Il film di Kleber Mendonça Filho è sorprendente da diversi punti di vista: sul piano della struttura narrativa, su quello estetico e su quello dei contenuti e dei significati.
A livello narrativo, per la prima ora del film lo spettatore è chiamato a concentrarsi su assi narrativi che si fa fatica a mettere in relazione, che sembrano procedere parallelamente e che costringono a un’attenzione esclusiva molto simile a quella che richiede la lettura di un romanzo complesso per superare le prime 100 pagine. Poi, a un certo punto, questi assi narrativi convergono dentro un quadro d’insieme in cui acquistano significato, e alcuni di essi si rivelano sottotrame non strettamente funzionali al cuore narrativo del racconto, ma certamente funzionali alla ricostruzione del contesto e dell’atmosfera.
Dal punto di vista estetico, L’agente segreto è chiaramente un omaggio al cinema degli anni Settanta, in particolare al genere poliziesco (anche se la sequenza di apertura del film si inscrive magistralmente nel genere western), e lo è nei colori, nella grana grossa, nelle inquadrature, nei rapidi zoom sui dettagli, in un certo gusto grottesco e quasi kitsch, che inevitabilmente ci catapultano in un universo cinematografico dal sapore nostalgico.
Sul piano dei contenuti, dentro la confezione di un film poliziesco e di una quasi spy story, c’è una storia profondamente politica che si inserisce nell’operazione di ricostruzione storica della dittatura brasiliana (1964-1985), operazione che diventa esplicita quando comprendiamo che quello che stiamo vedendo è l’oggetto dello studio di una giovane ricercatrice dei nostri tempi che sta analizzando audio e materiali d’archivio e di stampa relativi alla vicenda di Armando Solimões (Wagner Moura), che però si fa chiamare Marcelo Alvez per sfuggire a chi lo sta cercando per ammazzarlo.
Siamo nel 1977, sotto la dittatura di Ernesto Geisel (il cui ritratto appeso alle pareti degli uffici pubblici viene più volte inquadrato). Durante il periodo del carnevale, Armando, con il suo maggiolone giallo, arriva a Recife, nello stato del Pernambuco, sotto il falso nome di Marcelo. L'uomo è un professore universitario che si è messo di traverso, insieme a sua moglie, rispetto agli affari loschi di un industriale di origine italiana, il quale vuole dunque prendersi la sua vendetta. A Recife, Armando/Marcelo si rifugia nella casa in cui Dona Sebastiana ospita persone che si nascondono dal regime; grazie a questa rete di supporto, trova intanto lavoro nell’Ufficio anagrafe locale, dove prova anche a cercare informazioni sulla madre, e rientra in contatto con il figlio Fernando, che vive con i nonni materni, da quando la madre è morta.
Tutti questi aspetti sono tenuti insieme da un fil rouge che opera a tutti i livelli, ossia il cinema stesso, elemento centrale della storia. Oltre a omaggiare diversi generi della cinematografia degli anni Settanta, il cinema è uno dei luoghi del racconto, e il suocero di Armando ne è il proiezionista. Molti film sono citati esplicitamente o ne vengono mostrate alcune immagini su grandi e piccoli schermi o su locandine (The omen, Le magnifique con Jean Paul Belmondo, Pasqualino Settebellezze della Wertmuller, Donna Flor e i suoi due mariti): ma soprattutto è Lo squalo di Spielberg a farla da padrone, non solo come film proiettato ma anche come vicenda vissuta, visto che la corrotta polizia locale sta anche indagando su una gamba trovata nel corpo di uno squalo, che a sua volta diventerà protagonista di fantasiose notizie sui giornali locali e anche di una specie di corto di genere all’interno del film complessivo. Del resto, Lo squalo ha anche un forte significato metaforico visto che nel Brasile di quegli anni il regime non solo agiva esso stesso come uno squalo, ma lasciava che molti altri squali si muovessero a piede libero nella società.
In conclusione, mi sento di dire che quello di Mendonça Filho è un gran film e, sebbene non sia pienamente nelle mie corde, non posso non riconoscerne la grandezza.
Voto: 4/5
domenica 15 febbraio 2026
giovedì 12 febbraio 2026
Tesori dei Faraoni. Scuderie del Quirinale, 17 gennaio 2026
Oltre un mese prima del 17 gennaio, ero passata appositamente alla biglietteria delle Scuderie del Quirinale per comprare il biglietto di ingresso e la visita guidata alla mostra Tesori dei Faraoni, già gettonatissima e acclamatissima, e con file praticamente tutti i giorni e soprattutto nel fine settimana.
Arriva finalmente il sospirato 17 gennaio e la nostra guida, un simpatico egittologo, ci conduce nelle sale delle Scuderie alla scoperta della mostra e dei suoi pezzi più significativi.
Le sale sono affollate di gente, ma anche grazie al fatto di essere un gruppo con una visita riusciamo a soffermarci davanti ai vari pezzi e punti di interesse.
La guida ci fa notare che la maggior parte dei contenuti della mostra arrivano dal Cairo e probabilmente sarà una delle ultime volte che escono, e questo conferisce alla mostra un grande valore.
Vediamo così coperchi di sarcofagi, sarcofagi interi, stele funerarie, corredi funerari, oggetti d’arredo, oggetti preziosi ma anche oggetti d’uso quotidiano. Comprendiamo – cosa che richiama le reminiscenze degli studi scolastici – che il rapporto degli egiziani con la morte era molto diverso dal nostro, un momento di puro passaggio verso un’altra dimensione, così come il rapporto con i cicli naturali e soprattutto quelli astronomici.
La nostra guida ci aiuta a interpretare segni, ci spiega come funzionano i geroglifici, ci spinge a fare collegamenti, e così l’ora della visita guidata vola.
All’uscita dalle Scuderie la sensazione è quella di aver fatto un tuffo nel cuore di una civiltà affascinante, ma che continuiamo probabilmente a non capire fino in fondo e di cui sappiamo tutto sommato poco, e forse non in maniera accurata.
Nonostante la bravura della guida e la bellezza dei pezzi, mi è un po’ mancato un filo conduttore, un percorso coerente tra sale e pezzi esposti, cosicché alla fine nella memoria rimangono singoli oggetti straordinari ma non forse un quadro d’insieme.
Voto: 3,5/5
Arriva finalmente il sospirato 17 gennaio e la nostra guida, un simpatico egittologo, ci conduce nelle sale delle Scuderie alla scoperta della mostra e dei suoi pezzi più significativi.
Le sale sono affollate di gente, ma anche grazie al fatto di essere un gruppo con una visita riusciamo a soffermarci davanti ai vari pezzi e punti di interesse.
La guida ci fa notare che la maggior parte dei contenuti della mostra arrivano dal Cairo e probabilmente sarà una delle ultime volte che escono, e questo conferisce alla mostra un grande valore.
Vediamo così coperchi di sarcofagi, sarcofagi interi, stele funerarie, corredi funerari, oggetti d’arredo, oggetti preziosi ma anche oggetti d’uso quotidiano. Comprendiamo – cosa che richiama le reminiscenze degli studi scolastici – che il rapporto degli egiziani con la morte era molto diverso dal nostro, un momento di puro passaggio verso un’altra dimensione, così come il rapporto con i cicli naturali e soprattutto quelli astronomici.
La nostra guida ci aiuta a interpretare segni, ci spiega come funzionano i geroglifici, ci spinge a fare collegamenti, e così l’ora della visita guidata vola.
All’uscita dalle Scuderie la sensazione è quella di aver fatto un tuffo nel cuore di una civiltà affascinante, ma che continuiamo probabilmente a non capire fino in fondo e di cui sappiamo tutto sommato poco, e forse non in maniera accurata.
Nonostante la bravura della guida e la bellezza dei pezzi, mi è un po’ mancato un filo conduttore, un percorso coerente tra sale e pezzi esposti, cosicché alla fine nella memoria rimangono singoli oggetti straordinari ma non forse un quadro d’insieme.
Voto: 3,5/5
martedì 10 febbraio 2026
Marty Supreme
Dopo l’annuncio delle nominations agli Oscar non potevo non andare a vedere il film di Josh Safdie (ormai più che avviato alla carriera solitaria, come il fratello Benny), che ha conquistato ben 9 candidature, direi nelle categorie più importanti. E poi a me Timothée Chalamet – checché se ne dica – piace e credo stia dimostrando di saper fare il suo mestiere, attraversando ruoli molto diversi tra di loro.
Nel film di Safdie, Chalamet è Marty Mauser, ispirato al personaggio realmente esistito di Marty Reisman, un giovane di umili origini e di ascendenza ebraica, aspirante campione di tennistavolo in un’epoca – quella del secondo dopoguerra - in cui questo sport non aveva praticamente alcun seguito in America. Marty vive con la madre e lavora nel negozio di scarpe dello zio, ed è capace con la sua parlantina di vendere a chiunque anche ciò che non desidera. Ma Marty, che sta cercando di convincere un amico che è figlio di un imprenditore a realizzare delle palline da ping pong arancioni marcate Marty Supreme, vuole utilizzare le sue doti di affabulatore per mettere insieme i soldi per perseguire il suo sogno che è quello di diventare un campione di tennistavolo. Ed è proprio così che riesce a volare a Londra e a partecipare ai British Open, dove sconfigge il campione in carica (ma anche amico) e arriva inaspettatamente in finale, dove però deve cedere al campione giapponese Koto Endo.
Da questo momento in poi, Marty è letteralmente ossessionato dall’idea di partecipare ai campionati mondiali in Giappone per prendersi la rivincita nei confronti di Endo. Tra la partecipazione al torneo londinese e il viaggio in Giappone succede praticamente di tutto, e più o meno tutti quelli che entrano in contatto con Marty vengono al contempo affascinati, ma anche manipolati, raggirati e traditi dal giovane, che sacrifica tutto in nome della sua scalata nell’Olimpo di questo sport. In particolare, le due donne con cui Marty ha una relazione, Rachel (Odessa A'zion), un’amica d’infanzia sposata che è incinta di un figlio suo, e Kay Stone (Gwyneth Paltrow), un’attrice ormai in declino, sposata con un riccone, si fanno prendere e lasciare più volte, senza mai mandarlo davvero a quel paese.
Ma fin qui ancora tutto bene: il fatto è che, pur accettando il principio di mettere da parte la logica durante la visione (cosa che il cinema spesso richiede), le vicende, le situazioni e i colpi di scena cui assistiamo sono davvero al di là di ogni immaginazione, oltre a essere montate a un ritmo talmente forsennato che sembra di essere la pallina da ping pong di Marty Supreme (e probabilmente l’intenzione è proprio quella).
Un ritmo che non ti molla un istante, sostenuto anche da un audio e da una colonna sonora davvero molto ingombrante (sarà che l’ho visto in una sala Atmos), che con le sue scelte anacronistiche (vi dico solo che il film comincia con Forever young degli Alphaville) contribuisce alla distonia del racconto.
Un film di cui certo non si possono negare le qualità cinematografiche e la perizia realizzativa, e certo non si può passare sotto silenzio la grande interpretazione di Chalamet (qui insopportabile a livelli stratosferici), però arrivati in fondo a questa galoppata che a me è sembrata durare un’eternità, è inevitabile chiedersi: e dunque? Come ha giustamente fatto notare la mia amica G., non si riesce ad affezionarsi nemmeno a un personaggio, e Chalamet non assomiglia affatto a un antieroe, che poverino non ne imbrocca una e contro cui il mondo trama per non fargli fare la scalata sociale, bensì a un furfante a cui interessa solo sé stesso e tutti gli altri sono solo strumenti al servizio del suo sogno. E così di fronte a un finale in cui Marty passa dall’esaltazione alla lacrima, personalmente mi è proprio “salita la carogna” per il modo in cui questi americani continuano fregarci con la loro cinematografia, esattamente come Marty fa con tutte le persone che conosce.
E so che ora ci sarà la levata di scudi di chi il film invece l’ha amato e lo ritiene un capolavoro (per fortuna ho 4 lettori in tutto), ma – come era già accaduto con Babylon – a mio sostegno ho Eileen Jones che nella sua recensione, tradotta su Internazionale, la pensa quasi esattamente come me. E dunque quanto meno non sono sola.
Voto: 3/5
Nel film di Safdie, Chalamet è Marty Mauser, ispirato al personaggio realmente esistito di Marty Reisman, un giovane di umili origini e di ascendenza ebraica, aspirante campione di tennistavolo in un’epoca – quella del secondo dopoguerra - in cui questo sport non aveva praticamente alcun seguito in America. Marty vive con la madre e lavora nel negozio di scarpe dello zio, ed è capace con la sua parlantina di vendere a chiunque anche ciò che non desidera. Ma Marty, che sta cercando di convincere un amico che è figlio di un imprenditore a realizzare delle palline da ping pong arancioni marcate Marty Supreme, vuole utilizzare le sue doti di affabulatore per mettere insieme i soldi per perseguire il suo sogno che è quello di diventare un campione di tennistavolo. Ed è proprio così che riesce a volare a Londra e a partecipare ai British Open, dove sconfigge il campione in carica (ma anche amico) e arriva inaspettatamente in finale, dove però deve cedere al campione giapponese Koto Endo.
