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martedì 25 settembre 2018

Sun June. Unplugged in Monti, Black Market, 18 settembre 2018

E ricomincia anche la stagione dei concerti nella piccola saletta del Black Market, organizzati dai ragazzi di Unplugged in Monti. Quando annunciano i Sun June, come spesso mi accade con le loro proposte, il nome del gruppo non mi dice assolutamente niente e, come sempre faccio in questi casi, ascolto un paio di canzoni su YouTube per capire se possa essere il mio genere.

In questo caso ho capito subito che il sound dei Sun June è nelle mie corde e dunque, insieme a F., ci siamo immediatamente prenotate per il concerto, oltre a comprare e condividere l'ascolto dell'album Years, che è l'album di esordio del gruppo.

Al Black Market i Sun June non sono in formazione completa (sarebbero in cinque), ma i pezzi forti ci sono, ossia la cantante Laura Colwell e il chitarrista Stephen Salisbury. Oltre a loro c'è anche un altro bravo chitarrista, il cui apporto alla serata è molto significativo.

Si capisce che i Sun June, rappresentati nella loro interazione con il pubblico da Laura Colwell, sono ancora agli esordi, in quanto mostrano quella timidezza e quasi imbarazzo, misto forse a paura e nervosismo per essere su un palco, di chi non ha alle spalle anni di concerti.

Per tutta la durata del concerto Laura Colwell - con il suo volto acqua e sapone e gli occhi grandi - sembra quasi scusarsi con il pubblico per qualunque cosa, ma in realtà la sua voce appare cristallina e perfetta in tutte le canzoni del loro piccolo repertorio. Indubbiamente gli arrangiamenti, fatti con qualche base di ritmo registrato e le due chitarre più una piccola tastiera, non possono competere con gli arrangiamenti del gruppo al completo e rendono le canzoni un pochino diverse da quelle ascoltate sull'album. Resta però il fascino di un sound discreto, lo-fi, e delle atmosfere casalinghe e sognanti che questi ragazzi di Austin ci trasmettono.

A un certo punto Laura dice qualcosa a proposito di Terrence Malick e del fatto che lui in America non è molto famoso, e sinceramente non capisco perché. Poi leggo su Internet che al lancio della band è stato detto che i due componenti principali lavoravano insieme nella sala montaggio del regista, e che lì sono cominciate le loro sperimentazioni musicali.

La serata scivola via leggera e affettuosa, e il pubblico risponde con silenzio e attenzione alle melodie dei Sun June. Al termine del concerto l'applauso sembrerebbe richiedere l'esecuzione di qualche altro brano, e Laura Colwell parrebbe anche propensa ad accontentarci, ma dopo un breve conciliabolo con il chitarrista capiamo che purtroppo dovremo fare a meno del bis.

Del resto questi ragazzi al loro primo album - e adesso impegnati a scrivere altre canzoni per future incisioni - ci hanno offerto un saggio ampio della loro musica e non si sono minimamente risparmiati.

Potrebbe essere un gruppo di cui sentiremo parlare.

Voto: 3,5/5

mercoledì 31 gennaio 2018

Joana Serrat. Blackmarket, Unplugged in Monti, 16 gennaio 2018

Ed eccomi finalmente di ritorno alla mia rassegna musicale preferita di Roma, Unplugged in Monti, che si tiene nella piccola saletta concerti del Black Market.

Non conoscevo Joana Serrat, ma quando è stato annunciato il suo concerto, sono andata subito ad ascoltarmi alcuni brani (cosa che faccio spesso in queste circostanze) e quasi immediatamente mi è venuta voglia di approcciare i suoi dischi in maniera più estesa.

Sono stata colpita in particolare da due cose: la già consistente produzione di una cantante che ha solo 35 anni e il carattere adulto della sua musica, e non solo negli ultimissimi album.

Così, prima del concerto ho comprato e ascoltato due album, Dripping Springs e Cross the Verge, apprezzandoli entrambi, sebbene mi sia rammaricata di non aver avuto il tempo di farli completamente miei.

