mercoledì 18 ottobre 2023

Hit Man

Richard Linklater è un regista imprevedibile, capace di passare con nonchalance da film che indagano con finezza e senza retorica sui sentimenti (che poi sono i miei preferiti della sua filmografia) a film divertiti e divertenti, che non vogliono veicolare chissà quali messaggi.

In questo caso, con il film Hit Man, co-sceneggiato insieme all'attore principale Glen Powell (pratica abbastanza tipica del modo di lavorare di Linklater), siamo nell'ambito del puro divertissement, come si capisce anche dalla visione di quello che viene presentato come trailer ufficiale del film e che inserisco in calce. Ebbene, il trailer è una pura invenzione, e non ha niente a che vedere con i contenuti effettivi del film, ed è dunque l'ennesimo gioco che il regista innesca con lo spettatore, creando un'aspettativa fasulla, come fasullo è il sicario protagonista del film.

L'ultimo film di Linklater presentato alla Mostra del cinema di Venezia è parzialmente ispirato a una storia vera, quella di un professore universitario di filosofia del Texas che per anni ha collaborato con la polizia, impersonando - anche attraverso dei travestimenti - il ruolo di un sicario, al fine di agganciare potenziali omicidi e poterli far arrestare e processare prima che venga commesso il crimine.

Su questa storia - invero abbastanza incredibile - Linklater e il suo attore protagonista Glen Powell costruiscono una narrazione avvincente, che si fa di volta in volta film d'azione, storia d'amore, noir, gangster movie, romanzo di formazione e commedia, dentro un ritmo che non ha un minimo di cedimento.

Buona parte della riuscita del film sta nella prova di Glen Powell nel personaggio di Gary Johnson, sicario per hobby, camaleontico nelle sue trasformazioni temporanee e anche nella sua evoluzione personale da timido e anonimo professore a fascinoso uomo d'azione, ma altrettanto contano le spalle di Powell, rappresentate da Adria Arjona nel personaggio di Maddy (dolce e indifesa giovane sposa capace di infondere nel suo personaggio una adeguata dose di ambiguità) e Austin Amelio nel personaggio di Jasper, collega rimpiazzato da Gary che si dimostrerà ben più intelligente di quanto non appaia.

Alcune sequenze del film e alcuni passaggi della sceneggiatura sono davvero notevoli, da far scattare l'applauso in sala, cosa cui raramente si assiste al cinema. Una per tutte: la visita di Gary con microfono addosso a casa di Maddy, in cui - senza dire ad alta voce le cose come stanno - deve convincere e aiutare quest'ultima a recitare una parte che scagionerà entrambi. Forse poco credibile, ma altamente godibile.

Insomma, se volete vedere una storia parzialmente vera che ha dell'incredibile, e volete trascorrere un paio d'ore di puro e divertito godimento cinematografico non perdete l'ultimo film di Linklater. Per me lui rimane quello della trilogia del Before e di Boyhood, ma non dimentichiamoci che nella sua filmografia ha anche titoli come School of rock.

E poi da un regista che ha ormai 63 anni e che ha fatto cose pregevoli mi aspetto che sia ormai nella fase in cui voglia principalmente divertirsi con il suo lavoro, e del resto se lo fa così bene e facendo divertire e appassionare anche il pubblico ben venga.

Voto: 3,5/5



lunedì 16 ottobre 2023

Memory

Presentato al Festival del cinema di Venezia, il film di Michel Franco, regista messicano che ha un curioso nome francese, si è portato a casa un premio per la migliore interpretazione maschile di Peter Sarsgaard nel ruolo di Saul, un uomo che è affetto da una forma di demenza precoce.

Insieme a lui è protagonista di questo film Sylvia (Jessica Chastain), una madre single dell'adolescente Anne, che esce da un passato di abusi e alcolismo e lavora in un centro diurno per persone con disabilità.

A una festa di ex studenti del liceo frequentato da Sylvia e da sua sorella Olivia, Saul si avvicina a Sylvia, la quale spaventata va via dalla festa, seguita a distanza da Saul che poi attende tutta la notte sotto la sua finestra. È così che Sylvia si rende conto della malattia di Saul ed entra nella sua vita, con tutto quello che ne conseguirà.

