Giusto la fine del mondo è il titolo del testo teatrale di Jean-Luc Lagarce da cui Xavier Dolan ha tratto il suo film del 2016, uscito in Italia con il titolo È solo la fine del mondo.
Il film di Dolan a suo tempo non mi aveva convinto, ma ho deciso di offrire al testo una seconda possibilità, anche per apprezzarne la resa nel contesto teatrale nel quale è nato. L'adattamento italiano vede alla regia Francesco Frangipane, mentre sono affidati ad Anna Bonaiuto il ruolo della madre, ad Alessandro Tedeschi il ruolo di Louis, ad Angela Curri quello della sorella Suzanne, a Vincenzo De Michele quello del fratello Antoine, e infine a Barbara Ronchi quello di Catherine, la moglie di Antoine.
Sul palco la ricostruzione di una casa circondata dal prato: a sinistra il salotto, a destra la sala da pranzo, dietro, più in alto, da un lato la stanza di Suzanne (che vive ancora con la madre), dall'altro la cucina. Davanti a tutto tre grandi tende veneziane, da cui Suzanne spia, impaziente, l'arrivo del fratello Louis, che sta tornando a casa dopo dodici lunghi anni di assenza per comunicare che sta per morire.
Le veneziane vengono sollevate quando Louis arriva, e da questo momento inizia un faticoso tentativo di comunicazione tra i membri di questa famiglia, ciascuno portatore dei propri ricordi, dei propri rancori e delle proprie idiosincrasie, tutti desiderosi di rovesciare il proprio carico emotivo su colui che è stato assente per troppo tempo, lasciandoli soli e in fondo permettendo che ognuno si costruisse la propria idea e si desse la propria spiegazione. Louis ascolta, confuso e tramortito dalle parole altrui, fa fatica a interloquire, si limita a qualche sorriso, e quando a tavola tenta di parlare di sé e di raccontare quello che ha da dire, di fatto gli viene impedito, forse perché nessuno dei commensali vuole ascoltare la verità durissima che sta per dire.
Nel dramma di Lagarce, che affonda in parte le radici nella storia personale (essendo lo stesso autore morto di AIDS a soli 38 anni), viene messa in scena tutta la complessità delle dinamiche familiari e l'insuperabile incomunicabilità che è propria di quel consesso umano primigenio, in cui tutti i sentimenti risultano amplificati esponenzialmente nel bene e nel male. La famiglia è il luogo dal quale non si può fuggire nemmeno quando ci si allontana e nella quale le frustrazioni individuali e le fragilità affettive non solo non vengono risolte, ma rimangono intrappolate e fossilizzate in una coazione a ripetere infinita, di fronte alla quale nemmeno l'avanzare dell'età e l'aumentare delle esperienze possono nulla. Se la comunicazione con i propri simili e la reciproca comprensione sono uno dei problemi più grossi con cui gli esseri umani devono fare i conti, la famiglia costituisce il primo laboratorio dell'incomunicabilità umana, quello le cui conseguenze ci rimangono appiccicate addosso e che ci condizionerà per tutta la nostra vita.
E a questa incomunicabilità non sembra esserci rimedio.
La messa in scena del dramma di Lagarce da parte di Frangipane è pulita ed efficace, e gli attori sono appropriati e misurati (o senza misure) ciascuno rispetto al proprio ruolo. Non mi pare che la visione a teatro abbia aggiunto molto a quanto visto nell'adattamento cinematografico di Dolan, anche se devo dire che la maggiore essenzialità della resa teatrale e l'assenza di artifici di carattere intellettualistico hanno certamente contribuito a far arrivare il messaggio in maniera molto più chiara e diretta.
Voto: 3,5/5
venerdì 28 febbraio 2020
giovedì 27 febbraio 2020
Family Romance, Llc.
Dopo la non facile esperienza con il documentario dedicato a Bruce Chatwin, torno a sperimentare il cinema di Werner Herzog con la visione di questo suo nuovo documentario, Family Romance, Llc. che è il film di apertura, fuori concorso, della settima edizione dell'On The Road Film Festival, organizzato dal cinema Detour.
Il film mi aveva incuriosita sia per la location, il Giappone, Tokyo in particolare, sia per il soggetto: Family Romance, Llc. è il nome di un'azienda giapponese fondata da Ishii Yuichi che fornisce un tipo di servizi molto particolare, ossia aiuta le persone a realizzare i propri sogni grazie a una schiera di attori - compreso lo stesso Ishii Yuichi - che, a seconda dei casi e delle necessità, possono interpretare il ruolo di amici, genitori, figli, fotografi di moda e qualunque altra figura di cui i clienti sentano la necessità.
In pratica la società offre dei surrogati emotivi in situazioni che le persone non riescono o non vogliono affrontare con le proprie risorse interiori ovvero nel tentativo di modificare la realtà secondo i propri desiderata.
Osserviamo così Ishii Yuichi e i suoi dipendenti-attori in diverse situazioni in cui vengono chiamati a intervenire: una donna che vuole mostrarsi per strada circondata da paparazzi in modo che la sua immagine possa diventare virale e lei famosa, una giovane sposa e sua madre alla ricerca di un padre alternativo che accompagni la figlia all'altare, una signora che ha vinto alla lotteria e vuole riprovare ancora l'emozione di quella notizia. La storia che fa però da asse portante di tutto il documentario è quella di una madre che chiede l'intervento di Ishii per impersonare il padre di sua figlia di 12 anni, con tutte le implicazioni e le complicazioni che un rapporto così delicato può comportare.
Nel seguire da vicino le attività della Family Romance, Llc. si ha la sensazione che il suo fondatore non consideri la sua una pura iniziativa commerciale a scopo di lucro, bensì la ritenga una specie di servizio di valore sociale, una risposta costruita a tavolino alle frustrazioni, alle mancanze affettive, alle infelicità individuali, che in prospettiva non esclude l'utilizzo di robot umanoidi.
