martedì 19 giugno 2012

Chroniques birmanes / Guy Delisle

Chroniques birmanes / Guy Delisle. Paris: Editions Delcourt, 2007.

La lettura dell'ultimo albo di Delisle Cronache di Gerusalemme - pur consigliatissima - mi aveva lasciato una strisciante sensazione di inquietudine e un indefinibile senso di insoddisfazione. Soprattutto perché, pur riconoscendo lo stile inconfondibile di Delisle e la sua straordinaria vena documentaristica - quasi giornalistica - nei confronti delle realtà con cui viene in contatto, non vi avevo trovato l'approccio per così dire ludico che tanto mi aveva entusiasmato in albi precedenti come Pyongyang e Shenzhen.

Dopo aver comprato Cronache birmane, per di più in lingua originale (cosa che per i lavori di Delisle preferisco di gran lunga e visto che l'edizione italiana risulta introvabile), ho finalmente capito che mi erano mancati l'ironia tenera e il modo affettuoso con cui il fumettista canadese guarda a se stesso e al mondo circostante.

Per molti versi Cronache birmane ha delle somiglianze con Cronache di Gerusalemme visto che - in entrambi i casi - si tratta di viaggi fatti da Delisle al seguito della moglie Nadêge impegnata in missioni di Medici Senza Frontiere.

Tra Cronache birmane e Cronache di Gerusalemme corrono però alcuni anni. In questi anni innanzitutto la famiglia Delisle si è allargata: al piccolo Louis, protagonista assoluto del viaggio in Birmania, disegnato in modo adorabile soprattutto nei piccoli progressi della crescita, si è affiancata una bimbetta altrettanto vivace e divertente. In questi anni forse l’ironia di Delisle – vuoi anche per il progredire dell’età – è stata leggermente offuscata da un sotterraneo pessimismo, da una forma di disillusione e disincanto che tutti prima o poi sperimentiamo.

Certo, dipenderà anche dal feeling con i luoghi visitati. È curioso infatti come tremende dittature quali la Corea del Nord e la Birmania suscitino in Delisle un buonismo che Gerusalemme e dintorni non riescono ad alimentare. Il fatto è che di solito Delisle mostra una sincera compassione per le popolazioni, vittime di culture, regimi, vicende storiche che hanno determinato uno stato delle cose che essi stessi sono vivono in qualche modo con filosofia.

Dai racconti di Delisle si ha l’impressione che in Cina, in Corea del Nord, in Birmania la gente sia capace di non prendersi sul serio, e ciò ha un riflesso evidente sul modo in cui Delisle racconta se stesso e le sue avventure. Anche Guy riesce a ridere e sorridere di se stesso, delle sue paure, delle sue stupidità, delle sue idiosincrasie. Tutto questo non accade in Cronache di Gerusalemme dove tutti si prendono troppo sul serio e lo stesso Delisle non riesce ad applicare a se stesso un diverso registro.

In Cronache birmane il modo in cui il fumettista è in grado di raccontare la sua esperienza e, attraverso questa, le caratteristiche di un paese è straordinario. La capacità di cogliere il dettaglio ed amplificarlo per portarlo all’attenzione del lettore è sorprendente. La vividezza con cui ci si para davanti la sua vita di tutti i giorni e quella della popolazione locale è inimitabile per qualunque altra forma d’arte.

Grazie a Delisle e alle sue Cronache birmane due lunghi viaggi in treno si sono trasformati in una parentesi piacevole e divertente, ma anche densa di contenuti, in uno stile narrativo fluido e al contempo sintetico come nella migliore tradizione del graphic novel.

Gli episodi che hanno colpito la mia attenzione sono numerosissimi: le bizzarrie del meteo locale e la difficoltà di abituarsi ad esso, il rapporto con il figlio e la capacità di trasmettere gioie e fatiche del tempo trascorso con un bimbo così piccolo, le stranezze e le buffe abitudini dei locali, il variopinto e un po’ pretenzioso mondo delle ONG, la propria natura profondamente adolescenziale che viene fuori a più riprese, la capacità di estrapolare da insiemi complessi gli elementi essenziali o comunque quelli maggiormente degni di attenzione, i ritratti umani e molto molto altro.

Ho letteralmente adorato questo graphic novel. Arricchente e liberatorio.

