Il documentario di Laura Poitras, vincitore del Leone d'oro a Venezia, racconta la vita della fotografa Nan Goldin, toccando i numerosi momenti significativi della sua esistenza dagli anni dell’infanzia nella sua famiglia disfunzionale fino agli anni più recenti caratterizzati dall’attivismo contro la famiglia Sackler, prima responsabile della crisi degli oppioidi negli Stati Uniti.
Ne viene fuori un ritratto complesso e multiforme, come multiformi – oltre che molto forti - sono state le esperienze di vita di Nan Goldin. Il primo evento a segnarla in maniera indelebile fu il suicidio dell’amata sorella maggiore Barbara nel 1965, che si colloca in un contesto familiare difficile dal quale ben presto la stessa Nan si allontana. Determinante è poi l’incontro con David Armstrong, amico di una vita, e poi il trasferimento a New York dove si immerge completamente nella vita artistica dell’East Village, documentandola con il suo lavoro The ballad of sexual dependency, che è certamente il suo più famoso.
Sono anni di eccessi e di esplorazione dei margini, che però sono anche ricchi di ispirazione e caratterizzati dalla costruzione di importanti relazioni, tra cui alcune distruttive, come quella con Brian che arriva a malmenarla fino quasi a ucciderla. Sono gli anni in cui anche la dipendenza dalle droghe si fa più grave, in un contesto nel quale via via molti dei suoi amici muoiono per overdose o AIDS, ma anche gli anni della sua consacrazione artistica.
Negli ultimi anni la Goldin, vittima di una dipendenza da oppiodi a causa dell’OxyContin, un antidolorifico distribuito in America dalla Purdue Pharma della famiglia Sackler che ha determinato una vera e propria epidemia di tossicodipendenza e un numero altissimo di morti per overdose, è stata tra le fondatrici del gruppo P.A.I.N. (Prescription Addiction Intervention Now), svolgendo azioni dimostrative contro la famiglia Sackler per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla loro responsabilità.
Il film della Poitras riesce a tenere insieme e far emergere la forte correlazione tra le esperienze di vita della Goldin e la sua produzione artistica, alternando il racconto delle prime a spezzoni dei suoi famosi slideshow. Il fil rouge che sembra trasparire da questa vita così articolata è una sorta di desiderio e di tensione costante della Goldin a portare alla luce il sommerso e l’invisibile: questo vale per la storia della sua famiglia e della sorella Barbara (di cui Nan ha cercato le tracce nella documentazione degli istituti psichiatrici dove è stata rinchiusa: il titolo del film “All the beauty and the blodshed” è tratto dalla relazione di un medico che commenta l’esito del test di Rorschach su Barbara), per le molteplici storie delle persone incontrate negli anni newyorkesi, e ancora in questi ultimi anni per l’attivismo politico contro i Sachler. Senza ipocrisie né perbenismi Goldin guarda in faccia la realtà e la porta all’attenzione degli altri per farla “sentire” emotivamente, anche prima e al di là di una comprensione razionale.
Il video finale nel quale Nan riprende la madre e il padre anziani che ballano in casa è commovente perché in un certo senso ricompone un quadro familiare disgregato attraverso una comprensione a posteriori dell’inadeguatezza di questi genitori, vittime loro stessi delle imposizioni sociali. La lettura del biglietto trovato in tasca a Barbara dopo il suicidio – una citazione da Cuore di tenebra di Joseph Conrad – è il colpo di grazia finale in un film ad altissima intensità emotiva: «Droll thing life is—that mysterious arrangement of merciless logic for a futile purpose. The most you can hope from it is some knowledge of yourself - that comes too late - a crop of unextinguishable regrets.»
Voto: 4/5
martedì 28 febbraio 2023
domenica 26 febbraio 2023
Chi ha paura di Virginia Woolf? / Edward Albee. Teatro Argentina, 12 febbraio 2023
Il regista Antonio Latella porta a teatro il classico di Edward Albee, Chi ha paura di Virginia Woolf?, interpretato da Vinicio Marchioni e Sonia Bergamasco nei ruoli dei coniugi George e Martha, e Paola Giannini e Ludovico Fededegni, nei ruoli dei giovani Honey e Nick.
Tutto si svolge in una notte nella casa di George e Martha, dove i due hanno invitato Nick e Honey a raggiungerli dopo una festa.
Già prima dell'arrivo degli ospiti si capisce che nella coppia ci sono molte tensioni irrisolte e George e Martha cominciano un duello verbale che si trasforma a poco a poco in un vero e proprio gioco al massacro, nel quale Nick e Honey fungono da spettatori ma anche da strumenti delle reciproche strategie. Mentre a più riprese fa la sua comparsa la canzoncina il cui ritornello Who's afraid of the big bad wolf? viene modificato da Martha in Who's afraid of Virginia Woolf?, il tasso alcolico sale vertiginosamente, i toni si fanno sempre più esasperati, così come il cinismo e la violenza psicologica che George e Martha riservano non solo a sé stessi ma anche ai loro ospiti, in un gioco di allontanamenti e avvicinamenti sottolineato anche dalle scenografie, dai costumi e in particolare dall'uso dei colori (verde, rosso e blu che si alternano e si inseguono). L'esito è l'inevitabile sgonfiamento della tensione e il riavvicinamento tra Martha e George, secondo il prevedibile schema di un rapporto di dipendenza malata.