Arrivo dunque al Black Market (dove tra l'altro incontro casualmente un'amica che non vedevo da tempo - magie di Roma!) con grandi aspettative e quando, in perfetto orario, sale sul palco Joana Serrat, sono innanzitutto intenerita da questa ragazzona catalana che sembra ancora più giovane di quello che è, indossa una camicia texana e imbraccia la chitarra acustica molto alta (e mi ricorda in questo lo stile di Micah P. Hinson).

Joana parla un fluidissimo inglese, sebbene si rammarichi di dover ricorrere a una terza lingua, considerando che lei e noi parliamo entrambi lingue neolatine. Joana appare timida sul palco, chiede quasi permesso al pubblico per raccontarci il retroscena dei testi delle sue canzoni e - quando arriva il momento del bis - chiede a noi quante canzoni ancora vogliamo ascoltare.

Però quando suona e canta, si capisce che Joana è un'artista navigata e che sa ampiamente il fatto suo. La padronanza della chitarra è notevole (e io devo dire che apprezzo particolarmente il finger picking che caratterizza una parte dei suoi brani) e anche la sua voce si caratterizza per varietà e qualità.

Ma soprattutto la cosa più interessante è che la sua musica - cantata in inglese e con una fortissima ascendenza americana - in realtà rivela moltissime eredità, anche e soprattutto europee, cosicché il risultato è un mix originale, ma nel quale ognuno riconosce qualcosa che gli appartiene, un senso di familiarità e di appartenenza.

Sarei curiosa di sentirla suonare con tutta la band, ma devo dire che sono comunque contenta di aver potuto apprezzare Joana Serrat anche nella sua essenzialità. Ed è già tanta roba.

Voto: 3,5/5

lunedì 5 giugno 2017

Jesca Hoop. Blackmarket, Unplugged in Monti, 25 maggio 2017

Ed eccoci a uno degli ultimi appuntamenti prima della pausa estiva con la rassegna di Unplugged in Monti, nella storica saletta da 50 posti del Blackmarket.

Ospite di questa serata è la californiana Jesca Hoop, che - come lei stessa ci dice nel corso del concerto - vive ormai da tempo a Manchester ed è la prima volta che viene in Italia (ed è rimasta scioccata dal traffico romano!).

Jesca ha in uscita un nuovo album da cantautrice solista, dopo il buon successo del lavoro pubblicato lo scorso anno con Sam Beam, più noto col nome d'arte di Iron & Wine.

La Hoop arriva sul palco quasi direttamente dal set di Star wars ;-) Ha infatti un'acconciatura incredibile e un vestito che la candiderebbero certamente al nuovo ruolo di principessa Leila! È accompagnata da un'altra musicista, molto silenziosa, che si occupa del controcanto, della seconda chitarra e delle percussioni.

Il concerto inizia un po' in sordina, ma Jesca Hoop rivela presto il suo carattere socievole e la sua voglia di interagire con il pubblico, in buona parte formato di stranieri e che non si fa pregare di certo.

Dopo le prime canzoni, a poco a poco il pubblico si scalda e all'esecuzione del primo singolo del nuovo album, Memories are now, l'atmosfera è già elettrica e gli spettatori hanno ormai empatizzato con questa buffa cantante che chiacchiera un sacco (e lo ammette) e che stasera ogni tanto perde la voce o sbaglia un'intonazione e si scusa, ma tanto ormai ha conquistato tutti.

Il finale è un crescendo, cosicché non ci sarà nemmeno da chiedere il bis, perché Jesca ci offrirà un altro paio di canzoni, di cui l'ultima cantata senza alcun accompagnamento di strumento musicale.

Musica folk solida quella della Hoop, voce interessante e avvolgente (quando è al meglio), arrangiamenti ritmati e coinvolgenti. Niente di stratosfericamente originale, niente per cui strapparsi i capelli, ma - come sempre accade al Blackmarket - un bell'incontro con un'artista brava e appassionata, ma anche umile e simpatica.