Senza dubbio dietro questa iniziativa aziendale ci sono le peculiari caratteristiche della società giapponese e il suo modo originale - e decisamente poco comprensibile per noi occidentali - di vivere le relazioni e i sentimenti; ed è probabilmente per questo che, a più riprese durante la visione del film, si è portati a ridere o sorridere di cose che ci appaiono incredibili e lontanissime da noi. E però, è innegabile che nello spettatore si faccia a poco a poco strada la consapevolezza che quanto vediamo sullo schermo potrebbe non essere così alieno al mondo nel quale viviamo e potrebbe prima o poi prendere piede anche da noi.
La risata si fa dunque sempre più amara, mentre cresce l'angoscia verso un futuro imprevedibile a fronte di un essere umano che via via perde il senso del confine tra vero e falso, tra reale e costruito, e che in fondo è ben disposto ad "accontentarsi" di una recita - per quanto realistica - piuttosto che affrontare la realtà.
Il documentario di Herzog - che dal mio punto di vista conferma cinematograficamente alcune sensazioni che avevo raccolto già nella precedente visione, in particolare rispetto alla tendenza a indugiare nelle situazioni producendo una lentezza narrativa talvolta eccessiva - è però un'occasione di riflessione individuale e sociale di grandissimo rilievo e assolutamente indispensabile.
Voto: 3,5/5
Il film mi aveva incuriosita sia per la location, il Giappone, Tokyo in particolare, sia per il soggetto: Family Romance, Llc. è il nome di un'azienda giapponese fondata da Ishii Yuichi che fornisce un tipo di servizi molto particolare, ossia aiuta le persone a realizzare i propri sogni grazie a una schiera di attori - compreso lo stesso Ishii Yuichi - che, a seconda dei casi e delle necessità, possono interpretare il ruolo di amici, genitori, figli, fotografi di moda e qualunque altra figura di cui i clienti sentano la necessità.
In pratica la società offre dei surrogati emotivi in situazioni che le persone non riescono o non vogliono affrontare con le proprie risorse interiori ovvero nel tentativo di modificare la realtà secondo i propri desiderata.
Osserviamo così Ishii Yuichi e i suoi dipendenti-attori in diverse situazioni in cui vengono chiamati a intervenire: una donna che vuole mostrarsi per strada circondata da paparazzi in modo che la sua immagine possa diventare virale e lei famosa, una giovane sposa e sua madre alla ricerca di un padre alternativo che accompagni la figlia all'altare, una signora che ha vinto alla lotteria e vuole riprovare ancora l'emozione di quella notizia. La storia che fa però da asse portante di tutto il documentario è quella di una madre che chiede l'intervento di Ishii per impersonare il padre di sua figlia di 12 anni, con tutte le implicazioni e le complicazioni che un rapporto così delicato può comportare.
Nel seguire da vicino le attività della Family Romance, Llc. si ha la sensazione che il suo fondatore non consideri la sua una pura iniziativa commerciale a scopo di lucro, bensì la ritenga una specie di servizio di valore sociale, una risposta costruita a tavolino alle frustrazioni, alle mancanze affettive, alle infelicità individuali, che in prospettiva non esclude l'utilizzo di robot umanoidi.
Senza dubbio dietro questa iniziativa aziendale ci sono le peculiari caratteristiche della società giapponese e il suo modo originale - e decisamente poco comprensibile per noi occidentali - di vivere le relazioni e i sentimenti; ed è probabilmente per questo che, a più riprese durante la visione del film, si è portati a ridere o sorridere di cose che ci appaiono incredibili e lontanissime da noi. E però, è innegabile che nello spettatore si faccia a poco a poco strada la consapevolezza che quanto vediamo sullo schermo potrebbe non essere così alieno al mondo nel quale viviamo e potrebbe prima o poi prendere piede anche da noi.
La risata si fa dunque sempre più amara, mentre cresce l'angoscia verso un futuro imprevedibile a fronte di un essere umano che via via perde il senso del confine tra vero e falso, tra reale e costruito, e che in fondo è ben disposto ad "accontentarsi" di una recita - per quanto realistica - piuttosto che affrontare la realtà.
Il documentario di Herzog - che dal mio punto di vista conferma cinematograficamente alcune sensazioni che avevo raccolto già nella precedente visione, in particolare rispetto alla tendenza a indugiare nelle situazioni producendo una lentezza narrativa talvolta eccessiva - è però un'occasione di riflessione individuale e sociale di grandissimo rilievo e assolutamente indispensabile.
Voto: 3,5/5
martedì 25 febbraio 2020
Richard Jewell
Dopo aver visto l'ultimo film di Clint Eastwood io e S. ci siamo dette che ci sarebbe da metterci la firma per arrivare alla sua età (quasi 90 anni) con la stessa lucidità e capacità di riflettere e far riflettere.
In questo caso, il vecchio Clint ritorna agli anni Novanta per raccontare una storia vera che ha molto da dire anche al presente.
Siamo nel 1996, Olimpiadi di Atlanta. Al Centennial Park - dove si tengono concerti e altri eventi di intrattenimento per i convenuti da ogni dove - lavora alla security Richard Jewell (Paul Walter Hauser), un uomo decisamente sovrappeso, che vive ancora con la madre (Kathy Bates) e ha una vera ossessione per la divisa e la sicurezza.
Durante un suo turno, uno zaino viene lasciato vicino a una panchina e Jewell attiva immediatamente le forze dell'ordine e, quando si capisce che si tratta di una bomba, è determinante per allontanare le persone che gravitano in quell'area. Alla fine il bilancio sarà di due morti e di un centinaio di feriti, a fronte di un ordigno che avrebbe potuto uccidere molte più persone.
Jewell viene prima portato in trionfo come un eroe, poi però l'approssimazione dell'FBI nelle indagini, il bisogno di scoop di una giornalista, il processo sommario dei media e la conseguente manipolazione dell'opinione pubblica trasformano Jewell da eroe a principale imputato.
Mentre l'analisi del profilo psicologico di Jewell sembra confermare i sospetti, l'unico a credere in lui è l'avvocato Bryant Watson (Sam Rockwell) che decide di avviare una vera battaglia mediatica e giudiziaria per salvare Jewell, nonostante la naiveté di quest'ultimo e i suoi comportamenti controproducenti.
