mercoledì 30 gennaio 2019

Testimoni dei testimoni. Ricordare e raccontare Auschwitz. Palazzo delle esposizioni, 27 gennaio 2019

Nella giornata della memoria e quasi senza volerlo - visto che alla mostra ci voleva andare primariamente la mia amica F. che però non è arrivata in tempo - capito alla mostra appena inaugurata al Palazzo delle Esposizioni, che tra l'altro per l'occasione è anche gratuita.

Si tratta di un progetto in buona parte immaginato da un gruppo di ragazzi che hanno partecipato ai viaggi della memoria e che hanno avuto la possibilità di ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti dei campi di concentramento.

È dunque proprio una di queste ragazze che ci accoglie all'entrata e che, con grande partecipazione, ci spiega com'è nata e com'è organizzata questa mostra.

Il primo impatto è emotivamente forte: gli spettatori vengono fatti entrare in un vagone di legno, completamente buio, dove si sente il rumore del treno sulle rotaie interrotto a un certo punto dai discorsi di Hitler prima e di Mussolini dopo sulla questione ebraica.

Questa esperienza dura otto minuti e comunica immediatamente ai visitatori che questa mostra punta al loro coinvolgimento sensoriale e dunque anche emotivo.

All'uscita dal vagone ci accolgono dei video che spiegano com'era fatto un campo di concentramento e in un certo senso che cosa ci aspetta.

Nella sala principale, al centro, ci sono dei pannelli su cui vengono proiettate le immagini dei ragazzi che ci raccontano la loro esperienza di "testimoni dei testimoni" e, intorno a loro, delle pareti scure su cui sono scritti dei nomi e cognomi e degli estremi anagrafici. Avvicinando l'orecchio alle pareti è possibile ascoltare le testimonianze di queste persone che hanno vissuto sulla loro pelle l'esperienza del lager.

Nelle tre stanze in fondo il visitatore può accedere a tre diversi approfondimenti: una stanza è dedicata agli esperimenti medici e scientifici che venivano effettuati sui prigionieri e in particolare sui bambini, una è dedicata alla lingua parlata nei campi di concentramento dove persone di diversa provenienza avevano bisogno di comunicare tra di loro, e nella stanza al centro ci sono dei pannelli con le immagini sfocate, che quando lo spettatore si avvicina si fanno più nitide rivelando una persona la cui vita è stata cancellata dal lager.

All'uscita uno dei ragazzi che fa assistenza alla mostra mi dà una tessera e mi spiega che ormai anche io sono diventata una "testimone dei testimoni" e dunque sono chiamata a portare all'esterno della mostra questa testimonianza.

Un'esperienza molto didattica e di grande impatto emotivo che consiglio a tutti per riflettere sull'aberrazione che fu l'Olocausto e sulla necessità di interrogarsi sempre - anche oggi e nel futuro - su cosa significa restare umani.

Voto: 4/5

lunedì 28 gennaio 2019

Bella figura. Teatro Ambra Jovinelli, 24 gennaio 2019

L'altro giorno con la mia amica F. si rifletteva sul fatto che questa stagione teatrale romana stenta ancora a decollare. Vero è che ancora siamo relativamente all'inizio, però ho come la sensazione che, a questa data, l'anno scorso avessimo già visto cose molto interessanti.

Dunque, piene di buone intenzioni e di aspettative, andiamo a vedere Bella figura, lo spettacolo tratto da un testo teatrale di Yasmina Reza, in scena al Teatro Ambra Jovinelli, che secondo noi quest'anno ha il cartellone più promettente.

A me la Reza piace: avevo visto a suo tempo sia a teatro e poi al cinema il suo maggiore successo, Carnage, e recentemente ho letto e apprezzato parecchio il suo ultimo libro, Babilonia.

In Bella figura al centro dell'intreccio - come in Carnage - ci sono due coppie: da un lato Andrea (Anna Foglietta) e Boris (David Sebasti), dall'altro Françoise (Lucia Mascino) ed Eric (Paolo Calabresi). C'è poi il personaggio di Yvonne (Simona Marchini), la madre di Eric, che è motore dell'incontro tra le due coppie e rappresenta il contrappunto svampito, ironico e a volte incredibilmente saggio dei discorsi degli altri protagonisti.

Andrea e Boris sono amanti: la prima è madre single di una bambina di nove anni, il secondo è sposato con Patricia ed è in gravi difficoltà economiche. Una sera sono nel parcheggio di un ristorante di lusso e litigano perché Boris ha fatto una gaffe dicendo che il ristorante è stato consigliato da sua moglie. Mentre vanno via investono, senza conseguenze, Yvonne, che figlio e nuora stanno portando al ristorante per il suo compleanno.