Voto: 3/5

mercoledì 19 ottobre 2016

Laish. Unplugged in Monti, Blackmarket, 12 ottobre 2016

Un paio di anni fa Daniel Green aveva portato il suo progetto musicale, Laish, ad Unplugged in Monti in versione solista per presentare il suo lavoro Obituaries, un album che avevo ascoltato e amato molto. Purtroppo quella sera non ero veramente riuscita a godermi il suo concerto, perché ero arrivata tardi e davanti a me, nella piccola saletta del Blackmarket, c'era una muraglia umana che mi consentiva solo di sentirne la voce.

E così, questa volta, visto che Daniel Green torna in full band per presentare il nuovo album, Pendulum swing, decido che non posso perderlo e mi prenoto quasi immediatamente, trascinando anche F.
Mentre sto parcheggiando il motorino al mio solito posto vedo Green che scende giù per via Panisperna e gli faccio un sorriso, ma lui ovviamente mi guarda stranito. Poi lo rincontro faccia a faccia nella zona bar del Blackmarket e forse capisce perché gli avevo sorriso.

All'inizio del concerto, Daniel Green – accompagnato da altri due musicisti, uno alla batteria e l'altro alle tastiere, mentre lui imbraccia la chitarra - chiede chi c'era al suo concerto nello stesso luogo due anni fa e io e pochi altri prontamente alziamo la mano. Ci dice che la persona che oggi abbiamo di fronte è molto diversa da quella di due anni fa, e poi comincia a suonare, presentandoci molte delle canzoni del suo ultimo album, canzoni che vanno dal malinconico allo scherzoso, e che sempre sono impreziosite dalla sua voce inconfondibile.

Stasera Daniel è molto scherzoso (lui dirà a un certo punto silly), non smette di riempire i silenzi tra una canzone e l'altra, mentre accorda la chitarra, con battute e scambi scherzosi con il pubblico. A un certo punto ci coinvolge nell'esecuzione di una sua canzone in cui noi siamo chiamati a fare il verso degli uccellini che – ci spiega – aveva deciso di mantenere nella registrazione originale del disco.

Il pubblico segue partecipe e silenzioso, in uno stato d'animo che complessivamente appare di serenità e grazia.

Verso la fine del concerto Daniel decide di offrirci anche una versione realmente unplugged di una sua canzone; peccato che il brusio che arriva dal bar, considerato che questa volta siamo sedute un po' più indietro nella saletta, ci distragga e non ci consenta di apprezzare al meglio l'esecuzione.

Il concerto è finito, ma quando Daniel lascia vuoto il palco – accucciandosi davanti visto che non esiste un backstage – il pubblico gli fa capire che lo ascolterebbe ancora un po'. E così ci regala un'ultima canzone e ci fa andare via con il cuore davvero contento.

I Laish non rappresentano un elemento di rottura né di originalità nel panorama dell'indie-pop-folk, ma la combinazione tra le melodie molto ben strutturate e l'inconfodibile voce di Daniel Green conferiscono a questa musica una gradevolezza e in fondo anche una identità assolutamente riconoscibile.

Così all'uscita non mi faccio ripetere due volte l'invito all'acquisto del CD, che Daniel mi firma e che porto a casa contenta anche del fatto che la materialità del supporto – come spesso mi accade ultimamente – favorirà ascolti maggiori rispetto ai suoi fratelli puramente digitali.

Una bella serata che arriva in un periodo per me faticoso, ma segna una giornata in cui forse qualcosa si è sciolto dentro di me e che mi fa guardare con maggiore fiducia ai giorni a venire.

Voto: 3,5/5

venerdì 30 settembre 2016

Le Millipede. Blackmarket, Unplugged in Monti, 20 settembre 2016

Ed eccomi qua alla nuova stagione di Unplugged in Monti nella sede del Blackmarket, attirata a questo concerto dal fatto che Le Millipede è un nuovo progetto musicale cui si stanno dedicando i fratelli Markus e Micha Archer, divenuti famosi come fondatori e animatori del gruppo dei Notwist.

