La presidente / Alicia Giménez-Bartlett; trad. di Maria Nicola. Palermo: Sellerio, 2023.
Per alleggerire un po' la mia sequenza di letture emotivamente impegnative decido di dedicarmi a questo giallo - in realtà forse sarebbe più corretto definirlo poliziesco - di Alicia Giménez-Bartlett che mi è stato regalato qualche tempo fa dalla mia amica G.
Della Giménez-Bartlett avevo letto a suo tempo sia un giallo della serie dedicata all'ispettrice Petra Delicado, Riti di morte, sia il romanzo Uomini nudi, non un giallo, ma una "commedia umana".
La reazione era stata diversa per questi due libri: non avevo amato particolarmente il giallo, mentre ero stata conquistata dalla "commedia umana". Con La presidente in un certo senso si è trattato della prova del nove per capire se la scrittrice spagnola sia nelle mie corde oppure no.
In questo caso si torna al giallo/poliziesco, ma le protagoniste sono le sorelle Berta e Marta Miralles, appena uscite dall'Accademia di polizia, cui viene affidato l'incarico di investigare sulla morte della presidente della Comunità Valenciana, Vita Castellà. L'intento dei vertici della polizia, a loro volta imbeccati dalla politica, è quello di far fallire le indagini e di conseguenza insabbiare il caso, per evitare di far emergere situazioni che potrebbero seriamente mettere in difficoltà il partito cui la Castellà apparteneva.
Le due giovani poliziotte però sono fermamente determinate a risolvere il caso e, nel momento in cui capiscono di non essere sostenute, anzi di essere persino ostacolate dai loro capi, procedono in maniera astuta e avventurosa, con la collaborazione di Salvador Badìa, ex assistente della Castellà.
Ovviamente Berta e Marta risolveranno il caso, dimostrando le loro capacità investigative, ma mettendosi anche personalmente a rischio.
Il romanzo della Giménez-Bartlett scorre via rapido, conquistando il lettore su diversi piani: innanzitutto sul piano della descrizione d'ambiente, che riguarda in questo caso Valencia e la sua provincia (con tutti i cambiamenti che le hanno caratterizzate), in secondo luogo sul piano dei personaggi (le due protagoniste sono molto intriganti sia quando battibeccano tra loro sia quando sono impegnate nel loro lavoro), infine sul piano della narrazione, che tiene viva l'attenzione e l'interesse fino allo scioglimento finale.
In definitiva, ho letto con molto piacere questo romanzo e mi è venuta la curiosità di conoscere Valencia e i suoi dintorni, luoghi che ancora mancano alle mie esplorazioni spagnole. Mi sono anche affezionata Berta e a Marta, e spero dunque che la Giménez-Bartlett non smetterà di scrivere storie che le vedono protagoniste.
Voto: 3,5/5
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venerdì 22 marzo 2024
mercoledì 11 luglio 2018
L'estate del '78 / Roberto Alajmo
L'estate del '78 / Roberto Alajmo. Palermo: Sellerio, 2018.
"Bisognerebbe provare a stilare una specie di Repertorio delle Gioie Irrecuperabili. Quel genere di piaceri che non siamo in grado di cogliere sul momento, e di cui ci rendiamo conto solo qualche tempo dopo, quando ormai sono impossibili da conseguire o riprodurre. [...] Ecco un piccolo elenco esemplificativo, personale ma forse neanche tanto:
- Leggere senza occhiali.
- Mangiare frittura a cena.
- Evitare di asciugarsi i capelli dopo lo shampoo.
- Peggio ancora: lasciarsi fonare dal vento, in motocicletta.
- Dormire la notte intera.
- Accovacciarsi sulle ginocchia.
- Far l'amore con una certa persona.
- Abbracciare un genitore.
- Essere riconosciuti, da un genitore." (p. 34)
L'estate del '78 è quella in cui Roberto si sta preparando per l'esame di maturità, ma è anche - sebbene lui non lo sappia in quel momento - l'ultima occasione per incontrare sua madre. Elena infatti morirà - probabilmente volontariamente - per una overdose di "barbiturici" all'età di 42 anni, esito di una lunga depressione.