Tutto si svolge in una notte nella casa di George e Martha, dove i due hanno invitato Nick e Honey a raggiungerli dopo una festa.
Già prima dell'arrivo degli ospiti si capisce che nella coppia ci sono molte tensioni irrisolte e George e Martha cominciano un duello verbale che si trasforma a poco a poco in un vero e proprio gioco al massacro, nel quale Nick e Honey fungono da spettatori ma anche da strumenti delle reciproche strategie. Mentre a più riprese fa la sua comparsa la canzoncina il cui ritornello Who's afraid of the big bad wolf? viene modificato da Martha in Who's afraid of Virginia Woolf?, il tasso alcolico sale vertiginosamente, i toni si fanno sempre più esasperati, così come il cinismo e la violenza psicologica che George e Martha riservano non solo a sé stessi ma anche ai loro ospiti, in un gioco di allontanamenti e avvicinamenti sottolineato anche dalle scenografie, dai costumi e in particolare dall'uso dei colori (verde, rosso e blu che si alternano e si inseguono). L'esito è l'inevitabile sgonfiamento della tensione e il riavvicinamento tra Martha e George, secondo il prevedibile schema di un rapporto di dipendenza malata.
Mentre Giannini e Fededegni scelgono uno stile recitativo da comprimari e sicuramente a tratti più naturalistico, Marchioni e Bergamasco tengono la scena con una recitazione importante, che insegue l'elevato pathos del testo. Alcuni di loro, tra cui all'apertura del sipario Sonia Bergamasco, si esibiscono anche in performance musicali non banali.
Nonostante l'ammirevole tentativo di modernizzazione compiuto da regista e drammaturga, il testo secondo me non riesce a nascondere i suoi anni. E, pur essendo stato probabilmente dirompente nell'epoca in cui fu scritto, oggi - a valle di moltissimi altri testi che l'hanno seguito - fa fatica a scandalizzare nei toni e nei contenuti, che molto risentono della temperie culturale dell'America di quegli anni, caratterizzati da un livello elevato di benessere in una società però molto moralista e perbenista.
Il risultato finisce dunque per essere in parte stucchevole e, alla chiusura del sipario, quello che ci invade è un senso di liberazione, che poi forse era anche l'obiettivo di autore e regista.
Lo spettacolo è candidato a molteplici premi Ubu, ma personalmente non sono riuscita ad entrarci in sintonia.
Voto: 3/5
Nonostante l'ammirevole tentativo di modernizzazione compiuto da regista e drammaturga, il testo secondo me non riesce a nascondere i suoi anni. E, pur essendo stato probabilmente dirompente nell'epoca in cui fu scritto, oggi - a valle di moltissimi altri testi che l'hanno seguito - fa fatica a scandalizzare nei toni e nei contenuti, che molto risentono della temperie culturale dell'America di quegli anni, caratterizzati da un livello elevato di benessere in una società però molto moralista e perbenista.
Il risultato finisce dunque per essere in parte stucchevole e, alla chiusura del sipario, quello che ci invade è un senso di liberazione, che poi forse era anche l'obiettivo di autore e regista.
Lo spettacolo è candidato a molteplici premi Ubu, ma personalmente non sono riuscita ad entrarci in sintonia.
Voto: 3/5
venerdì 24 febbraio 2023
Everything, everywhere, all at once
Dopo il ritorno in sala di questo film grazie all'elevato numero di candidature agli Oscar, riesco a recuperare il film dei cosiddetti Daniels (Daniel Kwan e Daniel Scheinert), che pur non essendo propriamente il mio genere mi incuriosisce molto.
Al centro della narrazione Evelyn Wang (Michelle Yeoh), una cinese di circa 50 anni immigrata in America, che gestisce insieme a suo marito Waymond (Jonathan Ke Quan) una lavanderia a gettoni, ha una figlia, Joy (Stephanie Hsu), che ha una relazione con una ragazza, e un padre, Gong Gong (James Hong), appena arrivato dalla Cina.
Evelyn sta attraversando un momento di crisi, ma la sua vita è destinata a prendere una nuova direzione quando un'altra versione di Waymond proveniente da un universo parallelo, Alphaverso, la ingaggia in una missione per salvare il suo mondo dalle mire distruttive di Jobu Tupacki.
Questa missione metterà la donna di fronte alle molteplici versioni di sé degli universi alternativi, ossia gli universi nati dalle varianti innescate da ogni piccola decisione presa nel tempo.
Per Evelyn sarà l'occasione di riflettere su sé stessa e sulle sue scelte, oltreché per riacquistare un senso di sé e degli affetti della propria vita.
Il tutto si traduce in un frullatore che pur avendo in fondo un significato semplice ha una confezione piena di creatività.
Tra citazioni che vanno dal pop al colto, trovate esilaranti che oscillano tra il grottesco e il demenziale, e universi alternativi davvero imprevedibili (vedi quello in cui Evelyn e la figlia sono trasformate in due enormi sassi in un mondo desertico, o quello in cui tutti hanno dei wurstel al posto delle dita) il film dei Daniels è capace di raggiungere qualunque pubblico, pur rimanendo fedele alla sua natura indipendente.