Da questo momento in poi, Marty è letteralmente ossessionato dall’idea di partecipare ai campionati mondiali in Giappone per prendersi la rivincita nei confronti di Endo. Tra la partecipazione al torneo londinese e il viaggio in Giappone succede praticamente di tutto, e più o meno tutti quelli che entrano in contatto con Marty vengono al contempo affascinati, ma anche manipolati, raggirati e traditi dal giovane, che sacrifica tutto in nome della sua scalata nell’Olimpo di questo sport. In particolare, le due donne con cui Marty ha una relazione, Rachel (Odessa A'zion), un’amica d’infanzia sposata che è incinta di un figlio suo, e Kay Stone (Gwyneth Paltrow), un’attrice ormai in declino, sposata con un riccone, si fanno prendere e lasciare più volte, senza mai mandarlo davvero a quel paese.
Ma fin qui ancora tutto bene: il fatto è che, pur accettando il principio di mettere da parte la logica durante la visione (cosa che il cinema spesso richiede), le vicende, le situazioni e i colpi di scena cui assistiamo sono davvero al di là di ogni immaginazione, oltre a essere montate a un ritmo talmente forsennato che sembra di essere la pallina da ping pong di Marty Supreme (e probabilmente l’intenzione è proprio quella).
Un ritmo che non ti molla un istante, sostenuto anche da un audio e da una colonna sonora davvero molto ingombrante (sarà che l’ho visto in una sala Atmos), che con le sue scelte anacronistiche (vi dico solo che il film comincia con Forever young degli Alphaville) contribuisce alla distonia del racconto.
Un film di cui certo non si possono negare le qualità cinematografiche e la perizia realizzativa, e certo non si può passare sotto silenzio la grande interpretazione di Chalamet (qui insopportabile a livelli stratosferici), però arrivati in fondo a questa galoppata che a me è sembrata durare un’eternità, è inevitabile chiedersi: e dunque? Come ha giustamente fatto notare la mia amica G., non si riesce ad affezionarsi nemmeno a un personaggio, e Chalamet non assomiglia affatto a un antieroe, che poverino non ne imbrocca una e contro cui il mondo trama per non fargli fare la scalata sociale, bensì a un furfante a cui interessa solo sé stesso e tutti gli altri sono solo strumenti al servizio del suo sogno. E così di fronte a un finale in cui Marty passa dall’esaltazione alla lacrima, personalmente mi è proprio “salita la carogna” per il modo in cui questi americani continuano fregarci con la loro cinematografia, esattamente come Marty fa con tutte le persone che conosce.
E so che ora ci sarà la levata di scudi di chi il film invece l’ha amato e lo ritiene un capolavoro (per fortuna ho 4 lettori in tutto), ma – come era già accaduto con Babylon – a mio sostegno ho Eileen Jones che nella sua recensione, tradotta su Internazionale, la pensa quasi esattamente come me. E dunque quanto meno non sono sola.
Voto: 3/5
sabato 7 febbraio 2026
Lo sconosciuto del grande arco
Stéphane Demoustier, regista francese che non conosco anche se a suo tempo avrei voluto vedere Gli amori di Anaïs, si cimenta in un’impresa che a tratti ha dell’impossibile, ossia raccontare la vicenda della costruzione di un’opera pubblica, non tanto dal punto di vista del processo creativo bensì dal punto di vista delle difficoltà burocratiche e realizzative che iniziano nel momento in cui si vince un concorso.
La vicenda, per quanto parzialmente romanzata, è tratto da una storia vera: all’inizio della Presidenza Mitterand, caratterizzata dal tentativo del Presidente di lasciare un segno di grandeur nel tessuto urbano parigino, un concorso internazionale per la realizzazione di un edificio monumentale nel quartiere finanziario della Défence viene vinto dall’architetto danese Johann Otto von Spreckelsen, uno sconosciuto che fino a quel momento aveva costruito solo la sua casa e quattro chiese in Danimarca.
Il progetto prevedeva la realizzazione di un grande cubo di marmo e vetro, svuotato all’interno, che nel progetto originario era completato anche da cubi più piccoli laterali e da nuvole sospese. Il cubo di von Spreckelsen, oggi conosciuto in Francia come la Grande Arche, era pensato come nuovo monumento iconico della città su un asse urbanistico molto importante che verso il centro arriva all’Arc de Triomphe, agli Champs Elisées, a Place de la Concorde e al Museo del Louvre.
La struttura narrativa del film si sviluppa intorno a cinque personaggi principali, l’architetto von Spreckelsen (Claes Bang) e la moglie (Sidse Babett Knudsen), il Presidente Mitterand (Michel Fau), il Consigliere del Presidente, Subilon (Xavier Dolan) e l’architetto Paul Andreu (Swann Arlaud), che collabora con von Spreckelsen nella direzione dei lavori.
Il tema del film diventa ben presto il conflitto tra l’approccio senza compromessi, “puro” di von Spreckelsen, in parte determinato anche dal contesto culturale dal quale proviene, e la prospettiva più pragmatica e in qualche modo burocratica di Subilon e di Andreu, appartenenti a un contesto culturale e sociale che con questi meccanismi è abituato a convivere da sempre. E, tra questi due mondi, Mitterand che, pur essendo completamente interno alla logica francese, è affascinato e compiaciuto dalla visione senza mezzi termini dell’architetto e la asseconda.
A tratti il film di Demoustier mi ha fatto pensare a The brutalist, e quando von Spreckelsen si reca a Carrara a scegliere il marmo per il suo Cubo non ho potuto fare a meno di pensare al passaggio carrarese del film di Brady Corbet.
Non so se proprio per questa associazione mentale e per effetto della mia idiosincrasia verso i genii solitari, o forse perché la mia esperienza lavorativa mi rende più vicina al funzionamento della burocrazia (che non va necessariamente intesa nella sua accezione negativa), fatto sta che non sono riuscita a empatizzare quasi per nulla con von Spreskelsen e invece, con tutte le cautele del caso, ho compreso molto meglio le posizioni e le difficoltà della sua controparte. E devo dire che leggere che la Grande Arche ha messo in evidenza già dopo i primi 25 anni di vita i suoi limiti strutturali e funzionali mi ha dato una certa qual perversa soddisfazione.
In ogni caso, una storia che ha dell’incredibile e che richiederebbe un approfondimento. E un plauso ai registi francesi che riescono a rendere appassionante una storia che avrebbe potuto essere di una noia mortale.
Voto: 3,5/5
La vicenda, per quanto parzialmente romanzata, è tratto da una storia vera: all’inizio della Presidenza Mitterand, caratterizzata dal tentativo del Presidente di lasciare un segno di grandeur nel tessuto urbano parigino, un concorso internazionale per la realizzazione di un edificio monumentale nel quartiere finanziario della Défence viene vinto dall’architetto danese Johann Otto von Spreckelsen, uno sconosciuto che fino a quel momento aveva costruito solo la sua casa e quattro chiese in Danimarca.
Il progetto prevedeva la realizzazione di un grande cubo di marmo e vetro, svuotato all’interno, che nel progetto originario era completato anche da cubi più piccoli laterali e da nuvole sospese. Il cubo di von Spreckelsen, oggi conosciuto in Francia come la Grande Arche, era pensato come nuovo monumento iconico della città su un asse urbanistico molto importante che verso il centro arriva all’Arc de Triomphe, agli Champs Elisées, a Place de la Concorde e al Museo del Louvre.
La struttura narrativa del film si sviluppa intorno a cinque personaggi principali, l’architetto von Spreckelsen (Claes Bang) e la moglie (Sidse Babett Knudsen), il Presidente Mitterand (Michel Fau), il Consigliere del Presidente, Subilon (Xavier Dolan) e l’architetto Paul Andreu (Swann Arlaud), che collabora con von Spreckelsen nella direzione dei lavori.
Il tema del film diventa ben presto il conflitto tra l’approccio senza compromessi, “puro” di von Spreckelsen, in parte determinato anche dal contesto culturale dal quale proviene, e la prospettiva più pragmatica e in qualche modo burocratica di Subilon e di Andreu, appartenenti a un contesto culturale e sociale che con questi meccanismi è abituato a convivere da sempre. E, tra questi due mondi, Mitterand che, pur essendo completamente interno alla logica francese, è affascinato e compiaciuto dalla visione senza mezzi termini dell’architetto e la asseconda.
A tratti il film di Demoustier mi ha fatto pensare a The brutalist, e quando von Spreckelsen si reca a Carrara a scegliere il marmo per il suo Cubo non ho potuto fare a meno di pensare al passaggio carrarese del film di Brady Corbet.
Non so se proprio per questa associazione mentale e per effetto della mia idiosincrasia verso i genii solitari, o forse perché la mia esperienza lavorativa mi rende più vicina al funzionamento della burocrazia (che non va necessariamente intesa nella sua accezione negativa), fatto sta che non sono riuscita a empatizzare quasi per nulla con von Spreskelsen e invece, con tutte le cautele del caso, ho compreso molto meglio le posizioni e le difficoltà della sua controparte. E devo dire che leggere che la Grande Arche ha messo in evidenza già dopo i primi 25 anni di vita i suoi limiti strutturali e funzionali mi ha dato una certa qual perversa soddisfazione.
In ogni caso, una storia che ha dell’incredibile e che richiederebbe un approfondimento. E un plauso ai registi francesi che riescono a rendere appassionante una storia che avrebbe potuto essere di una noia mortale.
Voto: 3,5/5
giovedì 5 febbraio 2026
Sentimental value
Arrivo al cinema con un carico importante di aspettative, e per fortuna non avevo ancora letto niente sulle nominations agli Oscar che avrebbero ulteriormente alzato l’asticella. In realtà, le mie aspettative scaturivano in buona parte dal grande impatto che aveva avuto su di me il film precedente, La persona peggiore del mondo, da cui probabilmente mi aspettavo poco e niente, e che, pur utilizzando un approccio per certi versi lontano dal mio modo di essere, mi aveva colpito molto e mi era rimasto dentro a lungo.
Con questo film Joachim Trier, un regista danese naturalizzato norvegese (tanto che alla città di Oslo ha dedicato una trilogia, come un altro regista norvegese, Dag Johan Haugerud), espande le potenzialità del suo cinema, guardando in moltissime direzioni, ma restando fedele al suo stile e alla sua poetica, che è caratterizzata da un particolare mix di dramma e commedia e da un’attenzione speciale per i sentimenti fini e contraddittori.
In questo caso, protagonista è una famiglia e la casa che ha abitato. Le due sorelle Nora (la sempre strepitosa Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) tornano nella casa di famiglia per il funerale della madre, psicoterapeuta, separata da tempo dal padre Gustav (Stellan Skarsgård), regista di fama ormai in declino. Quando il padre si ripresenta alla porta di casa per il funerale della ex moglie sarà inevitabile fare i conti con il rapporto decisamente complicato che ha con le sue figlie, in particolare Nora, tanto più che Gustav intende fare un film sulla storia di sua madre (o almeno questo è in apparenza) e vuole che Nora, attrice - soprattutto di teatro - affermata, sia la protagonista. Peccato che Nora opponga un secco rifiuto, cosicché Gustav, in occasione di un festival cinematografico francese che gli dedica una retrospettiva, decide di coinvolgere nel progetto e affidare il ruolo a una giovane attrice americana molto famosa, Rachel Kemp (Elle Fanning).
Non andrò oltre nel racconto della trama, anche perché Sentimental value è un film praticamente impossibile da raccontare, per quanti piani – temporali, narrativi e tematici – si addensano nelle sue oltre due ore di sviluppo: la storia della casa di famiglia nel corso del tempo, casa che è un personaggio del film a tutti gli effetti, dotato di un punto di vista e di “sentimenti” propri, com’è chiaro fin dall’intro (bellissima tra l’altro); la storia della famiglia di origine di Gustav, in particolare della madre Karin, incarcerata e torturata dai nazisti; l’infanzia di Nora e Agnes nella casa dove abitavano prima con entrambi i genitori e poi solo con la madre; il rapporto di Nora con il suo mestiere di attrice e i suoi attacchi di panico prima di andare in scena; le dinamiche della famiglia di Agnes; il rapporto di Gustav con il mondo del cinema e con i suoi cambiamenti; la sfaccettata figura di Rachel, meno superficiale di quanto si possa pensare; il rapporto tra arte e vita; quello tra cinema e teatro; e poi qua e là altre microstorie e altri temi più o meno accennati.