Con questo libro Roberto Alajmo dà conto della propria personale indagine volta non tanto a scoprire delle verità nuove e sconvolgenti, quanto a mettere in fila i ricordi, raccogliere le informazioni e interpretare con gli occhi di oggi quanto da bambino e ragazzo non ha voluto o non ha potuto comprendere.
Alajmo dunque, attraverso foto, ricordi e documenti, va alla ricerca delle tracce che già nel passato facevano in qualche modo prefigurare quello che sarebbe accaduto, e in questa ricerca viaggiano parallele le memorie della vita familiare - del suo essere bambino e poi ragazzo, dei suoi genitori, della loro separazione, del rapporto con suo fratello Marcello, delle figure degli altri familiari più o meno vicini - e il racconto del passato prossimo e del presente, in particolare del rapporto con il figlio Arturo.
Non si cerca mai nel passato per puro gusto di ricostruzione, bensì per dargli un senso rispetto al presente e per cercare in quel passato le radici e le origini del nostro presente.
C'è forte - in questa indagine biografica e autobiografica - la sensazione che l'umanità procede attraverso le generazioni per continuità e, insieme, per discontinuità, ossia che tutti noi siamo l'esito di quello che ci ha preceduto, di una lunga catena di eventi, di persone e di geni, ma siamo anche l'occasione per smentire il passato e per affermare la nostra diversità nella continuità.
Nel romanzo di Alajmo c'è però anche una riflessione e un'indagine di secondo livello rispetto a quella di carattere autobiografico, che riguarda l'idea stessa di felicità. La citazione con cui ho aperto questo post è molto indicativa dell'approccio concettuale che sembra pervadere le pagine di questo libro, ossia la convinzione che la felicità è un "treno che passa in direzione contraria", e dunque è un incontro fuggevole che - nel momento in cui ce ne rendiamo conto - è già passato, e torna infatti come memoria nostalgica. E in un certo senso probabilmente la scrittura è uno dei modi che abbiamo per fermare quel ricordo e poterlo riassaporare nel tempo.
C'è una vena tra il dolce e il malinconico, tra il nostalgico e il pessimista nel libro di Alajmo, che certamente riflette il momento della vita in cui l'autore scrive e che è probabilmente uno di quei momenti in cui ci si ritrova a fare dei bilanci, non necessariamente e non esclusivamente per concludere un percorso, bensì anche per iniziare strade nuove. E non a caso la forza di questo romanzo sta nella sincerità che trasmette al suo lettore, nonché nella semplicità con cui - com'è proprio della letteratura - ci rende palesi e quasi banali alcune verità della nostra esistenza che non sono affatto scontate in quanto richiedono un attento e sensibile lavoro di introspezione.
Voto: 3,5/5
"Bisognerebbe provare a stilare una specie di Repertorio delle Gioie Irrecuperabili. Quel genere di piaceri che non siamo in grado di cogliere sul momento, e di cui ci rendiamo conto solo qualche tempo dopo, quando ormai sono impossibili da conseguire o riprodurre. [...] Ecco un piccolo elenco esemplificativo, personale ma forse neanche tanto:
- Leggere senza occhiali.
- Mangiare frittura a cena.
- Evitare di asciugarsi i capelli dopo lo shampoo.
- Peggio ancora: lasciarsi fonare dal vento, in motocicletta.
- Dormire la notte intera.
- Accovacciarsi sulle ginocchia.
- Far l'amore con una certa persona.
- Abbracciare un genitore.
- Essere riconosciuti, da un genitore." (p. 34)
L'estate del '78 è quella in cui Roberto si sta preparando per l'esame di maturità, ma è anche - sebbene lui non lo sappia in quel momento - l'ultima occasione per incontrare sua madre. Elena infatti morirà - probabilmente volontariamente - per una overdose di "barbiturici" all'età di 42 anni, esito di una lunga depressione.