A fronte di quella sensazione di meccanicità che la modalità narrativa di Eastwood sempre mi suscita e di alcune semplificazioni nell'evoluzione di alcuni personaggi (vedi la giornalista), il film merita la visione da numerosi punti di vista. Innanzitutto perché solleva il velo sui meccanismi dello storytelling mediatico, che indipendentemente da qualunque elemento strettamente fattuale è in grado di influenzare pesantemente l'opinione pubblica e sottoporre una persona e i suoi cari a una gogna insopportabile.
In secondo luogo, perché focalizza l'attenzione sulla facilità con cui la diversità individuale (Jewell è sicuramente un po' sociopatico e a tratti borderline rispetto al concetto di normalità sociale generalmente accettato) diventa quasi automaticamente prova di colpevolezza.
Infine, a me pare che Eastwood nei suoi ultimi film stia facendo i conti con lo stesso universo di valori al quale appartiene per denunciarne la degenerazione. Jewell in fondo è un perfetto rappresentante di quell'America repubblicana e conservatrice a cui lo stesso Eastwood appartiene: crede nell'ordine sociale affidato agli uomini in divisa e nella necessità delle armi, nel rispetto dell'autorità e delle regole, valori che sono compatibili con il senso della giustizia e con la difesa dei più deboli. Ma quello che Eastwood sembra volerci dire è che i maggiori esponenti di quell'ordine sociale che Jewell cerca di difendere, il governo, le forze dell'ordine, i media non si muovono più all'interno di un sistema di valori che ne guidi le azioni, bensì sulla base di pregiudizi e semplificazioni. In un certo senso Eastwood parla alla "sua stessa gente", ma al contempo chiama in causa ciascuno di noi e la società tutta.
Voto: 3,5/5
In questo caso, il vecchio Clint ritorna agli anni Novanta per raccontare una storia vera che ha molto da dire anche al presente.
Siamo nel 1996, Olimpiadi di Atlanta. Al Centennial Park - dove si tengono concerti e altri eventi di intrattenimento per i convenuti da ogni dove - lavora alla security Richard Jewell (Paul Walter Hauser), un uomo decisamente sovrappeso, che vive ancora con la madre (Kathy Bates) e ha una vera ossessione per la divisa e la sicurezza.
Durante un suo turno, uno zaino viene lasciato vicino a una panchina e Jewell attiva immediatamente le forze dell'ordine e, quando si capisce che si tratta di una bomba, è determinante per allontanare le persone che gravitano in quell'area. Alla fine il bilancio sarà di due morti e di un centinaio di feriti, a fronte di un ordigno che avrebbe potuto uccidere molte più persone.
Jewell viene prima portato in trionfo come un eroe, poi però l'approssimazione dell'FBI nelle indagini, il bisogno di scoop di una giornalista, il processo sommario dei media e la conseguente manipolazione dell'opinione pubblica trasformano Jewell da eroe a principale imputato.
Mentre l'analisi del profilo psicologico di Jewell sembra confermare i sospetti, l'unico a credere in lui è l'avvocato Bryant Watson (Sam Rockwell) che decide di avviare una vera battaglia mediatica e giudiziaria per salvare Jewell, nonostante la naiveté di quest'ultimo e i suoi comportamenti controproducenti.
A fronte di quella sensazione di meccanicità che la modalità narrativa di Eastwood sempre mi suscita e di alcune semplificazioni nell'evoluzione di alcuni personaggi (vedi la giornalista), il film merita la visione da numerosi punti di vista. Innanzitutto perché solleva il velo sui meccanismi dello storytelling mediatico, che indipendentemente da qualunque elemento strettamente fattuale è in grado di influenzare pesantemente l'opinione pubblica e sottoporre una persona e i suoi cari a una gogna insopportabile.
In secondo luogo, perché focalizza l'attenzione sulla facilità con cui la diversità individuale (Jewell è sicuramente un po' sociopatico e a tratti borderline rispetto al concetto di normalità sociale generalmente accettato) diventa quasi automaticamente prova di colpevolezza.
Infine, a me pare che Eastwood nei suoi ultimi film stia facendo i conti con lo stesso universo di valori al quale appartiene per denunciarne la degenerazione. Jewell in fondo è un perfetto rappresentante di quell'America repubblicana e conservatrice a cui lo stesso Eastwood appartiene: crede nell'ordine sociale affidato agli uomini in divisa e nella necessità delle armi, nel rispetto dell'autorità e delle regole, valori che sono compatibili con il senso della giustizia e con la difesa dei più deboli. Ma quello che Eastwood sembra volerci dire è che i maggiori esponenti di quell'ordine sociale che Jewell cerca di difendere, il governo, le forze dell'ordine, i media non si muovono più all'interno di un sistema di valori che ne guidi le azioni, bensì sulla base di pregiudizi e semplificazioni. In un certo senso Eastwood parla alla "sua stessa gente", ma al contempo chiama in causa ciascuno di noi e la società tutta.
Voto: 3,5/5
lunedì 24 febbraio 2020
Judy
Per completare il mio personale percorso tra i film protagonisti degli Oscar di quest'anno, vado a vedere Judy, il film diretto da Rupert Goold e interpretato da Renée Zellweger, che per questa interpretazione ha vinto sia il Golden Globe che l'Oscar.
Il film è la storia dell'ultimo periodo della vita della cantante e attrice Judy Garland, figlia d'arte, attiva nel mondo dello spettacolo fin da piccolissima e portata al successo internazionale dal film Il mago di Oz in cui interpretava, sedicenne, la protagonista Dorothy.
Nella pellicola di Goold Judy ha quattro matrimoni alle spalle, tre figli (di cui Liza già grande), è piena di debiti e fa fatica a trovare un ingaggio perché è considerata inaffidabile, in quanto spesso sotto l'effetto di alcol e droga (nonché dipendente dai sonniferi che le sono stati somministrati fin dai tempi in cui interpretava Dorothy).