Qui iniziano gli imbarazzi perché Françoise è amica di Patricia e, considerato l'atteggiamento disinibito e seduttivo di Andrea, comprende immediatamente che tipo di rapporto c'è con Boris.

Inizialmente sembra che tutte le attenzioni siano focalizzate su Andrea, un personaggio doloroso e sopra le righe, ma a poco a poco - come spesso accade nei drammi della Reza - ognuno dei protagonisti porta alla luce i suoi lati oscuri e i nodi irrisolti, in un crescendo di tensione non solo drammatica, bensì anche comica, sebbene sempre all'interno di una cornice di amarezza.

La scenografia divide lo spazio del palco in verticale: al piano di sotto siamo, a seconda dei casi, nel parcheggio o nel bar del ristorante, al piano di sopra da un lato c'è la sala del ristorante e dall'altro il bagno, dove a turno tutti si rifugiano per rimanere soli con i propri pensieri e le proprie ossessioni, e sfuggire alla "persecuzione" altrui.

Alla fine, resta la sensazione di trovarsi di fronte a una situazione in cui tutti sono sull'orlo di una crisi di nervi, forse anche accentuata dalla recitazione degli attori che è tendenzialmente sopra le righe, nonché quella che la Reza scriva un po' sempre lo stesso testo, sebbene declinato in modi diversi e soffermandosi su tipi diversi di idiosincrasie umane.

Anche la regia dello spettacolo, di Roberto Andò, non ci risulta del tutto fluida, ma forse ormai la perplessità che è andata montando nel corso della visione ha finito per prendere il sopravvento.

Voto: 2,5/5

venerdì 25 gennaio 2019

Il sole dei morenti / Jean-Claude Izzo

Il sole dei morenti / Jean-Claude Izzo; trad. dal francese di Franca Doriguzzi. Roma: edizioni e/o, 2004.

Su suggerimento di un amico ho comprato e letto Il sole dei morenti, l'ultimo romanzo scritto da Jean-Claude Izzo prima della sua morte prematura.

La storia è quella di Rico, un senzatetto che vive per le strade di Parigi. Quando l'amico Titì muore a causa del freddo e tra l'indifferenza generale in una stazione della metropolitana, Rico - già sofferente - decide che non vuole morire nel freddo di Parigi e dunque inizia un fortunoso viaggio verso Marsiglia, città alla quale sono legati i ricordi di un amore di gioventù, quello per Lèa, e che almeno può regalargli caldo e sole. Il viaggio di Rico inizia insieme a Dédé che però si ferma ad Avignone prima di raggiungerlo nuovamente a Marsiglia, ed è costellato di numerosi incontri con altre persone che la vita in qualche modo ha messo in un angolo, e che a questo destino hanno reagito ciascuna a proprio modo, con rabbia, con tristezza, con umanità, con affetto o compassione, tra cui spiccano le figure di Felix e di Mirjana. Questo viaggio è anche l'occasione per raccontare la storia di Rico e di come la vita di una persona normale, con una famiglia, una casa e un lavoro, abbia a un certo punto deragliato iniziando quella discesa agli inferi che l'ha portato prima verso l'alcol, poi sulla strada a vivere di espedienti.

Il romanzo di Izzo si articola in due parti: nella prima parte qualcuno - ancora non sappiamo chi - racconta a noi lettori la storia di Rico, quella del suo viaggio da Parigi a Marsiglia, ma anche le storie del suo passato, raccontategli dallo stesso Rico; nella seconda parte il narratore si rivela essere Abdou, un giovane algerino emigrato in Francia, che ha incontrato Rico a Marsiglia diventandogli amico e confidente, e dunque depositario della sua storia fino alla morte. La prima persona utilizzata nella narrazione in questa seconda parte ci avvicina ancora di più a Rico, facendosi vivere "in diretta" e con straziante tristezza i suoi ultimi giorni.

Il racconto - come ci dice lo stesso Izzo nella nota alla fine del libro - pur essendo di fantasia si basa su storie reali e su notizie raccolte dall'autore attraverso giornali e interviste e si propone di dare voce a chi una voce non ha, agli invisibili da cui siamo circondati e che facciamo finta di non vedere.