Voto: 4,5/5

giovedì 14 giugno 2012

Camille redouble


Nell'ambito dell'ormai tradizionale rassegna Le vie del cinema da Cannes a Roma decido di andare a vedere quello che - ad una lettura abbastanza superficiale delle trame - sembra essere uno tra i pochi film non deprimenti della rassegna. E non me ne pento.

Oltre alla sorpresa di avere Nanni Moretti seduto due file davanti a me (ma non era il presidente della giuria a Cannes? ;-)), il film si rivela una sorpresa ben più gradita. Il primo sorriso arriva dai sottotitoli in italiano che traducono il titolo del film in Camilla la ripetente, che sinceramente "nun se po' sentì", fa troppo film porno-soft italiano degli anni Settanta!

Classico caso in cui è meglio lasciare il titolo del film in lingua originale e spero che i distributori italiani - qualora il film arrivasse nelle nostre sale - seguano il consiglio.

Protagonista è Camille (Noémie Lvovsky, anche regista e co-sceneggiatrice), che a quarant'anni beve come una spugna perché non ha mai superato la morte di sua madre e non accetta il divorzio da Eric (Samir Guesmi), l'uomo con cui sta da 25 anni e da cui ha avuto una figlia.

La sera dell'ultimo dell'anno Camille va ad una festa dalle sue amiche del liceo e dopo aver bevuto e ballato sviene. Si sveglierà nel mondo dei suoi 16 anni, ma avendo 16 anni solo agli occhi degli altri. Camille infatti non solo conserva sempre il proprio corpo di quarantenne (è buffissima nei suoi abiti da sedicenne che però indossa con grande nonchalance) ma ha anche perfettamente presenti tutti i suoi ricordi e la sua vita degli ultimi venticinque anni.

La domanda è: sapendo come andranno le cose Camille potrà cambiare il corso della sua esistenza e soprattutto che cosa tenterà di cambiare?

Da certi punti di vista Camille redouble ricorda il tema di Sliding doors, proponendo una riflessione sul destino e su quanto possiamo incidere su di esso, il tutto riassunto nella formula contenuta nella preghiera della serenità richiamata dall'orologiaio che ha un ruolo centrale nella storia: "dammi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare; il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare; la saggezza per distinguer le une dalle altre".

Dunque, possiamo tenere il nostro orologio un secondo indietro rispetto al movimento dei pianeti per avere la possibilità di vivere due volte quello stesso istante, ma ci sono delle cose della nostra vita che non potremo cambiare. Camille vedrà di nuovo morire sua madre, si innamorerà di nuovo di Eric pur tentando di sfuggirgli, resterà di nuovo incinta di sua figlia.

Però, la consapevolezza del fatto che tutto ha una fine, che la pretesa di immortalità e di eternità è un'illusione tutta umana, le permetteranno di non farsi sfuggire la quotidianità, di non dare niente per scontato, di dare valore ai sentimenti, di portarsi dietro i ricordi. Quei ricordi che, secondo Noémie Lvovsky, evidentemente sono l'unica cosa di cui possiamo fare veramente tesoro.


E così gli anni Ottanta irrompono sullo schermo con tutto il loro portato: il walkman, le musicassette, le feste dei 18 anni, i poster di David Bowie e Madonna alle pareti (quelli forse ci sono ancora!), le scarpe Dr. Martens. Mi sa che il prossimo decennio a ritornare alla ribalta sarà proprio questo.

Durante la visione di Camille redouble si ride molto. Tutto appare buffo. Non necessariamente leggero, ma affrontato con leggerezza di spirito.
E se anche i francesi sono diventati capaci di questo, mi sa che ormai restiamo solo noi a crogiolarci nella nostra pesantezza.

Voto: 4/5

venerdì 8 giugno 2012

Scandaloso omicidio a Istanbul / Mehmet Murat Somer


Scandaloso omicidio a Istanbul / Mehmet Murat Somer; trad. di Anna Lia Proietti Ergün. Palermo: Sellerio, 2009.

Poco tempo fa avevo letto un altro gialletto ambientato a Istanbul, Hotel Bosforo, e avevo avuto questa curiosa sensazione di un linguaggio un po' banale e semplificato che avevo attribuito all'autrice e alla traduttrice di quello specifico romanzo.