Quando le viene proposto un tour a Londra, Judy decide alla fine di accettare anche se questo significa allontanarsi dagli amatissimi figli, in particolare i due più piccoli che restano con il padre Sid (Rufus Sewell). A Londra Judy sperimenta l'amore intatto del pubblico, ma anche la difficoltà personale a garantire performance sempre all'altezza della sua fama, alternando picchi di entusiasmo e di grande sintonia con il mondo circostante (e in uno di questi momenti si unisce in matrimonio con il giovane Mickey) e fasi depressive in cui affoga la tristezza nell'alcol e calma le ansie con i sonniferi.
Il film si sofferma ampiamente sulle grandi qualità performative della Garland, una cantante sopraffina e una donna di spettacolo a 360°, ma ancora di più prova ad andare in profondità nella sua vita intima e nella sua personalità, mettendone in evidenza la solitudine profonda, le fragilità, il quasi patologico bisogno di essere amata. È struggente a questo proposito - e forse è uno dei passaggi migliori del film - la serata che Judy trascorre dopo un suo spettacolo con una coppia (gay) di suoi fans, che alfine la accolgono a casa come fosse una persona di famiglia, quella famiglia che Judy da sempre cerca e che in fondo non ha mai trovato stabilmente.
Il film di Goold riconduce - forse in maniera un po' meccanica - le fragilità affettive e le dipendenze di Judy al periodo in cui girava Il mago di Oz e il produttore del film, Louis B. Mayer, vero padre e padrone su un set in cui il regista era cambiato 5 volte, la sottoponeva a varie forme di angherie e di pressioni pratiche e psicologiche per garantirsi di portare a casa il risultato. Goold sembra dunque suggerire che la pellicola che l'ha portata al successo è stata anche una condanna per la vita adulta di Judy.
Il risultato cinematografico di questa operazione è dignitoso e a tratti anche commovente e suggestivo, ma senza la recitazione di Renée Zellweger - che personalmente ho apprezzato per l'intensità emotiva, ma non sono in grado di valutare in termini di confronto con il modello - probabilmente finirebbe consegnato alla storia come un biopic ben fatto ma senza picchi di originalità.
Voto: 3/5
Il film è la storia dell'ultimo periodo della vita della cantante e attrice Judy Garland, figlia d'arte, attiva nel mondo dello spettacolo fin da piccolissima e portata al successo internazionale dal film Il mago di Oz in cui interpretava, sedicenne, la protagonista Dorothy.
Nella pellicola di Goold Judy ha quattro matrimoni alle spalle, tre figli (di cui Liza già grande), è piena di debiti e fa fatica a trovare un ingaggio perché è considerata inaffidabile, in quanto spesso sotto l'effetto di alcol e droga (nonché dipendente dai sonniferi che le sono stati somministrati fin dai tempi in cui interpretava Dorothy).
Quando le viene proposto un tour a Londra, Judy decide alla fine di accettare anche se questo significa allontanarsi dagli amatissimi figli, in particolare i due più piccoli che restano con il padre Sid (Rufus Sewell). A Londra Judy sperimenta l'amore intatto del pubblico, ma anche la difficoltà personale a garantire performance sempre all'altezza della sua fama, alternando picchi di entusiasmo e di grande sintonia con il mondo circostante (e in uno di questi momenti si unisce in matrimonio con il giovane Mickey) e fasi depressive in cui affoga la tristezza nell'alcol e calma le ansie con i sonniferi.
Il film si sofferma ampiamente sulle grandi qualità performative della Garland, una cantante sopraffina e una donna di spettacolo a 360°, ma ancora di più prova ad andare in profondità nella sua vita intima e nella sua personalità, mettendone in evidenza la solitudine profonda, le fragilità, il quasi patologico bisogno di essere amata. È struggente a questo proposito - e forse è uno dei passaggi migliori del film - la serata che Judy trascorre dopo un suo spettacolo con una coppia (gay) di suoi fans, che alfine la accolgono a casa come fosse una persona di famiglia, quella famiglia che Judy da sempre cerca e che in fondo non ha mai trovato stabilmente.
Il film di Goold riconduce - forse in maniera un po' meccanica - le fragilità affettive e le dipendenze di Judy al periodo in cui girava Il mago di Oz e il produttore del film, Louis B. Mayer, vero padre e padrone su un set in cui il regista era cambiato 5 volte, la sottoponeva a varie forme di angherie e di pressioni pratiche e psicologiche per garantirsi di portare a casa il risultato. Goold sembra dunque suggerire che la pellicola che l'ha portata al successo è stata anche una condanna per la vita adulta di Judy.
Il risultato cinematografico di questa operazione è dignitoso e a tratti anche commovente e suggestivo, ma senza la recitazione di Renée Zellweger - che personalmente ho apprezzato per l'intensità emotiva, ma non sono in grado di valutare in termini di confronto con il modello - probabilmente finirebbe consegnato alla storia come un biopic ben fatto ma senza picchi di originalità.
Voto: 3/5
venerdì 21 febbraio 2020
Nel tempo degli dei. Il calzolaio di Ulisse / di Marco Paolini. Bologna, Teatro Arena del Sole, 7 febbraio 2020
Dopo qualche anno di assenza dalle scene a causa dei noti problemi di carattere personale che lo hanno coinvolto, Marco Paolini torna finalmente al suo pubblico con un nuovo spettacolo teatrale che vede protagonista l'eroe omerico.
Con la splendida regia di Gabriele Vacis e le magnifiche scenografie (penso agli specchi sospesi sul fondo del palco, che fungono anche da gong, e alla pioggia di luccicanti coperte isotermiche a un certo punto dello spettacolo), Marco Paolini impersona un Ulisse ormai anziano, che con un remo in spalla e seguito da un ragazzo che non apre bocca, è in cammino su un sentiero di montagna diretto non si sa bene dove. Su questo sentiero incontrerà un giovane pastore di capre che gli chiederà di raccontare la sua storia. Ulisse non è incline a rivelare la propria identità - dice infatti di essere "il calzolaio di Ulisse" - ed è reticente al racconto, ma a poco a poco - e a seguito di varie contrattazioni con il giovane - emergono prima frammenti e poi stralci sempre più ampi della vicenda che lo ha portato da Troia alle lunghe peregrinazioni nel Mediterraneo e infine a Itaca.