La storia di Rico è una rappresentazione realistica e fedele dei sentimenti e degli stati d'animo di chi a un certo punto della vita si perde e non riesce più a tornare indietro. Izzo riesce nel non facile tentativo di farci immedesimare in un personaggio che nella vita reale, per superficialità e scarsa conoscenza, consideriamo qualcosa di altro e di lontano da noi, instillandoci il dubbio che a chiunque può capitare di perdersi perché quando si imbocca la china è quasi inevitabile scivolare giù e lasciarsi andare e praticamente impossibile risalirla. Non solo dunque comprendiamo il dramma e la sofferenza di quest'uomo, ma siamo chiamati in causa in quanto colpevoli di quell'indifferenza e di quel giudizio che con troppa superficialità dispensiamo al mondo intorno a noi e che contribuiscono a relegare queste persone ai margini della società.

Izzo ci fa scoprire la ricchezza, l'umanità e la profondità che popolano il mondo dei reietti della società, ma anche la cattiveria, l'opportunismo e la brutalità di cui essi sono soggetti sia attivi che passivi. E certamente punta l'attenzione sul fatto che l'unica solidarietà verso Rico arriva da altre persone marginali come lui, Mirjana e Abdou, mentre il mondo cosiddetto "normale" preferisce dimenticarsi della sua esistenza e rimuoverlo dalla propria vista e dalla propria mente.

Voto: 3/5

mercoledì 23 gennaio 2019

In Abruzzo inseguendo tramonti

La Maiella illuminata dal tramonto
E, dopo qualche anno di assenza, torno a esplorare le terre d'Abruzzo, cui sono particolarmente affezionata e che mi riservano sempre sorprese e incanto.

Scanno
Quest'anno la nostra base è Anversa degli Abruzzi, e precisamente il Bioagriturismo La porta dei parchi, che ci conquista subito sia per il suo aspetto rustico da vera fattoria (faremo nei giorni successivi anche una visita alla stalla dove ci sono centinaia di pecore, dal cui latte la cooperativa che gestisce l'agriturismo produce in loco i formaggi che sono in vendita al punto vendita e che si gustano al ristorante) sia per la vista sulle montagne di fronte e soprattutto sulla Maiella, che la prima sera ci accoglie illuminata di un bellissimo colore arancio.

Presepe vivente ad Anversa
Quando arriviamo è un po' tardi per allontanarci troppo, ma al contempo è presto per la cena. Così, passando per la stretta strada che affianca le gole del Sagittario, andiamo verso Scanno dove arriviamo quando sta calando la sera e possiamo ammirare lo spettacolo dei tetti allineati e delle lunghe scalinate parallele che attraversano il centro storico, mentre si accendono le luminarie e le luci.

Al rientro facciamo un salto al presepe vivente di Anversa degli Abruzzi, che si rivela molto divertente e ci permette di assaggiare delle splendide ferratelle preparate al momento.

All'agriturismo ci aspetta la prima cena, in cui non ci facciamo mancare salumi e formaggi, e cominciamo ad approfittare dell'ottimo agnello che qui preparano in tutti i modi.

Campo Imperatore
Il giorno dopo, e siamo al 30 gennaio, la nostra meta è la piana di Campo Imperatore, dove io sono stata altre volte, ma dove torno molto volentieri, anche perché mi fa molto piacere portarci S. e S. che non ci sono mai state.

Ci arriviamo salendo per la strada che passa per Santo Stefano di Sessanio, la cui visita rimandiamo a dopo pranzo. Man mano che saliamo la quantità di neve che ci circonda aumenta e quando siamo all'altezza del lago di Racollo scopriamo che la strada è stata praticamente pulita fino al rifugio, poi è una distesa di neve a perdita d'occhio.

Rocca Calascio
Impossibile dunque salire in macchina a Campo Imperatore, ma noi ci consoliamo con una sosta al rifugio dove non solo mangiamo un'ottima zuppa e ci scaldiamo davanti al camino, ma - per una incredibile coincidenza - incontriamo e scambiamo due chiacchiere con la mia amica E. e il suo cane, anche loro in giro per l'Abruzzo.

Santa Maria della Pietà
Dopo pranzo, facciamo una passeggiata nella neve, mentre intorno a noi le montagne si illuminano di una luce bellissima e le nuvole ci regalano strane fogge sulle cime delle montagne.

Dopo andiamo a fare un giro a Santo Stefano di Sessanio, un caratteristico paese tutto in pietra, e a seguire ci avviamo verso Rocca Calascio, un altro posto che amo molto.

Rocca Calascio al tramonto
Lasciamo la macchina poco dopo il paese, poi saliamo a piedi per il sentiero e arriviamo in cima quando il cielo e le nuvole iniziano a tingersi dei colori del tramonto. Restiamo qui su per un bel po', il tempo di ammirare tutti i colori possibili e di assistere all'imbrunire. Lì, in cima al castello, ci sono delle persone in posa e ci accorgiamo dopo che c'è un drone che li sta riprendendo. Ci chiediamo di che film si tratti, ma scopriamo dopo che è un video girato dai 5 stelle abruzzesi.