Dopo aver letto Scandaloso omicidio a Istanbul devo forse cominciare a pensare che si tratti sostanzialmente di una differenza linguistica e culturale tra l'italiano e il turco, visto che anche in questo caso la narrazione sembra non raggiungere mai quel livello di attenzione linguistica che di solito ci si aspetta da un romanzo italiano ben scritto. Non voglio dire che il turco produca un italiano non buono, ma semplicemente che forse è necessario accogliere questo stile ed entrare in un universo narrativo che non deve per forza essere giudicato con i parametri culturali e linguistici che ci appartengono più strettamente.

Detto questo, rispetto al precedente romanzo, ho trovato questo di Mehmet Murat Somer più coinvolgente. Innanzitutto per la simpatia del suo protagonista: un trans che di giorno lavora come consulente informatico per progettare sistemi di sicurezza antihacker e di notte è responsabile di un club di trans sempre affollato di clienti. La nostra detective improvvisata è un personaggio psicologicamente molto realistico e sfaccettato, e ha una grande carica di ironia, soprattutto quando consapevolmente si veste e si atteggia come Audrey Hepburn ben sapendo l'effetto che produce sul mondo circostante.

Il pretesto dell'intreccio arriva dall'omicidio di un altro trans che frequenta il locale, Buse (Fevzi nella versione maschile), da cui prendono l'avvio le avventure della nostra protagonista alla scoperta di un giro di ricatti che coinvolge direttamente il mondo politico.

Da un punto di vista puramente giallistico, il romanzo appare un po' irrisolto. Lo scioglimento dell'intreccio risulta un po' banale e il finale lascia un po' di amaro in bocca per il fatto di essere insoddisfacente.

Resta invece interessante la rappresentazione di una Istanbul diversa da quella a cui siamo abituati, o meglio di una Istanbul in cui c'è tutto quello che conosciamo (dai dürum alle sure del Corano), ma c'è anche molto di più, un mondo parallelo e sotterraneo che dimostra di avere una sua dignità e vivacità e un legame con la quotidianità molto più stretto di quanto ci saremmo immaginati. Un linguaggio esplicito e ironicamente diretto nel raccontare questo mondo aiuta a visualizzarlo molto precisamente, così come è apprezzabile la descrizione molto vivida e psicologicamente sostenibile degli altri personaggi.

E così quando la nostra protagonista alla fine cede al tassista Huseyn possiamo dire di essere contenti.

I miei numerosi viaggi in autobus in questo periodo hanno favorito l'immersione in questa lettura che è stata sostanzialmente una compagnia piacevole.

Leggerei volentieri un altro romanzo con la stessa protagonista.
Magari con un intreccio narrativo migliore e più originale!

Voto: 3/5

mercoledì 6 giugno 2012

Dieci inverni / Valerio Mieli

Dieci inverni / Valerio Mieli. Milano: Rizzoli, 2009.

«Una chiocciola percorre in media 5-6 centimetri all’ora. Per fare il giro completo di Venezia impiegherebbe circa dieci anni», sostanzialmente quanti ne impiegano Silvestro e Camilla per trovarsi dopo essersi a lungo inseguiti e mancati dopo il loro primo incontro avvenuto su un vaporetto nel 1999.

Quando si incontrano la prima volta, i due giovani si sono appena iscritti all’università e sono pieni di sogni e di progetti. Sono diversi come il giorno e la notte, eppure tra di loro si crea un legame invisibile, quello che li farà rincontrare più o meno casualmente per dieci anni in momenti diversi delle loro esistenze, senza mai riuscire ad ammettere di amarsi e di voler stare insieme.

Il libro di Mieli si legge in un pomeriggio; in fondo è una sceneggiatura essendo nato quasi contemporaneamente al film omonimo che aveva come protagonisti Michele Riondino e Isabella Ragonese nei ruoli di Silvestro e Camilla.

A me il film – sebbene un po’ triste e forse a volte un po’ banale – era piaciuto (e avevo adorato il cameo di Vinicio Capossela con la sua canzone Parla piano). L’avevo trovato tenero e sincero. Sensazione rafforzata ancora di più dalla lettura del romanzo.

Silvestro e Camilla sono due persone, non due personaggi. Due ragazzi con caratteri diversi; il primo è il classico ragazzone che non vorrebbe crescere mai, che sorride di tutto, che tiene a distanza il dolore e la sofferenza, fa finta di non riconoscerle incontrandole per strada, ma ha anche un cuore grande e generoso. Camilla è una bambina che gioca a fare l’adulta, un po’ secchiona e un po’ timida, insicura nei rapporti con gli altri, profondamente fragile e straordinariamente forte.