Considerata la sua natura estremamente composita e densa, quante ascendenze si possono riconoscere in questo film? E quanti livelli di lettura sono possibili? Direi tantissime e tantissimi, come è testimoniato dalle molte recensioni che ho letto qua e là. L’attenzione alla casa e agli abitanti che l’hanno vissuta e modificata nel tempo fa pensare a Here di Zemeckis; diversi ci vedono un tocco alla Woody Allen; tantissimi non mancano di far notare il forte legame con il teatro e il cinema scandinavo, richiamandosi a Ibsen, Strindberg, e soprattutto Bergman.
Pur nella mia parziale ignoranza sui grandi classici scandinavi, di cui ho letto e visto al teatro e al cinema poche cose, la sensazione di questa ascendenza diretta ce l’ho fortissima all’uscita del film; lì per lì, continuo a pensare soprattutto alla trilogia di Haugerud (che ho visto per i due terzi), che ho trovato più o meno respingente sul piano emotivo, pur riconoscendone il valore.
Non è il caso di Trier, il cui cinema sento decisamente più empatico e i cui personaggi riesco a “vedere”, però non v’è dubbio che, molto di più che ne La persona peggiore del mondo, qui ho sentito - anche per il tipo di montaggio fatto per quadri chiusi da una schermata nera - una compressione e una rigidità (che poi forse sono il tema del film), che si sono sciolte solo in pochissimi momenti, senza mai riuscire a commuovermi. E dire che tanto avrei voluto e potuto piangere visto il tema, anzi i temi; invece li ho vissuti in maniera intellettualistica per quasi tutto il film. E nemmeno il finale – riconciliante o no? Mah – è riuscito a sciogliere i miei sentimenti.
Nondimeno, alcuni passaggi, devo dire primariamente quelli più ironici e da commedia, rimarranno nella mia memoria. Cosicché il valore vero del film per me non è tanto sentimentale, come dice il titolo, ma piuttosto intellettuale.
Voto: 3,5/5
Con questo film Joachim Trier, un regista danese naturalizzato norvegese (tanto che alla città di Oslo ha dedicato una trilogia, come un altro regista norvegese, Dag Johan Haugerud), espande le potenzialità del suo cinema, guardando in moltissime direzioni, ma restando fedele al suo stile e alla sua poetica, che è caratterizzata da un particolare mix di dramma e commedia e da un’attenzione speciale per i sentimenti fini e contraddittori.
In questo caso, protagonista è una famiglia e la casa che ha abitato. Le due sorelle Nora (la sempre strepitosa Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) tornano nella casa di famiglia per il funerale della madre, psicoterapeuta, separata da tempo dal padre Gustav (Stellan Skarsgård), regista di fama ormai in declino. Quando il padre si ripresenta alla porta di casa per il funerale della ex moglie sarà inevitabile fare i conti con il rapporto decisamente complicato che ha con le sue figlie, in particolare Nora, tanto più che Gustav intende fare un film sulla storia di sua madre (o almeno questo è in apparenza) e vuole che Nora, attrice - soprattutto di teatro - affermata, sia la protagonista. Peccato che Nora opponga un secco rifiuto, cosicché Gustav, in occasione di un festival cinematografico francese che gli dedica una retrospettiva, decide di coinvolgere nel progetto e affidare il ruolo a una giovane attrice americana molto famosa, Rachel Kemp (Elle Fanning).
Non andrò oltre nel racconto della trama, anche perché Sentimental value è un film praticamente impossibile da raccontare, per quanti piani – temporali, narrativi e tematici – si addensano nelle sue oltre due ore di sviluppo: la storia della casa di famiglia nel corso del tempo, casa che è un personaggio del film a tutti gli effetti, dotato di un punto di vista e di “sentimenti” propri, com’è chiaro fin dall’intro (bellissima tra l’altro); la storia della famiglia di origine di Gustav, in particolare della madre Karin, incarcerata e torturata dai nazisti; l’infanzia di Nora e Agnes nella casa dove abitavano prima con entrambi i genitori e poi solo con la madre; il rapporto di Nora con il suo mestiere di attrice e i suoi attacchi di panico prima di andare in scena; le dinamiche della famiglia di Agnes; il rapporto di Gustav con il mondo del cinema e con i suoi cambiamenti; la sfaccettata figura di Rachel, meno superficiale di quanto si possa pensare; il rapporto tra arte e vita; quello tra cinema e teatro; e poi qua e là altre microstorie e altri temi più o meno accennati.
Considerata la sua natura estremamente composita e densa, quante ascendenze si possono riconoscere in questo film? E quanti livelli di lettura sono possibili? Direi tantissime e tantissimi, come è testimoniato dalle molte recensioni che ho letto qua e là. L’attenzione alla casa e agli abitanti che l’hanno vissuta e modificata nel tempo fa pensare a Here di Zemeckis; diversi ci vedono un tocco alla Woody Allen; tantissimi non mancano di far notare il forte legame con il teatro e il cinema scandinavo, richiamandosi a Ibsen, Strindberg, e soprattutto Bergman.
Pur nella mia parziale ignoranza sui grandi classici scandinavi, di cui ho letto e visto al teatro e al cinema poche cose, la sensazione di questa ascendenza diretta ce l’ho fortissima all’uscita del film; lì per lì, continuo a pensare soprattutto alla trilogia di Haugerud (che ho visto per i due terzi), che ho trovato più o meno respingente sul piano emotivo, pur riconoscendone il valore.
Non è il caso di Trier, il cui cinema sento decisamente più empatico e i cui personaggi riesco a “vedere”, però non v’è dubbio che, molto di più che ne La persona peggiore del mondo, qui ho sentito - anche per il tipo di montaggio fatto per quadri chiusi da una schermata nera - una compressione e una rigidità (che poi forse sono il tema del film), che si sono sciolte solo in pochissimi momenti, senza mai riuscire a commuovermi. E dire che tanto avrei voluto e potuto piangere visto il tema, anzi i temi; invece li ho vissuti in maniera intellettualistica per quasi tutto il film. E nemmeno il finale – riconciliante o no? Mah – è riuscito a sciogliere i miei sentimenti.
Nondimeno, alcuni passaggi, devo dire primariamente quelli più ironici e da commedia, rimarranno nella mia memoria. Cosicché il valore vero del film per me non è tanto sentimentale, come dice il titolo, ma piuttosto intellettuale.
Voto: 3,5/5
martedì 3 febbraio 2026
Dalì. Rivoluzione e tradizione. Museo del Corso, Palazzo Cipolla, 11 gennaio 2026
So poco di Dalì e non sono particolarmente appassionata del tipo di arte che rappresenta, ma la mia innata curiosità e la voglia di conoscere mi spingono ad andare a visitare la mostra a lui dedicata da poco conclusa presso il rinnovato Museo del Corso a Palazzo Cipolla.
Si tratta di una mostra articolata sostanzialmente in quattro sezioni. Nella prima ci si sofferma sul rapporto tra Dalì e Picasso che è stato a lungo il punto di riferimento contemporaneo dell’artista di Figueres e a un certo punto è diventato il rivale da superare in grandezza e notorietà.
Le successive tre sezioni sono invece dedicate al rapporto di Dalì con tre grandi artisti del passato, che in svariate occasioni lui stesso ha citato come, secondo la sua valutazione, i più grandi di tutti i tempi, ossia Velasquez, Vermeer e Raffaello.
Con questi artisti e con le loro opere, in particolare con alcune da cui era specificamente attratto (Las meninas di Velasquez, La merlettaia di Vermeer e La scuola di Atene di Raffaello, ma anche l’Autoritratto e molto altro), l’arte di Dalì ha continuato a dialogare nel tempo in modi sempre originali e spesso inattesi.
Com’è inevitabile quando si parla di Dalì, da questo percorso nella sua arte e nelle sue connessioni con la tradizione artistica precedente e contemporanea viene fuori anche il lato umano dell’artista, decisamente eccentrico e compreso nel suo ruolo. In tutta la sua vita, Dalì non ha fatto altro che alimentare il mito di sé stesso, ostentando una enorme considerazione della propria arte e adottando in fondo una strategia di comunicazione e promozione anticipatrice di tanta contemporaneità da social.
Voto: 3/5
Si tratta di una mostra articolata sostanzialmente in quattro sezioni. Nella prima ci si sofferma sul rapporto tra Dalì e Picasso che è stato a lungo il punto di riferimento contemporaneo dell’artista di Figueres e a un certo punto è diventato il rivale da superare in grandezza e notorietà.
Le successive tre sezioni sono invece dedicate al rapporto di Dalì con tre grandi artisti del passato, che in svariate occasioni lui stesso ha citato come, secondo la sua valutazione, i più grandi di tutti i tempi, ossia Velasquez, Vermeer e Raffaello.
Con questi artisti e con le loro opere, in particolare con alcune da cui era specificamente attratto (Las meninas di Velasquez, La merlettaia di Vermeer e La scuola di Atene di Raffaello, ma anche l’Autoritratto e molto altro), l’arte di Dalì ha continuato a dialogare nel tempo in modi sempre originali e spesso inattesi.
Com’è inevitabile quando si parla di Dalì, da questo percorso nella sua arte e nelle sue connessioni con la tradizione artistica precedente e contemporanea viene fuori anche il lato umano dell’artista, decisamente eccentrico e compreso nel suo ruolo. In tutta la sua vita, Dalì non ha fatto altro che alimentare il mito di sé stesso, ostentando una enorme considerazione della propria arte e adottando in fondo una strategia di comunicazione e promozione anticipatrice di tanta contemporaneità da social.
Voto: 3/5
domenica 1 febbraio 2026
Divine Comedy
Chi ha visto Kafka a Teheran, il precedente film di Ali Asgari distribuito in Italia, si ricorderà che uno dei quadri di cui si componeva quel film raccontava di un regista seduto alla scrivania del funzionario ministeriale che deve certificare la conformità del film ai diktat del regime, il quale può concedere o non concedere il permesso per la sua distribuzione in Iran.
Ebbene, con Divine Comedy Asgari riparte proprio da quel quadro e lo amplia al prima e al dopo, costruendo un magistrale racconto metacinematografico. Il protagonista, Bahram Ark - che interpreta sé stesso - ha realizzato un film che, dopo aver circolato al di fuori dell’Iran, vorrebbe ora proiettare anche in patria. Insieme alla sua fidanzata, nonché produttrice, con i capelli blu, gira per le strade di Teheran su una specie di Vespa rosa (che non è una Vespa), prima per andare al Ministero a richiedere il permesso, che ovviamente non ottiene, poi alla ricerca di una strada più o meno legale per organizzare una proiezione del film.
In questo buffo e scombinato on the road, fatto di ironia dal retrogusto un po’ amaro, e in cui il protagonista è un po’ un novello Dante che non si sa se uscirà a rivedere le stelle, Asgari in parte ripete alcuni stilemi del film precedente, ad esempio diverse scene con telecamera fissa in cui sono i personaggi che gli stanno davanti che si muovono e ne entrano ed escono. Se però in Kafka a Teheran il punto di vista della burocrazia e del potere si nascondeva sempre al di qua della telecamera e risultava invisibile allo spettatore, in Divine Comedy tutto il mondo con cui il protagonista si relaziona, tranne il funzionario ministeriale, si svelano e, nello svelarsi, perdono quell’aura di inavvicinabilità e si rivelano esseri umani con le loro piccole meschinità, le debolezze, le passioni, le tenerezze, le follie che ci accomunano tutti.
Ali Asgari – come in parte già si era visto nel precedente film – non punta il dito contro nessuno, riconoscendo che ciascuno a suo modo combatte la sua battaglia e ha le proprie motivazioni nel farlo.
In questo film si fa però un ulteriore passo in avanti, perché si respira un affetto di fondo per l’umanità, anche in un contesto difficile com’è l’Iran contemporaneo, a dimostrare probabilmente che attraverso il cinema e le storie ch’esso racconta possiamo ancora tutti riconoscere quello che ci accomuna piuttosto che quello che ci separa. E una delle cose che ancora ci unisce è forse proprio l’amore per il cinema.
Voto: 3,5/5
Ebbene, con Divine Comedy Asgari riparte proprio da quel quadro e lo amplia al prima e al dopo, costruendo un magistrale racconto metacinematografico. Il protagonista, Bahram Ark - che interpreta sé stesso - ha realizzato un film che, dopo aver circolato al di fuori dell’Iran, vorrebbe ora proiettare anche in patria. Insieme alla sua fidanzata, nonché produttrice, con i capelli blu, gira per le strade di Teheran su una specie di Vespa rosa (che non è una Vespa), prima per andare al Ministero a richiedere il permesso, che ovviamente non ottiene, poi alla ricerca di una strada più o meno legale per organizzare una proiezione del film.
