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martedì 12 maggio 2020

Freedom hospital. Una storia siriana / Hamid Sulaiman

Freedom hospital. Una storia siriana / Hamid Sulaiman; trad. dal francese di Marco Ponti; prefazione di Cecilia Strada. Torino: add editore, 2018.

Negli ultimi anni, dopo l'acquisto e la lettura di Io sono una (uno dei più bei graphic novel da me letti negli ultimi anni), ho scoperto e imparato ad apprezzare la casa editrice add, che in fatto di graphic novel propone una selezione di tutto rispetto. Ho letto così in sequenza prima Là dove finisce la terra (sulla storia del Cile, di cui attendo ansiosa la seconda parte) e poi Una storia cinese (il racconto della Cina dalla Rivoluzione culturale in poi da un punto di vista interno e privilegiato).

Conquistata da questi albi - la cui lettura considero uno dei modi migliori per porsi delle domande e comprendere meglio storie e vicende di paesi lontani dal nostro - ho deciso di comprare anche Freedom hospital di Hamid Sulaiman, un fumettista siriano nato nel 1986 che ora vive in Francia.

Il motivo che ha spinto Sulaiman a scrivere e disegnare questa storia nasce dall'essersi reso conto che in Occidente la gente sa pochissimo della guerra in Siria e soprattutto non ne comprende in alcun modo le dinamiche. Per fare un po' di chiarezza e raccontare la guerra dall'interno (un po' come fa Waad al-Kateab nel documentario For Sama), Sulaiman sceglie di parlare del Freedom hospital, l'ospedale clandestino che Yasmine, una pacifista siriana, ha deciso di aprire a Houria (una città inventata nel nord della Siria) per realizzare il sogno di suo padre.

A raccontare la storia del Freedom hospital arriva Sophia, una giornalista siriana che vive a Parigi e che affianca Yasmine nella sua lotta quotidiana per mantenere aperto l'ospedale e proteggerlo dagli attacchi e dai tentativi di chiuderlo. L'ospedale di Yasmine ha la particolarità di accogliere tutti coloro che hanno bisogno di cure, indipendentemente dalla loro religione, dalle opinioni politiche, dalle posizioni rispetto alla guerra. È così che il Freedom hospital diventa una specie di piccolo laboratorio dove si sperimenta una faticosa convivenza tra mondi diversi e spesso non comunicanti tra di loro, spesso contrapposti con le armi.

La complessità della situazione siriana e la molteplicità delle fazioni contrapposte, nonché delle interferenze internazionali sulla guerra, rendono però l'azione di Yasmine sempre più difficile e rivelano le basi fragili di questa utopia.

La guerra e l'odio infatti tendono a radicalizzarsi e invadere qualunque spazio, anche quelli in cui si vorrebbe invece alimentare la speranza della fine del conflitto e la prospettiva di un futuro di pace. A Yasmine - come ad Hamid Sulaiman - sembra importare poco dei torti e delle ragioni di ciascuno dei contendenti, avendo come massimo interesse la fine delle ostilità e la fine degli orrori e delle brutture del conflitto.

Attraverso un disegno fortemente stilizzato e un uso del bianco e nero molto contrastato, Sulaiman sembra voler sottolineare da un lato le contrapposizioni, dall'altro le sovrapposizioni e le mescolanze, che rendono l'interpretazione dei meccanismi di questa guerra particolarmente difficile.

Non sono sicura che si esca dalla lettura di Freedom hospital sapendone di più sulla guerra in Siria o avendo capito meglio le sue caratteristiche; certamente però all'ultima pagina si è vieppiù consapevoli dell'assurdità e della follia umana che si nasconde dietro questa guerra e dietro tutte le guerre, come scrive a chiare lettere Cecilia Strada nella prefazione.

Voto: 3/5

martedì 3 marzo 2020

Alla mia piccola Sama = For Sama

All'ultimo fotogramma della pellicola, quando partono i titoli di coda, accade che nessuno degli spettatori della saletta del Cinema dei Piccoli si alza né comincia a chiacchierare col vicino di poltrona. Quando anche i titoli di coda sono terminati e le luci si accendono, sono ancora tutti al loro posto e il silenzio diventa assordante. Molti hanno gli occhi lucidi, compresa me, e appena fuori dalla sala è impossibile trattenere il pianto e non lasciarsi andare a un momento di decompressione emotiva.

Penso che il documentario candidato all'Oscar della giovane regista siriana, Waad al-Kateab, sia una delle testimonianze più potenti fin qui prodotte sulla guerra civile siriana iniziata durante le primavere arabe del 2011-2012.