Un giocattolone "artigianale" che intrattiene con intelligenza.
Voto: 3,5/5
Al centro della narrazione Evelyn Wang (Michelle Yeoh), una cinese di circa 50 anni immigrata in America, che gestisce insieme a suo marito Waymond (Jonathan Ke Quan) una lavanderia a gettoni, ha una figlia, Joy (Stephanie Hsu), che ha una relazione con una ragazza, e un padre, Gong Gong (James Hong), appena arrivato dalla Cina.
Evelyn sta attraversando un momento di crisi, ma la sua vita è destinata a prendere una nuova direzione quando un'altra versione di Waymond proveniente da un universo parallelo, Alphaverso, la ingaggia in una missione per salvare il suo mondo dalle mire distruttive di Jobu Tupacki.
Questa missione metterà la donna di fronte alle molteplici versioni di sé degli universi alternativi, ossia gli universi nati dalle varianti innescate da ogni piccola decisione presa nel tempo.
Per Evelyn sarà l'occasione di riflettere su sé stessa e sulle sue scelte, oltreché per riacquistare un senso di sé e degli affetti della propria vita.
Il tutto si traduce in un frullatore che pur avendo in fondo un significato semplice ha una confezione piena di creatività.
Tra citazioni che vanno dal pop al colto, trovate esilaranti che oscillano tra il grottesco e il demenziale, e universi alternativi davvero imprevedibili (vedi quello in cui Evelyn e la figlia sono trasformate in due enormi sassi in un mondo desertico, o quello in cui tutti hanno dei wurstel al posto delle dita) il film dei Daniels è capace di raggiungere qualunque pubblico, pur rimanendo fedele alla sua natura indipendente.
Un giocattolone "artigianale" che intrattiene con intelligenza.
Voto: 3,5/5
mercoledì 22 febbraio 2023
Il compleanno (Birthday party) / Harold Pinter; regia di Peter Stein. Teatro Sala Umberto, 8 febbraio 2023
Peter Stein porta in scena al Teatro Sala Umberto Il compleanno di Pinter affidandosi a un cast solido in cui spicca la presenza di Maddalena Crippa.
Siamo nella casa di Meg e Petey Bowles, una coppia ben oltre la mezza età che affitta alcune stanze. In una di queste da tempo alloggia Stanley (Alessandro Averone), un giovane di cui non sappiamo quasi nulla (millanta un passato da pianista), che trascorre le sue giornate nella nullafacenza, in un gioco di seduzione con la signora Meg e con l'amica di lei, Lulu. Tutto questo prosegue fino a quando giungono in città due stranieri, Goldberg e McCann, che chiedono di alloggiare nella pensione dei Bowles. I due sembrano conoscere Stanley, che sottopongono subito a una specie di assurdo interrogatorio. La situazione degenera durante la festa di compleanno che i due uomini organizzano per il compleanno di Stan, che - anche complice il tasso alcolico - degenera in un crescendo di tensione, nonsense, sadismo, violenza fisica e psicologica.
Il mattino dopo, mentre la vita di Meg e Petey sembra tornare all'ordinaria routine, è accaduto qualcosa che cambia per sempre la situazione, sebbene non molte spiegazioni ci vengano fornite e molto resta non esplicitato.
La messa in scena è perfettamente funzionale al tono della narrazione, con una scenografia fissa sulla sala da pranzo dei Bowles, mentre le altre stanze della casa e il mondo esterno vengono evocati ma non entrano mai in scena, contribuendo al senso di straniamento complessivo. La sequenza del compleanno è particolarmente angosciante nella forma e nella sostanza, soprattutto perché non troviamo nessun appiglio razionale a cui ancorarci.
Un testo oscuro e ambiguo che spiazza e destabilizza, e che ancora riesce ad attrarre e a comunicare qualcosa alla nostra post post modernità.
Voto: 3,5/5
Siamo nella casa di Meg e Petey Bowles, una coppia ben oltre la mezza età che affitta alcune stanze. In una di queste da tempo alloggia Stanley (Alessandro Averone), un giovane di cui non sappiamo quasi nulla (millanta un passato da pianista), che trascorre le sue giornate nella nullafacenza, in un gioco di seduzione con la signora Meg e con l'amica di lei, Lulu. Tutto questo prosegue fino a quando giungono in città due stranieri, Goldberg e McCann, che chiedono di alloggiare nella pensione dei Bowles. I due sembrano conoscere Stanley, che sottopongono subito a una specie di assurdo interrogatorio. La situazione degenera durante la festa di compleanno che i due uomini organizzano per il compleanno di Stan, che - anche complice il tasso alcolico - degenera in un crescendo di tensione, nonsense, sadismo, violenza fisica e psicologica.
Il mattino dopo, mentre la vita di Meg e Petey sembra tornare all'ordinaria routine, è accaduto qualcosa che cambia per sempre la situazione, sebbene non molte spiegazioni ci vengano fornite e molto resta non esplicitato.