Con questo libro Roberto Alajmo dà conto della propria personale indagine volta non tanto a scoprire delle verità nuove e sconvolgenti, quanto a mettere in fila i ricordi, raccogliere le informazioni e interpretare con gli occhi di oggi quanto da bambino e ragazzo non ha voluto o non ha potuto comprendere.
Alajmo dunque, attraverso foto, ricordi e documenti, va alla ricerca delle tracce che già nel passato facevano in qualche modo prefigurare quello che sarebbe accaduto, e in questa ricerca viaggiano parallele le memorie della vita familiare - del suo essere bambino e poi ragazzo, dei suoi genitori, della loro separazione, del rapporto con suo fratello Marcello, delle figure degli altri familiari più o meno vicini - e il racconto del passato prossimo e del presente, in particolare del rapporto con il figlio Arturo.
Non si cerca mai nel passato per puro gusto di ricostruzione, bensì per dargli un senso rispetto al presente e per cercare in quel passato le radici e le origini del nostro presente.
C'è forte - in questa indagine biografica e autobiografica - la sensazione che l'umanità procede attraverso le generazioni per continuità e, insieme, per discontinuità, ossia che tutti noi siamo l'esito di quello che ci ha preceduto, di una lunga catena di eventi, di persone e di geni, ma siamo anche l'occasione per smentire il passato e per affermare la nostra diversità nella continuità.
Nel romanzo di Alajmo c'è però anche una riflessione e un'indagine di secondo livello rispetto a quella di carattere autobiografico, che riguarda l'idea stessa di felicità. La citazione con cui ho aperto questo post è molto indicativa dell'approccio concettuale che sembra pervadere le pagine di questo libro, ossia la convinzione che la felicità è un "treno che passa in direzione contraria", e dunque è un incontro fuggevole che - nel momento in cui ce ne rendiamo conto - è già passato, e torna infatti come memoria nostalgica. E in un certo senso probabilmente la scrittura è uno dei modi che abbiamo per fermare quel ricordo e poterlo riassaporare nel tempo.
C'è una vena tra il dolce e il malinconico, tra il nostalgico e il pessimista nel libro di Alajmo, che certamente riflette il momento della vita in cui l'autore scrive e che è probabilmente uno di quei momenti in cui ci si ritrova a fare dei bilanci, non necessariamente e non esclusivamente per concludere un percorso, bensì anche per iniziare strade nuove. E non a caso la forza di questo romanzo sta nella sincerità che trasmette al suo lettore, nonché nella semplicità con cui - com'è proprio della letteratura - ci rende palesi e quasi banali alcune verità della nostra esistenza che non sono affatto scontate in quanto richiedono un attento e sensibile lavoro di introspezione.
Voto: 3,5/5
lunedì 3 ottobre 2016
Uomini nudi / Alicia Giménez-Bartlett
Uomini nudi / Alicia Giménez-Bartlett; trad. di Maria Nicols. Palermo: Sellerio, 2016.
Avevo letto tempo fa Riti di morte, uno dei gialli di Alicia Giménez-Bartlett con protagonista l’investigatrice Petra Delicado e non ne ero stata conquistata.
Quest’anno decido di provarci con un nuovo romanzo, non un giallo , bensì – come lo definisce la quarta di copertina – una “commedia umana” ambientata in Spagna ai giorni nostri, sotto l’ombra pesante della crisi economica.
I protagonisti sono quattro: Irene, alta borghese lasciata dal marito per una donna più giovane, erede dell’azienda paterna ormai in crisi, ancora prigioniera delle aspettative del padre morto; Genoveva, una cinquantenne separata che vive con l’assegno del marito e ha come unica missione quella di godersi l’esistenza tra shopping, massaggi, spettacoli e sesso a pagamento; Javier, un professore di letteratura di liceo che viene licenziato dalla scuola di suore dove lavora e deve reinventarsi una vita e un senso; Ivan, un ragazzo dal passato difficile che vive facendo lo strip-tease e offrendo sesso a pagamento a signore ricche e annoiate.
Questi quattro personaggi apparentemente senza nessun legame finiranno per intessere relazioni complesse e sempre più intricate.
