Riparare i viventi / Maylis De Kerangal; trad. di Maria Baiocchi con Alessia Piovanello. Milano: Feltrinelli, 2015.
Simon Limbres è un ragazzo di 19 anni, appassionato di surf. Una mattina qualunque si sveglia all'alba per andare a fare una sessione di surf insieme a due suoi amici. Sulla strada del ritorno, forse per un colpo di sonno del ragazzo alla guida, il pulmino finisce contro un palo e Simon - che è l'unico inevitabilmente senza cintura perché seduto al centro nei sedili davanti del pulmino - muore nell'incidente.
Morte cerebrale. Il cuore batte ancora. Quel cuore di Simon la cui descrizione riempie le prime due pagine del libro.
Qui comincia il racconto magistrale e potente di Maylis De Kerangal.
Dal momento della morte cerebrale di Simon il tempo segue un ritmo che niente ha a che fare con il tempo segnato dagli orologi. Si muove come un'onda, quella stessa onda che Simon cercava con il suo surf.
E dunque a volte si dilata, rallenta fino a infilarsi nelle pieghe dei pensieri di chi deve fare i conti con un dolore inimmaginabile, altre volte accelera nelle azioni di chi deve provare a dare agli organi di Simon una nuova vita, e così questo tempo risucchia dentro di sé tutto il mondo che per motivi diversi ruota intorno a questo corpo, in cui il rapporto tra la vita e la morte va al di là di quello che la nostra percezione ed esperienza è in grado di accettare e comprendere: i genitori di Simon, che non hanno nemmeno il tempo di piangere la morte del loro figlio e che devono decidere se autorizzare l'espianto degli organi, i due medici dell'ospedale che devono gestire la delicata interazione con i genitori sapendo di avere poco tempo a disposizione, ma anche di dover rispettare il dolore di queste persone, l'anestesista e le infermiere, nelle cui teste si mescolano pensieri e preoccupazioni della vita privata con la tensione di un lavoro delicato, la fidanzata di Simon, le equipe di medici degli ospedali interessati agli organi e le loro vite personali improvvisamente interrotte da un'urgenza che non può attendere, la donna malata di cuore che aspetta il trapianto e che sarà destinataria del cuore di Simon.
Maylis De Kerangal ci racconta con un ritmo e un linguaggio epici - quasi come se fossimo in una tragedia classica - questo tempo e queste persone che si avvolgono, si mescolano, esplodono, si acquietano come un'onda destinata a tornare alla vita del mare solo nel momento in cui il cuore di Simon riprende a battere nel corpo di Claire. Un racconto, quello della De Kerangal, che è un viaggio dalla vita alla morte per tornare alla fine alla vita, un racconto di dolore infinito, ma anche di straordinaria speranza, che al contempo desacralizza il corpo e ne rispetta la sacralità, puntando alla continuità della vita; quella vita che solo simbolicamente è trasportata in un cuore che prima batte in una vita che non c'è più e che - dopo un attimo di silenzio - torna a battere in una vita che non si è mai interrotta.
Voto: 4/5
mercoledì 5 ottobre 2016
lunedì 3 ottobre 2016
Uomini nudi / Alicia Giménez-Bartlett
Uomini nudi / Alicia Giménez-Bartlett; trad. di Maria Nicols. Palermo: Sellerio, 2016.
Avevo letto tempo fa Riti di morte, uno dei gialli di Alicia Giménez-Bartlett con protagonista l’investigatrice Petra Delicado e non ne ero stata conquistata.
Quest’anno decido di provarci con un nuovo romanzo, non un giallo , bensì – come lo definisce la quarta di copertina – una “commedia umana” ambientata in Spagna ai giorni nostri, sotto l’ombra pesante della crisi economica.
I protagonisti sono quattro: Irene, alta borghese lasciata dal marito per una donna più giovane, erede dell’azienda paterna ormai in crisi, ancora prigioniera delle aspettative del padre morto; Genoveva, una cinquantenne separata che vive con l’assegno del marito e ha come unica missione quella di godersi l’esistenza tra shopping, massaggi, spettacoli e sesso a pagamento; Javier, un professore di letteratura di liceo che viene licenziato dalla scuola di suore dove lavora e deve reinventarsi una vita e un senso; Ivan, un ragazzo dal passato difficile che vive facendo lo strip-tease e offrendo sesso a pagamento a signore ricche e annoiate.
Questi quattro personaggi apparentemente senza nessun legame finiranno per intessere relazioni complesse e sempre più intricate.