Si scoprirà solo più avanti che il giovane che lo segue è suo figlio Telemaco, che il pastore di capre è il dio Hermes e che il sentiero che Ulisse sta percorrendo è quello che conduce allo Chalet Olimpo, dove gli dei stanno organizzando una festa.
Sul palco, insieme a questi tre personaggi, un ulteriore, piccolo palco dove una band composta da Saba Anglana, Elisabetta Bosio, Vittorio Cerroni, Lorenzo Monguzzi, Elia Tapognani commenta musicalmente il racconto con musiche originali di Lorenzo Monguzzi e alcune cover, come ad esempio As tears go by dei Rolling Stones. I musicisti e cantanti sono di volta in volta anche interpreti, in particolare Vittorio Cerroni interpreta Hermes, ma a turno anche tutti gli altri interloquiscono con Ulisse: ad esempio Saba Anglana sarà Penelope nell'ultima parte dello spettacolo.
Pur dentro una cornice narrativa che potremmo definire postmoderna e con un testo che mescola antico e moderno e che gioca con le parole, strappando anche qualche risata, la narrazione della vicenda di Odisseo è piuttosto fedele all'originale omerico, sebbene su alcuni episodi ci si soffermi poco o si accenni solo di sfuggita, dedicando invece più spazio e attenzione ad altri, in particolare al ritorno a Itaca. Personalmente ho trovato quest'ultima parte un po' troppo tirata per le lunghe, anche se posso comprendere che ad essa viene affidato un ruolo importante nella trasmissione del messaggio insito nello spettacolo.
Il focus del testo è la demitizzazione dell'eroe omerico, di cui viene più volte sottolineato non solo il coraggio e la tenacia, ma anche la brutalità con cui ha ucciso nel suo viaggio centinaia di persone, e non sempre per necessità. Il culmine di questo climax di violenza lo si raggiunge con l'ecatombe dei Proci e l'impiccagione delle ancelle che si erano loro concesse.
Questa spietatezza, la cui responsabilità non viene certo abbonata a Ulisse, dal momento che - come spesso fanno gli uomini - si è talvolta atteggiato lui stesso a dio decidendo del destino altrui, è però anche e soprattutto attribuita alla superficialità e al capriccio di questi dei infantili e senza scrupoli che si divertono a giocare con la vita degli esseri umani, senza mai pagarne le conseguenze. E dunque forse Ulisse sta percorrendo il sentiero verso lo Chalet Olimpo per chiudere questo conto.
Lo spettacolo di Paolini rispetto ai suoi precedenti contiene sicuramente molti elementi di novità, prima tra tutte la mescolanza del racconto con la musica, nonché una drammaturgia più articolata e parecchio distante dal classico teatro di parola di cui Paolini è uno dei massimi interpreti. Il risultato è affascinante e godibile, sicuramente molto didattico (e non a caso nel pubblico ci sono moltissimi giovani), ma forse meno dirompente di altre sue prove.
Voto: 3,5/5
Con la splendida regia di Gabriele Vacis e le magnifiche scenografie (penso agli specchi sospesi sul fondo del palco, che fungono anche da gong, e alla pioggia di luccicanti coperte isotermiche a un certo punto dello spettacolo), Marco Paolini impersona un Ulisse ormai anziano, che con un remo in spalla e seguito da un ragazzo che non apre bocca, è in cammino su un sentiero di montagna diretto non si sa bene dove. Su questo sentiero incontrerà un giovane pastore di capre che gli chiederà di raccontare la sua storia. Ulisse non è incline a rivelare la propria identità - dice infatti di essere "il calzolaio di Ulisse" - ed è reticente al racconto, ma a poco a poco - e a seguito di varie contrattazioni con il giovane - emergono prima frammenti e poi stralci sempre più ampi della vicenda che lo ha portato da Troia alle lunghe peregrinazioni nel Mediterraneo e infine a Itaca.
Si scoprirà solo più avanti che il giovane che lo segue è suo figlio Telemaco, che il pastore di capre è il dio Hermes e che il sentiero che Ulisse sta percorrendo è quello che conduce allo Chalet Olimpo, dove gli dei stanno organizzando una festa.
Sul palco, insieme a questi tre personaggi, un ulteriore, piccolo palco dove una band composta da Saba Anglana, Elisabetta Bosio, Vittorio Cerroni, Lorenzo Monguzzi, Elia Tapognani commenta musicalmente il racconto con musiche originali di Lorenzo Monguzzi e alcune cover, come ad esempio As tears go by dei Rolling Stones. I musicisti e cantanti sono di volta in volta anche interpreti, in particolare Vittorio Cerroni interpreta Hermes, ma a turno anche tutti gli altri interloquiscono con Ulisse: ad esempio Saba Anglana sarà Penelope nell'ultima parte dello spettacolo.
Pur dentro una cornice narrativa che potremmo definire postmoderna e con un testo che mescola antico e moderno e che gioca con le parole, strappando anche qualche risata, la narrazione della vicenda di Odisseo è piuttosto fedele all'originale omerico, sebbene su alcuni episodi ci si soffermi poco o si accenni solo di sfuggita, dedicando invece più spazio e attenzione ad altri, in particolare al ritorno a Itaca. Personalmente ho trovato quest'ultima parte un po' troppo tirata per le lunghe, anche se posso comprendere che ad essa viene affidato un ruolo importante nella trasmissione del messaggio insito nello spettacolo.
Il focus del testo è la demitizzazione dell'eroe omerico, di cui viene più volte sottolineato non solo il coraggio e la tenacia, ma anche la brutalità con cui ha ucciso nel suo viaggio centinaia di persone, e non sempre per necessità. Il culmine di questo climax di violenza lo si raggiunge con l'ecatombe dei Proci e l'impiccagione delle ancelle che si erano loro concesse.