La messa in scena è perfettamente funzionale al tono della narrazione, con una scenografia fissa sulla sala da pranzo dei Bowles, mentre le altre stanze della casa e il mondo esterno vengono evocati ma non entrano mai in scena, contribuendo al senso di straniamento complessivo. La sequenza del compleanno è particolarmente angosciante nella forma e nella sostanza, soprattutto perché non troviamo nessun appiglio razionale a cui ancorarci.
Un testo oscuro e ambiguo che spiazza e destabilizza, e che ancora riesce ad attrarre e a comunicare qualcosa alla nostra post post modernità.
Voto: 3,5/5
lunedì 20 febbraio 2023
Decision to leave
Un noir classico di ambientazione coreana, che si muove tra Hitchcock e Matsumoto Seichō, ma si arricchisce delle tipicità della cultura e dell'estetica coreana.
Dopo Mademoiselle, film estetizzante e algido che secondo me aveva sostanzialmente esaurito un certo filone della poetica di Park Chan-Wook, con questo nuovo film il regista coreano cambia completamente genere e registro, reinventando sé stesso e trovando nuova ispirazione e linfa vitale.
In Decision to leave protagonista è Hae Joon (Park Hae Il), un commissario di polizia con un grande attaccamento al lavoro e senso del dovere, che vive un infelice matrimonio a distanza. Di fronte alla morte di un uomo precipitato da una roccia durante una escursione, viene interrogata la giovane moglie cinese, Seo Rae (Tang Wei), che fin da subito mostra un atteggiamento ambiguo. Man mano che le indagini vanno avanti il caso viene chiuso come suicidio, ma nel frattempo Hae Joon, che è stato sedotto dalla donna, continua ossessivamente a seguirne le tracce fino a una scoperta destinata a cambiare il corso degli eventi e allo struggente epilogo.
Di fronte a una materia classica incentrata sulla figura di una ambigua ma anche dolce femme fatale, Park Chan-Wook riesce a intessere una storia in cui - com'è tipico del cinema coreano e soprattutto del suo - mescola i generi, cosicché accanto al noir e al melò trovano spazio momenti grotteschi se non addirittura esilaranti. Vederlo in lingua originale è un'esperienza ancora più completa, sia per apprezzare l'uso di due lingue (la cinese e la coreana) che spesso richiedono strumenti di traduzione per la comunicazione tra il commissario e Seo Rae, sia per tenere insieme la mimica coreana (lontana anni luce dalla nostra) con le sonorità della lingua e delle interiezioni da loro utilizzate.
Il tutto si inserisce dentro una confezione impeccabile (fotograficamente a tratti davvero notevole) e in una densità emotiva e di senso che nonostante la distanza culturale cattura dal primo all'ultimo istante, nonostante la lunghezza della visione.
Voto: 4/5
Dopo Mademoiselle, film estetizzante e algido che secondo me aveva sostanzialmente esaurito un certo filone della poetica di Park Chan-Wook, con questo nuovo film il regista coreano cambia completamente genere e registro, reinventando sé stesso e trovando nuova ispirazione e linfa vitale.
In Decision to leave protagonista è Hae Joon (Park Hae Il), un commissario di polizia con un grande attaccamento al lavoro e senso del dovere, che vive un infelice matrimonio a distanza. Di fronte alla morte di un uomo precipitato da una roccia durante una escursione, viene interrogata la giovane moglie cinese, Seo Rae (Tang Wei), che fin da subito mostra un atteggiamento ambiguo. Man mano che le indagini vanno avanti il caso viene chiuso come suicidio, ma nel frattempo Hae Joon, che è stato sedotto dalla donna, continua ossessivamente a seguirne le tracce fino a una scoperta destinata a cambiare il corso degli eventi e allo struggente epilogo.
Di fronte a una materia classica incentrata sulla figura di una ambigua ma anche dolce femme fatale, Park Chan-Wook riesce a intessere una storia in cui - com'è tipico del cinema coreano e soprattutto del suo - mescola i generi, cosicché accanto al noir e al melò trovano spazio momenti grotteschi se non addirittura esilaranti. Vederlo in lingua originale è un'esperienza ancora più completa, sia per apprezzare l'uso di due lingue (la cinese e la coreana) che spesso richiedono strumenti di traduzione per la comunicazione tra il commissario e Seo Rae, sia per tenere insieme la mimica coreana (lontana anni luce dalla nostra) con le sonorità della lingua e delle interiezioni da loro utilizzate.
Il tutto si inserisce dentro una confezione impeccabile (fotograficamente a tratti davvero notevole) e in una densità emotiva e di senso che nonostante la distanza culturale cattura dal primo all'ultimo istante, nonostante la lunghezza della visione.
Voto: 4/5
venerdì 17 febbraio 2023
The banshees of Inisherin = Gli spiriti dell’isola
Mi sono andata a rileggere la recensione che a suo tempo avevo scritto del precedente film di Martin McDonagh, Tre manifesti a Ebbing, Missouri, di cui avevo un ricordo impressionistico e la sensazione che non lo avessi apprezzato particolarmente. Oltre a sorprendermi per il voto (gli avevo dato uno dei miei 3,5/5), scopro che quel film aveva molto più in comune con quest'ultimo di quanto non si possa immaginare. Pur essendo lontani geograficamente e cronologicamente (Missouri vs Irlanda, giorni nostri vs 1923), Martin McDonagh torna a esplorare le piccolissime comunità e le loro dinamiche disfunzionali.