Dopo una cioccolata calda ristoratrice, scendiamo a piedi lungo la strada e riprendiamo la macchina per tornare all'agriturismo dove ci aspetta una cena a base di stracotto di agnello e polenta e agnello alla brace.

Dalle parti del Monte Velino
Il 31 decidiamo di andare verso i Monti della Laga, perché in altre zone dell'Abruzzo è prevista pioggia. Ci vorremmo arrivare attraversando il parco regionale del Sirente Velino, ma la strada che imbocchiamo dopo un po' è coperta di neve e decidiamo di rinunciare. Così prendiamo l'autostrada per Teramo e poi da lì facciamo tutta la SS 80, quella che è considerata una delle strade panoramiche più belle d'Italia, anche se oggi - complice una luce un po' spenta - non riusciamo ad apprezzarla al meglio.

Santa Maria in Valle di Porclaneta
All'altezza della deviazione per Campotosto, decidiamo di andare a fare un giro al lago, anche perché è ormai ora di pranzo e non pensiamo di riuscire ad arrivare al cenone senza mangiare nulla. Ci fermiamo in una piccola trattoria familiare, Locanda Mausonium, e quando usciamo il sole ha iniziato a fare capolino tra le nubi regalandoci delle splendide vedute sul lago. Sulla strada del ritorno facciamo una breve sosta anche al punto vendita della Mascionara, che io già conoscevo e dove non posso non comprare la cosiddetta mortadella di Campotosto (in realtà un salame) e un po' di formaggi.

Santa Maria in Valle di Porclaneta e il Monte Velino
Per il tramonto decidiamo di dirigerci verso la chiesetta di Santa Maria in Valle di Porclaneta, che si trova sotto il monte Velino e le cui foto viste su Internet mi hanno incuriosito. La valle che si imbocca per arrivarci è davvero molto bella e la chiesetta si rivela un posto magico, con i suoi tetti spioventi che riproducono la forma delle falde del monte Velino che sta proprio alle sue spalle. Facciamo due passi a vedere la roverella, una quercia centenaria che sta a qualche centinaio di metri dalla chiesetta, e poi restiamo in zona ad ammirare tutti i diversi colori del tramonto e tutte le forme delle nubi.

Eremo di San Bartolomeo in Legio
Al rientro, il tempo di una doccia e di un breve riposino e siamo nel ristorante dell'agriturismo che stasera per il cenone è pieno. Ci aspetta un'ottima cena, genuina e abbondante, e allo scoccare della mezzanotte (che per una volta non guardiamo su nessun televisore, perché qui non ce ne sono!!! Evviva!!) ci riversiamo tutti fuori per accendere le nostre stelline mentre Nunzio, l'omone con la barbona che sembra un po' il capo dell'agriturismo, accende e fa volare una grande lanterna, per la gioia di piccoli e grandi.

Castello di Roccascalegna
Il primo gennaio, dopo colazione, siamo diretti verso l'eremo di San Bartolomeo in Legio. Arriviamo con la macchina al parcheggio e poi facciamo una bella passeggiata di mezz'ora nel bosco che ci porta in una stupenda e spaventosa gola dove la roccia interna è scavata a formare delle specie di balconate naturali. In una di queste è stato realizzato l'eremo di San Bartolomeo, un posto perfetto per la meditazione. Scendiamo a piedi al fiume che attraversa la gola per ammirare l'eremo dal basso e lo spettacolo è reso ancora più eccezionale grazie a un cielo dai colori cangianti.

Risaliamo attraverso il bosco fino alle macchine e a quel punto siamo pronte a dirigerci verso un altro luogo iconico dell'Abruzzo che voglio visitare da quando l'ho visto nel film di Garrone, Il racconto dei racconti, ossia il castello di Roccascalegna. In realtà, vorremmo anche mangiare qualcosa, ma il 1 gennaio è praticamente impossibile trovare persino un bar aperto. Rimedieremo soltanto due birre al microbirrificio Delphin e due pacchetti di patatine non molto lontano dalla nostra destinazione.

Castello di Roccascalegna
A Roccascalegna arriviamo all'ora del tramonto e il profilo del castello su questa grande roccia puntuta si staglia sul cielo creando una silhouette perfetta. Andiamo su per il percorso panoramico e facciamo la visita del castello. Poi, mentre scende la sera, individuiamo la stradina di campagna ai piedi del castello da cui potremo ammirarne il profilo in tutto il suo splendore. E non ne resteremo deluse. A questo punto, dopo aver fatto tanti chilometri in macchina, ma felici delle cose belle che abbiamo visto, torniamo al nostro agriturismo per la nostra ultima cena.