Il libro della Giménez-Bartlett inizia con un tono leggero, per quanto si muova all’interno della fosca atmosfera della crisi economica, che in qualche modo mette in crisi anche il sistema dei valori e tira fuori il meglio e il peggio delle persone in una lotta per la sopravvivenza fisica e psicologica che non ammette debolezze.
L’autrice porta alla luce, pagina dopo pagina, le durezze e le fragilità di ciascuno, scoperchiando in particolare la superficialità degli equilibri dei personaggi più colti e più integrati.
Nella nuova giungla della crisi sociale ed economica che attraversiamo, paradossalmente i personaggi più marginali ed estremi, meno integrati e quasi borderline appaiono più attrezzati per passare indenni nelle difficoltà, rimanendo fedeli ai loro – pur semplici – sistemi di valori, mentre emerge senza pietà l’ipocrisia e l’inconsistenza dei modelli borghesi plasmati su un equilibrio in buona parte artificiale.
Non che quello della Giménez-Bartlett sia un trattato sociologico, né un romanzo dalle grandi ambizioni letterarie, però Uomini nudi, pur essendo perfetto come lettura estiva, ha un suo spessore e dignità, fatta la tara rispetto a qualche ridondanza di troppo.
L’aspetto che personalmente mi ha intrigato di più è lo stile scelto dalla scrittrice, che alterna dialoghi e monologhi interiori, spostandosi continuamente da un personaggio all’altro senza soluzione di continuità, cioè come se ci facesse vedere i “fumetti” nelle loro teste ma senza avvisarci quando lo sguardo passa dall’uno all’altro e dunque lasciando al lettore il piacere di questo transito, che è a volte silenzioso, altre volte fragoroso.
Voto: 3,5/5
Avevo letto tempo fa Riti di morte, uno dei gialli di Alicia Giménez-Bartlett con protagonista l’investigatrice Petra Delicado e non ne ero stata conquistata.
Quest’anno decido di provarci con un nuovo romanzo, non un giallo , bensì – come lo definisce la quarta di copertina – una “commedia umana” ambientata in Spagna ai giorni nostri, sotto l’ombra pesante della crisi economica.
I protagonisti sono quattro: Irene, alta borghese lasciata dal marito per una donna più giovane, erede dell’azienda paterna ormai in crisi, ancora prigioniera delle aspettative del padre morto; Genoveva, una cinquantenne separata che vive con l’assegno del marito e ha come unica missione quella di godersi l’esistenza tra shopping, massaggi, spettacoli e sesso a pagamento; Javier, un professore di letteratura di liceo che viene licenziato dalla scuola di suore dove lavora e deve reinventarsi una vita e un senso; Ivan, un ragazzo dal passato difficile che vive facendo lo strip-tease e offrendo sesso a pagamento a signore ricche e annoiate.
Questi quattro personaggi apparentemente senza nessun legame finiranno per intessere relazioni complesse e sempre più intricate.
Il libro della Giménez-Bartlett inizia con un tono leggero, per quanto si muova all’interno della fosca atmosfera della crisi economica, che in qualche modo mette in crisi anche il sistema dei valori e tira fuori il meglio e il peggio delle persone in una lotta per la sopravvivenza fisica e psicologica che non ammette debolezze.
L’autrice porta alla luce, pagina dopo pagina, le durezze e le fragilità di ciascuno, scoperchiando in particolare la superficialità degli equilibri dei personaggi più colti e più integrati.
Nella nuova giungla della crisi sociale ed economica che attraversiamo, paradossalmente i personaggi più marginali ed estremi, meno integrati e quasi borderline appaiono più attrezzati per passare indenni nelle difficoltà, rimanendo fedeli ai loro – pur semplici – sistemi di valori, mentre emerge senza pietà l’ipocrisia e l’inconsistenza dei modelli borghesi plasmati su un equilibrio in buona parte artificiale.
Non che quello della Giménez-Bartlett sia un trattato sociologico, né un romanzo dalle grandi ambizioni letterarie, però Uomini nudi, pur essendo perfetto come lettura estiva, ha un suo spessore e dignità, fatta la tara rispetto a qualche ridondanza di troppo.
