lunedì 16 marzo 2020

La ferrovia sotterranea / Colson Whitehead

La ferrovia sotterranea / Colson Whitehead; trad. di Martina Testa. Roma: SUR, 2017.

Il romanzo di Colson Whitehead è la storia delle peripezie della schiava Cora per conquistare la libertà. Cora nasce nella tenuta dei Randall, dove molti anni prima è arrivata dall'Africa, in catene, la nonna, venduta sul mercato degli schiavi e destinata a coltivare le piantagioni del Sud dell'America. La madre di Cora, Mabel, è fuggita dalla piantagione quando la bambina era ancora piccola e nessuno l'ha più ritrovata.

Cora invece non ha mai pensato di fuggire; si accontenta di coltivare un piccolissimo pezzo di terra che nonna e madre le hanno lasciato in eredità, e cerca di sopravvivere come può alle angherie che subisce nella piantagione, insieme agli altri schiavi.

Un giorno, però, Caesar le propone di fuggire e Cora, che inizialmente non ne ha la minima intenzione, presto cambia idea e decide di tentare questa fuga verso la libertà. Dopo aver attraversato la palude, superata la notte, Cora e i suoi compagni di viaggio devono affrontare le prime difficoltà e, di fronte al rischio di essere catturati da un gruppo di cacciatori di schiavi, Cora uccide un adolescente e, nella nuova condizione di assassina fuggitiva, i rischi legati a una sua cattura si moltiplicano.

Grazie alla ferrovia sotterranea, un sistema di collegamento realizzato dagli abolizionisti, Cora e Caesar raggiungono prima la Carolina del Sud, dove si fermano a vivere per un periodo. Poi, inseguiti dal cacciatore Ridgeway, Caesar viene catturato e ucciso e Cora continua da sola la sua fuga prima in Carolina del Nord, dove viene catturata. Riesce nuovamente a fuggire, grazie all'intervento di alcuni schiavi fuggitivi in Tennessee, e qui vive una fattoria dove i neri hanno la possibilità di coltivare la propria terra e di vivere liberi. Ma anche qui arriva Ridgeway e Cora dovrà fuggire ancora sfruttando ancora una volta un ramo apparentemente morto della ferrovia sotterranea.

Il libro di Colson Whitehead, che mi ha ricordato a tratti il film 12 anni schiavo di Steve McQueen, è una specie di manifesto della storia - neanche tanto passata - dei neri in America, delle indicibili sofferenze che hanno dovuto subire, della condizione di schiavitù nella quale hanno dovuto vivere, dei mille soprusi che hanno ricevuto all'interno di un sistema politico-economico-sociale che si basava sulla presunta inferiorità dei neri e sul loro sfruttamento, condizione considerata normale dalla maggioranza della popolazione bianca. L'invenzione della "ferrovia sotterranea" che Whitehead introduce nel libro fa riferimento alla rete degli abolizionisti che nei diversi stati del Paese mettevano a rischio la propria vita per consentire agli schiavi di fuggire e di trovare una vita libera e dignitosa altrove.

La storia di Cora è narrata in terza persona con un linguaggio molto piano e scorrevole, certamente voluto dal suo autore per far arrivare la sua storia dritta al cuore del lettore. La lettura di questo romanzo certamente rappresenta una tappa obbligata per chi vuole comprendere l'insanabile frattura tra bianchi e neri che ancora oggi infiamma la società americana (e non solo) e contrappone queste due anime della nazione.

Quello che i neri hanno subito per lunghi decenni a opera dei bianchi, a seguito delle deportazioni dei loro antenati dall'Africa, è una ferita mai del tutto rimarginata, che si infetta e suppura ogni qualvolta si manifestano segnali di intolleranza e forme più o meno conclamate di razzismo.

Essere stati trattati come delle bestie - se non peggio -  e ritrovarsi ancora oggi, pur avendo contribuito in maniera determinante e spesso con il proprio sangue al progresso e alla ricchezza della nazione, a subire forme di discriminazione non può che gridare vendetta. La ferita dell'enorme ingiustizia subito alimenta il fuoco della rivolta che cova costantemente sotto la cenere di un'apparentemente pacifica convivenza civile, ed è certamente uno delle micce più pericolose che attraversano la già molto tesa realtà americana.

Una lettura che ci riporta nel passato per farci capire meglio il presente.