La Maiella vista dalla Porta dei Parchi
Il giorno dopo, fatta colazione, c'è giusto il tempo di comprare qualche formaggio al caseificio dell'agriturismo prima di partire. Uno dei molteplici cani pastori abruzzesi che abitano nell'agriturismo (insieme a decine e decine di gatti che la mattina si mettono nell'angolo più riscaldato su una lamiera e ai numerosi altri cani lì presenti) si ficca in macchina appena apriamo la portiera, deciso a venire con noi a Roma. Ci vorrà tutta la caparbietà di S. per farlo scendere, e in fondo ci dispiace anche un po' doverlo lasciare lì.

Diamo un'ultima occhiata alla Maiella innevata davanti a noi, facciamo le ultime foto, e siamo in macchina per tornare nella capitale, dove prima di tornare tutti alle nostre vite ci consoliamo con un trapizzino al Mercato centrale.

Qui una selezione di foto del viaggio!

lunedì 21 gennaio 2019

Cold war

Di Pawlikowski avevo visto tanto tempo fa My summer of love e mi ricordavo queste atmosfere rarefatte e un modo di raccontare i sentimenti che io considero "connotato culturalmente" e dunque differente da quella modalità tipicamente "occidentale" alla quale ci siamo completamente assuefatti.

Queste caratteristiche si ritrovano secondo me in Cold war, affinate e perfezionate dalla crescita artistica del regista (che pare fosse già evidente in Ida che io avevo perso).

La "guerra fredda" del titolo è quella che attraversa l'Europa a partire dal secondo dopoguerra, ma in fondo è anche quella che si consuma tra i due protagonisti, Wiktor (Tomasz Kot) e Zula (Joanna Kulig), la cui vicenda è ispirata a quella dei genitori del regista sui il film è dedicato.

Siamo in Polonia nel 1949: in una campagna coperta di neve e popolata di poveri contadini, Wiktor e la sua assistente Irena (Agata Kulesza), lui un pianista lei una ballerina, stanno portando avanti un progetto di recupero dei canti e delle danze popolari finalizzata alla creazione di una compagnia di musica folk. Durante le selezioni dei componenti della compagnia, Wiktor conosce Zula e tra i due scoppia la passione.

Ben presto la compagnia Mazurek viene posta sotto il controllo del regime e diventa uno strumento di propaganda, mentre l'insoddisfazione di Wiktor cresce fino a quando - durante una tappa berlinese del tour - decide di attraversare il check point e di fuggire, però senza Zula che non se la sente di andar via.

I due si rincontreranno a Parigi, dove nel frattempo Wiktor si è installato e si mantiene facendo il pianista jazz, mentre Zula si è sposata con un italiano per avere la possibilità di viaggiare fuori dalla Polonia. I due vivono una nuova stagione di passione che però si conclude ancora una volta con l'insofferenza di Zula e l'allontanamento dei due amanti.

Quando Wiktor deciderà di tornare in Polonia, per ritrovare quella che considera la donna della sua vita, dovrà fare i conti con le conseguenze del suo tradimento verso la nazione, e sarà Zula a questo punto a sacrificarsi per farlo uscire dai campi di lavoro e riavvicinarglisi. Ma quella di Wiktor e Zula è una storia destinata a una fine tragica, che arriva inevitabile ma sommessa.

Il film di Pawlikowski è visivamente strepitoso: dentro un formato ormai in disuso com'è il 4:3 e un bianco e nero sempre affascinante, quasi soffuso, le immagini della campagna polacca innevata e dei contadini che la abitano sono struggenti e poetiche nel loro oscillare tra dettaglio descrittivo e suggestione emotiva; più stereotipate invece le immagini parigine, non meno belle ma - diciamo così - meno sentite.

La bellezza delle immagini è accompagnata da una colonna sonora a suo modo sorprendente (la musica del resto è anche il linguaggio che accomuna Wiktor e Zula): se l'ambientazione polacca si sostanzia delle evocative musiche popolari polacche, è la musica jazz la cifra musicale della fase parigina, fino ad arrivare alle sonorità pop degli anni Sessanta che travalicano persino la cortina di ferro (in sottofondo c'è una versione polacca di 24.000 baci di Adriano Celentano).