L’aspetto che personalmente mi ha intrigato di più è lo stile scelto dalla scrittrice, che alterna dialoghi e monologhi interiori, spostandosi continuamente da un personaggio all’altro senza soluzione di continuità, cioè come se ci facesse vedere i “fumetti” nelle loro teste ma senza avvisarci quando lo sguardo passa dall’uno all’altro e dunque lasciando al lettore il piacere di questo transito, che è a volte silenzioso, altre volte fragoroso.
Voto: 3,5/5
venerdì 8 giugno 2012
Scandaloso omicidio a Istanbul / Mehmet Murat Somer
Scandaloso omicidio a Istanbul / Mehmet Murat Somer; trad. di Anna Lia Proietti Ergün. Palermo: Sellerio, 2009.
Poco tempo fa avevo letto un altro gialletto ambientato a Istanbul, Hotel Bosforo, e avevo avuto questa curiosa sensazione di un linguaggio un po' banale e semplificato che avevo attribuito all'autrice e alla traduttrice di quello specifico romanzo.
Dopo aver letto Scandaloso omicidio a Istanbul devo forse cominciare a pensare che si tratti sostanzialmente di una differenza linguistica e culturale tra l'italiano e il turco, visto che anche in questo caso la narrazione sembra non raggiungere mai quel livello di attenzione linguistica che di solito ci si aspetta da un romanzo italiano ben scritto. Non voglio dire che il turco produca un italiano non buono, ma semplicemente che forse è necessario accogliere questo stile ed entrare in un universo narrativo che non deve per forza essere giudicato con i parametri culturali e linguistici che ci appartengono più strettamente.
Detto questo, rispetto al precedente romanzo, ho trovato questo di Mehmet Murat Somer più coinvolgente. Innanzitutto per la simpatia del suo protagonista: un trans che di giorno lavora come consulente informatico per progettare sistemi di sicurezza antihacker e di notte è responsabile di un club di trans sempre affollato di clienti. La nostra detective improvvisata è un personaggio psicologicamente molto realistico e sfaccettato, e ha una grande carica di ironia, soprattutto quando consapevolmente si veste e si atteggia come Audrey Hepburn ben sapendo l'effetto che produce sul mondo circostante.
Il pretesto dell'intreccio arriva dall'omicidio di un altro trans che frequenta il locale, Buse (Fevzi nella versione maschile), da cui prendono l'avvio le avventure della nostra protagonista alla scoperta di un giro di ricatti che coinvolge direttamente il mondo politico.
Da un punto di vista puramente giallistico, il romanzo appare un po' irrisolto. Lo scioglimento dell'intreccio risulta un po' banale e il finale lascia un po' di amaro in bocca per il fatto di essere insoddisfacente.
Resta invece interessante la rappresentazione di una Istanbul diversa da quella a cui siamo abituati, o meglio di una Istanbul in cui c'è tutto quello che conosciamo (dai dürum alle sure del Corano), ma c'è anche molto di più, un mondo parallelo e sotterraneo che dimostra di avere una sua dignità e vivacità e un legame con la quotidianità molto più stretto di quanto ci saremmo immaginati. Un linguaggio esplicito e ironicamente diretto nel raccontare questo mondo aiuta a visualizzarlo molto precisamente, così come è apprezzabile la descrizione molto vivida e psicologicamente sostenibile degli altri personaggi.
E così quando la nostra protagonista alla fine cede al tassista Huseyn possiamo dire di essere contenti.
I miei numerosi viaggi in autobus in questo periodo hanno favorito l'immersione in questa lettura che è stata sostanzialmente una compagnia piacevole.
Leggerei volentieri un altro romanzo con la stessa protagonista.
Magari con un intreccio narrativo migliore e più originale!
Voto: 3/5
giovedì 26 aprile 2012
Via delle Oche / Carlo Lucarelli
Via delle Oche / Carlo Lucarelli. Palermo: Sellerio, 2008.