In questo buffo e scombinato on the road, fatto di ironia dal retrogusto un po’ amaro, e in cui il protagonista è un po’ un novello Dante che non si sa se uscirà a rivedere le stelle, Asgari in parte ripete alcuni stilemi del film precedente, ad esempio diverse scene con telecamera fissa in cui sono i personaggi che gli stanno davanti che si muovono e ne entrano ed escono. Se però in Kafka a Teheran il punto di vista della burocrazia e del potere si nascondeva sempre al di qua della telecamera e risultava invisibile allo spettatore, in Divine Comedy tutto il mondo con cui il protagonista si relaziona, tranne il funzionario ministeriale, si svelano e, nello svelarsi, perdono quell’aura di inavvicinabilità e si rivelano esseri umani con le loro piccole meschinità, le debolezze, le passioni, le tenerezze, le follie che ci accomunano tutti.
Ali Asgari – come in parte già si era visto nel precedente film – non punta il dito contro nessuno, riconoscendo che ciascuno a suo modo combatte la sua battaglia e ha le proprie motivazioni nel farlo.
In questo film si fa però un ulteriore passo in avanti, perché si respira un affetto di fondo per l’umanità, anche in un contesto difficile com’è l’Iran contemporaneo, a dimostrare probabilmente che attraverso il cinema e le storie ch’esso racconta possiamo ancora tutti riconoscere quello che ci accomuna piuttosto che quello che ci separa. E una delle cose che ancora ci unisce è forse proprio l’amore per il cinema.
Voto: 3,5/5
giovedì 29 gennaio 2026
Sorry, baby
Per poter vedere Sorry, baby prima che sparisse dalle sale e possibilmente in lingua originale mi sono catapultata dal lavoro al cinema Barberini un lunedì pomeriggio di pioggia. Non potevo perdere il film scritto, diretto e interpretato da Eva Victor, di cui avevo sentito e letto così bene.
Protagonista di questa storia è Agnes (Eva Victor appunto), una giovane donna che vive nel New England, nella casa dove è cresciuta e dove ha sempre vissuto, e insegna all’Università dove ha studiato. Grazie ai capitoli in cui è articolato il film, e che si muovono nel tempo in maniera non cronologica, sapremo che Agnes ai tempi del dottorato è stata violentata dal suo tutor, il quale il giorno dopo ha dato le dimissioni e non si è mai più fatto vedere.
Dopo questo evento la vita di Agnes si è come incagliata e, nonostante la promozione all’università, la tenera relazione con il vicino Gavin (Lucas Hedges), i gesti gentili di persone estranee (il venditore di panini ad esempio), e soprattutto l’amicizia, anzi sorellanza, con Lydie (Naomi Ackie) – un rapporto tratteggiato in maniera commovente e meravigliosa, e per me la cosa più bella del film -, la giovane non è mai completamente riuscita a metabolizzare completamente quell’evento e a riacquisire una leggerezza e una gioia di vivere davvero piena e non offuscata.
La “brutta cosa” (come la chiama lei) che le è successa sembra ripresentarsi in ogni occasione della vita e non lasciarla veramente andare oltre, come invece ha fatto Lydie che ha trovato una compagna e aspetta una figlia.
Ho trovato il film della Victor molto maturo dal punto di vista cinematografico: notevole nella sceneggiatura, nella fotografia (davvero eccellente), nel montaggio, nella recitazione di tutti gli attori. E il tema affrontato è importante e delicato, ed estremamente soggettivo: avendo letto, ascoltato, visto molte storie di donne che hanno subito violenza, mi sono fatta l’idea che l’elemento comune è che la violenza non può essere dimenticata, né veramente superata, però la reazione emotiva è individuale e oscilla tra la rabbia e il senso di schiacciamento.
Il film da questo punto di vista emana una straordinaria sincerità che ho apprezzato. D’altra parte e senza alcun giudizio verso i sentimenti soggettivi, Sorry, baby mi ha però fatto un po’ l’effetto dei primi libri di Sally Rooney, cioè una distanza emotiva che è certamente generazionale, ma che produce una parziale incomprensione (pur nel rispetto). Del resto, Eva Victor ha 31 anni e non c’è niente da fare: se c’è una generazione con cui io ultracinquantenne in questo momento sento una distanza emotiva e intellettiva forte sono proprio i trentenni (ovviamente generalizzando). Ma sarà un problema mio.
Voto: 3,5/5
Protagonista di questa storia è Agnes (Eva Victor appunto), una giovane donna che vive nel New England, nella casa dove è cresciuta e dove ha sempre vissuto, e insegna all’Università dove ha studiato. Grazie ai capitoli in cui è articolato il film, e che si muovono nel tempo in maniera non cronologica, sapremo che Agnes ai tempi del dottorato è stata violentata dal suo tutor, il quale il giorno dopo ha dato le dimissioni e non si è mai più fatto vedere.
Dopo questo evento la vita di Agnes si è come incagliata e, nonostante la promozione all’università, la tenera relazione con il vicino Gavin (Lucas Hedges), i gesti gentili di persone estranee (il venditore di panini ad esempio), e soprattutto l’amicizia, anzi sorellanza, con Lydie (Naomi Ackie) – un rapporto tratteggiato in maniera commovente e meravigliosa, e per me la cosa più bella del film -, la giovane non è mai completamente riuscita a metabolizzare completamente quell’evento e a riacquisire una leggerezza e una gioia di vivere davvero piena e non offuscata.
La “brutta cosa” (come la chiama lei) che le è successa sembra ripresentarsi in ogni occasione della vita e non lasciarla veramente andare oltre, come invece ha fatto Lydie che ha trovato una compagna e aspetta una figlia.
Ho trovato il film della Victor molto maturo dal punto di vista cinematografico: notevole nella sceneggiatura, nella fotografia (davvero eccellente), nel montaggio, nella recitazione di tutti gli attori. E il tema affrontato è importante e delicato, ed estremamente soggettivo: avendo letto, ascoltato, visto molte storie di donne che hanno subito violenza, mi sono fatta l’idea che l’elemento comune è che la violenza non può essere dimenticata, né veramente superata, però la reazione emotiva è individuale e oscilla tra la rabbia e il senso di schiacciamento.
Il film da questo punto di vista emana una straordinaria sincerità che ho apprezzato. D’altra parte e senza alcun giudizio verso i sentimenti soggettivi, Sorry, baby mi ha però fatto un po’ l’effetto dei primi libri di Sally Rooney, cioè una distanza emotiva che è certamente generazionale, ma che produce una parziale incomprensione (pur nel rispetto). Del resto, Eva Victor ha 31 anni e non c’è niente da fare: se c’è una generazione con cui io ultracinquantenne in questo momento sento una distanza emotiva e intellettiva forte sono proprio i trentenni (ovviamente generalizzando). Ma sarà un problema mio.
Voto: 3,5/5
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martedì 27 gennaio 2026
La piccola Amélie
Ero particolarmente incuriosita da questo film in quanto avevo letto, parecchio tempo fa, Metafisica dei tubi, il libro di Amélie Nothomb da cui questo lungometraggio è tratto, e mi ricordavo che mi era piaciuto.
Maïlys Vallade e Liane-Cho Han tentano l’operazione quasi impossibile di raccontare per immagini animate il libro della Nothomb, che è un racconto autobiografico fantasioso, tenero e cinico – come spesso accade nei suoi romanzi – sulla sua prima infanzia in Giappone.
Come si sa, il padre della Nothomb era un diplomatico belga e, per i primi anni di vita, Amélie ha vissuto con la sua famiglia prima in Giappone e poi in altre parti del mondo.
Anche se lì per lì mentre guardavo il film non lo avevo realizzato, ho verificato poi che sul piano narrativo il film è molto fedele al romanzo: dalla nascita della piccola Amélie ai due anni nella condizione di tubo (una specie di stato inerziale e divino, secondo l'interpretazione della scrittrice, in cui la bimba si limita a mangiare e a digerire, senza interagire con nulla e senza interessarsi di nulla), per poi arrivare all’infanzia attiva innescata dal momento in cui la nonna belga in visita le porta un pezzo di cioccolato bianco da mangiare. E con l’interazione con il mondo arriva tutto quello che, nel bene e nel male, fa parte della vita umana: la complessità dell’interazione umana e la varietà delle emozioni, la scoperta della natura e del piacere, il dolore della perdita e la paura della morte.
Tutto questo Maïlys Vallade e Liane-Cho Han lo raccontano con un disegno dallo stile piuttosto infantile e con colori piatti e accesi che danno un’atmosfera in qualche modo fiabesca alla storia raccontata.
Rileggendo la recensione del libro che avevo scritto a suo tempo, comprendo che la lettura del romanzo mi aveva fatto concentrare molto di più sul senso del racconto, trascinata dalla carica dirompente della scrittura della Nothomb, e che avevo vissuto il romanzo come una scrittura che parla di infanzia ma dal punto di vista di un’adulta (ancora di più questa sensazione l’avevo avuta con Sabotaggio d’amore).
Devo invece ammettere che la visione del film – forse anche perché avvenuta al Cinema dei piccoli in una sala piena di bambini sgranocchianti e vocianti – non mi ha fatto lo stesso effetto: pur apprezzando l’operazione, ho trovato La piccola Amélie un’operazione ibrida che utilizza un immaginario visivo adatto a un pubblico di bambini per veicolare un messaggio complesso e decisamente stratificato. E nel tentativo di mantenere agganciato anche un pubblico di bambini mi pare che il film viri verso un approccio ben più zuccheroso di quello che la Nothomb avesse immaginato.
Voto: 3/5
Maïlys Vallade e Liane-Cho Han tentano l’operazione quasi impossibile di raccontare per immagini animate il libro della Nothomb, che è un racconto autobiografico fantasioso, tenero e cinico – come spesso accade nei suoi romanzi – sulla sua prima infanzia in Giappone.
Come si sa, il padre della Nothomb era un diplomatico belga e, per i primi anni di vita, Amélie ha vissuto con la sua famiglia prima in Giappone e poi in altre parti del mondo.
Anche se lì per lì mentre guardavo il film non lo avevo realizzato, ho verificato poi che sul piano narrativo il film è molto fedele al romanzo: dalla nascita della piccola Amélie ai due anni nella condizione di tubo (una specie di stato inerziale e divino, secondo l'interpretazione della scrittrice, in cui la bimba si limita a mangiare e a digerire, senza interagire con nulla e senza interessarsi di nulla), per poi arrivare all’infanzia attiva innescata dal momento in cui la nonna belga in visita le porta un pezzo di cioccolato bianco da mangiare. E con l’interazione con il mondo arriva tutto quello che, nel bene e nel male, fa parte della vita umana: la complessità dell’interazione umana e la varietà delle emozioni, la scoperta della natura e del piacere, il dolore della perdita e la paura della morte.
Tutto questo Maïlys Vallade e Liane-Cho Han lo raccontano con un disegno dallo stile piuttosto infantile e con colori piatti e accesi che danno un’atmosfera in qualche modo fiabesca alla storia raccontata.
Rileggendo la recensione del libro che avevo scritto a suo tempo, comprendo che la lettura del romanzo mi aveva fatto concentrare molto di più sul senso del racconto, trascinata dalla carica dirompente della scrittura della Nothomb, e che avevo vissuto il romanzo come una scrittura che parla di infanzia ma dal punto di vista di un’adulta (ancora di più questa sensazione l’avevo avuta con Sabotaggio d’amore).
Devo invece ammettere che la visione del film – forse anche perché avvenuta al Cinema dei piccoli in una sala piena di bambini sgranocchianti e vocianti – non mi ha fatto lo stesso effetto: pur apprezzando l’operazione, ho trovato La piccola Amélie un’operazione ibrida che utilizza un immaginario visivo adatto a un pubblico di bambini per veicolare un messaggio complesso e decisamente stratificato. E nel tentativo di mantenere agganciato anche un pubblico di bambini mi pare che il film viri verso un approccio ben più zuccheroso di quello che la Nothomb avesse immaginato.
Voto: 3/5
sabato 24 gennaio 2026
La grazia
Paolo Sorrentino torna al cinema con un film che già ha fatto parlare di sé a Venezia, dove è stato presentato, e poi grazie alle anteprime mattutine che ne hanno anticipato l’uscita ufficiale in sala.
La grazia racconta gli ultimi mesi – il cosiddetto semestre bianco - da Presidente della Repubblica di Mariano De Santis (un eccellente e finalmente misurato Toni Servillo), il quale si trova a dover fare i conti con alcune decisioni molto delicate: la firma o meno di una legge sul fine vita e la concessione della grazia a due persone, un uomo che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer e una donna che ha ucciso il marito che la maltrattava.
De Santis, cattolico e naturalmente propenso all’attendismo e al compromesso, è incalzato dalla figlia Dorotea (una bravissima Anna Ferzetti), che è anche sua assistente personale al Quirinale e che, oltre a tenere sotto controllo la sua salute, è sempre più insofferente rispetto all’approccio del padre.
In questa temperie personalmente e professionalmente delicata, Mariano è anche ossessionato dal pensiero della moglie defunta, cui era profondamente legato, ma che lo ha anche lasciato col mistero dell’uomo con cui, in una fase della loro lunga storia d’amore, lo ha tradito.