Su questo sfondo di grande raffinatezza cinematografica si muovono due personaggi in fondo modernissimi, che non possono stare lontani, ma nemmeno troppo vicini, la cui folle e immatura passione amorosa, vissuta però in quel modo trattenuto e paziente che dal mio punto di vista è un segno culturale distintivo, è portata alle sue conseguenze tragiche dai suoi stessi limiti, esasperati da un'Europa che vive spaccata in due. Zula è il vero deus ex machina della vicenda, fa e disfa, salva e fa fallire, e non ha paura di nessuno, se non forse di sé stessa.

Quella di Wiktor e Zula resta dal mio punto di vista una storia in parte già vista e secondo me un pochino esile sul piano psicologico ed emotivo (avrei gradito un maggiore approfondimento delle motivazioni individuali), cosa che per me costituisce in qualche modo l'aspetto più debole del film.

Voto: 3/5

giovedì 17 gennaio 2019

Il gioco delle coppie = Doubles vies

Dopo un film dal carattere autobiografico sulla Francia post-sessantottina e due film con venature da thriller psicologico come Sils Maria e Personal shopper, Olivier Assayas conferma la sua poliedricità con questo nuovo lavoro che, utilizzando il tono e gli stilemi tipici della commedia, affronta in realtà alcuni temi chiave di una contemporaneità che deve fare i conti con la transizione delle nostre vite dall'analogico al digitale.

Le doubles vies richiamate nel titolo originale (stendiamo un velo pietoso sul titolo italiano che dà un messaggio totalmente sbagliato e probabilmente porterà in sala le persone sbagliate che ne usciranno inevitabilmente deluse) non sono dunque soltanto quelle sentimentali dei protagonisti, bensì anche delle vite che ormai si muovono su due diversi binari, quello della realtà quotidiana e quello della rete.

Assayas riesce a trasformare in film molti dei dibattiti e delle riflessioni su cui ci interroghiamo sempre più frequentemente da quando la rivoluzione digitale e poi il web 2.0 hanno cominciato a cambiare le nostre vite. Alain (Guillaume Canet) è un editore che deve fare i conti con il calo degli indici di lettura e con la necessità di adeguarsi al mercato digitale rispetto al quale ha delle resistenze, e per farsi aiutare nel progettare nuove strategie sul digitale assume la giovane Laure (Christa Théret) con cui finisce a letto. Sua moglie, Selena (Juliette Binoche), è un'attrice che recita in una serie poliziesca di successo, ma rimpiange il teatro e il mondo prima della serialità. Selena ha una storia con Léonard (Vincent Macaigne), uno scrittore spiantato e fuori dal mondo (soprattutto quello della rete) che trasforma la sua quotidianità in romanzi che non vuole siano definiti autobiografie romanzate, il cui editore è Alain. Valérie (Nora Hamzawi), la compagna di Vincent, fa l'assistente di un politico onesto e impegnato, ma deve continuamente difendere lui e sé stessa dall'imperante antipolitica e dalle storture prodotte dalla sovraesposizione mediatica che i social media impongono ai politici.

Tutti appartengono alla generazione compresa tra i 40 e i 50 anni, svolgono professioni intellettuali e sono mediamente benestanti (persino lo scrittore, anche se solo grazie allo stipendio della compagna). Potremmo dire che fanno parte di quelle élites di cui Baricco parla in un recente articolo pubblicato sulla "Repubblica", élites che vivono immerse nel mutamento sociale determinato dalla rivoluzione digitale e ne subiscono a volte sulla propria pelle le conseguenze, ma fanno fatica a comprenderne appieno le potenzialità e assumono a più riprese un atteggiamento critico verso il lato oscuro dell'innovazione digitale. In realtà, per essere più precisi, nessuno dei protagonisti rifiuta il cambiamento, ma tutti fanno fatica ad accoglierlo senza riserve, quasi convinti che esercitare una forma di resistenza sia un dovere morale che gli spetta. I giovani con cui si relazionano accettano invece l'ineluttabilità del processo e sono più inclini a vederne i lati positivi.

E così in questo film si parla di futuro della lettura, di mercato degli ebook, di successo degli audiolibri, di binge watching, di Google books, di biblioteche che diventano luoghi di aggregazione e "granoteche", di fake news, di sfiducia nella politica, di rapporto tra morale pubblica e morale privata, di flames sui social network, del rapporto tra la scrittura e Twitter, di cinismo collettivo, di snobismo degli intellettuali, di cosa è veramente nuovo e di cosa non lo è.