Il libro della Giménez-Bartlett inizia con un tono leggero, per quanto si muova all’interno della fosca atmosfera della crisi economica, che in qualche modo mette in crisi anche il sistema dei valori e tira fuori il meglio e il peggio delle persone in una lotta per la sopravvivenza fisica e psicologica che non ammette debolezze.
L’autrice porta alla luce, pagina dopo pagina, le durezze e le fragilità di ciascuno, scoperchiando in particolare la superficialità degli equilibri dei personaggi più colti e più integrati.
Nella nuova giungla della crisi sociale ed economica che attraversiamo, paradossalmente i personaggi più marginali ed estremi, meno integrati e quasi borderline appaiono più attrezzati per passare indenni nelle difficoltà, rimanendo fedeli ai loro – pur semplici – sistemi di valori, mentre emerge senza pietà l’ipocrisia e l’inconsistenza dei modelli borghesi plasmati su un equilibrio in buona parte artificiale.
Non che quello della Giménez-Bartlett sia un trattato sociologico, né un romanzo dalle grandi ambizioni letterarie, però Uomini nudi, pur essendo perfetto come lettura estiva, ha un suo spessore e dignità, fatta la tara rispetto a qualche ridondanza di troppo.
L’aspetto che personalmente mi ha intrigato di più è lo stile scelto dalla scrittrice, che alterna dialoghi e monologhi interiori, spostandosi continuamente da un personaggio all’altro senza soluzione di continuità, cioè come se ci facesse vedere i “fumetti” nelle loro teste ma senza avvisarci quando lo sguardo passa dall’uno all’altro e dunque lasciando al lettore il piacere di questo transito, che è a volte silenzioso, altre volte fragoroso.
Voto: 3,5/5
Avevo letto tempo fa Riti di morte, uno dei gialli di Alicia Giménez-Bartlett con protagonista l’investigatrice Petra Delicado e non ne ero stata conquistata.
Quest’anno decido di provarci con un nuovo romanzo, non un giallo , bensì – come lo definisce la quarta di copertina – una “commedia umana” ambientata in Spagna ai giorni nostri, sotto l’ombra pesante della crisi economica.
I protagonisti sono quattro: Irene, alta borghese lasciata dal marito per una donna più giovane, erede dell’azienda paterna ormai in crisi, ancora prigioniera delle aspettative del padre morto; Genoveva, una cinquantenne separata che vive con l’assegno del marito e ha come unica missione quella di godersi l’esistenza tra shopping, massaggi, spettacoli e sesso a pagamento; Javier, un professore di letteratura di liceo che viene licenziato dalla scuola di suore dove lavora e deve reinventarsi una vita e un senso; Ivan, un ragazzo dal passato difficile che vive facendo lo strip-tease e offrendo sesso a pagamento a signore ricche e annoiate.
Questi quattro personaggi apparentemente senza nessun legame finiranno per intessere relazioni complesse e sempre più intricate.
Il libro della Giménez-Bartlett inizia con un tono leggero, per quanto si muova all’interno della fosca atmosfera della crisi economica, che in qualche modo mette in crisi anche il sistema dei valori e tira fuori il meglio e il peggio delle persone in una lotta per la sopravvivenza fisica e psicologica che non ammette debolezze.
L’autrice porta alla luce, pagina dopo pagina, le durezze e le fragilità di ciascuno, scoperchiando in particolare la superficialità degli equilibri dei personaggi più colti e più integrati.
Nella nuova giungla della crisi sociale ed economica che attraversiamo, paradossalmente i personaggi più marginali ed estremi, meno integrati e quasi borderline appaiono più attrezzati per passare indenni nelle difficoltà, rimanendo fedeli ai loro – pur semplici – sistemi di valori, mentre emerge senza pietà l’ipocrisia e l’inconsistenza dei modelli borghesi plasmati su un equilibrio in buona parte artificiale.
Non che quello della Giménez-Bartlett sia un trattato sociologico, né un romanzo dalle grandi ambizioni letterarie, però Uomini nudi, pur essendo perfetto come lettura estiva, ha un suo spessore e dignità, fatta la tara rispetto a qualche ridondanza di troppo.
L’aspetto che personalmente mi ha intrigato di più è lo stile scelto dalla scrittrice, che alterna dialoghi e monologhi interiori, spostandosi continuamente da un personaggio all’altro senza soluzione di continuità, cioè come se ci facesse vedere i “fumetti” nelle loro teste ma senza avvisarci quando lo sguardo passa dall’uno all’altro e dunque lasciando al lettore il piacere di questo transito, che è a volte silenzioso, altre volte fragoroso.