Questa spietatezza, la cui responsabilità non viene certo abbonata a Ulisse, dal momento che - come spesso fanno gli uomini - si è talvolta atteggiato lui stesso a dio decidendo del destino altrui, è però anche e soprattutto attribuita alla superficialità e al capriccio di questi dei infantili e senza scrupoli che si divertono a giocare con la vita degli esseri umani, senza mai pagarne le conseguenze. E dunque forse Ulisse sta percorrendo il sentiero verso lo Chalet Olimpo per chiudere questo conto.
Lo spettacolo di Paolini rispetto ai suoi precedenti contiene sicuramente molti elementi di novità, prima tra tutte la mescolanza del racconto con la musica, nonché una drammaturgia più articolata e parecchio distante dal classico teatro di parola di cui Paolini è uno dei massimi interpreti. Il risultato è affascinante e godibile, sicuramente molto didattico (e non a caso nel pubblico ci sono moltissimi giovani), ma forse meno dirompente di altre sue prove.
Voto: 3,5/5
mercoledì 19 febbraio 2020
La commedia della vanità / di Elias Canetti. Teatro Argentina, 4 febbraio 2020
La messa in scena dell'opera di Elias Canetti La commedia della vanità da parte del regista Claudio Longhi è un lavoro imponente da tutti i punti di vista. Dura quasi tre ore e mezza (articolandosi su tre atti), porta sul palco 23 attori, capeggiati dal bravissimo Fausto Russo Alesi, più 2 musicisti, si avvale di una scenografia sontuosa che fa pensare a un circo al cui centro c'è una specie di gabbia di metallo, nonché di video realizzati appositamente per lo spettacolo e costumi studiati con grande attenzione e realizzati con grande originalità. Inoltre la rappresentazione prevede non solo l'utilizzo del palco, bensì anche della platea e dei palchetti ai vari piani, tutti spazi che in vari momenti dello spettacolo vengono utilizzati dagli attori durante l'azione.
All'interno di questa confezione così importante, grande è anche il lavoro fatto per l'adattamento del testo di Elias Canetti che racconta di un mondo distopico, nel quale chi governa emana un editto per bandire specchi, fotografie e opere d'arte che rimandino agli esseri umani l'immagine di sé stessi allo scopo di combattere il grande male della vanità.
La prima parte dello spettacolo vede l'entrata in scena, a uno a uno o in piccoli gruppi, di tutti i personaggi, come fossero davvero gli attori freak di un circo Barnum. L'atmosfera è festosa ma grottesca, e tutta l'azione ruota intorno al fuoco verso il quale tutti convergono per bruciare fotografie e specchi. In un certo senso, alla fine di questa prima parte si ha l'impressione di aver assistito a una festa macabra, ma pur sempre a una festa.
Nella seconda parte, l'atmosfera cambia: la dittatura della lotta alla vanità ha portato con sé effetti distorsivi e conseguenze emotive sui protagonisti, che diventeranno espliciti nella terza parte dello spettacolo in cui questi uomini e queste donne avranno completamente perso la propria identità e saranno costretti a ricorrere a un sanatorio fatto solo di specchi.
Sul piano dei contenuti mi fermo qui, perché - devo essere sincera - mentre ho seguito bene e con attenzione la prima parte dello spettacolo, sulla seconda e la terza ho avuto sempre maggiori difficoltà a seguire dialoghi e discorsi sempre più complessi e alienanti (oltre che alienati), cosicché è diventato complicato star dietro al turbinio dell'azione (in cui tra l'altro gli attori interpretano personaggi diversi).
A un certo punto, durante la terza parte, in un momento in cui la platea era parzialmente illuminata mi sono guardata intorno, e - oltre alle numerose poltrone svuotate delle persone che erano andate via prima - ho visto molte teste ripiegate su sé stesse e facce stravolte. E pure io e F. non abbiamo potuto sfuggire a momenti di crollo che hanno reso ancora più difficile seguire un racconto di per sé stesso complesso e denso.
Non mi è sfuggito il senso complessivo del testo di Canetti (che ovviamente può facilmente essere messo in relazione con il presente e con gli onnipresenti selfie), né la sontuosità dello spettacolo di Longhi e la bravura degli attori nell'interpretare questi personaggi un po' estremi e talvolta disturbanti o disturbati, ma non posso certo dire di essere riuscita a tenere viva l'attenzione per l'intera durata dello spettacolo.
Cosicché molte cose mi si sono chiarite solo l'indomani quando mi sono letta il programma di scena, molto interessante e molto ricco di approfondimenti, e un po' di recensioni. Per onestà intellettuale, evito dunque di dare un voto a qualcosa che forse sta al di là della mia capacità di valutazione. Quello che posso dire è che forse si tratta di uno spettacolo che pecca un po' di ambizione.
Voto: ?/5
All'interno di questa confezione così importante, grande è anche il lavoro fatto per l'adattamento del testo di Elias Canetti che racconta di un mondo distopico, nel quale chi governa emana un editto per bandire specchi, fotografie e opere d'arte che rimandino agli esseri umani l'immagine di sé stessi allo scopo di combattere il grande male della vanità.
La prima parte dello spettacolo vede l'entrata in scena, a uno a uno o in piccoli gruppi, di tutti i personaggi, come fossero davvero gli attori freak di un circo Barnum. L'atmosfera è festosa ma grottesca, e tutta l'azione ruota intorno al fuoco verso il quale tutti convergono per bruciare fotografie e specchi. In un certo senso, alla fine di questa prima parte si ha l'impressione di aver assistito a una festa macabra, ma pur sempre a una festa.
Nella seconda parte, l'atmosfera cambia: la dittatura della lotta alla vanità ha portato con sé effetti distorsivi e conseguenze emotive sui protagonisti, che diventeranno espliciti nella terza parte dello spettacolo in cui questi uomini e queste donne avranno completamente perso la propria identità e saranno costretti a ricorrere a un sanatorio fatto solo di specchi.
Sul piano dei contenuti mi fermo qui, perché - devo essere sincera - mentre ho seguito bene e con attenzione la prima parte dello spettacolo, sulla seconda e la terza ho avuto sempre maggiori difficoltà a seguire dialoghi e discorsi sempre più complessi e alienanti (oltre che alienati), cosicché è diventato complicato star dietro al turbinio dell'azione (in cui tra l'altro gli attori interpretano personaggi diversi).