Voto: 3,5/5

sabato 14 marzo 2020

Un amour impossible

Siamo alla fine degli anni Cinquanta. Rachel (Virginie Efira) è una giovane segretaria che vive in una casa di campagna a Châteauroux insieme alla madre e alla sorella. Un giorno, nella mensa che frequenta tutti i giorni, conosce Philippe (Niels Schneider), un giovanotto di ottima famiglia, colto e seducente, di cui si innamora.

Grazie a Philippe, Rachel comincia ad aprirsi al mondo esterno e ad acquisire un nuovo punto di vista sulla vita, però al contempo resta intrappolata nel gioco manipolatorio di Philippe che appare e scompare senza spiegazioni, e dopo averla messa incinta non manifesta alcuna intenzione di sposarla né di riconoscere sua figlia Chantal.

Rachel cresce Chantal da sola, mentre Philippe ricompare di tanto in tanto nella sua esistenza senza mai assumersi alcuna responsabilità bensì continuando ad avviluppare Rachel nelle sue trame da narcisista patologico. Quando Chantal arriva a 16 anni, Rachel rompe i rapporti con il padre di sua figlia, ma a questa rottura insperabilmente Philippe reagisce decidendo di riconoscere la figlia, e anzi comincia a essere sempre più presente nella sua vita, mettendo in atto con Chantal le stesse strategie manipolatorie già applicate con Rachel e contribuendo ad allontanare le due donne. La verità sconvolgente verrà fuori nella sua interezza e tragicità più avanti nella vita, quando Chantal sarà già adulta, e anche lei moglie e madre.

La storia viene raccontata dalla stessa Chantal adulta, che attraverso questa ricostruzione è come se volesse andare alle origini della propria esistenza, comprendere sé stessa e sua madre, anche per recuperare il rapporto con quest'ultima.

Tratto dal romanzo omonimo di Christine Angot, il film di Catherine Corsini si regge innanzitutto sulla magnifica interpretazione di Virginie Efira, che riesce a veicolare del suo personaggio la straordinaria forza e determinazione, ma anche la fragilità che la fa diventare la vittima ideale di un narcisista, in secondo luogo sulla forza di una storia dentro la quale trovano posto molti temi, il conflitto di classe, le relazioni di codipendenza, le dinamiche genitori-figli, i rapporti di forza tra uomini e donne.

Si esce dalla visione emotivamente piuttosto stravolti e ancora più consapevoli - se necessario - della facilità con cui chiunque di noi può ritrovarsi dentro relazioni tossiche con conseguenze più o meno devastanti per sé stessi e per le altre persone coinvolte.

Voto: 3,5/5

giovedì 12 marzo 2020

Leggenda privata / Michele Mari

Leggenda privata / Michele Mari. Torino: Einaudi, 2017.

Di Michele Mari ho letto fin qui solo Verderame, libro che mi ha permesso di entrare nell'originale universo linguistico dello scrittore e che mi ha creato innumerevoli curiosità in merito alla persona che si cela dietro questa scrittura.

So che per molti lo stile iper-ricercato e a tratti arcaico di Mari risulta respingente - e lo posso capire; a me il suo stile, superate le resistenze iniziali, affascina e suscita interrogativi. Sarà per questo che il secondo libro di Mari che ho deciso di leggere è Leggenda privata, una specie di anomala autobiografia dello scrittore, scritta quasi come un libro dell'orrore.

Lo scrittore è infatti alle prese con dei mostri-fantasmi che abitano nella sua casa e che appartengono a non meglio precisate Accademie letterarie. I fantasmi del piano di sopra e di quello di sotto pretendono da lui che scriva un'autobiografia e una storia della sua famiglia come si conviene, magari anche indugiando su quegli episodi e vicende che possano soddisfare la curiosità morbosa dei lettori.

Di malavoglia Michele Mari decide di accontentarli e, una volta avviata la scrittura, va avanti perché i fantasmi gli fanno avvertire la loro presenza ogni qual volta lo scrittore sembra voler abbandonare il progetto o va in direzioni a loro non gradite.

Se dunque vi aspettate una storia familiare scritta in modo tradizionale e in rigoroso ordine cronologico siete nel posto sbagliato, ma se volete capire la complessità e la "follia" di questo autore allora avete scelto il libro giusto.