Voto: 3,5/5
venerdì 30 settembre 2016
Le Millipede. Blackmarket, Unplugged in Monti, 20 settembre 2016
Ed eccomi qua alla nuova stagione di Unplugged in Monti nella sede del Blackmarket, attirata a questo concerto dal fatto che Le Millipede è un nuovo progetto musicale cui si stanno dedicando i fratelli Markus e Micha Archer, divenuti famosi come fondatori e animatori del gruppo dei Notwist.
Come al solito faccio in questi casi, provo ad ascoltare qualcosa su Internet e poi - se ispirata da quello che ho sentito - compro i biglietti per il concerto. In questo caso mi porto dietro anche mio nipote P. che è a Roma in questi giorni e la mia amica F. che è diventata anche lei ormai una habitué del Blackmarket.
Questa sera il palco del Blackmarket è parecchio affollato, innanzitutto perché i Millipede sono in cinque: oltre ai fratelli Archer, che occupano la seconda fila del palco, ci sono Mathias Götz, Nicolas Sierig e Manuela Rytzki. In secondo luogo perché sul palco c'è un numero esagerato di strumenti: la batteria suonata da Markus, il basso tuba e quello che se ho capito bene è un armonium suonati da Micha, poi altre tastiere e sintetizzatori vari di cui si occupano Nicolas Sierig e Manuela Rytzki, e infine il trombone di Mathias Götz, il quale però fa risuonare anche un gran numero di campanellini e percussioni varie di cui è tappezzato il palco.
Il motivo lo si capisce presto: Le millipede fanno musica strumentale, e che musica strumentale! Una musica che è un mix di jazz, di folk, di musica bandistica, di rock e tante altre cose cui io non sono nemmeno in grado di dare dei nomi.
Il concerto va avanti per un'ora e mezzo e conquista progressivamente il pubblico cosicché quando la scaletta finisce è immancabile il bis e un lungo applauso.
Mentre io, F. e P. usciamo, riflettiamo sul fatto che quella di Le Millipede è una musica che forse noi non ascolteremmo in macchina o a casa, ma che certamente ascoltarla dal vivo è puro godimento sonoro dovuto forse anche all'entusiasmo di vedere all'opera musicisti di questo livello e passione.
Voto: 3,5/5
Come al solito faccio in questi casi, provo ad ascoltare qualcosa su Internet e poi - se ispirata da quello che ho sentito - compro i biglietti per il concerto. In questo caso mi porto dietro anche mio nipote P. che è a Roma in questi giorni e la mia amica F. che è diventata anche lei ormai una habitué del Blackmarket.
Questa sera il palco del Blackmarket è parecchio affollato, innanzitutto perché i Millipede sono in cinque: oltre ai fratelli Archer, che occupano la seconda fila del palco, ci sono Mathias Götz, Nicolas Sierig e Manuela Rytzki. In secondo luogo perché sul palco c'è un numero esagerato di strumenti: la batteria suonata da Markus, il basso tuba e quello che se ho capito bene è un armonium suonati da Micha, poi altre tastiere e sintetizzatori vari di cui si occupano Nicolas Sierig e Manuela Rytzki, e infine il trombone di Mathias Götz, il quale però fa risuonare anche un gran numero di campanellini e percussioni varie di cui è tappezzato il palco.

Il concerto va avanti per un'ora e mezzo e conquista progressivamente il pubblico cosicché quando la scaletta finisce è immancabile il bis e un lungo applauso.
Mentre io, F. e P. usciamo, riflettiamo sul fatto che quella di Le Millipede è una musica che forse noi non ascolteremmo in macchina o a casa, ma che certamente ascoltarla dal vivo è puro godimento sonoro dovuto forse anche all'entusiasmo di vedere all'opera musicisti di questo livello e passione.
Voto: 3,5/5
martedì 27 settembre 2016
Escobar. Paradise lost
Insieme a P., mio nipote che è venuto a trovarmi a Roma, decidiamo di dedicare una delle nostre serate al cinema e scegliamo insieme il film Escobar che interessa a entrambi e di cui la mia amica F. ci ha parlato bene.
Il film racconta la storia di Nick (Josh Hutcherson), un ragazzo canadese che insieme al fratello si è trasferito a vivere su una spiaggia colombiana all'inseguimento del sogno di una vita libera e a contatto con la natura. Ma i due fratelli a poco a poco cominceranno a conoscere la complessità di una realtà come quella colombiana all'inizio degli anni Novanta e ne resteranno coinvolti, soprattutto dopo che Nick si innamorerà di Maria (Claudia Traisac), una ragazza colombiana che è la nipote del noto trafficante di droga Pablo Escobar (Benicio Del Toro).
