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venerdì 20 settembre 2024

Limonov - The ballad

A poche ore di distanza dal termine della lettura dello straordinario libro di Emmanuel Carrère vado a vedere in lingua originale il film da esso tratto e che è da poco uscito in sala.

Il film ha avuto una realizzazione piuttosto travagliata, visto che prima Saverio Costanzo, poi Paweł Pawlikowski hanno fatto un passo indietro dopo aver iniziato a lavorarci, cosicché è stato infine Kirill Serebrennikov (il regista del bel film Summer) a raccogliere il testimone e a portare il progetto a compimento, pur avvalendosi del lavoro di sceneggiatura che già Pawlikowski aveva fatto.

Ho letto recensioni e interviste in cui Serebrennikov spiega meglio le sue intenzioni: il regista chiarisce di non aver voluto fare un vero e proprio biopic su Limonov, ma di aver voluto realizzare una narrazione in linguaggio cinematografico della narrazione letteraria della vita di Limonov che Carrère ha scritto a partire anche e soprattutto dai libri in cui l'autore racconta di sé stesso.

In pratica l'obiettivo non è in alcun modo la ricostruzione storica, né la fedeltà al personaggio, bensì un'operazione di meta-meta-narrazione: racconto per immagini di un racconto letterario tratto da letteratura autobiografica.

Non a caso il sottotitolo del film è The ballad che è un po' la chiave reinterpretativa scelta da Serebrennikov: quella che vediamo sullo schermo è una specie di opera rock tratta dal libro di Carrère, e in questo senso il regista giustifica anche la scelta della lingua inglese, che personalmente mi ha lasciata fortemente perplessa e mi ha creato un senso di straniamento e di distanza da quanto raccontato sullo schermo, che però forse era l'obiettivo perseguito dal regista.

Va riconosciuto a Ben Whishaw, che interpreta questo personaggio inafferrabile e straripante, di aver fatto un ottimo lavoro per calarsi in una parte decisamente difficile e per attraversare le mille trasformazioni fisiche e non solo di Limonov nel corso della sua vita.

Limonov e i personaggi che intersecano e accompagnano la sua esistenza - tra tutte in particolare l'amata Elena (Viktoria Miroshnichenko) - letteralmente "saltano" attraverso gli anni e i luoghi in una ballata rock che trascina gli spettatori nelle pieghe complesse degli individui e della storia, lasciandoli infine confusi e frastornati. Perché alla fine questo è il problema principale del film di Serebrennikov, e che lo distanzia enormemente dal libro di Carrère. Tanto il libro di Carrère è affascinante e trascinante, ma anche esplicativo, ricco di informazioni, appassionante nei contenuti storici e di dettaglio, quanto il film è frettoloso nei numerosi e delicati passaggi della vicenda di Limonov, di fatto non consentendo a chi non abbia già letto il libro di comprendere alcune cose e anche di farsi una idea più personale.

In conclusione, pur avendo apprezzato alcune scelte registiche e alcune trovate di montaggio, il risultato per me è stato fortemente deludente, perché il film non è riuscito a trasmettermi granché delle mille e complesse stratificazioni narrative che sono invece la forza del libro, insieme a una scrittura mirabile.

E comunque personaggi russi che parlano in inglese anche in Russia fanno un effetto quanto meno strano, e per me poco digeribile.

Voto: 2,5/5



lunedì 21 gennaio 2019

Cold war

Di Pawlikowski avevo visto tanto tempo fa My summer of love e mi ricordavo queste atmosfere rarefatte e un modo di raccontare i sentimenti che io considero "connotato culturalmente" e dunque differente da quella modalità tipicamente "occidentale" alla quale ci siamo completamente assuefatti.

Queste caratteristiche si ritrovano secondo me in Cold war, affinate e perfezionate dalla crescita artistica del regista (che pare fosse già evidente in Ida che io avevo perso).

La "guerra fredda" del titolo è quella che attraversa l'Europa a partire dal secondo dopoguerra, ma in fondo è anche quella che si consuma tra i due protagonisti, Wiktor (Tomasz Kot) e Zula (Joanna Kulig), la cui vicenda è ispirata a quella dei genitori del regista sui il film è dedicato.

Siamo in Polonia nel 1949: in una campagna coperta di neve e popolata di poveri contadini, Wiktor e la sua assistente Irena (Agata Kulesza), lui un pianista lei una ballerina, stanno portando avanti un progetto di recupero dei canti e delle danze popolari finalizzata alla creazione di una compagnia di musica folk. Durante le selezioni dei componenti della compagnia, Wiktor conosce Zula e tra i due scoppia la passione.

Ben presto la compagnia Mazurek viene posta sotto il controllo del regime e diventa uno strumento di propaganda, mentre l'insoddisfazione di Wiktor cresce fino a quando - durante una tappa berlinese del tour - decide di attraversare il check point e di fuggire, però senza Zula che non se la sente di andar via.

I due si rincontreranno a Parigi, dove nel frattempo Wiktor si è installato e si mantiene facendo il pianista jazz, mentre Zula si è sposata con un italiano per avere la possibilità di viaggiare fuori dalla Polonia. I due vivono una nuova stagione di passione che però si conclude ancora una volta con l'insofferenza di Zula e l'allontanamento dei due amanti.

Quando Wiktor deciderà di tornare in Polonia, per ritrovare quella che considera la donna della sua vita, dovrà fare i conti con le conseguenze del suo tradimento verso la nazione, e sarà Zula a questo punto a sacrificarsi per farlo uscire dai campi di lavoro e riavvicinarglisi. Ma quella di Wiktor e Zula è una storia destinata a una fine tragica, che arriva inevitabile ma sommessa.

Il film di Pawlikowski è visivamente strepitoso: dentro un formato ormai in disuso com'è il 4:3 e un bianco e nero sempre affascinante, quasi soffuso, le immagini della campagna polacca innevata e dei contadini che la abitano sono struggenti e poetiche nel loro oscillare tra dettaglio descrittivo e suggestione emotiva; più stereotipate invece le immagini parigine, non meno belle ma - diciamo così - meno sentite.

La bellezza delle immagini è accompagnata da una colonna sonora a suo modo sorprendente (la musica del resto è anche il linguaggio che accomuna Wiktor e Zula): se l'ambientazione polacca si sostanzia delle evocative musiche popolari polacche, è la musica jazz la cifra musicale della fase parigina, fino ad arrivare alle sonorità pop degli anni Sessanta che travalicano persino la cortina di ferro (in sottofondo c'è una versione polacca di 24.000 baci di Adriano Celentano).

Su questo sfondo di grande raffinatezza cinematografica si muovono due personaggi in fondo modernissimi, che non possono stare lontani, ma nemmeno troppo vicini, la cui folle e immatura passione amorosa, vissuta però in quel modo trattenuto e paziente che dal mio punto di vista è un segno culturale distintivo, è portata alle sue conseguenze tragiche dai suoi stessi limiti, esasperati da un'Europa che vive spaccata in due. Zula è il vero deus ex machina della vicenda, fa e disfa, salva e fa fallire, e non ha paura di nessuno, se non forse di sé stessa.

Quella di Wiktor e Zula resta dal mio punto di vista una storia in parte già vista e secondo me un pochino esile sul piano psicologico ed emotivo (avrei gradito un maggiore approfondimento delle motivazioni individuali), cosa che per me costituisce in qualche modo l'aspetto più debole del film.

Voto: 3/5