì 15 aprile 2019

Border – Creature di confine

Tina (la strepitosa Eva Melander) lavora alla dogana e vive insieme a un amico/fidanzato in una casa in mezzo ai boschi. Il suo aspetto è decisamente poco ordinario e un po’ repellente – come gli sguardi degli altri non mancano di farle notare -; il suo essere ha un che di animalesco, così come animalesche sono alcune sue caratteristiche decisamente straordinarie, come l’olfatto sviluppatissimo capace di cogliere anche le emozioni delle persone e un feeling particolare con gli animali del bosco, mentre invece i cani domestici le abbaiano impazziti. Tina ha un padre, forse avviato sulla strada della demenza, che va regolarmente a trovare in una casa di cura.

Un giorno, durante il lavoro, Tina incontra Vore (Eero Milonoff), di cui percepisce l’affinità ma che al contempo le causa una sorta di inquietudine. Vore la incuriosisce e la attrae irresistibilmente, al punto da offrirgli di stabilirsi nel capanno vicino casa sua. La vicinanza di Vore e la crescente intimità con lui le permetteranno di conoscere la verità su sé stessa e di comprendere alfine la sua effettiva identità, una scoperta straordinariamente vivifica e liberatoria, ma anche sconvolgente nella misura in cui la spinge a riconsiderare il passato e la mette di fronte a scelte non semplici.

Mentre è in atto questo processo di scoperta di sé, Tina si trova coinvolta attivamente in un’indagine – di cui lei stessa ha reso possibile l’avvio – che rivela un grosso giro di pedofilia perpetrato da persone apparentemente normali su bambini piccolissimi. La rivelazione di tutte le verità su Vore e la sua storia con lui procederà parallela all’indagine della polizia fino a metterla di fronte a decisioni che interpellano la sua coscienza.

Quello di Ali Abbasi, il regista iraniano che vive ormai da tempo in Svezia, è – come è stato osservato – un fantasy realistico, che attinge a piene mani all’immaginario della mitologia scandinava portandolo però all’interno di una realtà riconoscibile e plausibile e facendone, proprio per questo, un prodotto unico nel suo genere. Certamente il film deve molto anche alla scrittura di John Ajvide Lindqvist, già autore del celebre romanzo Lasciami entrare, nonché del racconto a cui il film di Abbasi è ispirato.

Dentro questa confezione sorprendente in cui si mescolano molteplici generi – dal fantasy appunto al poliziesco, dall’horror al dramma toccando finanche la commedia – Abbasi riesce a iniettare occasioni di riflessione ad ampio spettro, dalla ricerca dell’identità al concetto di normalità, dal rapporto con le minoranze all’universalità dei valori morali, dall'incontro con il simile al riconoscimento delle differenze, dall’amore alla violenza.

In particolare ho trovato mirabile il percorso che conduce lo spettatore da una sensazione di disagio e disgusto nei confronti di Tina fino all’identificazione piena con il suo processo di liberazione e di appropriazione dell’identità: le scene di Tina e Vore che corrono nei boschi e fanno il bagno nudi nel fiume, nonché quelle dei loro amplessi amorosi e del primo orgasmo di Tina, trasmettono una gioia che va al di là dei corpi animaleschi dei due e che appartiene a tutti coloro che nella vita hanno compiuto un percorso di riconnessione con sé stessi, quella che io chiamo la seconda nascita, e che è il momento in cui finalmente non ci si sente più fuori posto ma riconciliati con sé stessi e con la propria natura, e che passa anche - ma non solo - attraverso l'incontro con l'altro.

All’uscita dalla sala, la quantità di commenti e riflessioni che si condividono (scambio in cui mi pare tutti gli spettatori sono impegnati, anche quelli a cui il film non è piaciuto) è la conferma della densità di questo film che – attraverso il suo sguardo laterale – ci conduce al cuore di molte tematiche universali e insieme contemporanee.

E, alfine, ci lascia con un messaggio di speranza, ossia che si può essere diversi e irriducibili nella propria diversità, ma condividere gli stessi valori, e che anzi proprio la possibilità per ciascuno di essere quello che è senza assimilazioni forzate rappresenta la condizione migliore non solo della felicità individuale, ma anche del benessere collettivo.

Nella sua apparente follia il film di Abbasi colpisce dritto al cuore, ed è destinato a rimanere negli occhi e nella mente a lungo.

Voto: 4/5