Waad a quel tempo era una giovane studentessa dell'Università che si era unita alle proteste degli altri studenti contro il regime di Bashar el-Assad e aveva iniziato a filmare le manifestazioni e le altre attività dei gruppi ribelli. Dopo il ritrovamento di decine di giovani torturati e uccisi nel fiume, Waad decide di unirsi stabilmente alla resistenza, accanto all'amico Hamza, giovane medico siriano, che ben presto decide di mettere in piedi un ospedale ad Aleppo. Il rapporto tra Waad e Hamza si trasforma ben presto in amore e da questo amore nasce Sama (una parola che significa "cielo" in siriano).

Il documentario di Waad nasce infatti come una specie di videolettera che questa madre realizza per sua figlia ancora piccola affinché da adulta possa capire che cosa ha spinto i suoi genitori a rimanere ad Aleppo e addirittura a tornarci durante l'assedio, nonostante avessero la possibilità di rimanere in Turchia.

Hamza non solo è un infaticabile medico che coordina le attività dell'ospedale che ha messo in piedi ad Aleppo, ma è anche un punto di riferimento per la resistenza siriana e per i media e gli altri interlocutori. Man mano che il tempo passa, Waad vive l'attività di documentazione filmata della situazione come una vera e propria missione e diventa una delle videogiornaliste più accreditate durante la guerra civile siriana e soprattutto durante l'assedio di Aleppo. Divisa tra il garantire la sicurezza di sua figlia Sama e l'essere presente con la sua telecamera in ogni situazione per farci vivere dall'interno la vita che queste famiglie rimaste ad Aleppo hanno dovuto vivere, tra bombardamenti continui e continue uccisioni di adulti e bambini.

La regista, sebbene non ci risparmi la visione del sangue, della morte, del dolore, della distruzione e della disperazione, attraverso la sua telecamera riesce incredibilmente a non risultare morbosa, senza togliere nulla alla drammaticità della situazione, e facendo filtrare di quando in quando quei piccoli miracoli che la vita ogni tanto riserva anche nelle situazioni più tragiche.

Per chi guarda resta difficile capire le scelte dei protagonisti di questo film, così come qualche disorientamento lo provoca la testardaggine con cui Waad considera l'imperativo di filmare prioritario rispetto ai propri stessi sentimenti, ma alla fine è proprio questa testardaggine che ci consegna un documento eccezionale, capace di raccontarci in presa diretta cosa significa vivere sotto le bombe e sapere che la propria vita e quella delle persone a cui si vuole bene potrebbe finire da un momento all'altro. Il dolore e la frustrazione che si vive sulla propria pelle al termine della visione è il risultato di quello che abbiamo visto, ma anche del senso di impotenza e della constatazione che tutto questo è avvenuto (e avviene) senza che nessuno sia intervenuto (e intervenga).

Voto: 4,5/5

giovedì 1 settembre 2011

Il profumo della cannella / Samar Yazbek

Il profumo della cannella / Samar Yazbek; trad. di C. La Barbera. Roma: Castelvecchi, 2010.

Hanan è figlia di una ricca famiglia di Damasco.
Alia proviene da una poverissima famiglia del quartiere di Al-Raml, e ha alle spalle un'infanzia di brutture e violenze, fino al momento in cui viene venduta come serva presso il palazzo di Hanan e suo marito Anwar, un cugino molto più vecchio di lei che ha ripudiato la prima moglie.

In una società siriana in cui i rapporti tra uomini e donne sono caratterizzati dall'obbligo e dall'assenza di dolcezza e sentimento, le donne si costruiscono le proprie valvole di sfogo, l'intimità nella quale godere dei piaceri del corpo e della vita. E quasi sempre tutto ciò accade all'interno di consessi al femminile: Hanan, iniziata - fin dall'adolescenza - alla ricerca del piacere nella calda intimità degli hammam e poi sedotta dalla navigata e provocante Narek, sceglierà infine la serva Alia, ma lo sbilanciamento del loro rapporto sul piano sociale e fisico lo condannerà alla fine.

Attraverso una scrittura a mio avviso intensa, ma un po' semplificata, forse anche per effetto della difficile traduzione dall'arabo, la cui resa non sempre risulta adeguata, Samar Yazbek ci offre un ritratto interessante di un mondo i cui equilibri non sono certo facili da comprendere per chi non appartiene a quell'universo culturale.

Nel complesso un romanzo coraggioso, una finestra che quasi mai il mondo arabo è disponibile ad aprire su se stessa, che però, alla fine, resta un po' distante ed estraneo. Il profumo della cannella finisce per dissolversi rapidamente nell'aria, un po' come i vapori dell'hammam.

Voto: 2,5/5