Dopo il tuffo nel passato e nelle gioie e dolori della giovinezza fatto con Parthenope (che io avevo amato ben poco), Sorrentino torna a parlare del presente, che è quello suo come uomo che si avvia verso la vecchiaia, ma è anche quello nostro come società che soffre la condizione di incertezza.
Così, attraverso Mariano De Santis, Sorrentino sembra fare in qualche modo pace con il fatto che il dubbio fa parte del nostro essere umani e che la verità non sempre è conoscibile con certezza, perché alberga nei cuori e nelle menti delle persone, che sono per loro natura imperscrutabili; così come il dolore e la malinconia non sono il contrario della leggerezza ma l’inevitabile mix della nostra esistenza. Dunque, accettare il dubbio e ciò nonostante decidere significa anche concedersi una forma di leggerezza altrimenti impossibile, che è poi forse la grazia richiamata nel titolo.
È un Sorrentino decisamente più composto e minimalista del solito quello de La grazia, che, nonostante non rinunci ad alcuni dei suoi segni autoriali e ad alcuni passaggi di sceneggiatura che mi fanno sempre l’effetto di voler sembrare più profondi e intelligenti di quello che sono, riesce ad essere molto più diretto, profondamente empatico e appunto “leggero” rispetto al solito. Ed è proprio grazie a questo che il film si fa anche a più riprese commedia sincera e perfettamente riuscita, pur non abbandonando il suo senso più profondo.
Non mancano le scelte musicali sempre originali e spesso distoniche di Sorrentino (grande amante e conoscitore della musica) che qui regala un cameo a Guè e addirittura mette in bocca al Presidente della Repubblica una strofa rap.
Per me è un 4/5 perché forse non mi aspettavo più niente da Sorrentino e invece è riuscito a sorprendermi. E anche a commuovermi.
Voto: 4/5
La grazia racconta gli ultimi mesi – il cosiddetto semestre bianco - da Presidente della Repubblica di Mariano De Santis (un eccellente e finalmente misurato Toni Servillo), il quale si trova a dover fare i conti con alcune decisioni molto delicate: la firma o meno di una legge sul fine vita e la concessione della grazia a due persone, un uomo che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer e una donna che ha ucciso il marito che la maltrattava.
De Santis, cattolico e naturalmente propenso all’attendismo e al compromesso, è incalzato dalla figlia Dorotea (una bravissima Anna Ferzetti), che è anche sua assistente personale al Quirinale e che, oltre a tenere sotto controllo la sua salute, è sempre più insofferente rispetto all’approccio del padre.
In questa temperie personalmente e professionalmente delicata, Mariano è anche ossessionato dal pensiero della moglie defunta, cui era profondamente legato, ma che lo ha anche lasciato col mistero dell’uomo con cui, in una fase della loro lunga storia d’amore, lo ha tradito.
Dopo il tuffo nel passato e nelle gioie e dolori della giovinezza fatto con Parthenope (che io avevo amato ben poco), Sorrentino torna a parlare del presente, che è quello suo come uomo che si avvia verso la vecchiaia, ma è anche quello nostro come società che soffre la condizione di incertezza.
Così, attraverso Mariano De Santis, Sorrentino sembra fare in qualche modo pace con il fatto che il dubbio fa parte del nostro essere umani e che la verità non sempre è conoscibile con certezza, perché alberga nei cuori e nelle menti delle persone, che sono per loro natura imperscrutabili; così come il dolore e la malinconia non sono il contrario della leggerezza ma l’inevitabile mix della nostra esistenza. Dunque, accettare il dubbio e ciò nonostante decidere significa anche concedersi una forma di leggerezza altrimenti impossibile, che è poi forse la grazia richiamata nel titolo.
È un Sorrentino decisamente più composto e minimalista del solito quello de La grazia, che, nonostante non rinunci ad alcuni dei suoi segni autoriali e ad alcuni passaggi di sceneggiatura che mi fanno sempre l’effetto di voler sembrare più profondi e intelligenti di quello che sono, riesce ad essere molto più diretto, profondamente empatico e appunto “leggero” rispetto al solito. Ed è proprio grazie a questo che il film si fa anche a più riprese commedia sincera e perfettamente riuscita, pur non abbandonando il suo senso più profondo.
Non mancano le scelte musicali sempre originali e spesso distoniche di Sorrentino (grande amante e conoscitore della musica) che qui regala un cameo a Guè e addirittura mette in bocca al Presidente della Repubblica una strofa rap.
Per me è un 4/5 perché forse non mi aspettavo più niente da Sorrentino e invece è riuscito a sorprendermi. E anche a commuovermi.
Voto: 4/5
giovedì 22 gennaio 2026
In giro per mostre di fotografia a gennaio: Margaret Bourke-White a Reggio Emilia e Jeff Wall a Bologna
In una seconda metà di festività natalizie trascorsa a Bologna, approfitto per visitare un paio di mostre fotografiche in zona.
La prima, organizzata dalla Fondazione Palazzo Magnani, si tiene ai Chiostri di San Pietro, a Reggio Emilia, ed è dedicata alla fotografa americana Margaret Bourke-White (L'opera 1930-1960).
Della fotografa avevo visto una bellissima mostra monografica al museo di Roma in Trastevere, e altre foto in un’altra mostra sulle fotografe donne tenutasi a Forlì nel 2021.
Questa nuova mostra mi offre però l'occasione di approfondire un personaggio che già avevo riconosciuto come oltremodo affascinante: una donna nata nel 1904 che ha fatto dell’indipendenza e della fiducia nel progresso le sue bandiere.
La Bourke-White è stata la fotografa delle grandi fabbriche e dei grattacieli che nella sua epoca storica rappresentavano delle straordinarie conquiste per l’umanità e un segno del progresso.
La mostra emiliana, pur partendo da questa premessa, esplora però il lavoro della Bourke-White in molte diverse sfaccettature, mettendo in evidenza l’instancabilità da un lato e il valore etico e politico dei suoi reportage dall’altro.
La Bourke-White visse la seconda guerra mondiale da fotografa di guerra al seguito delle truppe alleate, fu tra le prime ad entrare nei campi di concentramento dopo la liberazione, si inoltrò nell’Appennino emiliano per documentare la resistenza partigiana, ma fu anche la fotografa che fu ammessa in Unione Sovietica per fare le foto a Stalin (che in una accenna addirittura un sorriso), e poi continuò a girare il mondo per documentare guerre e ingiustizie e far crescere la consapevolezza e la necessità di un’azione. Tutto questo fino a quando il Parkinson, che la colpì in giovane età, le impedì di fotografare e spostò la sua attenzione sulla scrittura. Una vita epica e straordinaria, e foto di grande impatto.
La seconda mostra che vado a visitare si svolge al MAST, uno dei musei di Bologna che amo di più e che tra l’altro è completamente gratuito (basta registrarsi all’ingresso la prima volta). Si tratta della mostra di Jeff Wall, che occupa due spazi espositivi del complesso architettonico contemporaneo che costituisce il museo.
Non conoscevo Jeff Wall: scopro che è un importante fotografo contemporaneo canadese vivente che ha un approccio che definirei sperimentale e concettuale alla fotografia. Apparentemente le sue fotografie – di solito di grande formato – non hanno “nulla di particolare”. La specificità sta però innanzitutto nelle soluzioni espositive che Wall utilizza: le foto a colori sono quasi sempre montate in lightbox, ossia sono stampe fotografiche fine art retroilluminate, e talvolta più foto sono combinate in sequenza in un unico lightbox, producendo un effetto fortemente cinematografico sia per luce e colori brillanti, sia per potenzialità narrative; a volte invece le foto a colori sono stampe inkjet, che è invece una modalità di solito considerata lontana dal fine art e di più bassa qualità; le foto in bianco e nero sono infine spesso stampe ai sali d’argento, una modalità antica molto tradizionale, che toglie contrasto e crea un effetto parzialmente vintage.
In secondo luogo, Wall, come reso chiaro dalle citazioni presenti nel percorso espositivo e nei pannelli esplicativi, rifiuta la funzione cronachistica e/o documentaristica della fotografia, e per questo motivo le sue foto sono quasi sempre delle messe in scena, che però non vengono pensate dal fotografo in dettaglio, ma che sono il frutto dell’interazione tra un ambiente che il fotografo individua e le azioni più o meno spontanee e libere che attori o persone qualunque svolgono in quel contesto su richiesta del fotografo. La foto che poi il fotografo sceglie è una delle centinaia di foto che scatta di quella situazione e che solo apparentemente è un momento casuale della realtà, ed è proprio attraverso questo metodo che Wall in qualche modo ci spinge a riflettere su cosa è reale.
Non esattamente il mio tipo di fotografia preferito – troppo concettuale per i miei gusti – ma devo dire molto interessante.
La prima, organizzata dalla Fondazione Palazzo Magnani, si tiene ai Chiostri di San Pietro, a Reggio Emilia, ed è dedicata alla fotografa americana Margaret Bourke-White (L'opera 1930-1960). Della fotografa avevo visto una bellissima mostra monografica al museo di Roma in Trastevere, e altre foto in un’altra mostra sulle fotografe donne tenutasi a Forlì nel 2021.
Questa nuova mostra mi offre però l'occasione di approfondire un personaggio che già avevo riconosciuto come oltremodo affascinante: una donna nata nel 1904 che ha fatto dell’indipendenza e della fiducia nel progresso le sue bandiere.
La Bourke-White è stata la fotografa delle grandi fabbriche e dei grattacieli che nella sua epoca storica rappresentavano delle straordinarie conquiste per l’umanità e un segno del progresso.
La mostra emiliana, pur partendo da questa premessa, esplora però il lavoro della Bourke-White in molte diverse sfaccettature, mettendo in evidenza l’instancabilità da un lato e il valore etico e politico dei suoi reportage dall’altro.
La Bourke-White visse la seconda guerra mondiale da fotografa di guerra al seguito delle truppe alleate, fu tra le prime ad entrare nei campi di concentramento dopo la liberazione, si inoltrò nell’Appennino emiliano per documentare la resistenza partigiana, ma fu anche la fotografa che fu ammessa in Unione Sovietica per fare le foto a Stalin (che in una accenna addirittura un sorriso), e poi continuò a girare il mondo per documentare guerre e ingiustizie e far crescere la consapevolezza e la necessità di un’azione. Tutto questo fino a quando il Parkinson, che la colpì in giovane età, le impedì di fotografare e spostò la sua attenzione sulla scrittura. Una vita epica e straordinaria, e foto di grande impatto.
La seconda mostra che vado a visitare si svolge al MAST, uno dei musei di Bologna che amo di più e che tra l’altro è completamente gratuito (basta registrarsi all’ingresso la prima volta). Si tratta della mostra di Jeff Wall, che occupa due spazi espositivi del complesso architettonico contemporaneo che costituisce il museo. Non conoscevo Jeff Wall: scopro che è un importante fotografo contemporaneo canadese vivente che ha un approccio che definirei sperimentale e concettuale alla fotografia. Apparentemente le sue fotografie – di solito di grande formato – non hanno “nulla di particolare”. La specificità sta però innanzitutto nelle soluzioni espositive che Wall utilizza: le foto a colori sono quasi sempre montate in lightbox, ossia sono stampe fotografiche fine art retroilluminate, e talvolta più foto sono combinate in sequenza in un unico lightbox, producendo un effetto fortemente cinematografico sia per luce e colori brillanti, sia per potenzialità narrative; a volte invece le foto a colori sono stampe inkjet, che è invece una modalità di solito considerata lontana dal fine art e di più bassa qualità; le foto in bianco e nero sono infine spesso stampe ai sali d’argento, una modalità antica molto tradizionale, che toglie contrasto e crea un effetto parzialmente vintage.
In secondo luogo, Wall, come reso chiaro dalle citazioni presenti nel percorso espositivo e nei pannelli esplicativi, rifiuta la funzione cronachistica e/o documentaristica della fotografia, e per questo motivo le sue foto sono quasi sempre delle messe in scena, che però non vengono pensate dal fotografo in dettaglio, ma che sono il frutto dell’interazione tra un ambiente che il fotografo individua e le azioni più o meno spontanee e libere che attori o persone qualunque svolgono in quel contesto su richiesta del fotografo. La foto che poi il fotografo sceglie è una delle centinaia di foto che scatta di quella situazione e che solo apparentemente è un momento casuale della realtà, ed è proprio attraverso questo metodo che Wall in qualche modo ci spinge a riflettere su cosa è reale.
Non esattamente il mio tipo di fotografia preferito – troppo concettuale per i miei gusti – ma devo dire molto interessante.
martedì 20 gennaio 2026
Gioia mia
La mia prima volta al Cinema Teatro Galliera di Bologna, un posto in cui si respira davvero amore per il cinema, è per vedere l'opera prima di una regista italiana, Margherita Spampinato.
Con Gioia mia la Spampinato racconta l'estate di un ragazzino di nove anni, Nico (Marco Fiore), la cui famiglia, vista l'indisponibilità di Violetta, la storica babysitter che sta per sposarsi, decide di mandare a stare un mese in Sicilia con l'anziana prozia Gela (Aurora Quattrocchi).