Il film di Franco si apre con la scena in cui due personaggi collaterali iniziano a parlare in una riunione degli alcolisti anonimi dicendo "I remember", a mettere un suggello sul fatto che il tema del film è la memoria: quella sempre più evanescente e sconnessa di Saul e quella dolorosa e persistente di Sylvia. Intorno alle memorie dei due personaggi principali del film si aggrumano i complicati rapporti di tutti gli altri personaggi con il passato (negato, rimosso, rivendicato, manipolato), rapporti che proiettano la loro lunga ombra sul presente.

Memory però è soprattutto una storia d'amore che nasce dall'incontro di due fragilità in fondo diverse e complementari: Sylvia ha faticosamente superato il suo passato, ma porta con sé il terrore di quello che può accadere a sé e a sua figlia Anne e dunque non si fida di nessuno, Saul ha una fragilità oggettiva che lo costringe a fidarsi degli altri e ne amplifica un'emotività tenera e dolorosa. Saul è dunque l'unico che Sylvia non percepisce come una minaccia, e Sylvia è per Saul la donna da cui ricevere attenzioni e affetto come persona e non come malato.

Ma è evidente che l'incontro tra Sylvia e Saul risulti incomprensibile al mondo circostante, in primis alle famiglie da cui provengono, tutte concentrate a difendere i propri equilibri, per quanto egoistici, disfunzionali o patologici.

Ne viene fuori un film che riesce a essere durissimo e tenerissimo al contempo, che non calca la mano sul melodramma, bensì si nutre della forza interpretativa dei suoi protagonisti, in particolare lo splendido Sarsgaard.

Voto: 3,5/5

venerdì 13 ottobre 2023

An explanation for everything = Una spiegazione per tutto

Altra anteprima di Venezia a Roma. Questa volta si tratta del film del regista ungherese Gábor Reisz che racconta il suo paese a partire da una vicenda tutto sommato piccola, ma capace - come un sasso nello stagno - di produrre cerchi concentrici via via più ampi.

Siamo a Budapest ai giorni nostri. Al centro Abel (il bravissimo Adonyi-Walsh Gáspár), un giovane che si sta preparando per l'esame di maturità, ma che vive un momento di crisi perché innamorato della compagna di classe e amica Janka (Lilla Kizlinger), la quale però gli confessa di essere innamorata del professore di storia, Jakab (András Rusznák). Quest'ultimo, di fronte alla confessione della ragazza, ha preso le distanze ricordandole di essere il suo professore e di avere moglie e figli. Il professore è noto per le sue idee liberali ed è fortemente frustrato per l'attuale condizione politica dell'Ungheria, tanto che in passato ha avuto un battibecco con il padre di Abel, György (István Znamenák), che è invece un elettore di Fidesz, il partito di Viktor Orbàn

La reazione a catena si innesca quando Abel si presenta all'esame di maturità facendo scena muta e - più o meno inconsapevolmente - con la coccarda tricolore (che gli ungheresi indossano il 15 marzo, giorno della festa nazionale, ma che negli ultimi anni al di fuori di quella data è diventata un segno distintivo dei nazionalisti). Il fatto che Jakab chieda il perché della coccarda e la successiva bocciatura di Abel (fatti di per sé non correlati) innescano - anche a causa del comportamento ambiguo di Abel - una serie di conseguenze che fanno dell'evento un caso nazionale, contrapponendo non solo le persone coinvolte, ma le parti opposte di un'intera società.

Il film di Gábor Reisz segue gli sviluppi della vicenda nell'arco temporale di una settimana circa, dal giorno prima dell'esame fino al momento in cui l'esame viene ripetuto. Nella prima parte vengono mostrati gli eventi della giornata di lunedì dai diversi punti di vista, quello di Abel, di György, di Janka e di Jakab, così rivediamo alcuni dei momenti topici della giornata assumendo il punto di vista di diversi personaggi. Questa modalità narrativa ci consente di entrare empaticamente nel mondo di ciascun di loro e di costruirci un quadro tridimensionale degli eventi e delle loro motivazioni, evitando il rischio - che è lo stesso che vivono i protagonisti del film - di dare una lettura aprioristica e puramente ideologica della situazione, e anche di prendere le parti di uno dei personaggi per vicinanza di idee.