Non mancano nel libro di Mari i riferimenti ai suoi genitori, Enzo Mari, il famosissimo designer, una figura paterna ingombrante e a tratti disturbante, e Iela Mari, al secolo Gabriela Ferrari, disegnatrice e scrittrice anch’essa di spicco, ma donna e madre fragile e tendente alla depressione. Michele è - a suo dire - il risultato di un momento di passione tra due persone inadatte a condividere la vita e infatti destinate a separarsi.

Michele cresce diviso tra questi due mondi, quelli dei suoi genitori e quelli - altrettanto diversi - delle rispettive famiglie, che rappresentano in modi diversi il meglio e il peggio dell'universo culturale italiano tra gli anni Sessanta e Settanta. Mentre il Michele pre-adolescente fantastica sulla ragazzina ignorante e campagnola che durante l'estate aiuta nella trattoria di paese dove trascorre le vacanze, il mondo familiare a cui appartiene lo mette a contatto con scrittori, intellettuali, cantanti, poeti e premi Nobel, e con una filosofia di vita che non conosce leggerezza e non ammette cadute e contaminazioni.

Leggere questa autobiografia - inevitabilmente selettiva come la memoria non può che essere e come lo stesso Mari tiene a sottolineare – e guardare le foto che la corredano mi ha fatto venire in mente altre vite, diverse e lontane da quelle di Mari, ma che mi hanno fatto riflettere su cosa voglia dire crescere facendo i conti con genitori e ambienti culturali importanti. Penso per esempio nell'ambiente cinematografico a Louis Garrel, cresciuto in una famiglia che respirava il cinema e frequentava l’humus culturale parigino degli anni Ottanta e Novanta, un figlio impregnato di quella cultura e destinato in qualche modo a ereditarla ma anche a sconfessarla.

Così è per Michele che sceglie Lettere quando invece il padre lo vorrebbe suo erede, e lo fa per vocazione ma anche per prendere le distanze da cotanto genitore, e che fa propria una serietà quasi esagerata interiorizzando l’idea che le persone intelligenti non possano essere felici, come sua madre gli aveva dimostrato per tutta la vita. È per questo che, pur in modi più o meno eccentrici, lo scrittore che è diventato racchiude tutti gli stimoli – positivi e negativi – che l’ambiente in cui è cresciuto gli ha trasmesso.

Uscirete da questo libro un po’ scombussolati e con la sensazione di non aver capito proprio tutto – ma questo è del tutto normale con i libri di Mari, che sembrano infatti coltivare un sadico desiderio di confondere le carte al lettore – però con un moto d’affetto nei confronti di quest’uomo, che in fondo dalla sua infanzia e giovinezza sarebbe potuto venir fuori molto peggio di così.

Voto: 3,5/5

martedì 10 marzo 2020

Autunno / Ali Smith

Autunno / Ali Smith; trad. di Federica Aceto. Roma: Edizioni SUR, 2018.

Dopo la lettura di Voci fuori campo, che avevo trovato interessante ma poco nelle mie corde, ho deciso di offrire ad Ali Smith una seconda possibilità leggendo il primo romanzo della sua tetralogia ispirata alle stagioni, ossia Autunno.

Autunno parla principalmente di due persone: Elisabeth, una ricercatrice trentenne precaria che vive a Londra e sa che non potrà mai permettersi di comprare una casa, e Daniel, un anziano signore che è ricoverato in una clinica in una condizione di sonno profondo negli ultimi giorni della sua vita.

Tra i due esiste un’amicizia di vecchia data, risalente a quando Elisabeth era bambina e abitava in una casa in un paesino di provincia, il cui vicino era appunto Daniel, personaggio misterioso e originale, che la madre di Elisabeth guardava con un po’ di riserve ma a cui alla fine si affidava per fare da “babysitter” a Elisabeth quando lei era al lavoro. Quella tra Daniel e la bimba è un’amicizia fatta di stimoli e di idee, di parole e di racconti, tutte cose che lì per lì appaiono quasi insensate o quantomeno decontestualizzate, ma che gettano semi importanti nel percorso di Elisabeth e saranno destinati a fiorire molto più avanti, nel suo percorso di vita e di ricerca.