Non è solo uno scontro generazionale quello tra i due protagonisti di questa storia, ma anche uno scontro tra nord e sud, tra città e provincia, tra religiosità e assenza della stessa, uno scontro che si fa incontro e attraverso il quale si realizza un delicato coming of age.
Soprattutto mi pare che questi due personaggi così distanti, Nico e Gela, si rispecchino profondamente in una caratteristica, una sostanziale rigidità, che si fa quasi rifiuto del cambiamento, tentativo di mantenere la vita in un equilibrio ripetitivo, ma rassicurante.
Il confronto tra i loro mondi lontani sarà sia per Nico sia per Gela l'occasione per rispolverare sentimenti complessi, come la fiducia e la cura, e per andare alla ricerca di e riconquistare un sé ancora in formazione o un sé in qualche modo dimenticato.
Il film della Spampinato è delicato e gentile, e su alcune cose (le case di una certa generazione di anziani, le congreghe delle nonne del sud) è molto realistico. Su altre cose appare invece un po' più stereotipato e didascalico, e nel complesso soffre di una certa meccanicità nella sceneggiatura, nel montaggio e in parte anche nella recitazione, forse in parte voluta per raccontare due personaggi che hanno proprio la rigidità come elemento caratterizzante, ma che un po' alla fine penalizza la spontaneità e l'empatia che il film pure persegue.
Comunque un'ottima opera prima che speriamo sia seguita da altri lavori ancora più belli, visto che il cinema italiano merita - più che un profluvio di pellicole - prodotti ben fatti e che tocchino il cuore con intelligenza.
Voto: 3,5/5
Con Gioia mia la Spampinato racconta l'estate di un ragazzino di nove anni, Nico (Marco Fiore), la cui famiglia, vista l'indisponibilità di Violetta, la storica babysitter che sta per sposarsi, decide di mandare a stare un mese in Sicilia con l'anziana prozia Gela (Aurora Quattrocchi).
Non è solo uno scontro generazionale quello tra i due protagonisti di questa storia, ma anche uno scontro tra nord e sud, tra città e provincia, tra religiosità e assenza della stessa, uno scontro che si fa incontro e attraverso il quale si realizza un delicato coming of age.
Soprattutto mi pare che questi due personaggi così distanti, Nico e Gela, si rispecchino profondamente in una caratteristica, una sostanziale rigidità, che si fa quasi rifiuto del cambiamento, tentativo di mantenere la vita in un equilibrio ripetitivo, ma rassicurante.
Il confronto tra i loro mondi lontani sarà sia per Nico sia per Gela l'occasione per rispolverare sentimenti complessi, come la fiducia e la cura, e per andare alla ricerca di e riconquistare un sé ancora in formazione o un sé in qualche modo dimenticato.
Il film della Spampinato è delicato e gentile, e su alcune cose (le case di una certa generazione di anziani, le congreghe delle nonne del sud) è molto realistico. Su altre cose appare invece un po' più stereotipato e didascalico, e nel complesso soffre di una certa meccanicità nella sceneggiatura, nel montaggio e in parte anche nella recitazione, forse in parte voluta per raccontare due personaggi che hanno proprio la rigidità come elemento caratterizzante, ma che un po' alla fine penalizza la spontaneità e l'empatia che il film pure persegue.
Comunque un'ottima opera prima che speriamo sia seguita da altri lavori ancora più belli, visto che il cinema italiano merita - più che un profluvio di pellicole - prodotti ben fatti e che tocchino il cuore con intelligenza.
Voto: 3,5/5
domenica 18 gennaio 2026
Tutti i nostri segreti / Fatma Aydemir
Tutti i nostri segreti / Fatma Aydemir; trad. di Teresa Ciuffoletti. Roma: Fazi, 2025.
Sento parlare di questo romanzo nel podcast Mondo Cultura dell’Internazionale che sta diventando per me un'importante occasione di scoperta di proposte letterarie e non solo.
La trama mi colpisce e conquista immediatamente.
Tutti i nostri segreti è il romanzo della scrittrice tedesca, di origine turco-curda, Fatma Aydemir, che in patria ha avuto un grande successo e che è ora disponibile in italiano grazie all’editore Fazi.
Si tratta di una storia familiare, quella di una famiglia appunto turco-curda formata da Hüseyin, sua moglie Emine, e i quattro figli, Sevda, Hakan, Peri e il più piccolo Ümit.
Il romanzo è organizzato in sei capitoli quanti sono i componenti della famiglia, ai quali ciascun capitolo è dedicato e in cui scopriamo il punto di vista di ognuno di loro.
Il primo capitolo racconta del patriarca, Hüseyin, che è stato il primo della famiglia a trasferirsi in Germania per lavorare prima in una fabbrica e poi in un’altra, e che poi si è fatto raggiungere dalla moglie. Sevda li ha raggiunti più tardi e in Germania sono poi nati gli altri tre figli. Ma la storia inizia dalla fine: Hüseyin è tornato in Turchia, a Istanbul, dove ha comprato e sistemato un appartamento in cui vuole trasferirsi con la moglie, ma quando tutto è pronto per il trasferimento l’uomo muore per un infarto.
In questa terra si ricongiungerà dunque tutta la famiglia, portando con sé la propria parte della storia. Conosceremo dunque prima Ümit, poi Peri, quindi Hakan, e infine Sevda ed Emine. Ciascuno porta con sé il proprio piccolo o grande segreto, ciascuno rappresenta uno specifico punto di vista sia rispetto alla storia familiare, sia rispetto alle proprie origini e al rapporto con la terra dove sono emigrati o dove sono nati, pur continuando ad essere percepiti come stranieri.
Nel libro di Fatma Aydemir ci sono tanti temi, tutti trattati con profondità e delicatezza: quello dell’emigrazione, del rapporto tra prime e seconde generazioni di immigrati, dell’incontro-scontro tra culture, della cultura patriarcale, del rapporto tra genitori e figli, della condizione della donna, dell’identità individuale e collettiva. Forse – se un difetto vogliamo trovare a questo libro – sta forse proprio nell’aver messo tantissima carne al fuoco, e aver concentrato nella storia di una singola famiglia tanti temi, conferendole un valore simbolico quasi più che realistico.
Tuttavia, la qualità narrativa e la varietà dei punti di vista che si susseguono nel procedere dei capitoli del romanzo trasmettono un profondo senso di verità, soprattutto a livello di sensazioni e sentimenti.
Personalmente sono stata conquistata soprattutto dalla profondità e complessità con cui viene raccontato il rapporto tra immigrati di prima e seconda generazione, con tutto quello che c’è nel mezzo, e attraverso la lettura delle vicende di questa famiglia ho avuto modo di ‘sentire’ e comprendere il punto di vista di ciascuno dei protagonisti, distribuiti su una linea continua che collega la terra di origine e quella di arrivo, più o meno attratti dall’una o dall’altra estremità di questo filo immaginario, sempre divisi, quasi dilaniati tra la fedeltà alle radici e il desiderio di liberarsi da alcune pesanti eredità culturali, ma anche dalla superficialità di una società sempre più ripiegata su sé stessa e sempre meno accogliente.
La cosa bella di questo libro è che in esso – come nella vita – tutti hanno ragione e tutti hanno torto, nel senso che ciascuno ha fatto come ha potuto e il meglio che ha potuto, ma questo meglio non gli o le ha evitato di fare del male anche alle persone cui voleva più bene.
In Peri e Ümit vediamo la speranza di un futuro più risolto, o forse semplicemente una lotta più consapevole per i diritti e una società più giusta, sebbene non viviamo certo in un momento storico che fa molto ben sperare da questo punto di vista.
Voto: 3,5/5
Sento parlare di questo romanzo nel podcast Mondo Cultura dell’Internazionale che sta diventando per me un'importante occasione di scoperta di proposte letterarie e non solo.
La trama mi colpisce e conquista immediatamente.
Tutti i nostri segreti è il romanzo della scrittrice tedesca, di origine turco-curda, Fatma Aydemir, che in patria ha avuto un grande successo e che è ora disponibile in italiano grazie all’editore Fazi.
Si tratta di una storia familiare, quella di una famiglia appunto turco-curda formata da Hüseyin, sua moglie Emine, e i quattro figli, Sevda, Hakan, Peri e il più piccolo Ümit.
Il romanzo è organizzato in sei capitoli quanti sono i componenti della famiglia, ai quali ciascun capitolo è dedicato e in cui scopriamo il punto di vista di ognuno di loro.
Il primo capitolo racconta del patriarca, Hüseyin, che è stato il primo della famiglia a trasferirsi in Germania per lavorare prima in una fabbrica e poi in un’altra, e che poi si è fatto raggiungere dalla moglie. Sevda li ha raggiunti più tardi e in Germania sono poi nati gli altri tre figli. Ma la storia inizia dalla fine: Hüseyin è tornato in Turchia, a Istanbul, dove ha comprato e sistemato un appartamento in cui vuole trasferirsi con la moglie, ma quando tutto è pronto per il trasferimento l’uomo muore per un infarto.
In questa terra si ricongiungerà dunque tutta la famiglia, portando con sé la propria parte della storia. Conosceremo dunque prima Ümit, poi Peri, quindi Hakan, e infine Sevda ed Emine. Ciascuno porta con sé il proprio piccolo o grande segreto, ciascuno rappresenta uno specifico punto di vista sia rispetto alla storia familiare, sia rispetto alle proprie origini e al rapporto con la terra dove sono emigrati o dove sono nati, pur continuando ad essere percepiti come stranieri.
Nel libro di Fatma Aydemir ci sono tanti temi, tutti trattati con profondità e delicatezza: quello dell’emigrazione, del rapporto tra prime e seconde generazioni di immigrati, dell’incontro-scontro tra culture, della cultura patriarcale, del rapporto tra genitori e figli, della condizione della donna, dell’identità individuale e collettiva. Forse – se un difetto vogliamo trovare a questo libro – sta forse proprio nell’aver messo tantissima carne al fuoco, e aver concentrato nella storia di una singola famiglia tanti temi, conferendole un valore simbolico quasi più che realistico.
Tuttavia, la qualità narrativa e la varietà dei punti di vista che si susseguono nel procedere dei capitoli del romanzo trasmettono un profondo senso di verità, soprattutto a livello di sensazioni e sentimenti.
Personalmente sono stata conquistata soprattutto dalla profondità e complessità con cui viene raccontato il rapporto tra immigrati di prima e seconda generazione, con tutto quello che c’è nel mezzo, e attraverso la lettura delle vicende di questa famiglia ho avuto modo di ‘sentire’ e comprendere il punto di vista di ciascuno dei protagonisti, distribuiti su una linea continua che collega la terra di origine e quella di arrivo, più o meno attratti dall’una o dall’altra estremità di questo filo immaginario, sempre divisi, quasi dilaniati tra la fedeltà alle radici e il desiderio di liberarsi da alcune pesanti eredità culturali, ma anche dalla superficialità di una società sempre più ripiegata su sé stessa e sempre meno accogliente.
La cosa bella di questo libro è che in esso – come nella vita – tutti hanno ragione e tutti hanno torto, nel senso che ciascuno ha fatto come ha potuto e il meglio che ha potuto, ma questo meglio non gli o le ha evitato di fare del male anche alle persone cui voleva più bene.
In Peri e Ümit vediamo la speranza di un futuro più risolto, o forse semplicemente una lotta più consapevole per i diritti e una società più giusta, sebbene non viviamo certo in un momento storico che fa molto ben sperare da questo punto di vista.
Voto: 3,5/5
venerdì 16 gennaio 2026
Primavera
Il film di Damiano Michieletto non era esattamente nella mia lista di quelli da vedere, però la programmazione natalizia - tra film che non mi interessavano e film belli che avevo già visto in anteprima (quello di Jarmush e quello ambientato a Taiwan, in italiano La mia famiglia a Taipei) - era per me piuttosto avara di proposte.
Dunque accolgo la proposta della mia amica d'infanzia I. di andare a vedere Primavera, perché lei è da sempre un'appassionata di musica e ama molto Vivaldi.
In realtà il film di Michieletto si rivela molto meno incentrato su Vivaldi e molto più sulle ragazze orfane e/o abbandonate che venivano cresciute presso l'Ospedale della pietà a Venezia, dove venivano educate, istruite e avviate alla musica, per poi possibilmente essere date in sposa a qualche ricco. L'Ospedale viveva delle donazioni dei nobili locali che partecipavano alle messe e ai concerti, e delle doti che gli stessi pagavano per prendere in moglie le ragazze.
In particolare, l'attenzione si concentra su Cecilia (Tecla Insolia), una giovane che scrive alla madre sconosciuta sperando che prima o poi vada a riprenderla e che viene notata da don Antonio Vivaldi per le sue doti di violinista, quando il maestro e compositore viene richiamato dal direttore dell'Ospedale per risollevarne le sorti.