Come al solito faccio in questi casi, provo ad ascoltare qualcosa su Internet e poi - se ispirata da quello che ho sentito - compro i biglietti per il concerto. In questo caso mi porto dietro anche mio nipote P. che è a Roma in questi giorni e la mia amica F. che è diventata anche lei ormai una habitué del Blackmarket.

Questa sera il palco del Blackmarket è parecchio affollato, innanzitutto perché i Millipede sono in cinque: oltre ai fratelli Archer, che occupano la seconda fila del palco, ci sono Mathias Götz, Nicolas Sierig e Manuela Rytzki. In secondo luogo perché sul palco c'è un numero esagerato di strumenti: la batteria suonata da Markus, il basso tuba e quello che se ho capito bene è un armonium suonati da Micha, poi altre tastiere e sintetizzatori vari di cui si occupano Nicolas Sierig e Manuela Rytzki, e infine il trombone di Mathias Götz, il quale però fa risuonare anche un gran numero di campanellini e percussioni varie di cui è tappezzato il palco.

Il motivo lo si capisce presto: Le millipede fanno musica strumentale, e che musica strumentale! Una musica che è un mix di jazz, di folk, di musica bandistica, di rock e tante altre cose cui io non sono nemmeno in grado di dare dei nomi.

Il concerto va avanti per un'ora e mezzo e conquista progressivamente il pubblico cosicché quando la scaletta finisce è immancabile il bis e un lungo applauso.

Mentre io, F. e P. usciamo, riflettiamo sul fatto che quella di Le Millipede è una musica che forse noi non ascolteremmo in macchina o a casa, ma che certamente ascoltarla dal vivo è puro godimento sonoro dovuto forse anche all'entusiasmo di vedere all'opera musicisti di questo livello e passione.

Voto: 3,5/5

mercoledì 18 maggio 2016

Buriers. Black Market, Unplugged in Monti, 11 maggio 2016

"we all die twice
the first time when we cease to breathe
and the last time is the last time someone speaks our name
the last time
the last time
"

Che S.P.E.T.T.A.C.O.L.O!

Questi musicisti per me sconosciuti fino a qualche mese fa mi hanno veramente conquistata! E, per questo, devo dire grazie ai ragazzi di Unplugged in Monti che - come già molte altre volte - mi permettono di scoprire tanta bella musica. L'annuncio del loro concerto mi ha spinto ad ascoltare qualche canzone su YouTube e poi ha comprare su bandcamp il loro ultimo album.

Fin dal primo ascolto mi hanno sorpreso e hanno creato in me un grande interesse per la loro musica. Cosicché ho subito deciso che non potevo mancare al loro concerto.

Al Black Market si presentano in una formazione a tre: il frontman James P. Honey che canta, suona le chitarre e uno strano strumento che sembra un ibrido tra una fisarmonica e un piano (e sta poggiato su un tavolino), Jamie Romain che canta e suona il violoncello, e Jamie Gillett, un ragazzo con i capelli e la barba lunghissima che suona la batteria. Manca una componente storica della band, Laura Mallows, che canta e suona il violino.

Ora, tenendo conto dell'ensemble strumentale con cui si presentano sono sicura che tutti voi vi aspettereste della chamber music. Ma la musica dei Buriers è un mix originale e forse difficile da etichettare; loro si definiscono un gruppo di anti-rap alternative folk, che è tutto dire.

Dentro la loro musica c'è infatti il parlato tipico del rap, ma c'è anche la musica indie e arrangiamenti da musica da camera. Un originale connubio che io personalmente ho trovato magico. Non sono un'appassionata di rap, ma il modo in cui i Buriers fanno sposare il rap con tutto il resto è davvero unico.