Dopo gli ultimi dieci anni di allontanamento (il cui motivo non ci viene spiegato), Elisabeth decide di tornare al suo paese natio per stare vicino a Daniel negli ultimi giorni di vita. Si ricreano, dunque, in modo però inevitabilmente diverso, le dinamiche del passato, nel triangolo tra Elisabeth, sua madre e Daniel. Mentre la madre di Elisabeth partecipa a una trasmissione televisiva e qui incontra l’amore in una donna che era da bambina la protagonista di uno spettacolo televisivo della sua infanzia, Daniel è immerso in un sonno profondo da cui emergono tracce del suo passato ed Elisabeth prova a ricongiungere i pezzi del passato e del presente trovando nella figura della pittrice Pop-Art Pauline Boty una specie di ideale fil rouge che attraversa il tempo.

Al di fuori di questo microcosmo c’è un’Inghilterra attraversata dagli umori legati alla Brexit e dai venti del razzismo e della xenofobia, in cui non c’è spazio per il confronto civile, per la costruzione delle idee, per la tolleranza e persino per il racconto.

Nel suo stile tipico, fatto di frammenti scomposti, discontinuità narrativa e suggestioni volutamente mantenute un po’ oscure, Ali Smith ci parla di un mondo in decadenza, ma anche della resistenza opposta dai sentimenti e dalle relazioni, dell’importanza di recuperare le storie e i racconti, della necessità di salvare l’arte e la letteratura, e con loro la bellezza e l’umanità.

Un libro in cui non tutto viene spiegato e non tutto alla fine risulta chiaro (cosa che per una mente razionale come la mia non è facile da accettare), ma che – se riuscite a entrare in sintonia con la sensibilità originale di Ali Smith e dei suoi personaggi – vi lascerà qualcosa dentro. A me ha detto forse meno di quello che avrebbe potuto, ma del resto è come nell’amicizia e nell’amore: è tutta questione di chimica.

Voto: 3/5

sabato 7 marzo 2020

La ferocia / Nicola Lagioia

La ferocia / Nicola Lagioia. Torino: Einaudi, 2014.

Avevo comprato il romanzo di Nicola Lagioia diversi anni fa, non molto dopo la sua uscita e il suo trionfo al Premio Strega. Ma non era stato il successo del romanzo ad attirarmi verso di esso, bensì la mia contiguità geografica alla sua ambientazione (è ambientato nella zona di Bari e dintorni, soprattutto il sud barese) e cronologica al suo autore (Lagioia, oltre a essere barese come me, è nato come me nel 1973).

In realtà devo confessare che avevo già tentato di iniziarne la lettura poco dopo averlo comprato, ma in quel momento l’avevo trovato respingente e l’avevo abbandonato. Adesso evidentemente era arrivato il momento opportuno per affrontare questa storia nerissima, il cui titolo rende perfettamente la tensione emotiva che attraversa la narrazione e le relazioni tra i suoi personaggi.

La storia è quella della famiglia Salvemini, il cui capofamiglia Vittorio è un immobiliarista di grande successo e fortuna che nella vita ha sempre dovuto accettare molti compromessi e che si trova ad affrontare un grosso rischio per la sua impresa in relazione alla costruzione di un complesso turistico-residenziale nella zona del Gargano. Il romanzo però inizia con un altro evento dirompente: la figlia Clara che cammina nuda per la statale coperta di sangue e viene poi ritrovata morta ai piedi di un autosilo, suicida secondo il rapporto del medico legale.

Di qui si dipanano i fili della complessa vicenda di questa famiglia, che oltre a Vittorio e Clara è formata da Annamaria, la moglie di Vittorio, il figlio maggiore Ruggero, primario oncologo in una famosa clinica pugliese, il fratellastro Michele, nato da una relazione extraconiugabile di Vittorio, e la sorella più piccola Gioia.

Fin dalle prime pagine è evidente che dietro la morte di Clara si nascondono verità impronunciabili e vicende complesse che intrecciano le sorti di molte persone. Lagioia ricostruisce queste verità e vicende andando avanti e indietro nel tempo, e cambiando ripetutamente il punto di vista della narrazione, allestendo un puzzle che sta al lettore a poco a poco ricostruire. Ed esattamente come accade quando si fanno i puzzle, quando ci si avvicina alla fine e mancano pochi pezzi a comporre la figura intera ci si fa prendere da una febbre che spinge a continuare fino a mettere la parola fine.