La fascinazione di Maria - e non solo - per la leadership di Escobar e il sogno che quest'uomo possa portare un futuro di prosperità e di uguaglianza al popolo colombiano risucchiano anche Nick, che si ritrova in men che non si dica fagocitato nel mondo di Escobar, nei suoi loschi traffici e in quella spirale di violenza e terrore che porta con sé.
A un certo punto Nick si troverà a scegliere da che parte stare, ma forse a quel punto sarà ormai troppo tardi.
L'opera prima di Andrea Di Stefano (fin qui noto come attore) è un film con una struttura piuttosto solida, magnificamente interpretato da Benicio Del Toro (un po' meno da Josh Hutcherson devo dire), e con una trama e uno sviluppo quasi da action movie che tiene incollati alla sedia fino all'ultimo minuto.
All'uscita della sala però e a un esame più distaccato, quando la tensione emotiva si è ormai sciolta, il film appare infine piuttosto semplice nel suo impianto narrativo e, pur ricostruendo con cura e attenzione un pezzo della storia di Pablo Escobar e fornendo al pubblico interessanti chiavi di lettura, appare invece un po' debole nella storia principale, ossia la vicenda di Nick, che d'altra parte costituisce l'occasione e il punto di vista prescelto per narrare la vicenda e la figura fortemente ambigua e volutamente non risolta del narcotrafficante.
Voto: 3/5
Il film racconta la storia di Nick (Josh Hutcherson), un ragazzo canadese che insieme al fratello si è trasferito a vivere su una spiaggia colombiana all'inseguimento del sogno di una vita libera e a contatto con la natura. Ma i due fratelli a poco a poco cominceranno a conoscere la complessità di una realtà come quella colombiana all'inizio degli anni Novanta e ne resteranno coinvolti, soprattutto dopo che Nick si innamorerà di Maria (Claudia Traisac), una ragazza colombiana che è la nipote del noto trafficante di droga Pablo Escobar (Benicio Del Toro).
La fascinazione di Maria - e non solo - per la leadership di Escobar e il sogno che quest'uomo possa portare un futuro di prosperità e di uguaglianza al popolo colombiano risucchiano anche Nick, che si ritrova in men che non si dica fagocitato nel mondo di Escobar, nei suoi loschi traffici e in quella spirale di violenza e terrore che porta con sé.
A un certo punto Nick si troverà a scegliere da che parte stare, ma forse a quel punto sarà ormai troppo tardi.
L'opera prima di Andrea Di Stefano (fin qui noto come attore) è un film con una struttura piuttosto solida, magnificamente interpretato da Benicio Del Toro (un po' meno da Josh Hutcherson devo dire), e con una trama e uno sviluppo quasi da action movie che tiene incollati alla sedia fino all'ultimo minuto.
All'uscita della sala però e a un esame più distaccato, quando la tensione emotiva si è ormai sciolta, il film appare infine piuttosto semplice nel suo impianto narrativo e, pur ricostruendo con cura e attenzione un pezzo della storia di Pablo Escobar e fornendo al pubblico interessanti chiavi di lettura, appare invece un po' debole nella storia principale, ossia la vicenda di Nick, che d'altra parte costituisce l'occasione e il punto di vista prescelto per narrare la vicenda e la figura fortemente ambigua e volutamente non risolta del narcotrafficante.
Voto: 3/5
sabato 24 settembre 2016
Love addict. Confessioni di un seduttore seriale / Koren Shadmi
Love addict. Confessioni di un seduttore seriale / Koren Shadmi. Milano: Bao Publishing, 2015.
K, il protagonista di questo graphic novel, è un disegnatore e animatore un po’ nerd, che vive a New York dividendo casa con un coinquilino. Ha una vita sentimentale come tutti. Un giorno conosce per caso una ragazza e inizia una storia. Poi dopo un anno la storia va in crisi e K rimane da solo a deprimersi e a farsi consolare dagli amici. Fino a quando il suo coinquilino lo convince a iscriversi a una chat di incontri, Lovebug, cui lui è già iscritto, e gli spiega tutti i segreti e i trucchetti per rimorchiare il più possibile.