A un certo punto, durante la terza parte, in un momento in cui la platea era parzialmente illuminata mi sono guardata intorno, e - oltre alle numerose poltrone svuotate delle persone che erano andate via prima - ho visto molte teste ripiegate su sé stesse e facce stravolte. E pure io e F. non abbiamo potuto sfuggire a momenti di crollo che hanno reso ancora più difficile seguire un racconto di per sé stesso complesso e denso.
Non mi è sfuggito il senso complessivo del testo di Canetti (che ovviamente può facilmente essere messo in relazione con il presente e con gli onnipresenti selfie), né la sontuosità dello spettacolo di Longhi e la bravura degli attori nell'interpretare questi personaggi un po' estremi e talvolta disturbanti o disturbati, ma non posso certo dire di essere riuscita a tenere viva l'attenzione per l'intera durata dello spettacolo.
Cosicché molte cose mi si sono chiarite solo l'indomani quando mi sono letta il programma di scena, molto interessante e molto ricco di approfondimenti, e un po' di recensioni. Per onestà intellettuale, evito dunque di dare un voto a qualcosa che forse sta al di là della mia capacità di valutazione. Quello che posso dire è che forse si tratta di uno spettacolo che pecca un po' di ambizione.
Voto: ?/5
lunedì 17 febbraio 2020
Annie Leibovitz: life through lens
In occasione della mostra Metropoli dedicata al lavoro fotografico di Gabriele Basilico (e che conto di vedere al più presto), il Palazzo delle Esposizioni ha organizzato un ciclo di incontri e di proiezioni intitolato "La democrazia dello sguardo". Il programma è molto interessante, ma - considerati tutti gli altri impegni - io riesco ad andare solo alla proiezione del documentario dedicato alla fotografa americana Annie Leibovitz, Life through lens.
Il documentario racconta la vita della fotografa attraverso la sua carriera, dall'esordio con la rivista "Rolling Stone" alla fama internazionale legata soprattutto ai ritratti ambientati di personaggi famosi e star di varia provenienza. In questo percorso non manca il richiamo agli eventi importanti della sua vita personale: la numerosa famiglia di provenienza, la dipendenza dalla droga e la successiva disintossicazione, l'incontro con Susan Sontag e la lunga storia con lei, i tre figli.
L'idea che passa attraverso il film - e che la stessa Leibovitz per prima avalla - è che non esiste una vera separazione nella sua vita tra la persona e la fotografa, perché tutto della sua vita è passato attraverso la macchina fotografica. Non a caso il film è anche l'occasione per guardare alla sua produzione fotografica in maniera più ampia, al di là dei confini della fotografia di moda e di quella dello star system, per conoscere da un lato i suoi reportage più impegnati, dall'altro le sue attività fotografiche più private e intime.
Belle anche le interviste ai numerosi cantanti, attori, politici, ballerini da lei fotografati, che ne raccontano lo stile relazionale e fotografico, in particolare la sua straordinaria capacità di entrare nella loro quotidianità rendendo praticamente invisibile la sua macchina fotografica e facendo dimenticare la presenza dell'obiettivo. Molto interessanti anche le storie che si nascondono dietro alcune delle sue fotografie più famose, come ad esempio quella dell'abbraccio tra sul letto tra Yoko Ono e un John Lennon nudo e rannicchiato.
Dal punto di vista cinematografico, il documentario - diretto dalla sorella di Annie, Barbara - non mi ha molto convinto con il suo montaggio nervoso e un po' disordinato. La visione è però consigliabile a tutti coloro che abbiano un qualche interesse nella fotografia e vogliano approfondire un personaggio importante della storia fotografica recente qual è Annie Leibovitz.
Voto: 3/5
Il documentario racconta la vita della fotografa attraverso la sua carriera, dall'esordio con la rivista "Rolling Stone" alla fama internazionale legata soprattutto ai ritratti ambientati di personaggi famosi e star di varia provenienza. In questo percorso non manca il richiamo agli eventi importanti della sua vita personale: la numerosa famiglia di provenienza, la dipendenza dalla droga e la successiva disintossicazione, l'incontro con Susan Sontag e la lunga storia con lei, i tre figli.
L'idea che passa attraverso il film - e che la stessa Leibovitz per prima avalla - è che non esiste una vera separazione nella sua vita tra la persona e la fotografa, perché tutto della sua vita è passato attraverso la macchina fotografica. Non a caso il film è anche l'occasione per guardare alla sua produzione fotografica in maniera più ampia, al di là dei confini della fotografia di moda e di quella dello star system, per conoscere da un lato i suoi reportage più impegnati, dall'altro le sue attività fotografiche più private e intime.
Belle anche le interviste ai numerosi cantanti, attori, politici, ballerini da lei fotografati, che ne raccontano lo stile relazionale e fotografico, in particolare la sua straordinaria capacità di entrare nella loro quotidianità rendendo praticamente invisibile la sua macchina fotografica e facendo dimenticare la presenza dell'obiettivo. Molto interessanti anche le storie che si nascondono dietro alcune delle sue fotografie più famose, come ad esempio quella dell'abbraccio tra sul letto tra Yoko Ono e un John Lennon nudo e rannicchiato.
Dal punto di vista cinematografico, il documentario - diretto dalla sorella di Annie, Barbara - non mi ha molto convinto con il suo montaggio nervoso e un po' disordinato. La visione è però consigliabile a tutti coloro che abbiano un qualche interesse nella fotografia e vogliano approfondire un personaggio importante della storia fotografica recente qual è Annie Leibovitz.
Voto: 3/5
sabato 15 febbraio 2020
La ragazza d'autunno
Dopo il notevole Tesnota, Kantemir Balagov, regista russo giovanissimo, allievo di Sokurov, torna al cinema con questo nuovo dramma, ambientato a Leningrado nel 1945.
La guerra è finita, ma la città porta i segni visibili del lungo assedio che ha vissuto e che l'ha lasciata nella povertà e nella fame, mentre i reduci del fronte tornano feriti e menomati.
