Il film di Kleber Mendonça Filho è sorprendente da diversi punti di vista: sul piano della struttura narrativa, su quello estetico e su quello dei contenuti e dei significati.
A livello narrativo, per la prima ora del film lo spettatore è chiamato a concentrarsi su assi narrativi che si fa fatica a mettere in relazione, che sembrano procedere parallelamente e che costringono a un’attenzione esclusiva molto simile a quella che richiede la lettura di un romanzo complesso per superare le prime 100 pagine. Poi, a un certo punto, questi assi narrativi convergono dentro un quadro d’insieme in cui acquistano significato, e alcuni di essi si rivelano sottotrame non strettamente funzionali al cuore narrativo del racconto, ma certamente funzionali alla ricostruzione del contesto e dell’atmosfera.
Dal punto di vista estetico, L’agente segreto è chiaramente un omaggio al cinema degli anni Settanta, in particolare al genere poliziesco (anche se la sequenza di apertura del film si inscrive magistralmente nel genere western), e lo è nei colori, nella grana grossa, nelle inquadrature, nei rapidi zoom sui dettagli, in un certo gusto grottesco e quasi kitsch, che inevitabilmente ci catapultano in un universo cinematografico dal sapore nostalgico.
Sul piano dei contenuti, dentro la confezione di un film poliziesco e di una quasi spy story, c’è una storia profondamente politica che si inserisce nell’operazione di ricostruzione storica della dittatura brasiliana (1964-1985), operazione che diventa esplicita quando comprendiamo che quello che stiamo vedendo è l’oggetto dello studio di una giovane ricercatrice dei nostri tempi che sta analizzando audio e materiali d’archivio e di stampa relativi alla vicenda di Armando Solimões (Wagner Moura), che però si fa chiamare Marcelo Alvez per sfuggire a chi lo sta cercando per ammazzarlo.
Siamo nel 1977, sotto la dittatura di Ernesto Geisel (il cui ritratto appeso alle pareti degli uffici pubblici viene più volte inquadrato). Durante il periodo del carnevale, Armando, con il suo maggiolone giallo, arriva a Recife, nello stato del Pernambuco, sotto il falso nome di Marcelo. L'uomo è un professore universitario che si è messo di traverso, insieme a sua moglie, rispetto agli affari loschi di un industriale di origine italiana, il quale vuole dunque prendersi la sua vendetta. A Recife, Armando/Marcelo si rifugia nella casa in cui Dona Sebastiana ospita persone che si nascondono dal regime; grazie a questa rete di supporto, trova intanto lavoro nell’Ufficio anagrafe locale, dove prova anche a cercare informazioni sulla madre, e rientra in contatto con il figlio Fernando, che vive con i nonni materni, da quando la madre è morta.
Tutti questi aspetti sono tenuti insieme da un fil rouge che opera a tutti i livelli, ossia il cinema stesso, elemento centrale della storia. Oltre a omaggiare diversi generi della cinematografia degli anni Settanta, il cinema è uno dei luoghi del racconto, e il suocero di Armando ne è il proiezionista. Molti film sono citati esplicitamente o ne vengono mostrate alcune immagini su grandi e piccoli schermi o su locandine (The omen, Le magnifique con Jean Paul Belmondo, Pasqualino Settebellezze della Wertmuller, Donna Flor e i suoi due mariti): ma soprattutto è Lo squalo di Spielberg a farla da padrone, non solo come film proiettato ma anche come vicenda vissuta, visto che la corrotta polizia locale sta anche indagando su una gamba trovata nel corpo di uno squalo, che a sua volta diventerà protagonista di fantasiose notizie sui giornali locali e anche di una specie di corto di genere all’interno del film complessivo. Del resto, Lo squalo ha anche un forte significato metaforico visto che nel Brasile di quegli anni il regime non solo agiva esso stesso come uno squalo, ma lasciava che molti altri squali si muovessero a piede libero nella società.
In conclusione, mi sento di dire che quello di Mendonça Filho è un gran film e, sebbene non sia pienamente nelle mie corde, non posso non riconoscerne la grandezza.
Voto: 4/5
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domenica 15 febbraio 2026
mercoledì 8 maggio 2024
Civil war
Vado a vedere questo film di Alex Garland con grandi aspettative, solo in parte attenuate dalla recensione decisamente non entusiastica di Matteo Bordone nel suo podcast (ma io e lui non sempre siamo allineati rispetto ai gusti cinematografici).
Mi attira e mi incuriosisce molto l'idea di vedere raccontata sul grande schermo una guerra civile negli Stati Uniti, vista attraverso gli occhi di una fotoreporter di guerra, Lee Smith (che ha il volto di Kirsten Dunst, e il cui nome sembra essere il risultato di una doppia citazione, quella di Lee Miller e di Eugene Smith, due iconici e straordinari fotoreporter di guerra).
La storia non è molto di più di questo. Lee svolge il suo lavoro da moltissimi anni e ha documentato guerre in tutto il mondo; ora, insieme al collega Joel (Wagner Moura) intende andare da New York a Washington D.C. per raccontare una nazione in guerra e intervistare il presidente, asserragliato a Capitol Hill, mentre le forze secessioniste di California, Texas e Florida si avvicinano. In questo viaggio on the road attraverso un paese in cui dilagano violenza e distruzione, Lee e Joel saranno affiancati da Sammy (Stephen McKinley Henderson), un vecchio giornalista del New York Times, e da Jessie (Cailee Spaeny), una aspirante fotoreporter che ha una vera e propria ammirazione per Lee. Molte cose accadranno durante questo viaggio, e le relazioni tra questi personaggi cambieranno anche in conseguenza delle numerose difficoltà e pericoli che dovranno affrontare insieme.