Dopo un avvio piuttosto burrascoso e una serie di incontri con persone decisamente borderline, K diventa a poco a poco più bravo e più spregiudicato e la chat diventa per lui una vera e propria ossessione, così come il sesso che finalmente riesce a ottenere con poco sforzo e tutto sommato senza dover gestire quasi nessuna conseguenza sentimentale.
K diventa sempre più sicuro di sé al punto tale da pensare di poter fare a meno della sua psicologa e di aver raggiunto il suo ideale di vita e felicità. Ma sarà davvero così?
Il graphic novel di Koren Shadmi, un fumettista di origine israeliana trapiantato a New York, ci racconta l’amore – o forse meglio sarebbe dire il sesso – ai tempi di Internet, con tutte le contraddizioni che si porta dietro. Perché le possibilità offerte da Internet da un lato sono il riscatto di tutti i timidi e gli insicuri (uomini e donne) che nella vita hanno sempre fatto una fatica boia ad approcciare gli altri e dunque hanno rinunciato – anche quando lo avrebbero voluto – a quel po’ di sesso senza implicazioni sentimentali che, pur condannato da considerazioni moralistiche di vario genere, fa in qualche modo parte di come siamo fatti. Dall’altro, come spesso accade, la facilità produce una ubriacatura, una vera e propria indigestione che – oltre certi limiti – fa male al corpo e allo spirito, innescando un circolo che da virtuoso si fa vizioso, producendo vere e proprie dipendenze dalla possibilità continua di ottenere il soddisfacimento dei propri bisogni superficiali, ma anche producendo alti livelli di frustrazione e insofferenza all’impegno che un relazione umana richiede.
Love addict non è certo una riflessione di spessore elevato su un tema complesso e delicato come quello che tratta; si limita a raccontare una storia con onestà e senza giudizi morali, bensì semplicemente mettendone in evidenza le ricadute positive e le conseguenze negative.
Forse, tra le righe, Koren Shadmi ci sta dicendo che il passaggio da un mondo in cui conoscere una persona e portarsela a letto richiedeva tempo e applicazione a uno in cui tutto diventa così facile da favorire la serialità è qualcosa con cui ancora dobbiamo fare i conti, rispetto al quale non siamo ancora del tutto attrezzati emotivamente e psicologicamente, e in cui ancora non siamo in grado di ricercare un virtuoso giusto mezzo.
Internet fa ormai parte delle nostre vite e le ha cambiate profondamente in moltissimi ambiti, compreso quello della sessualità e dei sentimenti. E come sempre quando abbiamo a disposizione strumenti e possibilità nuove, è necessario un tempo di adattamento evoluzionistico che permetta al genere umano di farne un uso che sia possibilmente vantaggioso e non autodistruttivo. Dall’albo di Shadmi sembrerebbe che la fase costruttiva sia ancora di là da venire.
Voto: 3,5/5
K, il protagonista di questo graphic novel, è un disegnatore e animatore un po’ nerd, che vive a New York dividendo casa con un coinquilino. Ha una vita sentimentale come tutti. Un giorno conosce per caso una ragazza e inizia una storia. Poi dopo un anno la storia va in crisi e K rimane da solo a deprimersi e a farsi consolare dagli amici. Fino a quando il suo coinquilino lo convince a iscriversi a una chat di incontri, Lovebug, cui lui è già iscritto, e gli spiega tutti i segreti e i trucchetti per rimorchiare il più possibile.
Dopo un avvio piuttosto burrascoso e una serie di incontri con persone decisamente borderline, K diventa a poco a poco più bravo e più spregiudicato e la chat diventa per lui una vera e propria ossessione, così come il sesso che finalmente riesce a ottenere con poco sforzo e tutto sommato senza dover gestire quasi nessuna conseguenza sentimentale.
K diventa sempre più sicuro di sé al punto tale da pensare di poter fare a meno della sua psicologa e di aver raggiunto il suo ideale di vita e felicità. Ma sarà davvero così?


Forse, tra le righe, Koren Shadmi ci sta dicendo che il passaggio da un mondo in cui conoscere una persona e portarsela a letto richiedeva tempo e applicazione a uno in cui tutto diventa così facile da favorire la serialità è qualcosa con cui ancora dobbiamo fare i conti, rispetto al quale non siamo ancora del tutto attrezzati emotivamente e psicologicamente, e in cui ancora non siamo in grado di ricercare un virtuoso giusto mezzo.
Internet fa ormai parte delle nostre vite e le ha cambiate profondamente in moltissimi ambiti, compreso quello della sessualità e dei sentimenti. E come sempre quando abbiamo a disposizione strumenti e possibilità nuove, è necessario un tempo di adattamento evoluzionistico che permetta al genere umano di farne un uso che sia possibilmente vantaggioso e non autodistruttivo. Dall’albo di Shadmi sembrerebbe che la fase costruttiva sia ancora di là da venire.