Pádraic (un bravissimo Colin Farrell, che non andrebbe visto doppiato per nessun motivo al mondo) abita con la sorella Siobhan (una ispiratissima Kerry Condon) in una piccola fattoria nell'isola di Inisherin (un'isola che non esiste, le cui riprese sono state girate nell'isola di Inishmore e in altri remoti luoghi irlandesi), insieme ai loro animali (un'asinella, delle mucche, i cavalli). Ogni pomeriggio alle 2 Pádraic passa a prendere l'amico Colm (Brendan Gleeson), che abita con il suo cane in un cottage in pietra su una bellissima baia, per andare insieme al pub di Jonjo a bere una pinta di birra e a fare quattro chiacchiere. Questa routine tranquilla in un luogo dalla natura idilliaca viene sconvolta quando un giorno, all'improvviso, Colm dice a Pádraic che non vuole essere più suo amico e trascorrere le sue giornate in chiacchiere sterili, ma che vuole dedicarsi alla musica e alle poesie per il tempo che gli resta da vivere. Questa situazione inattesa stravolge non solo Pádraic, che non si dà pace della decisione dell'amico quasi come un amante scaricato, ma l'intera comunità che inevitabilmente deve fare i conti con questa rottura che catalizza l'attenzione e la partecipazione collettiva.
Così man mano che la narrazione procede tutto subisce una specie di magica trasformazione.
Il fascino selvaggio dell'isola con le sue scogliere, i campi verdissimi circondati dai muretti a secco e punteggiati dalle case bianche, le baie da cui si ammirano tramonti spettacolari sul mare, si fa sempre più cupo e inquietante. L'isola diventa uno spazio soffocante e incombente che si stringe intorno ai personaggi. Colm combatte con il fantasma della morte e con l'ossessione di dare un senso alla sua vita e porta la sua depressione fino all'autolesionismo; Pádraic, uomo dagli orizzonti limitati ma certamente gentile, a poco a poco tira fuori una cattiveria inattesa, in una escalation che trascina con sé tutti a partire dai più deboli, come Dominic (Barry Keoghan), il ragazzo ritardato, figlio del poliziotto, innamorato di Siobhan.
La signora McCormick, la vecchietta vicina di casa di Pádraic e Siobhan, diventa una presenza sempre più oscura rivelando la sua natura quasi stregonesca, vera e propria reincarnazione delle banshees, creature leggendarie della mitologia irlandese che annunciano la morte e che Colm sceglie come soggetto della canzone che sta scrivendo.
Anche il tono complessivo del film cambia coerentemente. Quella che inizia come una commedia un po' grottesca, si trasforma poco a poco in una fiaba sempre più nera dagli esiti tragici. L'impianto da tragedia classica - già riconoscibile in Tre manifesti a Ebbing, Missouri - qui trova una nuova e più pregnante manifestazione.
La solitudine, la paura della morte, un consesso umano claustrofobico, le piccole e grandi meschinità individuali, l'assenza di prospettive e l'inquietudine sono le micce nemmeno troppo nascoste da cui possono scoppiare piccoli e grandi incendi. La guerra non è solo quella con la G maiuscola di cui a Inisherin si sente solo l'eco lontana, ma anche quella che nasce dalla fine di un'amicizia e che finisce per sconvolgere una comunità. Non c'è speranza per chi rimane, ma forse solo per chi se ne allontana, in maniera forse anche egoistica.
Non pensiate però che The banshees of Inisherin sia un film grave, perché McDonagh conferma ancora una volta di governare magistralmente la capacità di mescolare generi e registri, suscitando a seconda dei casi la risata, la commozione, l'orrore, l'angoscia, e a volte frullando insieme tutte queste cose.
Voto: 4/5
Pádraic (un bravissimo Colin Farrell, che non andrebbe visto doppiato per nessun motivo al mondo) abita con la sorella Siobhan (una ispiratissima Kerry Condon) in una piccola fattoria nell'isola di Inisherin (un'isola che non esiste, le cui riprese sono state girate nell'isola di Inishmore e in altri remoti luoghi irlandesi), insieme ai loro animali (un'asinella, delle mucche, i cavalli). Ogni pomeriggio alle 2 Pádraic passa a prendere l'amico Colm (Brendan Gleeson), che abita con il suo cane in un cottage in pietra su una bellissima baia, per andare insieme al pub di Jonjo a bere una pinta di birra e a fare quattro chiacchiere. Questa routine tranquilla in un luogo dalla natura idilliaca viene sconvolta quando un giorno, all'improvviso, Colm dice a Pádraic che non vuole essere più suo amico e trascorrere le sue giornate in chiacchiere sterili, ma che vuole dedicarsi alla musica e alle poesie per il tempo che gli resta da vivere. Questa situazione inattesa stravolge non solo Pádraic, che non si dà pace della decisione dell'amico quasi come un amante scaricato, ma l'intera comunità che inevitabilmente deve fare i conti con questa rottura che catalizza l'attenzione e la partecipazione collettiva.