Iya (Viktoria Miroshnichenko), una ragazza altissima e un po' impacciata nei movimenti, lavora in ospedale dopo essere tornata dalla guerra a causa di un disturbo post-traumatico, e si occupa di Pashka, che - come scopriremo - non è suo figlio, ma il figlio di Masha (Vasilisa Perelygina), una sua amica che è ancora al fronte.
La prima parte del film racconta il mondo di Iya con un punto di vista relativamente largo gettando lo sguardo sulla realtà che la circonda; poi, dopo il drammatico punto di svolta della morte di Pashka e del ritorno dalla guerra di Masha, anche lei traumatizzata dall'esperienza e determinata a far nascere una nuova vita anche se lei non può procreare, lo sguardo si fa sempre più claustrofobico e concentrato sulle due protagoniste. Man mano si delinea un punto di vista duale che oscilla cromaticamente tra il verde smeraldo (colore che caratterizza Iya) e il rosso (il colore di Masha, a partire dai capelli), colori che - oltre ad avere un forte impatto visivo (grande merito va attribuito alla giovanissima fotografa Ksenia Sereda e allo scenografo Sergei Ivanov) - ha certamente un forte valore simbolico per la cultura russa e non a caso sono due dei colori caratteristici delle icone: il rosso è il sangue, la vita e la morte, il verde è la rinascita e la fertilità. Si tratta peraltro di colori che richiamano molte associazioni mentali e significati per il pubblico di qualunque cultura e provenienza.
Man mano che il rapporto tra le due donne si fa sempre più morboso e manipolatorio, la sensazione dello spettatore è che un cerchio si stringa sempre di più intorno a loro, determinando una forma di osmosi quasi malata che si manifesta visivamente attraverso il transitare, a poco a poco e per gradi, del rosso da Masha a Iya e del verde da Iya a Masha.
Il mondo raccontato da Balagov è un mondo in macerie dal punto di vista materiale e psicologico. Né le due ragazze né alcuno dei personaggi che ruotano intorno a loro può sfuggire alla devastazione fisica ed emotiva che la guerra si è portata dietro.
Forse c'è un po' di maniera nella ricostruzione degli ambienti e nella rappresentazione di questo mondo del passato, ma Balagov conferma di possedere un'arte registica sopraffina, e riesce a incastonare in una realtà che appartiene al passato temi che oggi consideriamo contemporanei, ma che invece il regista ci dimostra appartenere all'umanità in quanto tale e alla sua storia.
Il film di Balagov è anche un modo diverso di raccontare la guerra, non parlando o mostrando quello che avviene al fronte, ma spostando l'obiettivo su quello che la guerra, una volta terminata, lascia dietro di sé.
La visione de La ragazza d'autunno è - come si può immaginare - impegnativa sul piano intellettuale ed emotivo, e forse potrà non essere apprezzata da tutti. Ma i cinefili non possono assolutamente perdere questo appuntamento.
Voto: 4/5
La guerra è finita, ma la città porta i segni visibili del lungo assedio che ha vissuto e che l'ha lasciata nella povertà e nella fame, mentre i reduci del fronte tornano feriti e menomati.
Iya (Viktoria Miroshnichenko), una ragazza altissima e un po' impacciata nei movimenti, lavora in ospedale dopo essere tornata dalla guerra a causa di un disturbo post-traumatico, e si occupa di Pashka, che - come scopriremo - non è suo figlio, ma il figlio di Masha (Vasilisa Perelygina), una sua amica che è ancora al fronte.
La prima parte del film racconta il mondo di Iya con un punto di vista relativamente largo gettando lo sguardo sulla realtà che la circonda; poi, dopo il drammatico punto di svolta della morte di Pashka e del ritorno dalla guerra di Masha, anche lei traumatizzata dall'esperienza e determinata a far nascere una nuova vita anche se lei non può procreare, lo sguardo si fa sempre più claustrofobico e concentrato sulle due protagoniste. Man mano si delinea un punto di vista duale che oscilla cromaticamente tra il verde smeraldo (colore che caratterizza Iya) e il rosso (il colore di Masha, a partire dai capelli), colori che - oltre ad avere un forte impatto visivo (grande merito va attribuito alla giovanissima fotografa Ksenia Sereda e allo scenografo Sergei Ivanov) - ha certamente un forte valore simbolico per la cultura russa e non a caso sono due dei colori caratteristici delle icone: il rosso è il sangue, la vita e la morte, il verde è la rinascita e la fertilità. Si tratta peraltro di colori che richiamano molte associazioni mentali e significati per il pubblico di qualunque cultura e provenienza.
Man mano che il rapporto tra le due donne si fa sempre più morboso e manipolatorio, la sensazione dello spettatore è che un cerchio si stringa sempre di più intorno a loro, determinando una forma di osmosi quasi malata che si manifesta visivamente attraverso il transitare, a poco a poco e per gradi, del rosso da Masha a Iya e del verde da Iya a Masha.
Il mondo raccontato da Balagov è un mondo in macerie dal punto di vista materiale e psicologico. Né le due ragazze né alcuno dei personaggi che ruotano intorno a loro può sfuggire alla devastazione fisica ed emotiva che la guerra si è portata dietro.
Forse c'è un po' di maniera nella ricostruzione degli ambienti e nella rappresentazione di questo mondo del passato, ma Balagov conferma di possedere un'arte registica sopraffina, e riesce a incastonare in una realtà che appartiene al passato temi che oggi consideriamo contemporanei, ma che invece il regista ci dimostra appartenere all'umanità in quanto tale e alla sua storia.
Il film di Balagov è anche un modo diverso di raccontare la guerra, non parlando o mostrando quello che avviene al fronte, ma spostando l'obiettivo su quello che la guerra, una volta terminata, lascia dietro di sé.
La visione de La ragazza d'autunno è - come si può immaginare - impegnativa sul piano intellettuale ed emotivo, e forse potrà non essere apprezzata da tutti. Ma i cinefili non possono assolutamente perdere questo appuntamento.
Voto: 4/5
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