Entrambi hanno in realtà una grande paura, quella che non ti fa riconoscere la felicità quando ce l’hai davanti e che ti fa reagire con violenza quando la vita ti offre un’opportunità.

A fare da sfondo a questo quasi amore è l’ambiguità della città di Venezia, il posto dove in assoluto è più facile incontrarsi e più facile perdersi.

Insomma, quello di Mieli non è un romanzo con alte aspirazioni letterarie, ma rispetto a un romanzo che per struttura narrativa gli è simile come Un giorno di David Nicholls, io l’ho trovato meno melodrammatico, più ironico e forse per questo più coinvolgente e più vero.

O chissà, oggi ho l’animo un po’ intenerito e le storie come questa riescono persino a commuovermi!
Ai cinici suggerisco di astenersi dalla lettura. Non sopporterei di leggere i vostri commenti in questo momento ;-)

Voto: 3,5/5

giovedì 31 maggio 2012

Arrugas


Tra i vantaggi che offre una grande città (tacerò dei numerosi svantaggi) c'è sicuramente la possibilità di usufruire di un'offerta culturale molto ampia (finché dura...) e di accedere a cose che altrimenti perderei sicuramente.

Dal 4 al 10 maggio si è svolto a Roma il Festival del cinema spagnolo, ospitato dal cinema Farnese, che ha portato in sala pellicole spagnole in lingua originale, la maggiore parte delle quali mai uscite in Italia sul grande schermo o destinate a non uscire. Uno di questi film è Arrugas di cui ho già parlato nel post in cui recensivo il graphic novel di Paco Roca da cui questo film è tratto.

E visto che il fumetto mi era piaciuto molto mi sono fiondata a vederlo.

Effettivamente il film non delude le aspettative e si conferma estremamente rispettoso dell'opera dalla quale è tratta sia dal punto di vista stilistico sia dal punto di vista dei toni, grazie anche alla collaborazione che lo stesso Paco Roca ha garantito alla realizzazione del film.

È stato per me molto interessante fare un confronto tra i due linguaggi, quello del cinema e quello del fumetto ed è principalmente su questo che mi soffermerò, rimandando invece al post sul graphic novel per la storia e i suoi significati.

Se il graphic novel è un albo di sole 104 pagine, il film ha una durata classica di un'ora e mezza tanto che mi ero chiesta cosa si fossero inventati regista e sceneggiatori. In realtà non si sono inventati quasi nulla. È che il linguaggio del fumetto è per sua natura estremamente sintetico: il salto tra una vignetta e l'altra può essere più facilmente colmato dalla mente del lettore che ha il tempo di elaborare la sequenza degli eventi. Tutto quanto nel fumetto è implicito viene in qualche modo reso esplicito, più ricco di dettagli e più narrativo dal film.

C'è anche qualche elemento completamente nuovo, assente nel graphic novel, per esempio la presenza nella residenza per anziani di una piscina che - come dice Miguel - sta lì per i clienti che pagano non certo per gli anziani che ci vivono, e il rapporto di Emilio, il protagonista, con l'acqua e il nuoto, simbolo per lui della vitalità del passato. La piscina sarà protagonista di una delle scene più belle e commoventi del film, un elemento ad elevato valore aggiunto della pellicola rispetto all'albo.

Nel film, da altri punti di vista, c'è meno che nel fumetto. In generale, ho avuto la sensazione che il tema - trattato con la medesima ironia e intensità del graphic novel - sia stato però un filo addolcito. Manca l'evento drammatico che viene raccontato alla fine dell'albo (e che non svelerò); anche la "conversione" di Miguel appare decisamente più insistita e "buonista" di quanto non sia nell'originale, così come la malattia di Emilio - pur restando terribile - viene omaggiata di un'apertura di speranza che è meno evidente nel fumetto.

Due linguaggi diversi. Una stessa storia. Terribile, ma trattata con straordinaria ironia. Si ride tanto in sala, ma amaramente perché tutti sappiamo che quello che vediamo è purtroppo un destino comune.

Un capolavoro il graphic novel. Un quasi capolavoro il film.

Voto: 4/5


mercoledì 23 maggio 2012

Vento scomposto / Simonetta Agnello Hornby

Vento scomposto / Simonetta Agnello Hornby. Milano: Feltrinelli, 2010.