Il frontman James P. Honey è davvero un personaggio incredibile, e oltre a offrirci una performance musicale di tutto rispetto, ci intrattiene e ci fa divertire. Per tutto il concerto porta avanti una gag con una ragazza seduta in prima fila che ha in mano i fogli con i testi delle loro canzoni, e continua a lamentarsi del proprio aspetto a causa di una maglietta brutta e sformata che gli hanno prestato e che porta addosso.

Inoltre, ad ogni pausa, James ci racconta anche il contesto in cui sono nate alcune delle loro canzoni, che spesso contengono critiche profonde di alcuni aspetti della contemporaneità. Resto colpita in particolare dal racconto di come è nata la canzone We are small, una delle mie preferite. Dice James che si trovavano in mezzo alle montagne austriache e mentre davanti a loro avevano il cielo azzurro dietro di loro arrivava una tempesta spaventosa; e lì hanno pensato a quanto siamo piccoli e insignificanti. Ma la cosa più bella è che James ha aggiunto che in fondo è bellissimo e liberatorio essere così insignificanti!

Ci propongono gran parte del loro repertorio, ma quando annunciano la loro ultima canzone il pubblico rumoreggia perché non li vuole lasciare andar via. Così i tre ragazzi ci offrono ancora tre saggi della loro bravura, e dopo l'ennesima richiesta di rimanere ancora un po' con noi, James ci propone una cover e si congeda.

Una serata speciale. Un'esperienza musicale notevole. Un contatto umano bello. Cosicché non posso non comprare almeno una shopping bag dei Buriers da portarmi a casa.

Voto: 4,5/5

sabato 30 aprile 2016

Emily Wells. Black Market, Unplugged in Monti, 19 aprile 2016

Qualche anno fa la mia amica tedesca che vive a Berlino L. mi aveva mandato per posta (lei ama questo modo antico di comunicare) il CD di Emily Wells Symphonies: Dreams, Memories & Parties, accompagnato da un bigliettino scritto a mano che diceva che era andata ad ascoltarla dal vivo e le era piaciuta moltissimo.

Lì per lì ho ascoltato un po' la musica di questa cantante, poi il suo nome è finito in un angolino del mio cervello. Quando i ragazzi di Unplugged in Monti hanno annunciato il suo concerto al Black Market una lucina si è accesa e mi sono ricordata di quel bigliettino e di quella musica, cosicché mi sono subito prenotata.

Il palco della piccola saletta concerti del Black Market è affollato più che mai: tastiere, sintetizzatori, registratori, tamburi, violino e - sorpresa - un videoproiettore (assicurato in qualche modo a un tavolinetto) che proietta immagini sullo sfondo.

Verso le nove e mezza arriva Emily Wells, che senza indugi comincia a suonare il suo violino e ci dà subito un assaggio di quello che sarà la serata. Personalmente trovo che sia riduttivo chiamarlo concerto, perché quella di Emily Wells è una vera e propria performance, in cui non solo Emily canta e suona diversi strumenti, ma utilizzando tutto quello che ha a disposizione crea basi, realizza loop e costruisce vere e proprie sinfonie, mentre sullo sfondo passano immagini vintage anch'esse montate in piccoli loop.

Il risultato è fatto di armonie e di disarmonie, di melodie e di affastellamenti di suoni, di dolcezza e di asprezza, e ci trascina in universi di senso ed emotivi molto differenti.

Di tanto in tanto Emily si interrompe e parla con il pubblico. Dice di essere in Italia per la prima volta, ci parla della sua fidanzata, dedica una canzone al suo amico Jesse. Sembra felice di essere qui insieme a noi, e il pubblico la ricambia con affetto. Ogni tanto prende un bicchiere e beve qualcosa che sembrerebbe proprio whisky!

Ci propone diverse canzoni, vecchie e nuove, in particolare quelle del suo ultimo lavoro Promise, e poi va via sorridente. Ma il pubblico la richiama a gran voce, cosicché ci offre un ultimo assaggio della sua musica prima di lasciare definitivamente il palco e mescolarsi alle persone che affollano il bar del Black Market.