Tutto questo accade anche se attraversare le pagine de La ferocia è doloroso ed emotivamente molto impegnativo, perché le miserie, le colpe, le omissioni di cui straripa questo romanzo sembrano non lasciare scampo e tracimare al di fuori delle sue pagine inondando anche la nostra vita.

Al centro di questa storia c’è il rapporto speciale e a suo modo esclusivo tra Clara e il suo fratellastro Michele: quest’ultimo, la cui madre è morta dandolo alla luce e che non si è mai sentito veramente accolto dai Salvemini, è un ragazzo dotato e disturbato al contempo; lei, Clara, è una ragazza molto bella e magnetica, non le manca nulla e può avere tutti ai suoi piedi, ma un giorno – come una rivelazione – percepisce il dolore di Michele e lo fa proprio, o meglio ne fa la cassa di risonanza del proprio.

I due vivono un momento di straordinaria connessione emotiva, quasi di amore, ma verranno separati: Michele andrà prima a fare il militare ad Avellino, poi ricoverato in una clinica psichiatrica, poi mandato a vivere a Roma, Clara dovrà gestire il vuoto e lo riempirà trasformandosi in una specie di femme fatale dolente e quasi inconsapevole, fino a imboccare una china autodistruttiva che la porterà alla morte.

Ma nel libro di Lagioia non esiste una linea netta di demarcazione tra buoni e cattivi, tra colpevoli e innocenti, bensì solo gradi diversi di colpevolezza all’interno di un universo familiare e sociale in cui l’umanità stessa sembra venuta meno, e l’unico modo per sopravvivere è diventare impermeabili al dolore e a qualunque sentimento di compassione.

Persino l’estremo gesto di Michele che vorrebbe vendicare la morte di sua sorella in fondo non è altro che il tentativo estremo di togliere quel mattone portante che fa crollare l’edificio su di lui e su tutti gli altri, sperando di segnare un punto zero di rinascita, ma sapendo anche che dal male e dal marciume non può che nascere altro male e altro marciume in una spirale infinita.

Un romanzo disperato e disperante, in cui l’angoscia è il principale compagno di viaggio, ma che forse proprio in questo mostra i suoi limiti, ossia nel trasformare il mondo esterno in una proiezione di un pessimismo interiore e di una visione negativa del mondo, che nel loro essere estremi finiscono per risultare a tratti eccessivi. Ciò però non ridimensiona l’effetto devastantemente potente che la scrittura di Lagioia è in grado di produrre nel lettore ignaro che spera di incontrare qualche elemento di luce e di ottimismo, ma che in questa speranza è destinato a essere costantemente deluso, picconato dal cuore nero di questo romanzo.

Voto: 3,5/5

giovedì 5 marzo 2020

Con il vostro irridente silenzio / di e con Fabrizio Gifuni. Teatro Vascello, 18 febbraio 2020

È il giorno della prima del nuovo spettacolo teatrale di Fabrizio Gifuni, in programmazione al Teatro Vascello. La sala a poco a poco si riempie completamente, e molte sono facce note della politica, dello spettacolo, del giornalismo.

Le luci si spengono e Fabrizio Gifuni entra e si ferma al centro del palco, raccontandoci come è nato questo spettacolo e qual è il suo contenuto. Tutto è cominciato con lo studio delle carte che Aldo Moro scrisse durante i suoi 55 giorni di prigionia nelle mani delle Brigate Rosse, o quanto meno di quella parte delle carte che sono pervenute fino a noi. Gifuni ci ricorda che la parte degli scritti di Moro che conosciamo è il risultato di invii e di successivi "ritrovamenti", dei quali l'ultimo avvenuto a distanza di molto tempo dalla sua morte e comprende moltissime lettere, ai familiari, agli amici, ai compagni di partito e ad altri personaggi politici, e il cosiddetto "memoriale", un testo di carattere politico stimolato anche dalle domande dei carcerieri. L'attore si sofferma anche sul fatto che le prime lettere che furono spedite da Moro durante la prigionia furono bollate come "false" da parte della dirigenza del partito, e in alcuni casi come il risultato di forme di coercizione da parte dei brigatisti, cosa tra l'altro rispetto alla quale - a più riprese negli scritti successivi - Moro si mostra incredulo e rammaricato.

Dopo questa importante premessa, l'attore scompare dietro le quinte e ricompare poco dopo, calato nelle vesti di Aldo Moro, con un grosso plico di fogli in mano, che di lì in poi leggerà in ordine cronologico e senza soluzione di continuità.