La distopia di una nazione come gli Stati Uniti travolta da una guerra civile è ovviamente suggestiva e anche preoccupante, soprattutto se guardata con gli occhi di un presente in cui questa prospettiva appare molto meno assurda di quanto potrebbe o dovrebbe. Va detto però che il film non mi pare voglia approfondire particolarmente questo aspetto. Cosicché - per come l'ho letto io - il focus è piuttosto sul ruolo dei media nella documentazione dei conflitti e in particolare sulla professione del fotoreporter, con tutte le implicazioni di carattere etico che la caratterizzano (e che sono concentrate in particolare nel rapporto tra Lee e Jessie).
D'altra parte, nemmeno su questo tema, pur centrale - com'è confermato anche dal fatto che durante l'azione ogni tanto vediamo dei fermi immagine a colori o in bianco e nero che sono le fotografie rispettivamente di Lee e di Jessie - posso dire che sia stato fatto un particolare lavoro di approfondimento, che renda il film speciale. Il che insieme ad altri aspetti che mi hanno lasciato un po' perplessa - il commento musicale di alcune sequenze narrative, gli inserti presuntamente poetici in momenti drammatici, la violenza in qualche caso un po' gratuita, il girato che a volte fa pensare a un videogioco sparatutto - ha fatto sì che arrivassi alla fine del film sostanzialmente delusa. Con chi mi ha chiesto un giudizio sintetico non ho potuto fare a meno di usare il termine "giocattolone" (ovviamente una semplificazione e una esagerazione) per connotare un film che certamente è nato con grandi ambizioni, ma che alla fine a me personalmente non ha raccontato nulla di particolarmente nuovo né di significativo. Senza dubbio le immagini di città occidentali trasformate in uno scenario di guerra sono piuttosto potenti e ben fatte, ma anche quelle non sono particolarmente nuove, e a mio avviso non bastano a salvare il film dal rischio della superficialità.
Voto: 3/5
Mi attira e mi incuriosisce molto l'idea di vedere raccontata sul grande schermo una guerra civile negli Stati Uniti, vista attraverso gli occhi di una fotoreporter di guerra, Lee Smith (che ha il volto di Kirsten Dunst, e il cui nome sembra essere il risultato di una doppia citazione, quella di Lee Miller e di Eugene Smith, due iconici e straordinari fotoreporter di guerra).
La storia non è molto di più di questo. Lee svolge il suo lavoro da moltissimi anni e ha documentato guerre in tutto il mondo; ora, insieme al collega Joel (Wagner Moura) intende andare da New York a Washington D.C. per raccontare una nazione in guerra e intervistare il presidente, asserragliato a Capitol Hill, mentre le forze secessioniste di California, Texas e Florida si avvicinano. In questo viaggio on the road attraverso un paese in cui dilagano violenza e distruzione, Lee e Joel saranno affiancati da Sammy (Stephen McKinley Henderson), un vecchio giornalista del New York Times, e da Jessie (Cailee Spaeny), una aspirante fotoreporter che ha una vera e propria ammirazione per Lee. Molte cose accadranno durante questo viaggio, e le relazioni tra questi personaggi cambieranno anche in conseguenza delle numerose difficoltà e pericoli che dovranno affrontare insieme.
La distopia di una nazione come gli Stati Uniti travolta da una guerra civile è ovviamente suggestiva e anche preoccupante, soprattutto se guardata con gli occhi di un presente in cui questa prospettiva appare molto meno assurda di quanto potrebbe o dovrebbe. Va detto però che il film non mi pare voglia approfondire particolarmente questo aspetto. Cosicché - per come l'ho letto io - il focus è piuttosto sul ruolo dei media nella documentazione dei conflitti e in particolare sulla professione del fotoreporter, con tutte le implicazioni di carattere etico che la caratterizzano (e che sono concentrate in particolare nel rapporto tra Lee e Jessie).
D'altra parte, nemmeno su questo tema, pur centrale - com'è confermato anche dal fatto che durante l'azione ogni tanto vediamo dei fermi immagine a colori o in bianco e nero che sono le fotografie rispettivamente di Lee e di Jessie - posso dire che sia stato fatto un particolare lavoro di approfondimento, che renda il film speciale. Il che insieme ad altri aspetti che mi hanno lasciato un po' perplessa - il commento musicale di alcune sequenze narrative, gli inserti presuntamente poetici in momenti drammatici, la violenza in qualche caso un po' gratuita, il girato che a volte fa pensare a un videogioco sparatutto - ha fatto sì che arrivassi alla fine del film sostanzialmente delusa. Con chi mi ha chiesto un giudizio sintetico non ho potuto fare a meno di usare il termine "giocattolone" (ovviamente una semplificazione e una esagerazione) per connotare un film che certamente è nato con grandi ambizioni, ma che alla fine a me personalmente non ha raccontato nulla di particolarmente nuovo né di significativo. Senza dubbio le immagini di città occidentali trasformate in uno scenario di guerra sono piuttosto potenti e ben fatte, ma anche quelle non sono particolarmente nuove, e a mio avviso non bastano a salvare il film dal rischio della superficialità.
Voto: 3/5
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