Voto: 3,5/5
giovedì 22 settembre 2016
Kobane calling / Zerocalcare
Kobane calling. Facce, parole, scarabocchi da Rebibbia al confine turco siriano / Zerocalcare. Milano: Bao Publishing, 2016.
Chi legge il mio blog sa che non sono una fan di Zerocalcare, nel senso che non sono tra coloro che si appostano sul suo blog per leggere per prima le strisce del lunedì, né tra coloro che si sono entusiasmati alla lettura dei suoi albi contenenti le storie lunghe. Le strisce mi piacciono, in alcuni casi abbastanza, in altri casi parecchio, in altri ancora tantissimo. Degli albi con le storie lunghe ne ho letti due, Un polpo alla gola, che mi è piaciuto così così, e Dimentica il mio nome, che mi è piaciuto di più.
Insomma, per sintetizzare non sono di quelli che vanno in visibilio per Zerocalcare, però lo apprezzo molto sia come fumettista sia come personaggio pubblico.
Ebbene, partendo da queste premesse il suo graphic novel Kobane Calling mi ha conquistata. Innanzitutto, devo dirgli grazie perché mi ha consentito di capirci qualche cosa in più di Kobane, del Rojava, della guerra che si combatte tra Iraq, Siria e Turchia, anzi – vi dirò di più – in alcuni casi mi ha fatto conoscere delle cose che non sapevo o su cui avevo le idee confusissime.
Ora – come lui stesso più volte ribadisce – è chiaro che il suo non è un trattato di geopolitica, né un trattato di sociologia o di antropologia, e dunque chi vuole approfondire deve guardare altrove, ma vi assicuro che – grazie ai due viaggi al confine turco-siriano da lui compiuti nel novembre del 2014 e nel luglio del 2015 – Zerocalcare fa un’operazione straordinaria di graphic journalism con risultati eccellenti.
In questo albo lo stile narrativo di Zerocalcare mi ha ricordato il migliore Guy Delisle, anche se l’ironia molto franco-canadese di quest’ultimo è qui sostituita dalla verve comico-romanesca di Zerocalcare che conosciamo molto bene. Risate e commozione si alternano con grandissima naturalezza e tra le une e l’altra transitano molte informazioni e racconti di prima mano importanti e in alcuni momenti illuminanti.
Ho apprezzato sommamente anche l’onestà intellettuale di Zerocalcare, tanto che immagino che non accetterebbe la definizione di graphic journalism che io ho attribuito al suo lavoro. Pagina dopo pagina, infatti, il fumettista non solo si schermisce rispetto a una presunta funzione giornalistica svolta dalle sue tavole, ma puntella il suo racconto di “disclaimer” in cui esplicita tutti i suoi dubbi, le sue domande, le poche certezze, a dimostrazione del fatto che non dà niente per scontato, anzi sembra quasi che cerchi in ogni modo di andare al di là della propria bolla ideologica e di sottoporla a tutte le controprove possibili.
Il risultato è dunque certamente un albo pieno di passione politica, ma anche animato dal fortissimo desiderio di capire al di là di qualunque pregiudizio, positivo o negativo.
Certo, poi il racconto e il percorso di comprensione sono fatti nella maniera unica e inimitabile di Zerocalcare, con la sua straordinaria autoironia e la capacità di togliere retorica ed epicità a qualunque situazione tirando fuori il lato comico e “ignorante” della vita, ma sorprendendoci poi con il suo cuore grande in cui c’è il sogno di un mondo più giusto e – come dire – la capacità di prendere posizione, senza per questo risultare acritici.
Kobane calling è un libro che andrebbe fatto leggere in tutte le scuole, almeno dalle medie in poi; sono convinta che Zerocalcare, con il suo stile naturalmente accattivante, potrebbe far venire ai ragazzi delle curiosità su una guerra lontana, ma in fondo anche vicina (per le conseguenze che ha sul nostro mondo occidentale), smontando i luoghi comuni che molti altri canali di comunicazione hanno costruito in questi anni.
Poi è chiaro che le cose sono sempre più complicate di quello che vorremmo (si legga per esempio questo interessante articolo del New York Times) e mai i giudizi e le interpretazioni su quanto accade - soprattutto in realtà così lontane dalla nostra - possono essere netti e definitivi, ma non accontentarsi delle banalità ripetute fino allo sfinimento dai mass media è sempre e comunque sano.