Vivaldi porta grandi innovazioni musicali nel repertorio e continua a comporre sonate e opere sempre più dirompenti rispetto al mainstream dell'epoca, assecondato dalle ragazze e soprattutto da Cecilia.
Ma per una donna, per di più abbandonata e senza né soldi né titoli, in quel momento storico non c'era praticamente alcuna possibilità di seguire la propria strada e la propria vocazione.
Il film di Michieletto si muove su binari solidi, sostenuto anche da una bella ricostruzione d'ambiente e dalla recitazione di Riondino (nei panni di Vivaldi) e di Insolia (oltre che del bravissimo Andrea Pennacchi), ma resta piuttosto convenzionale e alla fine anche consolatorio nel prospettare una forma di autodeterminazione che appare oggettivamente poco probabile.
Bella la parte musicale del film - che poi è forse quella che a Michieletto interessa di più - ma la parabola femminista sottesa appare piuttosto stucchevole, e alla fine lo spettatore non sa bene a chi affezionarsi, se a Vivaldi, musicista malato e geniale, destinato a morire in povertà, o a Cecilia, personaggio di finzione, rappresentativo di tutte le donne che per secoli non hanno potuto scegliere per la propria vita.
Voto: 3/5
Dunque accolgo la proposta della mia amica d'infanzia I. di andare a vedere Primavera, perché lei è da sempre un'appassionata di musica e ama molto Vivaldi.
In realtà il film di Michieletto si rivela molto meno incentrato su Vivaldi e molto più sulle ragazze orfane e/o abbandonate che venivano cresciute presso l'Ospedale della pietà a Venezia, dove venivano educate, istruite e avviate alla musica, per poi possibilmente essere date in sposa a qualche ricco. L'Ospedale viveva delle donazioni dei nobili locali che partecipavano alle messe e ai concerti, e delle doti che gli stessi pagavano per prendere in moglie le ragazze.
In particolare, l'attenzione si concentra su Cecilia (Tecla Insolia), una giovane che scrive alla madre sconosciuta sperando che prima o poi vada a riprenderla e che viene notata da don Antonio Vivaldi per le sue doti di violinista, quando il maestro e compositore viene richiamato dal direttore dell'Ospedale per risollevarne le sorti.
Vivaldi porta grandi innovazioni musicali nel repertorio e continua a comporre sonate e opere sempre più dirompenti rispetto al mainstream dell'epoca, assecondato dalle ragazze e soprattutto da Cecilia.
Ma per una donna, per di più abbandonata e senza né soldi né titoli, in quel momento storico non c'era praticamente alcuna possibilità di seguire la propria strada e la propria vocazione.
Il film di Michieletto si muove su binari solidi, sostenuto anche da una bella ricostruzione d'ambiente e dalla recitazione di Riondino (nei panni di Vivaldi) e di Insolia (oltre che del bravissimo Andrea Pennacchi), ma resta piuttosto convenzionale e alla fine anche consolatorio nel prospettare una forma di autodeterminazione che appare oggettivamente poco probabile.
Bella la parte musicale del film - che poi è forse quella che a Michieletto interessa di più - ma la parabola femminista sottesa appare piuttosto stucchevole, e alla fine lo spettatore non sa bene a chi affezionarsi, se a Vivaldi, musicista malato e geniale, destinato a morire in povertà, o a Cecilia, personaggio di finzione, rappresentativo di tutte le donne che per secoli non hanno potuto scegliere per la propria vita.
Voto: 3/5
mercoledì 14 gennaio 2026
Metadietro / Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Teatro Vascello, 20 dicembre 2025
Ed eccomi, come da tradizione, allo spettacolo di Rezza-Mastrella al Teatro Vascello.
Anche a questo giro, l'universo politicamente scorretto, a tratti blasfemo, a tratti nonsense, decisamente anarchico dell'attore novarese non smentisce sé stesso.
Metadietro è un racconto ambientato in parte in mare, in parte nello spazio, e in questo viaggio Rezza è affiancato da Daniele Cavaioli, giovane attore che fa da controcanto, da eco di Rezza, esaltando con le poche parole che pronuncia, i gesti 'scoordinati', i silenzi, il flusso verbale e l'incontenibile fisicità dell'attore principale, e aumentando la forza comica dello spettacolo.
Come spesso accade negli spettacoli di Rezza-Mastrella, oggetto di riflessione e analisi è il presente con tutte le sue derive.
Ma, come sempre, la narrazione non è in alcun modo lineare e il segreto è lasciarsi andare al flusso, inseguire il testo e Rezza nei suoi collegamenti mentali e appropriarsi soggettivamente del senso.
Non mancano i soliti siparietti col pubblico: la donna svedese che ha avuto l'ardire di accendere il cellulare, la ragazza che si è forse addormentata sulla spalla del fidanzato, e poi la scena di partecipazione collettiva sul palco in cui vengono coinvolti tutti gli spettatori in prima fila.
E soprattutto c'è una ragazzina vicino a noi, che avrà circa 10-11 anni, che ride come una matta per tutta la durata dello spettacolo, il che mi fa pensare che il modo di fare teatro di Rezza attinge proprio al modo di giocare e pensare dei bambini, che infatti spesso a esseri adulti e razionali potrebbe apparire demenziale e nonsense.
Quindi, grazie a Rezza di costringerci ad abbandonare la parte più razionale e compassata di noi per lasciarci andare alle libere associazioni e ad un'insensatezza piena di significato.
Voto: 3,5/5
Anche a questo giro, l'universo politicamente scorretto, a tratti blasfemo, a tratti nonsense, decisamente anarchico dell'attore novarese non smentisce sé stesso.
Metadietro è un racconto ambientato in parte in mare, in parte nello spazio, e in questo viaggio Rezza è affiancato da Daniele Cavaioli, giovane attore che fa da controcanto, da eco di Rezza, esaltando con le poche parole che pronuncia, i gesti 'scoordinati', i silenzi, il flusso verbale e l'incontenibile fisicità dell'attore principale, e aumentando la forza comica dello spettacolo.
Come spesso accade negli spettacoli di Rezza-Mastrella, oggetto di riflessione e analisi è il presente con tutte le sue derive.
Ma, come sempre, la narrazione non è in alcun modo lineare e il segreto è lasciarsi andare al flusso, inseguire il testo e Rezza nei suoi collegamenti mentali e appropriarsi soggettivamente del senso.
Non mancano i soliti siparietti col pubblico: la donna svedese che ha avuto l'ardire di accendere il cellulare, la ragazza che si è forse addormentata sulla spalla del fidanzato, e poi la scena di partecipazione collettiva sul palco in cui vengono coinvolti tutti gli spettatori in prima fila.
E soprattutto c'è una ragazzina vicino a noi, che avrà circa 10-11 anni, che ride come una matta per tutta la durata dello spettacolo, il che mi fa pensare che il modo di fare teatro di Rezza attinge proprio al modo di giocare e pensare dei bambini, che infatti spesso a esseri adulti e razionali potrebbe apparire demenziale e nonsense.
Quindi, grazie a Rezza di costringerci ad abbandonare la parte più razionale e compassata di noi per lasciarci andare alle libere associazioni e ad un'insensatezza piena di significato.
Voto: 3,5/5
domenica 11 gennaio 2026
Sabato, domenica e lunedì / di Eduardo De Filippo. Teatro Argentina, 12 dicembre 2025
Sabato, domenica e lunedì è una delle commedie più famose di Eduardo De Filippo, ma io che il teatro di Eduardo lo conosco davvero poco e non lo amo particolarmente non la conoscevo.
Ciò nondimeno, la presenza di Teresa Saponangelo nel ruolo della padrona di casa, Rosa, mi convince ad andare a teatro. La motivazione cala vertiginosamente quando scopro che lo spettacolo dura quasi tre ore, ma ormai i biglietti sono stati acquistati e mi tocca andare.
La commedia racconta tre giornate in casa di Rosa e Peppino (Claudio Di Palma), dal venerdì mattina quando la padrona di casa insieme alla domestica sta preparando il ragù per la domenica fino appunto alla domenica sera, quando i conflitti familiari divampati nel corso del fine settimana troveranno una loro composizione e la vita ricomincerà con la sua solita routine.
Sabato, domenica e lunedì è un’opera corale in cui la coppia al centro della narrazione è circondata da molti altri personaggi, innanzitutto i figli e i loro amici, mariti e fidanzati o aspiranti tali, in secondo luogo il nonno, poi ancora zia Memè e suo figlio, e infine i vicini di casa, i signori Ianniello, più una serie di altri personaggi minori.
I tre atti in cui si articola la commedia si svolgono tutti nella casa dei coniugi Piscopo, che la messa in scena vede come un piccolo anfiteatro su cui si affacciano porte e finestre da cui i personaggi escono o entrano a popolare la scena.
Il regista Luca De Fusco sceglie di rimanere molto fedele al testo e di lasciare che sia il testo stesso, attraverso i suoi interpreti, a profondere tutte le sue potenzialità e anche a comunicare la sua modernità allo spettatore.
Ed effettivamente, così accade: l’incomprensione e la conflittualità tra Rosa e Peppino che sfoceranno nella scenata di Peppino e nel successivo processo di riconciliazione coadiuvato dai loro figli e dalla zia Memè appaiono sinceri e del tutto intellegibili anche agli occhi di un pubblico moderno, e seppur attraversati da una vena di tristezza e malinconia sono anche stemperati da una forma di leggerezza e dall’assenza di quel carico tragico che spesso oggi viene associata alle disfunzionalità familiari. Quasi a dire che le famiglie sono così: non sono normali, spesso non sono felici, a volte sono afflitte da traumi e conflitti, ma sono anche capaci di raddrizzarsi.
Si ride, si sorride, si partecipa, ci si riconosce in molte cose, e le tre ore dello spettacolo passano in un lampo, a conferma che la semplicità e l’adesione allo spirito originale di un testo sono forse oggi l’arma vincente di spettacoli come questo.
Voto: 3,5/5
Ciò nondimeno, la presenza di Teresa Saponangelo nel ruolo della padrona di casa, Rosa, mi convince ad andare a teatro. La motivazione cala vertiginosamente quando scopro che lo spettacolo dura quasi tre ore, ma ormai i biglietti sono stati acquistati e mi tocca andare.
La commedia racconta tre giornate in casa di Rosa e Peppino (Claudio Di Palma), dal venerdì mattina quando la padrona di casa insieme alla domestica sta preparando il ragù per la domenica fino appunto alla domenica sera, quando i conflitti familiari divampati nel corso del fine settimana troveranno una loro composizione e la vita ricomincerà con la sua solita routine.
Sabato, domenica e lunedì è un’opera corale in cui la coppia al centro della narrazione è circondata da molti altri personaggi, innanzitutto i figli e i loro amici, mariti e fidanzati o aspiranti tali, in secondo luogo il nonno, poi ancora zia Memè e suo figlio, e infine i vicini di casa, i signori Ianniello, più una serie di altri personaggi minori.
I tre atti in cui si articola la commedia si svolgono tutti nella casa dei coniugi Piscopo, che la messa in scena vede come un piccolo anfiteatro su cui si affacciano porte e finestre da cui i personaggi escono o entrano a popolare la scena.
Il regista Luca De Fusco sceglie di rimanere molto fedele al testo e di lasciare che sia il testo stesso, attraverso i suoi interpreti, a profondere tutte le sue potenzialità e anche a comunicare la sua modernità allo spettatore.
Ed effettivamente, così accade: l’incomprensione e la conflittualità tra Rosa e Peppino che sfoceranno nella scenata di Peppino e nel successivo processo di riconciliazione coadiuvato dai loro figli e dalla zia Memè appaiono sinceri e del tutto intellegibili anche agli occhi di un pubblico moderno, e seppur attraversati da una vena di tristezza e malinconia sono anche stemperati da una forma di leggerezza e dall’assenza di quel carico tragico che spesso oggi viene associata alle disfunzionalità familiari. Quasi a dire che le famiglie sono così: non sono normali, spesso non sono felici, a volte sono afflitte da traumi e conflitti, ma sono anche capaci di raddrizzarsi.
Si ride, si sorride, si partecipa, ci si riconosce in molte cose, e le tre ore dello spettacolo passano in un lampo, a conferma che la semplicità e l’adesione allo spirito originale di un testo sono forse oggi l’arma vincente di spettacoli come questo.
Voto: 3,5/5
giovedì 8 gennaio 2026
Morti di sonno / Davide Reviati
Morti di sonno / Davide Reviati. Roma: Coconino Press ; Fandango, 2020.
Un po’ di tempo fa avevo letto Sputa tre volte di Davide Reviati e ne ero rimasta prima spiazzata, poi conquistata. Sull’onda emotiva di quella lettura avevo comprato l’altro graphic novel di questo autore, pubblicato sempre per Coconino, e precedente a Sputa tre volte.