Mike e Jenny Pitt sono una coppia alto-borghese che vive a Londra con due figli, Amy e Lucy. Mike lavora in una società che si occupa di transazioni finanziarie, Jenny è nel campo della moda. Hanno soldi a sufficienza per non privarsi di niente per se stessi e neppure per le loro figlie.
Hanno i problemi di tutte le famiglie, le normali incomprensioni dovute ai carichi di lavoro eccessivi di lui e ai problemi legati all’educazione delle figlie. Però quella dei Pitt è una famiglia unita.

Steve Booth è un avvocato che si occupa di cause relative alle famiglie, in particolare abusi e maltrattamenti relativi ai figli. Ha due segretarie, Sharon e Pat, da poco arrivata presso lo studio Wizens.

Questi due mondi che apparentemente non hanno nulla in comune saranno destinati a incontrarsi quando la maestra dell’asilo di Lucy, Mrs Dooms, esprime dei dubbi sul comportamento della bambina sollevando la possibilità che questa subisca un abuso da parte del padre. Questi dubbi innescheranno una reazione a catena che coinvolgerà prima i servizi sociali, in particolare nella persona di Miss Barnes, poi i consulenti psicologi, in particolare Miss Cliff, infine gli avvocati chiamati a decidere se Mike Pitt abbia commesso o meno abuso nei confronti di sua figlia e se Lucy ed Amy debbano essere allontanate dalla famiglia.

Di Simonetta Agnello Hornby avevo letto a suo La mennulara che avevo apprezzato per la ricchezza dell’intreccio e l’accurata ambientazione siciliana. Qui la scrittrice ci catapulta in un mondo completamente diverso, che però le è allo stesso modo molto familiare, visto che la Agnello Hornby vive a Londra da moltissimo tempo e di professione fa proprio il giudice dei minori.

Due libri così diversi come La mennulara e Vento scomposto hanno in realtà molto in comune, in particolare per la capacità dell’autrice di trasformare qualunque storia in una specie di giallo psicologico, in cui non siamo mai sicuri del nostro giudizio nei confronti dei personaggi e oscilliamo continuamente tra dubbio e incertezze.

Qui è Mike Pitt a suscitare sentimenti contrastanti: non è un personaggio simpatico fin dalle prime pagine. È freddo, spocchioso, distante, pensa di poter comprare tutto con i tanti soldi che guadagna grazie ad azioni finanziarie di tipo speculativo. Frequenta un ambiente, quello dell’alta finanza, popolato di personaggi assurdi e di dubbia moralità. Ha un rapporto in parte dominante nei confronti della moglie Jenny, che a sua volta si presenta fragile e piena d’ansia, eppure non dubiterà mai dell’innocenza del marito.

Mike è legato alle sue figlie, ma è spesso assente dalle loro vite, tanto che cerca di recuperare terreno portandole fuori per pranzo o concedendo loro molti capricci.

Al confronto con la famiglia Pitt le altre famiglie che frequentano lo studio di Steve, madri e padri che rischiano ogni giorno di perdere i loro figli per situazioni personali, economiche o sociali molto complesse, suscitano certamente molta più compassione e partecipazione emotiva.

L’autrice ci spinge insomma a cadere nella stessa trappola psicologica che porterà Miss Barnes e Miss Cliff a fare una lettura superficiale della realtà, convinte come sono – a causa di pregiudizi o situazioni personali irrisolte – che Mike Pitt sia il prototipo del padre abusatore.

La morsa giudiziaria e la complessità di tradurre in elementi probatori certi la sensazione che Mike Pitt possa essere innocente insinueranno il dubbio non solo nel lettore, oltre che in molti personaggi del romanzo, ma anche nello stesso Mike che finirà a sua volta per dubitare di se stesso, dei suoi ricordi, del suo passato, rivelando infine una fragilità che non si era palesata per buona parte del libro.

La Agnello Hornby dimostra di conoscere molto bene i meccanismi giudiziari e con questa storia che – come lei stessa afferma – è frutto della sua fantasia, ma sarebbe potuta accadere nella realtà, traduce in narrativa un atto di accusa nei confronti del Children’s act, la norma introdotta nella legislazione britannica alla fine degli anni Novanta che sembrerebbe responsabile di molte storture e capace di determinare grossi errori giudiziari.