Bravissimo Zerocalcare!
Voto: 4,5/5
Chi legge il mio blog sa che non sono una fan di Zerocalcare, nel senso che non sono tra coloro che si appostano sul suo blog per leggere per prima le strisce del lunedì, né tra coloro che si sono entusiasmati alla lettura dei suoi albi contenenti le storie lunghe. Le strisce mi piacciono, in alcuni casi abbastanza, in altri casi parecchio, in altri ancora tantissimo. Degli albi con le storie lunghe ne ho letti due, Un polpo alla gola, che mi è piaciuto così così, e Dimentica il mio nome, che mi è piaciuto di più.
Insomma, per sintetizzare non sono di quelli che vanno in visibilio per Zerocalcare, però lo apprezzo molto sia come fumettista sia come personaggio pubblico.
Ebbene, partendo da queste premesse il suo graphic novel Kobane Calling mi ha conquistata. Innanzitutto, devo dirgli grazie perché mi ha consentito di capirci qualche cosa in più di Kobane, del Rojava, della guerra che si combatte tra Iraq, Siria e Turchia, anzi – vi dirò di più – in alcuni casi mi ha fatto conoscere delle cose che non sapevo o su cui avevo le idee confusissime.
Ora – come lui stesso più volte ribadisce – è chiaro che il suo non è un trattato di geopolitica, né un trattato di sociologia o di antropologia, e dunque chi vuole approfondire deve guardare altrove, ma vi assicuro che – grazie ai due viaggi al confine turco-siriano da lui compiuti nel novembre del 2014 e nel luglio del 2015 – Zerocalcare fa un’operazione straordinaria di graphic journalism con risultati eccellenti.
In questo albo lo stile narrativo di Zerocalcare mi ha ricordato il migliore Guy Delisle, anche se l’ironia molto franco-canadese di quest’ultimo è qui sostituita dalla verve comico-romanesca di Zerocalcare che conosciamo molto bene. Risate e commozione si alternano con grandissima naturalezza e tra le une e l’altra transitano molte informazioni e racconti di prima mano importanti e in alcuni momenti illuminanti.

Il risultato è dunque certamente un albo pieno di passione politica, ma anche animato dal fortissimo desiderio di capire al di là di qualunque pregiudizio, positivo o negativo.
Certo, poi il racconto e il percorso di comprensione sono fatti nella maniera unica e inimitabile di Zerocalcare, con la sua straordinaria autoironia e la capacità di togliere retorica ed epicità a qualunque situazione tirando fuori il lato comico e “ignorante” della vita, ma sorprendendoci poi con il suo cuore grande in cui c’è il sogno di un mondo più giusto e – come dire – la capacità di prendere posizione, senza per questo risultare acritici.
Kobane calling è un libro che andrebbe fatto leggere in tutte le scuole, almeno dalle medie in poi; sono convinta che Zerocalcare, con il suo stile naturalmente accattivante, potrebbe far venire ai ragazzi delle curiosità su una guerra lontana, ma in fondo anche vicina (per le conseguenze che ha sul nostro mondo occidentale), smontando i luoghi comuni che molti altri canali di comunicazione hanno costruito in questi anni.
Poi è chiaro che le cose sono sempre più complicate di quello che vorremmo (si legga per esempio questo interessante articolo del New York Times) e mai i giudizi e le interpretazioni su quanto accade - soprattutto in realtà così lontane dalla nostra - possono essere netti e definitivi, ma non accontentarsi delle banalità ripetute fino allo sfinimento dai mass media è sempre e comunque sano.
Bravissimo Zerocalcare!
Voto: 4,5/5
lunedì 19 settembre 2016
Milan, l’è un gran Milan

E così, dopo tutte le trasferte vacanziere, eccoci qui a settembre, pronte al treno per partire.

Una volta posate le borse e messa su una maglietta e un pantalone adatti al concerto usciamo dirette verso il Circolo Magnolia, che sta praticamente all’Idroscalo, dopo l’aeroporto di Linate. Autobus 73 da San Babila, poi da lì a piedi lungo la pista ciclabile totalmente al buio e finalmente siamo al Circolo, dove il Festival è già cominciato, ma noi stiamo svenendo dalla fame. I food truck hanno finito quasi tutto, ma per fortuna riusciamo a raccattare un paio di cartocci di fritti e due birre per placare i nostri stomaci, ed eccoci in posizione in mezzo a una folla di milanesi e stranieri, tutti un pochino hipster, per assistere al concerto.