Ecco lo sapevo. Ho cominciato dalla fine…
Mi sembrava che del commissario De Luca mi sfuggisse qualcosa e che i riferimenti al suo passato fossero un po’ troppo vaghi per essere compresi perfettamente dalla sola lettura di questo romanzo. Toccherà recuperare i primi due romanzi della trilogia che un Lucarelli molto giovane ha dedicato a questo commissario e all’Italia degli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale.
Via delle Oche è ambientato nel 1948, poco prima delle elezioni politiche e di Bartali maglia gialla.
Lucarelli è molto bravo a descrivere il clima di contrapposizione e di sospetto che caratterizzava quegli anni e lo fa sia attraverso le trascrizioni dei manifesti e dei titoli di giornale dell’epoca che aprono ogni capitolo, sia attraverso la perfetta caratterizzazione dei personaggi e la descrizione dei veleni che si insinuano anche all’interno della polizia.
De Luca è un personaggio dolente, umanissimo. In fondo uno sconfitto perché crede nel mestiere di poliziotto e nella necessità di scoprire sempre la verità, anche quando questa può essere scomoda, in un mondo nel quale ci si deve sempre inchinare ai “poteri forti”. È un personaggio che ha aperto la strada a molti altri commissari, che ha fatto scuola da numerosi punti di vista, a dimostrazione delle qualità di Lucarelli scrittore (sebbene si tratti di uno scrittore molto visivo, come molti sostengono).
Il thriller prende spunto dall’assassinio di un tale Ermes Ricciotti presso la casa di appuntamenti di via delle Oche a Bologna. De Luca, pur essendo stato trasferito punitivamente alla Buoncostume, non può fare a meno di tirar fuori il proprio istinto di commissario della Omicidi. Così, un po’ per scelta un po’ per caso si ritrova coinvolto nelle indagini che riguardano non solo l’omicidio del Ricciotti, ma anche alcuni altri omicidi che ben presto mostrano di essere collegati l’uno all’altro.
La motivazione che lascia questa lunga scia di sangue è puramente politica e - guarda un po’ – non ci meraviglia affatto, visto che molte vicende degli ultimi 20 anni hanno saputo fare meglio della fiction.
Così, oltre alla “compassione” (in senso etimologico) che il racconto suscita per il personaggio di De Luca (memorabili gli incontri tra il commissario e la Tripolina, la tenutaria della casa di appuntamenti), l’aspetto che colpisce di più è la modernità di questo intreccio, la riconoscibilità dei meccanismi di potere, la falsità degli slogan politici, il gioco delle appartenenze.
Sicuramente da leggere. E a questo punto dovrò leggere anche i due precedenti.
(Ho idea invece che non vedrò la fiction televisiva tratta da questi romanzi! ;-)
Voto: 3,5/5
Ecco lo sapevo. Ho cominciato dalla fine…
Mi sembrava che del commissario De Luca mi sfuggisse qualcosa e che i riferimenti al suo passato fossero un po’ troppo vaghi per essere compresi perfettamente dalla sola lettura di questo romanzo. Toccherà recuperare i primi due romanzi della trilogia che un Lucarelli molto giovane ha dedicato a questo commissario e all’Italia degli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale.
Via delle Oche è ambientato nel 1948, poco prima delle elezioni politiche e di Bartali maglia gialla.
Lucarelli è molto bravo a descrivere il clima di contrapposizione e di sospetto che caratterizzava quegli anni e lo fa sia attraverso le trascrizioni dei manifesti e dei titoli di giornale dell’epoca che aprono ogni capitolo, sia attraverso la perfetta caratterizzazione dei personaggi e la descrizione dei veleni che si insinuano anche all’interno della polizia.
De Luca è un personaggio dolente, umanissimo. In fondo uno sconfitto perché crede nel mestiere di poliziotto e nella necessità di scoprire sempre la verità, anche quando questa può essere scomoda, in un mondo nel quale ci si deve sempre inchinare ai “poteri forti”. È un personaggio che ha aperto la strada a molti altri commissari, che ha fatto scuola da numerosi punti di vista, a dimostrazione delle qualità di Lucarelli scrittore (sebbene si tratti di uno scrittore molto visivo, come molti sostengono).