Il tono è inizialmente sofferente, tenero, accorato, ancora pieno di fiducia; poi via via si fa sempre più disperato e rabbioso, consapevole di essere stato abbandonato dal partito e dalle istituzioni in nome di una presunta ragion di stato o forse di qualcos'altro ancora.

Pur trovandoci semplicemente di fronte a un uomo che legge delle lettere e altri scritti, l'esperienza è fortemente immersiva e il merito è da un lato del contenuto potente di queste pagine, dall'altro della capacità di Gifuni di calarsi nello stato d'animo del suo personaggio, trasmettendolo in presa diretta non solo attraverso le parole, bensì anche attraverso le modulazioni della voce e i movimenti, contenuti ma eloquenti.

Un bagno doloroso in una delle pagine più oscure e più tristi della storia repubblicana italiana, i cui contorni ancora oggi restano in ombra e il cui intreccio affonda le radici in vicende che vanno al di là dei confini nazionali.

Bisogna rendere merito a Gifuni, dopo aver dato voce agli scritti di Gadda e Pasolini, di aver restituito la voce a un uomo la cui voce è stata e continua a essere ridotta al silenzio.

Voto: 3,5/5

martedì 3 marzo 2020

Alla mia piccola Sama = For Sama

All'ultimo fotogramma della pellicola, quando partono i titoli di coda, accade che nessuno degli spettatori della saletta del Cinema dei Piccoli si alza né comincia a chiacchierare col vicino di poltrona. Quando anche i titoli di coda sono terminati e le luci si accendono, sono ancora tutti al loro posto e il silenzio diventa assordante. Molti hanno gli occhi lucidi, compresa me, e appena fuori dalla sala è impossibile trattenere il pianto e non lasciarsi andare a un momento di decompressione emotiva.

Penso che il documentario candidato all'Oscar della giovane regista siriana, Waad al-Kateab, sia una delle testimonianze più potenti fin qui prodotte sulla guerra civile siriana iniziata durante le primavere arabe del 2011-2012.

Waad a quel tempo era una giovane studentessa dell'Università che si era unita alle proteste degli altri studenti contro il regime di Bashar el-Assad e aveva iniziato a filmare le manifestazioni e le altre attività dei gruppi ribelli. Dopo il ritrovamento di decine di giovani torturati e uccisi nel fiume, Waad decide di unirsi stabilmente alla resistenza, accanto all'amico Hamza, giovane medico siriano, che ben presto decide di mettere in piedi un ospedale ad Aleppo. Il rapporto tra Waad e Hamza si trasforma ben presto in amore e da questo amore nasce Sama (una parola che significa "cielo" in siriano).

Il documentario di Waad nasce infatti come una specie di videolettera che questa madre realizza per sua figlia ancora piccola affinché da adulta possa capire che cosa ha spinto i suoi genitori a rimanere ad Aleppo e addirittura a tornarci durante l'assedio, nonostante avessero la possibilità di rimanere in Turchia.

Hamza non solo è un infaticabile medico che coordina le attività dell'ospedale che ha messo in piedi ad Aleppo, ma è anche un punto di riferimento per la resistenza siriana e per i media e gli altri interlocutori. Man mano che il tempo passa, Waad vive l'attività di documentazione filmata della situazione come una vera e propria missione e diventa una delle videogiornaliste più accreditate durante la guerra civile siriana e soprattutto durante l'assedio di Aleppo. Divisa tra il garantire la sicurezza di sua figlia Sama e l'essere presente con la sua telecamera in ogni situazione per farci vivere dall'interno la vita che queste famiglie rimaste ad Aleppo hanno dovuto vivere, tra bombardamenti continui e continue uccisioni di adulti e bambini.

La regista, sebbene non ci risparmi la visione del sangue, della morte, del dolore, della distruzione e della disperazione, attraverso la sua telecamera riesce incredibilmente a non risultare morbosa, senza togliere nulla alla drammaticità della situazione, e facendo filtrare di quando in quando quei piccoli miracoli che la vita ogni tanto riserva anche nelle situazioni più tragiche.