Così man mano che la narrazione procede tutto subisce una specie di magica trasformazione.
Il fascino selvaggio dell'isola con le sue scogliere, i campi verdissimi circondati dai muretti a secco e punteggiati dalle case bianche, le baie da cui si ammirano tramonti spettacolari sul mare, si fa sempre più cupo e inquietante. L'isola diventa uno spazio soffocante e incombente che si stringe intorno ai personaggi. Colm combatte con il fantasma della morte e con l'ossessione di dare un senso alla sua vita e porta la sua depressione fino all'autolesionismo; Pádraic, uomo dagli orizzonti limitati ma certamente gentile, a poco a poco tira fuori una cattiveria inattesa, in una escalation che trascina con sé tutti a partire dai più deboli, come Dominic (Barry Keoghan), il ragazzo ritardato, figlio del poliziotto, innamorato di Siobhan.
La signora McCormick, la vecchietta vicina di casa di Pádraic e Siobhan, diventa una presenza sempre più oscura rivelando la sua natura quasi stregonesca, vera e propria reincarnazione delle banshees, creature leggendarie della mitologia irlandese che annunciano la morte e che Colm sceglie come soggetto della canzone che sta scrivendo.
Anche il tono complessivo del film cambia coerentemente. Quella che inizia come una commedia un po' grottesca, si trasforma poco a poco in una fiaba sempre più nera dagli esiti tragici. L'impianto da tragedia classica - già riconoscibile in Tre manifesti a Ebbing, Missouri - qui trova una nuova e più pregnante manifestazione.
La solitudine, la paura della morte, un consesso umano claustrofobico, le piccole e grandi meschinità individuali, l'assenza di prospettive e l'inquietudine sono le micce nemmeno troppo nascoste da cui possono scoppiare piccoli e grandi incendi. La guerra non è solo quella con la G maiuscola di cui a Inisherin si sente solo l'eco lontana, ma anche quella che nasce dalla fine di un'amicizia e che finisce per sconvolgere una comunità. Non c'è speranza per chi rimane, ma forse solo per chi se ne allontana, in maniera forse anche egoistica.
Non pensiate però che The banshees of Inisherin sia un film grave, perché McDonagh conferma ancora una volta di governare magistralmente la capacità di mescolare generi e registri, suscitando a seconda dei casi la risata, la commozione, l'orrore, l'angoscia, e a volte frullando insieme tutte queste cose.
Voto: 4/5
mercoledì 15 febbraio 2023
Tra le nebbie friulane (e quelle slovene)
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| In prossimità del fiume Torre |
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Alloggio
Ci arriviamo in macchina da Bologna e la nostra casa per questi giorni sarà un grande monolocale alla Stasion di pueste, una specie di casale di campagna alla periferia di Nogaredo al Torre. Il fiume Torre - per me sconosciuto - sta proprio dietro il casale, a 5 minuti di strada: ci andiamo per constatare che il letto è privo d'acqua (come ci dicono, l'acqua scorre al di sotto in questo momento dell'anno) e per sorprenderci di quanto sia grande. Di fronte al nostro casale ci sono altre case in pietra ristrutturate e soprattutto Villa Gorgo, una grandiosa villa veneta della metà del Settecento con la bella scuderia affrescata, tappa obbligata per chi al tempo era in viaggio verso l'Austria.
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| Nogaredo al Torre |
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I giri
Da Nogaredo nei giorni a seguire esploriamo i dintorni, sebbene non giriamo tantissimo perché l'idea è quella di riposarsi e anche perché il meteo non invoglia quasi per niente.
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| Aquileia |
Un'altra giornata è dedicata al sentiero di Rilke, quello che si snoda lungo il costone delle scogliere sul mare tra Sistiana e Duino. Purtroppo becchiamo una giornata particolarmente brutta, e all'andata facciamo più di metà del sentiero con la pioggia. Dopo la pausa a Duino (ci salva l'unico bar aperto del paese), torniamo indietro con un meteo leggermente più favorevole e riusciamo a vedere un piccolissimo sprazzo di tramonto sul castello di Duino.
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| Sul sentiero di Rilke |
Forse perché è inverno l'ingresso non è regolamentato e non si paga il biglietto (al parcheggio ci sono pochissime auto): così iniziamo il percorso circolare che prima ci porta giù fino al fiume, poi ci fa risalire per andare al fondo della gola (bellissima e inquietante), poi tornando facciamo un "avanti-e-indietro" sul ponte tibetano, quindi ci immergiamo nel sentiero che ci porta alla roccia a forma di orso e infine risaliamo sulla strada, verso la cosiddetta grotta di Dante (così chiamata perché si dice che l'abbia visitata Dante e che sia stata di ispirazione per l'Inferno) che però è chiusa.