La lettura di Vento scomposto - per quanto ricca di dettagli e di storie parallele non sempre facili da seguire e di personaggi non sempre facili da ricordare - è una lettura appassionante, un vero e proprio legal thriller che rispetto ad altra narrativa di genere è capace di associare ad una conoscenza approfondita della macchina della giustizia inglese una partecipazione umana ed emotiva che fa la differenza.

Voto: 3,5/5

martedì 15 maggio 2012

Berlino, città fluida (II parte)

Dopo il nostro intenso weekend, il lunedì ci aspettano le bici che L. ci ha gentilmente messo a disposizione e un po’ di shopping.

Peccato che io non sia in grado di gestire il freno a pedale della mia bicicletta, e dunque l’attraversamento della Frankfurter Allee e della Karl Marx Allee, in direzione di Alexanderplatz risulti molto faticoso. Prima tappa il negozio di Freitag dove compro una borsa che volevo da anni, poi attraversiamo Hackesche Höfe e i suoi nove cortili e camminiamo per le strade di Mitte.

Sulla via del ritorno ci fermiamo a mangiare una zuppa di noodles e del sushi da Kuchi, un ristorantino giapponese che avevamo notato la sera prima. Inforchiamo le bici per la seconda e ultima volta in questa vacanza visto che abbiamo deciso di restituirle a L.


La sera siamo invitate a cena a casa di L. Da brave ospiti abbiamo preparato un dolce (il salame di cioccolato, l’unico realizzabile con i pochi mezzi a disposizione) e comprato del vino e del formaggio. La cena di pesce e verdure è buonissima, la compagnia molto gradevole. Insomma andiamo a dormire felici.

Il martedì è il giorno delle mostre (visto che di lunedì gran parte dei musei sono chiusi). Siamo dirette prima a Camera Work, una galleria che ospita mostre di fotografia e in questo momento espone la mostra di Anton Corbjin Inwards and outwards.

Il posto è molto bello, la mostra piccola ma affascinante. La zona è molto elegante ed piena di negozi di design.

Ci fermiamo a mangiare qualcosa in un piccolo locale austriaco dove polpette e topfenstrudel (una specie di cheesecake) ci danno una grande soddisfazione.

Siamo pronte per la Neue Nationalgalerie dove è in corso la mostra di Gerhard Richter Panorama.


Non conosco l'autore e dunque mi lascio andare al suo mondo multimediale in cui la non definizione dei contorni, l'effetto sfocato, sgranato, moltiplicato da un lato e il gusto quasi fotografico e caratterizzato da colori molto definiti dall'altro trasmettono una sensazione di profonda contraddizione emotiva che forse per Richter è propria della nostra epoca contemporanea. Faccio molte foto perché qui non hanno l'ossessione dei musei italiani contro le macchine fotografiche e scatto la migliore foto della vacanza berlinese.


Dopo una breve tappa allo shop della Filmhaus al Sony Center, decidiamo di rimanere in giro all'ora di cena. La nostra destinazione è un locale di cui ho letto, che sta sempre a Friedrichshain (dove alloggiamo), ma a sud della Frankfurter Allee, e che si chiama Matreshka (o Matrioska) perché fa cucina dell'Est Europa.

Approfittiamo per fare un giro in questa zona, tra parchi giochi per bambini, case occupate, viali alberati e fontane a pompa. Ci fermiamo per un aperitivo in un baretto attirate dall'aria rilassata di un giovanotto col cappello dall'aria molto tedesca che sta bevendo una birra e fumando la sua sigaretta.

Anche noi ci concediamo l'ennesima birra di questa vacanza, accompagnata da patatine fritte (o arrosto chissà!). Quando usciamo sta piovendo, anzi no, sta diluviando. Del resto è la prima volta da quando siamo qui, dunque non possiamo lamentarci.

Arriviamo alla nostra destinazione un po' bagnate ma il posto è molto carino, giovane, semplice e con un cameriere molto gentile. Prendiamo due zuppe, una bortsch e una soljanka (porzioni ridotte) e due piatti principali: gulasch con purè e Moskauer schnitzel con patate arrosto (una fetta di carne panata di cui tutti in Europa vogliono essere gli unici inventori).