In questo flusso ininterrotto di dialoghi densissimi - che certo a chi bazzica questi temi potranno sembrare in parte banali e didascalici, ma che a me ha sorpreso veder portati sullo schermo - scorrono le vite dei protagonisti tra serate e cene con gli amici, aperitivi e colazioni in bistrot parigini, incontri di lavoro, tradimenti accettati quasi come inevitabili, nuove passioni e rotture, secondo un ciclo ininterrotto in cui niente sorprende chi ormai con la vita ci è sceso a patti.

Quella di Assayas è una commedia, ma attraverso di essa trapela una malinconia sottile che all'uscita dal cinema è difficile scrollarsi di dosso.

Voto: 3,5/5

martedì 15 gennaio 2019

Vice - L'uomo nell'ombra

Il film di Adam McKay (lo stesso che aveva vinto l'Oscar per la migliore sceneggiatura non originale con La grande scommessa, che a questo punto vorrei recuperare) rientra nel genere cinematografico del biopic. Racconta infatti la vicenda di Dick Cheney (il grandioso Christian Bale), dagli anni scapestrati della giovinezza all'ascesa alla vicepresidenza americana fino alla vecchiaia.

Il film è costruito con il rigore delle inchieste giornalistiche serie, facendo luce su vicende più o meno conosciute della storia americana dagli anni Settanta ad oggi (o quanto meno all'altro ieri). Utilizza però un registro ironico e uno stile narrativo originale e frizzante, che trasformano quello che poteva essere l'ennesimo film sui retroscena della politica americana in un accattivante gioco con il pubblico, chiamato in causa fin dall'inizio dal personaggio narrante che solo alla fine comprenderemo che legame abbia con Dick Cheney. Lo spettatore viene continuamente spiazzato da trovate registiche forse non originali ma certamente divertenti e di impatto, e l'ironia non riguarda solo il modo di raccontare, bensì caratterizza anche i protagonisti di questa storia, rendendoceli a tratti simpatici senza che questo nulla tolga a un giudizio che man mano diventa fatalmente impietoso, virando l'ironico sempre più in grottesco. Non uscite dalla sala ai primi titoli di coda, perché il regista inserisce un divertente siparietto proprio alla fine.

Andando ai contenuti, il film di MacKay offre al pubblico una lettura di cinquant'anni della storia americana attraverso una figura che ha fatto della riservatezza la sua caratteristica principale e che raramente ha occupato la ribalta, ma che certamente è stata determinante per molte delle decisioni più importanti e delle politiche che gli Stati Uniti hanno messo in atto durante le presidenze repubblicane di questi anni, in particolare durante la presidenza di George W. Bush (l'ottimo Sam Rockwell).

Il destino di Dick Cheney avrebbe potuto essere molto diverso se non avesse avuto accanto una donna determinata e ambiziosa come Lynne (Amy Adams), che a seguito delle sue sregolatezze di gioventù lo mise di fronte a un aut aut e in questo modo ne cambiò il corso dell'esistenza. Cheney viene presentato come un omone silenzioso e un po' grigio, forse anche un po' goffo, ma dotato di una straordinaria capacità di comprendere le situazioni, di saper aspettare il momento giusto e di convincere i suoi interlocutori anche delle idee apparentemente più folli, qualità rappresentate a più riprese nel film non solo attraverso la sua carriera politica bensì soprattutto attraverso la sua passione per la pesca.

Dal tirocinio svolto alla Casa Bianca al seguito di Donald Rumsfeld (il quasi gigionesco Steve Carell), con cui tornerà a collaborare strettamente durante la presidenza Bush, l'ascesa di Cheney, sempre sostenuto dalla moglie, sarà inarrestabile, per quanto all'interno di una logica coerente con il carattere del nostro personaggio. Cheney è sempre presente nella politica americana, ma opera quasi esclusivamente dietro le quinte, soprattutto dopo aver compreso che non riuscirà mai ad arrivare alla Presidenza perché non ha il sostegno popolare. La sua capacità di eclissarsi quando necessario - intessendo negli anni delle presidenze democratiche fruttuosi rapporti con grandi colossi privati da cui poi sarà sostenuto durante gli anni repubblicani e che favorirà smaccatamente con politiche ultraliberiste - e di ricomparire al momento giusto gli garantiscono ruoli chiave all'interno della Casa Bianca, fino a quando - durante la presidenza di una figura debole e bisognosa di sostegno come quella di George W. Bush - accetta la proposta di fargli da vicepresidente in cambio di un accordo che gli conferisce ampi poteri quasi al di fuori di qualsiasi controllo.