Per chi guarda resta difficile capire le scelte dei protagonisti di questo film, così come qualche disorientamento lo provoca la testardaggine con cui Waad considera l'imperativo di filmare prioritario rispetto ai propri stessi sentimenti, ma alla fine è proprio questa testardaggine che ci consegna un documento eccezionale, capace di raccontarci in presa diretta cosa significa vivere sotto le bombe e sapere che la propria vita e quella delle persone a cui si vuole bene potrebbe finire da un momento all'altro. Il dolore e la frustrazione che si vive sulla propria pelle al termine della visione è il risultato di quello che abbiamo visto, ma anche del senso di impotenza e della constatazione che tutto questo è avvenuto (e avviene) senza che nessuno sia intervenuto (e intervenga).

Voto: 4,5/5

domenica 1 marzo 2020

Gabriele Basilico, Metropoli. Jim Dine. Palazzo delle Esposizioni, 15 febbraio 2020

È in corso al Palazzo delle Esposizioni fino al 13 aprile 2020 la grande mostra retrospettiva dedicata al grande fotografo Gabriele Basilico (morto nel febbraio del 2013), intitolata Metropoli, tema che è sempre stato al centro dei suoi interessi fotografici.

La mostra, curata da Giovanna Calvenzi e Filippo Maggia, si apre con un racconto illustrato della sua biografia e del suo percorso artistico e professionale, per poi snodarsi attraverso 250 fotografie che afferiscono a cinque nuclei principali: uno dei primi progetti sulla città, dal titolo “Milano. Ritratti di fabbriche 1978-1980”; poi le “Sezioni del paesaggio italiano”, ossia sei itinerari fotografici attraverso l'Italia, realizzati in collaborazione con Stefano Boeri, che in un video ci spiega senso e retroscena del progetto; segue una raccolta di fotografie dedicate alle “città del mondo”, che testimoniano quanto Basilico abbia raccontato nel corso di diversi decenni le trasformazioni delle metropoli contemporanee, a partire dalle città italiane per arrivare a città quali Istanbul, Gerusalemme, Shanghai, Mosca, New York, Rio de Janeiro e molte altre ancora.

La prima parte del percorso espositivo si chiude con le fotografie su “Roma”, una città che - come si può immaginare - Basilico ha raccontato a più riprese, fino a tentare un'impresa quasi disperata nel 2010, ossia mettere a confronto la città contemporanea con le settecentesche incisioni di Giovan Battista Piranesi.

Nell'ultima parte della mostra sono esposti per la prima volta insieme i risultati delle due campagne fotografiche dedicate da Basilico a Beirut, la prima realizzata nel 1991, in bianco e nero, che documentava le ferite profonde inferte alla città dalla lunga guerra, la seconda del 2011, a colori, che racconta invece la ricostruzione e la rinascita.

In una saletta apposita è possibile anche vedere due video sul fotografo, il primo realizzato da Tanino Musso nel 1991 a Beirut e rimontato da Giacomo Traldi, e un altro del 2012 relativo a un’intervista del regista Amos Gitai dedicata a Roma e a Piranesi.

Indubbiamente una carrellata affascinante che risulterà interessante sia per chi vuole avvicinarsi all'opera del fotografo, sia per chi già conosce l'universo fotografico di Basilico e qui avrà l'occasione di guardarlo da vicino e di approfondire la conoscenza del suo stile.

Nel poco tempo che mi resta a disposizione, faccio una rapida passeggiata al piano terra del Palazzo delle Esposizioni dove è in corso un'altra mostra, dedicata all'artista pop vivente Jim Dine.

Non ho competenze sufficienti per esprimermi in proposito: posso solo dire che le sue opere - per quanto molto colorate e a prima vista quasi divertenti - comunicano un senso profondo di angoscia e un'inquietudine difficile da tradurre in parole, che secondo me trova il suo momento culminante nella sala dei Pinocchio, in cui sono collocate in ordine sparso statue di Pinocchio in vari materiali e nelle pose e dimensioni più varie, mentre sulle pareti sono tracciate delle frasi - in parte cancellate - non esattamente rassicuranti.

Persino i numerosi cuori colorati, spesso protagonisti dei suoi grandi quadri, sono tutto fuorché pacificanti.

Per fortuna i tanti bimbi in giro per il Palazzo delle Esposizioni, addirittura in posa in gruppo davanti a una grande e inquietante statua di Pinocchio, mi strappano un sorriso prima di mettere piede fuori dalla mostra.

Voto: 3,5/5