Grazie - come al solito - a un viaggio in treno, sono finalmente riuscita a leggerlo e ci ho ritrovato molte delle caratteristiche che l’autore ravennate avrebbe riproposto, ulteriormente raffinate, nei suoi lavori successivi.
Come Sputa tre volte, anche Morti di sonno è un tomone la cui storia si muove dalle parti del romanzo di formazione, oscillando tra ricordo, nostalgia e denuncia sociale. Un’altra caratteristica che accomuna i due libri è la struttura narrativa, che non procede in ordine cronologico, ma va avanti e indietro nel tempo, ed è inframmezzata da inserti puramente visuali, che sta al lettore mettere in relazione con tutto il resto.
La storia è quella di un gruppo di ragazzini che abitano nel villaggio Anic di Ravenna, quello fatto realizzare da Enrico Mattei per ospitare gli operai del polo petrolchimico nato nel 1958. Il narratore, Rino, detto Koper (Capodistria) per via delle sue orecchie a sventola, racconta gli anni della sua adolescenza e di quella dei suoi coetanei, Lario, Ettore e molti altri.
Sono giornate caratterizzate da partite di calcio infinite e combattutissime, da scorribande, da notizie misteriose che passano di bocca in bocca, da personaggi strambi, mentre l’ombra del petrolchimico con i suoi veleni aleggia su tutto e per gli abitanti del villaggio sembra non esistere alcuna prospettiva alternativa a un futuro in fabbrica.
Come avevo notato nell’altro graphic novel, nei racconti di Reviati storia individuale e storia collettiva si intrecciano inestricabilmente, nell’idea di fondo che il destino dei singoli è sempre fortemente condizionato dal contesto nel quale ciascuno nasce e cresce e che sfuggire a questo destino non è affatto facile. E però, il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza – in qualunque condizione lo si sia vissuto – nella matita di Reviati resta un tempo mitico e sospeso, un tempo di fragilità e di grazia, o almeno così finisce per essere nei ricordi di chi se l’è lasciato alle spalle.
Quella dei romanzi grafici di Reviati non è mai una lettura facile, né conciliante; inevitabilmente lascia addosso un senso di malinconia, misto a una specie di spaesamento, rispetto al quale vale la pena abbandonarsi alla bellezza dei suoi disegni, che in questo caso sono straordinariamente pieni di vita, energia e movimento, in particolare nella rappresentazione delle partite di calcio.
A una prima lettura si esce con una sensazione forte, più che con elementi conoscitivi e informazioni. Sicuramente, nel caso di libri come questo, riletture possono aggiungere dettagli ed elementi di senso ulteriori, e permettono di scavare più e meglio nello spirito del suo autore e dei personaggi.
Voto: 3/5
Un po’ di tempo fa avevo letto Sputa tre volte di Davide Reviati e ne ero rimasta prima spiazzata, poi conquistata. Sull’onda emotiva di quella lettura avevo comprato l’altro graphic novel di questo autore, pubblicato sempre per Coconino, e precedente a Sputa tre volte.
Grazie - come al solito - a un viaggio in treno, sono finalmente riuscita a leggerlo e ci ho ritrovato molte delle caratteristiche che l’autore ravennate avrebbe riproposto, ulteriormente raffinate, nei suoi lavori successivi.
Come Sputa tre volte, anche Morti di sonno è un tomone la cui storia si muove dalle parti del romanzo di formazione, oscillando tra ricordo, nostalgia e denuncia sociale. Un’altra caratteristica che accomuna i due libri è la struttura narrativa, che non procede in ordine cronologico, ma va avanti e indietro nel tempo, ed è inframmezzata da inserti puramente visuali, che sta al lettore mettere in relazione con tutto il resto.
La storia è quella di un gruppo di ragazzini che abitano nel villaggio Anic di Ravenna, quello fatto realizzare da Enrico Mattei per ospitare gli operai del polo petrolchimico nato nel 1958. Il narratore, Rino, detto Koper (Capodistria) per via delle sue orecchie a sventola, racconta gli anni della sua adolescenza e di quella dei suoi coetanei, Lario, Ettore e molti altri.
Sono giornate caratterizzate da partite di calcio infinite e combattutissime, da scorribande, da notizie misteriose che passano di bocca in bocca, da personaggi strambi, mentre l’ombra del petrolchimico con i suoi veleni aleggia su tutto e per gli abitanti del villaggio sembra non esistere alcuna prospettiva alternativa a un futuro in fabbrica.
Come avevo notato nell’altro graphic novel, nei racconti di Reviati storia individuale e storia collettiva si intrecciano inestricabilmente, nell’idea di fondo che il destino dei singoli è sempre fortemente condizionato dal contesto nel quale ciascuno nasce e cresce e che sfuggire a questo destino non è affatto facile. E però, il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza – in qualunque condizione lo si sia vissuto – nella matita di Reviati resta un tempo mitico e sospeso, un tempo di fragilità e di grazia, o almeno così finisce per essere nei ricordi di chi se l’è lasciato alle spalle.
Quella dei romanzi grafici di Reviati non è mai una lettura facile, né conciliante; inevitabilmente lascia addosso un senso di malinconia, misto a una specie di spaesamento, rispetto al quale vale la pena abbandonarsi alla bellezza dei suoi disegni, che in questo caso sono straordinariamente pieni di vita, energia e movimento, in particolare nella rappresentazione delle partite di calcio.
A una prima lettura si esce con una sensazione forte, più che con elementi conoscitivi e informazioni. Sicuramente, nel caso di libri come questo, riletture possono aggiungere dettagli ed elementi di senso ulteriori, e permettono di scavare più e meglio nello spirito del suo autore e dei personaggi.
Voto: 3/5
lunedì 5 gennaio 2026
Teresa la notte / di Paola Galassi; con Lucia Mascino. Flautissimo, Teatro Torlonia, 11 dicembre 2025
Ed eccomi al secondo – e ultimo per me – appuntamento con la rassegna Flautissimo: si tratta del monologo interpretato da Lucia Mascino sul testo di Paola Galassi, per la regia di Giampiero Solari e con le musiche di Stefano Fresi.
Teresa la notte racconta la storia di una donna che vive con la madre e con la figlia di sei anni, e lavora in un’azienda come ingegnere informatico.
Nella prima parte dello spettacolo prevale la rappresentazione di una madre single che deve dividersi tra il lavoro, la casa e la famiglia, e che per poter stare dietro a tutto deve fare i salti mortali. Il tono è ironico e leggero, ma anche serio nei contenuti e fortemente empatico e credibile.
Quando però nel racconto interviene il personaggio di Luigi, il collega con cui Teresa esce una sera e con cui potrebbe iniziare una storia, il tono vira progressivamente verso il thriller, con al centro una storia di pedofilia e una svolta nel personaggio di Teresa abbastanza sorprendente.
Pur godibile e capace di tenere viva l’attenzione, il testo di questo monologo non mi ha convinta del tutto, soprattutto nella seconda parte, nella quale la svolta thriller appare secondo me un po’ forzata e non si amalgama del tutto perfettamente con i tratti della personalità di Teresa così come emersi nella prima parte del racconto.
Nonostante questo difetto – che personalmente attribuisco primariamente alla scrittura – Lucia Mascino si conferma interprete eccezionale, sempre più sicura dei suoi mezzi, e forse anche per questo capace di mettersi in scena con tutta sé stessa e di dare spessore ai suoi personaggi.
La recitazione della Mascino è dunque il vero punto di forza dello spettacolo, che però dal mio punto di vista necessita ancora di qualche aggiustamento drammaturgico per risultare pienamente efficace e credibile.
Voto: 3,5/5
Teresa la notte racconta la storia di una donna che vive con la madre e con la figlia di sei anni, e lavora in un’azienda come ingegnere informatico.
Nella prima parte dello spettacolo prevale la rappresentazione di una madre single che deve dividersi tra il lavoro, la casa e la famiglia, e che per poter stare dietro a tutto deve fare i salti mortali. Il tono è ironico e leggero, ma anche serio nei contenuti e fortemente empatico e credibile.
Quando però nel racconto interviene il personaggio di Luigi, il collega con cui Teresa esce una sera e con cui potrebbe iniziare una storia, il tono vira progressivamente verso il thriller, con al centro una storia di pedofilia e una svolta nel personaggio di Teresa abbastanza sorprendente.
Pur godibile e capace di tenere viva l’attenzione, il testo di questo monologo non mi ha convinta del tutto, soprattutto nella seconda parte, nella quale la svolta thriller appare secondo me un po’ forzata e non si amalgama del tutto perfettamente con i tratti della personalità di Teresa così come emersi nella prima parte del racconto.
Nonostante questo difetto – che personalmente attribuisco primariamente alla scrittura – Lucia Mascino si conferma interprete eccezionale, sempre più sicura dei suoi mezzi, e forse anche per questo capace di mettersi in scena con tutta sé stessa e di dare spessore ai suoi personaggi.
La recitazione della Mascino è dunque il vero punto di forza dello spettacolo, che però dal mio punto di vista necessita ancora di qualche aggiustamento drammaturgico per risultare pienamente efficace e credibile.
Voto: 3,5/5
sabato 3 gennaio 2026
LaPOCAlisse / di Makkox e Valerio Aprea; con Valerio Aprea. Teatro Ambra Jovinelli, 6 dicembre 2025
LaPOCAlisse è lo spettacolo teatrale scritto da Makkox e Valerio Aprea, e interpretato da Valerio Aprea, che è nato dalla collaborazione tra i due nel dietro le quinte della trasmissione de La7 Propaganda Live.
Di fatto, lo spettacolo è la somma di quattro monologhi tenuti insieme dal tema generale del declino sociale, politico e umano del nostro mondo e, dunque, dall’idea ch’esso sia ormai avviato verso, appunto, l’apocalisse.
Tutto comincia con un monologo sul Fantacitorio, un immaginario gioco ispirato al Fantasanremo che riguarderebbe invece la politica e ne spiegherebbe alcune delle assurdità. E già questo monologo da solo vale lo spettacolo. Da qui in poi i monologhi si alternano a momenti di metateatro in cui Aprea racconta i retroscena del monologo recitato o anticipa elementi su quello successivo, e soprattutto interagisce con il pubblico ponendo domande che danno l’avvio a forme di improvvisazione comica.
Il risultato è uno spettacolo in cui non ci si annoia nemmeno per un secondo, si ride parecchio sia per quello che dice e fa Aprea sul palco, sia per gli interventi del pubblico, e che ci racconta il nostro mondo in modo divertito e al contempo intelligente, costringendoci in qualche modo a riflettere su noi stessi e sul modo in cui ciascuno di noi partecipa di alcune delle follie e delle idiosincrasie del mondo contemporaneo.
Ciascun frammento dello spettacolo è separato dall’altro dall’immagine di un quadro – prevalentemente di epoca seicentesca – sul tema dell’apocalisse e della morte, mentre durante i monologhi lo sfondo cambia colore, trasformando la figura di Aprea in una silhouette in controluce.
Uno spettacolo semplice, ma scritto bene, in pieno stile Propaganda Live, che mescola comicità e satira sociale, che in alcuni passaggi – come quello della cagnolina Frechete – è destinato a rimanere nella memoria degli spettatori.
Voto: 3,5/5
Di fatto, lo spettacolo è la somma di quattro monologhi tenuti insieme dal tema generale del declino sociale, politico e umano del nostro mondo e, dunque, dall’idea ch’esso sia ormai avviato verso, appunto, l’apocalisse.
Tutto comincia con un monologo sul Fantacitorio, un immaginario gioco ispirato al Fantasanremo che riguarderebbe invece la politica e ne spiegherebbe alcune delle assurdità. E già questo monologo da solo vale lo spettacolo. Da qui in poi i monologhi si alternano a momenti di metateatro in cui Aprea racconta i retroscena del monologo recitato o anticipa elementi su quello successivo, e soprattutto interagisce con il pubblico ponendo domande che danno l’avvio a forme di improvvisazione comica.
Il risultato è uno spettacolo in cui non ci si annoia nemmeno per un secondo, si ride parecchio sia per quello che dice e fa Aprea sul palco, sia per gli interventi del pubblico, e che ci racconta il nostro mondo in modo divertito e al contempo intelligente, costringendoci in qualche modo a riflettere su noi stessi e sul modo in cui ciascuno di noi partecipa di alcune delle follie e delle idiosincrasie del mondo contemporaneo.
Ciascun frammento dello spettacolo è separato dall’altro dall’immagine di un quadro – prevalentemente di epoca seicentesca – sul tema dell’apocalisse e della morte, mentre durante i monologhi lo sfondo cambia colore, trasformando la figura di Aprea in una silhouette in controluce.
Uno spettacolo semplice, ma scritto bene, in pieno stile Propaganda Live, che mescola comicità e satira sociale, che in alcuni passaggi – come quello della cagnolina Frechete – è destinato a rimanere nella memoria degli spettatori.
Voto: 3,5/5
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