La birra non manca e a fine pasto ci offrono una buonissima vodka russa. Spendiamo poco più di 11 euro a testa! Per i berlinesi non è un posto economico, anche per quelli a cui non manca il lavoro... Sarà per questo che qui la crisi non cè?!?

Tornando verso l'appartamento ci fermiamo a prendere da bere con L. per salutarla.
La vacanza è finita... :-(((

Che dire di Berlino?

Se avevo definito Londra una città sempre più radical-chic, Berlino è una città con pochi compromessi; radicale in molte sue espressioni, chic in molte altre, senza vie di mezzo, senza inutili fronzoli, senza ricercatezze che non siano giustificate.

Una città che scorre fluida nella facilità con cui la si attraversa, nella rapidità con cui sfrecciano le biciclette, nella normalità della vita quotidiana, nell'assenza di pretenziosità del modo di vestire e di comportarsi dei suoi abitanti, nella modalità in fondo rilassata di accettare un paesaggio urbano in buona parte industriale facendone un proprio tratto distintivo, nel vuoto dei grandi spazi che ancora permettono all'anima di respirare, nel pieno assorbimento di qualunque espressione originale di sé e di qualunque scelta personale.

Luogo simbolo della libertà che ne costituisce anche oggi la principale bandiera e attrattiva. Anche per questo si torna sempre con piacere in questa città.

mercoledì 9 maggio 2012

La commedia di Orlando / con Isabella Ragonese

Arrivo a teatro digiuna di tutto. Non ho letto il romanzo di Virginia Woolf e nemmeno ho visto il film con Tilda Swinton, tratto dallo stesso romanzo.

Dunque di Orlando non mi sono fatta un'idea, né ho aspettative di alcun tipo.

Forse per questo riesco ad accogliere fin da subito la scelta di Emanuela Giordano, regista e drammaturga, di recuperare dell'Orlando di Virginia Woolf (opera che tutti dicono complessa e multistrato) la componente di divertissement letterario e le ascendenze shakespeariane (a tratti ricorda opere come La dodicesima notte o Molto rumore per nulla).

Non a caso il libretto che accompagna la messa in scena dell'opera, nel raccontare La commedia di Orlando (in scena al Teatro Argentina di Roma dal 4 al 20 maggio) con parole e immagini utilizza molti brani tratti dai Diari di Virginia Woolf, quelli in cui la scrittrice esprime il senso di libertà che ha provato nel lasciare andare la sua immaginazione a questo scherzo letterario, a questa scappatella dal rigore, a questa parentesi farsesca, a questa presa in giro...

E così la bizzarra vicenda di Orlando che passa attraverso i secoli prima come adolescente e giovane ragazzo poi come donna matura e determinata a realizzare le sue ambizioni letterarie si trasforma in un racconto corale e un po' circense (come la scelta dei costumi sottolinea), in cui ad Orlando (magnificamente interpretato da Isabella Ragonese, più convincente nella fase della giovinezza maschile del protagonista che in quella adulta femminile) fanno da contorno i due servitori Hill e Hall, le due servitrici Judy e Faith e soprattutto l'amica, madre e confidente, Mrs Virginia, la voce della razionalità e della saggezza.

L'approccio corale della messinscena è ulteriormente sottolineato dalla pervasiva presenza della musica, vero e proprio settimo protagonista della commedia. Musica originale eseguita dal vivo dalla Bubbez Orchestra con chitarra e violoncello.

E così vediamo scorrere davanti ai nostri occhi le epoche e i personaggi che Orlando incontra durante la sua vita lunga quattro secoli con i toni e la leggerezza dei teatri di marionette, che anche la gestualità e le scelte vocali dei protagonisti sembrano richiamare.

Non è che non si parli di temi importanti (c'è il tema della guerra, delle differenze di classe e di genere, della varietà culturale e sociale), né si tradisce lo spirito comunque impegnato di Virginia Woolf, ma si ride, ci si diverte, e anche i più intellettuali alla fine cedono a questa lettura un po' sopra le righe dell'Orlando.

Alla fine un messaggio arriva forte e chiaro. La vita è scoperta, è ricerca, è realizzazione di sé, è amicizia, è viaggio, è burla. L'importante è non esserne sopraffatti. Per un attimo evidentemente anche Virginia ha pensato di potersi fare beffe della vita.

Certo a questo punto non posso evitare di arricchire e completare il mio approccio a ritroso ad Orlando vedendo il film e leggendo il libro!

Voto: 3,5/5