Lungo la strada arriviamo al ponte di ferro (detto anche del diavolo, rinforzato e usato dai soldati durante la guerra) e infine eccoci al parcheggio. In questa giornata la nebbia sembra averci offerto una tregua e abbiamo potuto persino godere di un bel sole. Poiché è ancora presto, decidiamo di allungarci fino alla chiesetta di Javorca, costruita dai soldati austro-ungarici come monumento alla riconciliazione e alla pace. La strada che porta alla chiesetta è una stradina in mezzo ai boschi a un'unica corsia e in buona parte sterrata che a tratti fa un po' paura , soprattutto se in macchina si incrocia qualcun altro che viene nel senso opposto. Però attraversa un paesaggio fantastico, che è ancora più spettacolare ora che l'atmosfera si è fatta di nuovo brumosa.
Al termine di questa strada si parcheggia e poi con altri circa 20 minuti a piedi si è alla chiesetta (chiusa ovviamente), da cui si domina il paesaggio circostante, dove il sole al tramonto cerca di aprirsi una piccola feritoia tra le nuvole.
L'ultimo giorno lo dedichiamo a Trieste, in particolare il nostro obiettivo è il castello di Miramare che il primo gennaio risulta aperto e anche gratuito. Non a caso quando arriviamo c'è parecchia gente che evidentemente ha avuto la nostra stessa idea. Dopo un pochino di fila, riusciamo a prendere i biglietti e facciamo la visita all'interno (bella, ma non entusiasmante), poi un piccolo giro nel parco, quindi andiamo a Trieste città.
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| Gole di Tolmino |
Al termine di questa strada si parcheggia e poi con altri circa 20 minuti a piedi si è alla chiesetta (chiusa ovviamente), da cui si domina il paesaggio circostante, dove il sole al tramonto cerca di aprirsi una piccola feritoia tra le nuvole.
L'ultimo giorno lo dedichiamo a Trieste, in particolare il nostro obiettivo è il castello di Miramare che il primo gennaio risulta aperto e anche gratuito. Non a caso quando arriviamo c'è parecchia gente che evidentemente ha avuto la nostra stessa idea. Dopo un pochino di fila, riusciamo a prendere i biglietti e facciamo la visita all'interno (bella, ma non entusiasmante), poi un piccolo giro nel parco, quindi andiamo a Trieste città.
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| Verso il castello di Miramare |
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Il cibo e il vino
In Friuli - si sa - si mangia e si beve bene, e talvolta benissimo, praticamente ovunque.
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| Verso la chiesetta di Javorca |
Di seguito i posti sperimentati con successo durante la nostra permanenza friulana.
Innanzitutto la Fricheria/Trattoria Al Cavallino a Strassoldo, dove ci siamo fermate il primo giorno arrivando: tantissimi tipi di frico, certo non leggeri, ma molto buoni.
A Grado, durante la nostra breve sosta, abbiamo mangiato al Bar Cicchetteria Rampa d'oro, che non gli si darebbe un centesimo, invece si rivela un posto buono e dall'atmosfera simpatica.
Una sera invece mangiamo insieme alla nostra amica M. e alla sua famiglia all'osteria Agli antenati a San Lorenzo Isontino, dove tra cjarsons, secondi di carne, dolci e amari usciamo satolle e contente.
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| Alle gole di Tolmino |
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| Sul sentiero di Rilke |
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Salutiamo un Friuli che per questa volta ci ha mostrato un volto prevalentemente grigio, piovoso e avvolto nella nebbia (a parte alcune ore della nostra gita slovena), ma che non per questo ci è risultato meno affascinante e attrattivo. Non sarà di certo la nostra ultima visita in questa regione, dove tante cose ancora aspettano di essere scoperte e apprezzate.
lunedì 13 febbraio 2023
Un bel mattino = Un beau matin
Dopo la parentesi un po' meno intimista - e secondo me meno riuscita - del film Sull'isola di Bergman, Mia Hansen-Løve torna alle atmosfere de L'avenir (Le cose che verranno), e lo fa con un film profondamente autobiografico.
Al centro di questo racconto c'è una donna, Sandra (una credibile Léa Seydoux), che si divide tra il lavoro (fa la traduttrice, anche simultanea), la figlia (di una decina di anni), e il padre Georg (Pascal Greggory), ex professore di filosofia, a cui è stata diagnosticata la Sindrome di Benson, una malattia neurodegenerativa che lo sta rendendo non autonomo e sempre più confuso. Intorno a lei ruotano la sorella, insieme alla quale si occupa del padre, la madre - con cui il padre è separato da tanto tempo -, Leila, la nuova compagna del padre, la bisnonna ancora in discreta salute.
Un giorno al parco, Sandra incontra Clément (Melvil Poupaud), un amico che è stato via a lungo per lavoro, e tra i due scocca la scintilla dell'attrazione e inizia una storia d'amore. Clément però è sposato e ha un figlio, quindi la storia attraversa tutte le fasi tipiche dei rapporti clandestini.
Sandra si trova da un lato a fare i conti con l'impatto psicologico e pratico della malattia del padre, insieme alla necessità di trasferirlo in una struttura di cura e di svuotare la casa dei suoi tantissimi libri, dall'altro a vivere la felicità incontenibile dell'amore ritrovato dopo la morte del marito, ma anche la sofferenza degli inevitabili allontanamenti di Clément, oltre al rapporto con una figlia che sta crescendo e che diventa portatrice di esigenze e domande sempre più complesse.