Il giorno dopo sono previsti un po’ di giri per Milano alla scoperta di cose ancora non viste, ma anche per shopping, approfittando dei saldi di fine estate. In particolare, vedremo il piccolo ma interessante Orto Botanico nella zona di Brera (peccato solo essere stata letteralmente mangiata dalle zanzare) e la sorprendente chiesa di San Maurizio, in via Magenta, che viene chiama la “cappella sistina” di Milano, per il fatto di essere completamente affrescata (la bellezza della chiesa sta anche nella sua struttura architettonica, con la divisione tra l’area per i fedeli e quella per le suore dietro un muro su cui si apre solo una grata). Troviamo anche il tempo di fare un giro dentro l’enorme negozio di fumetti che fa angolo tra via Lecco e via Casati, La borsa del fumetto, e dove ovviamente non posso non comprare almeno una cosa.

La sera vogliamo fare un giro nel quartiere di Isola e Porta Nuova, dove F. non è mai stata. Prima però decidiamo di andare a mangiare. Vorremmo mangiare milanese, e un po’ frettolosamente cerchiamo qualcosa di aperto e di non troppo ricercato, ma buono. Sui preferiti di Puntarella rossa notiamo il ristorante L’altra isola, che è un po’ fuori dal cuore del quartiere, in zona viale Jenner. Telefoniamo e F. rimane già colpita dal fatto che la persona che gli risponde al telefono non è molto reattiva.


Il sabato, nostro ultimo giorno di questa trasferta milanese, dopo una ricca colazione da Pavè, andiamo in zona Duomo, perché il nostro obiettivo è andare a visitare la mostra di Escher, che avevamo perso a Roma. Un’esperienza bellissima, grazie a una mostra ricchissima che permette di seguire passo passo il percorso artistico e intellettuale di questo personaggio, nonché di divertirsi in maniera anche interattiva con i giochi visivi che Escher ha sperimentato nelle sue creazioni durante tutta la vita. La mostra prende praticamente tutta la mattinata, anche se nemmeno ce ne accorgiamo. Quando usciamo fa caldissimo, ci dirigiamo verso la Galleria Vittorio Emanuele perché abbiamo letto da qualche parte che in occasione dell’Expo è stato inaugurato un percorso sopra i tetti della Galleria, che si chiama Highline Galleria. Il percorso è carino e offre qualche scorcio suggestivo e originale sulla città, ma decisamente l’ingresso costa troppo.


giovedì 15 settembre 2016
Up all night / Giulia Argnani
Up all night / Giulia Argnani. Bologna: Renbooks, 2015.
Chiara vive ancora a casa con i genitori, o meglio in una parte indipendente della casa dove vivono i genitori, ma di fatto sente ancora forte la loro presenza nella sua vita. Le piace fotografare, ma da tempo - presa dagli impegni di tutti i giorni - ha messo da parte la sua macchina fotografica e si è fatta travolgere dagli eventi. Esce con le amiche di sempre, quelle per le quali la sua sessualità non è un mistero né un problema, ma rimanda da tempo il viaggio in California dove si è trasferita la sua migliore amica, perché ha paura di prendere l'aereo.
Un giorno incontra in un locale Greta, una cantante e musicista, che si è appena esibita con il suo gruppo.

Così, quanto Greta va in Sardegna per la stagione estiva, Chiara è pronta a prendere un aereo e a lasciarsi tutto alle spalle. Ma in realtà è Greta a non essere pronta per un rapporto duraturo e stabile, troppo impegnata ancora nella realizzazione della sua carriera e nell'inseguimento del suo sogno di musicista.

Quella di Up all night è una storia piccola e semplice, ma ha due meriti sopra tutto il resto: innanzitutto la nitidezza e la bellezza dei disegni di Giulia Argnani, sia quelli delle persone sia quelli dei paesaggi sia quelli evocativi, in secondo luogo la colonna sonora: ogni capitolo di questo graphic novel è infatti preceduto dalle parole tratte da una canzone scelta dall'autrice che illuminano e danno significato ai diversi momenti della storia.
Sul retro di copertina è disponibile il QR code con il quale è possibile ascoltare su Spotify la playlist del racconto, a conferma della forte connessione che c'è in questo graphic novel tra disegni e musica, sia sul piano formale che sul piano narrativo.
Un piccolo lavoro quello di Giulia Argnani, che però trasuda grazia e sincerità da tutti i pori.
Voto: 3,5/5
Iscriviti a:
Post (Atom)