Il thriller prende spunto dall’assassinio di un tale Ermes Ricciotti presso la casa di appuntamenti di via delle Oche a Bologna. De Luca, pur essendo stato trasferito punitivamente alla Buoncostume, non può fare a meno di tirar fuori il proprio istinto di commissario della Omicidi. Così, un po’ per scelta un po’ per caso si ritrova coinvolto nelle indagini che riguardano non solo l’omicidio del Ricciotti, ma anche alcuni altri omicidi che ben presto mostrano di essere collegati l’uno all’altro.
La motivazione che lascia questa lunga scia di sangue è puramente politica e - guarda un po’ – non ci meraviglia affatto, visto che molte vicende degli ultimi 20 anni hanno saputo fare meglio della fiction.
Così, oltre alla “compassione” (in senso etimologico) che il racconto suscita per il personaggio di De Luca (memorabili gli incontri tra il commissario e la Tripolina, la tenutaria della casa di appuntamenti), l’aspetto che colpisce di più è la modernità di questo intreccio, la riconoscibilità dei meccanismi di potere, la falsità degli slogan politici, il gioco delle appartenenze.
Sicuramente da leggere. E a questo punto dovrò leggere anche i due precedenti.
(Ho idea invece che non vedrò la fiction televisiva tratta da questi romanzi! ;-)
Voto: 3,5/5
martedì 6 marzo 2012
Hotel Bosforo / Esmahan Aykol
Hotel Bosforo / Esmahan Aykol; trad. di Emanuela Cervini. Palermo: Sellerio, 2010.Ho comprato questo libro sulla scia dell’entusiasmo del viaggio a Istanbul. Acquistare un giallo ambientato in questa città, la cui protagonista – non turca – vive e lavora nel quartiere di Cihangir mi era sembrato un ottimo modo per camminare di nuovo per le strade di Istanbul, sentirne i sapori e gli odori.
Ed effettivamente da questo punto di vista il romanzo riesce perfettamente nell’intento. Kati Hirschel è una tedesca, che però ha vissuto i primi 13 anni della vita a Istanbul per poi fare ritorno insieme alla sua famiglia in Germania, e che ha infine deciso di trasferirsi a vivere in quella che considera la sua vera patria d’adozione, non la Turchia, come lei stessa dice, ma proprio la città di Istanbul. Una città di cui Kati – come tutti coloro che scelgono di vivere in una città che non è la propria di origine - vede tutti i difetti e le cose insopportabili, dai tassisti che fanno la cresta all’invadenza delle persone, ma di cui ha imparato ad amare lo spirito più vero e più profondo, che ha acquisito come una seconda pelle.
Kati è un personaggio simpatico, spesso si rivolge direttamente ai suoi lettori, è un po’ confusa dal punto di vista sentimentale, ha amici ed amiche con cui condivide intoccabili abitudini (dal thè pomeridiano alla chiacchierata domenicale), e gioca a fare la detective come quelli dei gialli che vende.
E come spesso accade in questi casi si imbatte per caso nell’omicidio di Kurt Muller, un regista tedesco arrivato con tutta la troupe a Istanbul per girare un film, la cui protagonista principale è Petra, un’amica di infanzia di Kati che ha una dolorosa storia alle spalle.
Il giallo è decisamente deludente, diciamo un gialletto senza troppe pretese; anche il racconto e il linguaggio risultano a volte un po’ troppo banali e semplificati; i personaggi fanno fatica a trovare una loro precisa identità psicologica, e spesso restano piuttosto incompiuti, come nel caso del commissario di polizia Batuhan, con cui Kati ha una breve storia.
Alla fine però il gialletto procede spedito, la città ammalia, e volentieri ci si perde con Kati nelle strade inerpicate di Cucurkuma, ci si ferma a mangiare un kebab a Eminönü, si prende un aperitivo in uno dei molteplici locali di Beyoglu.
Più di questo però non aspettatevi.
Voto: 2,5/5
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