Come nel precedente L'avenir, Mia Hansen-Løve sceglie uno stile sommesso, quasi sussurrato. C'è tutto in questo film: c'è il dolore, la paura, la speranza, l'empatia, la sofferenza, la gioia, la preoccupazione, l'amore, e tutti questi sentimenti sono intrecciati e talvolta sovrapposti nelle stesse giornate e nella stessa persona.
La regista scava e legge nelle pieghe dell'esistenza senza la presunzione di tirarne fuori delle grandi verità o insegnamenti, ma 'semplicemente' descrivendo le contraddizioni della vita, e interrogandosi - ancora una volta - sul senso della nostra esistenza, o forse sull'assenza di un senso che vada al di là dei cicli infinitamente ripetuti di esistenze individuali e delle emozioni con cui ognuno di noi la riempie.
Il titolo Un beau matin non è soltanto una citazione da Prévert - come qualcuno ha fatto notare - ma anche il titolo di un racconto che il padre della Hansen-Løve ha scritto per parlare della sua malattia, di cui alcuni passi entrano nella sceneggiatura del film.
Non c'è niente di strumentalmente melodrammatico in questo film, e però una intensità e una verità che è difficile trovare in altri film su temi analoghi. Quello di Sandra è un personaggio femminile di una tridimensionalità sorprendente: una donna che affronta con razionalità e senso pratico i problemi che molte di noi si trovano a vivere, ma non si difende dalle emozioni di fronte allo 'svanire' del padre - che lascia dietro di sé solo migliaia di libri - e al comparire imprevisto di un amore.
Con la canzone Love will remain di Bill Fay che parte sull'ultimo fotogramma del film, la Hansen-Løve sembra volerci indicare una possibile risposta, ma forse anche questa è una risposta persino eccessiva per un film che in fondo fa del relativismo e della sobrietà emotiva la sua bandiera.
Voto: 3,5/5
Al centro di questo racconto c'è una donna, Sandra (una credibile Léa Seydoux), che si divide tra il lavoro (fa la traduttrice, anche simultanea), la figlia (di una decina di anni), e il padre Georg (Pascal Greggory), ex professore di filosofia, a cui è stata diagnosticata la Sindrome di Benson, una malattia neurodegenerativa che lo sta rendendo non autonomo e sempre più confuso. Intorno a lei ruotano la sorella, insieme alla quale si occupa del padre, la madre - con cui il padre è separato da tanto tempo -, Leila, la nuova compagna del padre, la bisnonna ancora in discreta salute.
Un giorno al parco, Sandra incontra Clément (Melvil Poupaud), un amico che è stato via a lungo per lavoro, e tra i due scocca la scintilla dell'attrazione e inizia una storia d'amore. Clément però è sposato e ha un figlio, quindi la storia attraversa tutte le fasi tipiche dei rapporti clandestini.
Sandra si trova da un lato a fare i conti con l'impatto psicologico e pratico della malattia del padre, insieme alla necessità di trasferirlo in una struttura di cura e di svuotare la casa dei suoi tantissimi libri, dall'altro a vivere la felicità incontenibile dell'amore ritrovato dopo la morte del marito, ma anche la sofferenza degli inevitabili allontanamenti di Clément, oltre al rapporto con una figlia che sta crescendo e che diventa portatrice di esigenze e domande sempre più complesse.
Come nel precedente L'avenir, Mia Hansen-Løve sceglie uno stile sommesso, quasi sussurrato. C'è tutto in questo film: c'è il dolore, la paura, la speranza, l'empatia, la sofferenza, la gioia, la preoccupazione, l'amore, e tutti questi sentimenti sono intrecciati e talvolta sovrapposti nelle stesse giornate e nella stessa persona.
La regista scava e legge nelle pieghe dell'esistenza senza la presunzione di tirarne fuori delle grandi verità o insegnamenti, ma 'semplicemente' descrivendo le contraddizioni della vita, e interrogandosi - ancora una volta - sul senso della nostra esistenza, o forse sull'assenza di un senso che vada al di là dei cicli infinitamente ripetuti di esistenze individuali e delle emozioni con cui ognuno di noi la riempie.
Il titolo Un beau matin non è soltanto una citazione da Prévert - come qualcuno ha fatto notare - ma anche il titolo di un racconto che il padre della Hansen-Løve ha scritto per parlare della sua malattia, di cui alcuni passi entrano nella sceneggiatura del film.
Non c'è niente di strumentalmente melodrammatico in questo film, e però una intensità e una verità che è difficile trovare in altri film su temi analoghi. Quello di Sandra è un personaggio femminile di una tridimensionalità sorprendente: una donna che affronta con razionalità e senso pratico i problemi che molte di noi si trovano a vivere, ma non si difende dalle emozioni di fronte allo 'svanire' del padre - che lascia dietro di sé solo migliaia di libri - e al comparire imprevisto di un amore.
Con la canzone Love will remain di Bill Fay che parte sull'ultimo fotogramma del film, la Hansen-Løve sembra volerci indicare una possibile risposta, ma forse anche questa è una risposta persino eccessiva per un film che in fondo fa del relativismo e della sobrietà emotiva la sua bandiera.
Voto: 3,5/5
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