Voto: 3,5/5

mercoledì 23 dicembre 2015

Small feet. Blackmarket, Unplugged in Monti, 15 dicembre 2015


Ultimo concerto prima della pausa natalizia e della fine dell’anno.

Al Blackmarket questa sera c’è la band svedese Small Feet, per me sconosciuta prima che gli organizzatori di Unplugged in Monti li portassero a Roma. Ascolto un po’ di loro canzoni e decido che voglio andare ad ascoltarli.

Questa volta arrivo per tempo e riesco anche ad appropriarmi di uno dei bellissimi poster del concerto (riservati ai primi 30 arrivati), che da quest’anno sono realizzati da fraiznic (aka Cinzia Franceschini).

Bevo una birretta e mi posiziono in uno dei posti davanti, ma questa volta non sui cuscini per terra, ché ormai c’ho un’età anch’io. Ho portato – come sempre - il mio equipaggiamento fotografico: peccato che mi accorgo solo in quel momento che ho lasciato a casa la batteria carica! Per fortuna quella che ho dietro sopravvive per un paio di ore e mi consente di fare un po’ di fotografie.

Sul piccolo palco del Blackmarket (“Small feet in a small room” come dice il cantante) sono in due: il cantante e leader della band, Simon Stålhamre, che suona anche la chitarra, e un batterista e polistrumentista, che non sono riuscita a capire se è uno dei membri ufficiali della band, oppure un musicista esterno che ha accompagnato Simon in questo tour. Sono svedesi della Scania (che nostalgia!) e si vede, anche se Simon parla inglese benissimo.

L’atmosfera è gradevole e rilassata. Gli Small Feet sembrano molto a loro agio e Simon è un intrattenitore nato: parla molto con il pubblico, fa battute su Berlusconi e ci fa ridere tra una canzone e l’altra.

I due musicisti ci propongono l’intero album, From Far Enough Away Everything Sounds Like The Ocean, che su un impianto principale fatto di chitarra e batteria si arricchisce di una tastiera elettronica e dell’armonica da bocca. Non saprei dire che cosa mi ricorda la musica degli Small Feet, perché – all’interno del solco ben riconoscibile della musica indie-pop e country – riecheggiano sonorità più classiche, per certi versi di ascendenza quasi cinematografica (si sentano gli echi del western in All and everyone), per altri maggiormente legate alla tradizione svedese degli anni Sessanta e Settanta (qualche eco in Gold). Altrove invece la loro musica sembra richiamare le atmosfere rarefatte del Nord Europa. Alla fine però il risultato è secondo me del tutto originale e di grande gradevolezza e intensità.

Ed effettivamente il pubblico dei giovani quarantenni romani (ma stavolta ci sono anche diversi cinquantenni e oltre, anche stranieri) sembra apprezzare moltissimo, interagisce e chiede a gran voce che lo spettacolo vada avanti fino a quando Simon confessa candidamente che “they’re running out of songs”. Cosicché il concerto si conclude con una cover di una canzone di Bonnie Prince Billy, al cui nome il pubblico applaude; il che evidentemente vuol dire che stiamo dentro un sistema musicale omogeneo.

Alla fine del concerto mi faccio firmare il poster e compro il loro CD, che non avevo comprato prima perché personalmente trovo che – quando possibile - il gesto di comprarlo direttamente dalle mani di chi quel CD se l’è sudato sia molto più bello e significativo. Mentre vado via arriva un ragazzo che in un inglese un po’ stentato dice a Simon che sono bravissimi e che sono certamente meglio dei Sigur Ros (sic!); vuole farsi autografare il CD, così regalo la mia penna a Simon visto che nessuno dei due sembra averne.

Anche stasera ringrazio i ragazzi di Unplugged in Monti che mi hanno regalato (non esattamente, ma quasi) una serata di musica bella e di atmosfera piacevole e mi hanno fatto conoscere una nuova band di cui secondo me sentiremo ancora parlare (al piede di questo post potete ascoltare un loro intero concerto in una stazione radio di Seattle).

Voto: 3,5/5