Il film si sofferma anche sulla sua figura privata di marito modello e padre comprensivo e affettuoso verso le figlie, in particolare Mary che durante l'adolescenza rivela ai genitori di essere gay, mettendo a nudo però man mano il delicato equilibrio tra l'etica privata e il cinismo pubblico, che alla fine coinvolge e sacrifica, quando necessario, gli elementi non allineati della famiglia in questa silenziosa ma implacabile ubriacatura di potere. Un potere che - a differenza di altri - Cheney ha saputo sempre amministrare con grande rigore personale e una straordinaria attitudine alla manipolazione dell'opinione pubblica, negli anni in cui la politica comincia ad avvalersi biecamente dei metodi della ricerca sociale e del potere mediatico per ottenere i risultati desiderati.

Si esce dal cinema con un sorriso amaro sulle labbra e con una sensazione di impotenza di fronte a meccanismi di cui in molti casi siamo tutti vittime inconsapevoli, oggi forse tanto più grazie alla potenza di fuoco dei social media.

Voto: 4/5



domenica 13 gennaio 2019

Lunga giornata verso la notte. Teatro Vascello, 8 gennaio 2019

Ci sono attori di teatro che seguo a prescindere da quello che portano in scena, perché li considero una garanzia di qualità assoluta. Ad Elisabetta Pozzi e Maria Paiato - che seguo ormai da diverso tempo - si è aggiunto più recentemente Arturo Cirillo, scoperto nello spettacolo Notturno di donna con ospiti di Annibale Ruccello e amato in via definitiva in Scende giù per Toledo di Patroni Griffi.

E così, quando vedo che è a Roma come regista e interprete di Lunga giornata verso la notte di Eugene O' Neill al Teatro Vascello compro immediatamente il biglietto e trascino con me G. e C.

Solo a ridosso del giorno dello spettacolo mi documento un po' su cosa sto per andare a vedere e scopro che Cirillo sta portando avanti un vero e proprio progetto personale di riscoperta della drammaturgia americana e che Lunga giornata verso la notte è la terza messa in scena dopo Lo zoo di vetro di Tennessee Williams e Chi ha paura di Virginia Woolf? di Edward Albee.

L'opera di O'Neill risale al 1942 ed è un testo dichiaratamente autobiografico, che per volontà dello stesso autore fu rappresentato per la prima volta solo dopo la sua morte.

Si tratta del racconto di una giornata cruciale per la famiglia Tyrone, il padre James (lo stesso Cirillo), la madre Mary (la bravissima Milvia Maragliano), i figli James (Rosario Lisma) e il più giovane Edmund (Riccardo Buffonini) tornato in famiglia dopo un periodo trascorso sulle navi.

Sulla scena un'area centrale allestita come una sala di pranzo, da un lato un tavolo e delle sedie e dall'altro una poltrona; intorno a quest'area quattro postazioni come quelle nei camerini degli attori, cui i quattro personaggi tornano man mano che escono dalla scena principale.

Dal mattino fino alla sera si delineano i caratteri e la situazione dei singoli componenti della famiglia e soprattutto le relazioni tra di loro: il capofamiglia è un attore teatrale spesso in tournée, avaro e con la fissazione di acquisire proprietà terriere, la madre Mary è una donna fragile, appena uscita da una clinica, che oscilla tra la dipendenza dalle droghe e uno stato tra il folle e l'ossessivo, il figlio maggiore James è un attore fallito e un alcolista che riversa tutte le sue frustrazioni sulla famiglia, infine Edmund è un poeta promettente minato da una pericolosa tubercolosi.

Durante questa intensa giornata, ciascuno dei protagonisti si mette a nudo e giunge a una specie di confessione-resa dei conti con gli altri membri della famiglia. Lo scontro diventa via via più feroce e le verità che emergono sempre più gravose e dirompenti, mentre sulla scena una nebbia sempre più fitta avvolge gli attori, rendendo il clima ancora più cupo e privo di speranza.

La messa in scena di Cirillo è essenziale ma efficace, e l'amplificazione del tema della maschera attoriale appare particolarmente azzeccata per rappresentare la distanza tra il tentativo di preservare i legami familiari e i fantasmi che si agitano dentro e che qui fuoriescono con tutta la loro forza distruttiva. Gli attori svolgono egregiamente il loro lavoro per rendere credibili i personaggi che interpretano.

Resta a mio avviso - e direi quasi inevitabilmente - la percezione di un testo che agli occhi di noi contemporanei appare un po' meccanico e datato, non per assenza bensì forse per eccesso di pathos, quella specie di iperrealismo che tiene il pubblico un pochino distante e che impedisce una vera e propria empatia. E questo nonostante uno sforzo, evidente, da parte del regista di rendere il testo e la sua messa in scena più in linea con i meccanismi emotivi contemporanei.

Voto: 3/5