Lo spettatore è in una posizione di vantaggio rispetto a ciascuno dei protagonisti e ciò gli impedisce di partecipare al gioco della polarizzazione, che ormai è una tendenza pervasiva della nostra società - amplificata dai media e dai social - e che ha fortemente informato di sé la politica, terreno di scontro continuo senza alcuna possibilità di confronto.

In realtà - sembra dirci Reisz - c'è una spiegazione per tutto se indaghiamo nelle motivazioni e nei sentimenti profondi delle persone e se non trasformiamo tutto in contrapposizione di matrice ideologica, soprattutto in un caso come questo in cui al centro c'è un ragazzo insicuro che proprio questa vicenda farà maturare e aprire alla vita adulta.

Nonostante le due ore e mezza di film non si vive un momento di stanchezza e il regista riesce persino a far crescere la tensione man mano che la narrazione va avanti. Ma - per quanto mi riguarda - ho trovato soprattutto mirabile il fatto che, in un film che "contrappone" un sostenitore di Orbàn e un professore progressista, Reisz sia riuscito a non farmi odiare nessuno e in qualche modo a farmi comprendere limiti e qualità di ognuno, pur essendo io idealmente più vicina a Jakab.

Fantastico esperimento sociale. E per me riuscito.

Voto: 4/5



mercoledì 11 ottobre 2023

Photophobia

La mia personale maratonina della rassegna “I grandi festival a Roma”, che a fine settembre ha portato nelle sale romane i film presentati a Venezia, inizia con questo quasi documentario dei due registi slovacchi Ivan Ostrochovský e Pavol Pekarcik, che è da poco il film slovacco in lizza per la shortlist dei candidati all’Oscar per il miglior film straniero. I due registi sono stati alcuni mesi in Ucraina, nella zona di Kharkiv, uno dei fronti più caldi della guerra, tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023.

Qui hanno documentato le condizioni del paese e hanno vissuto per un po’ nei sotterranei della metropolitana della città - in una stazione collocata a 700 metri dalla linea di guerra - che è stata trasformata in rifugio per migliaia di persone che hanno abbandonato le loro case per paura dei bombardamenti.

Le telecamere dei due registi seguono in particolare i movimenti di Nikita, un ragazzino di 12 anni, che insieme alla sua famiglia vive da qualche tempo nei sotterranei della metropolitana. Questa vita vissuta tutta sotto la luce artificiale e in un contesto oggettivamente anomalo rendono Nikita apatico e insofferente, almeno fino a quando non incontra Vika, una ragazzina con un buffo vestito da coniglio con le orecchie che producono dei suoni. Dopo questo incontro le carrozze della metropolitana, i binari, i corridoi sotterranei e tutto questo piccolo mondo nel quale vivono si trasforma in un luogo di giochi, scoperta e avventura, che – pur nella difficoltà della situazione – rimette Nikita in contatto con il suo essere ragazzino. La riconquista della vitalità seguita all’incontro con Vika è rafforzata anche dall’amicizia con il “cowboy”, un vecchio signore che con la sua chitarra intona canzoni tradizionali e offre consigli d’amore al ragazzino.

Tra i giochi che Nikita fa insieme a Vika e a sua sorella c’è anche quello di guardare vecchie diapositive attraverso un visore: queste diapositive si trasformano per lo spettatore in immagini in movimento, che sono poi le immagini girate in Super8 dai due registi e che mostrano il mondo fuori dalla metropolitana, persone che posano o si muovono tra le macerie, o davanti a edifici distrutti, o mentre si intravedono colonne di fumo in lontananza.

Si mostra così sullo schermo questa duplice dimensione, che rappresenta in realtà due facce della medesima guerra: gente costretta a rifugiarsi sotto terra e a vivere in condizioni di fortuna insieme ad altre migliaia di persone per sfuggire ai bombardamenti, e gente che in superficie rischia continuamente la vita e assiste alla distruzione del mondo nel quale vive.

Il documentario dei due registi slovacchi è sicuramente meritevole perché racconta in presa diretta e da un punto di vista diverso una realtà che noi viviamo solo attraverso le notizie e le immagini del telegiornale o provenienti da Internet. Cinematograficamente l’ho trovato un pochino fiacco, ma magari ero un po’ stanca io, e certamente capisco che non è facile fare un film in un contesto in cui le giornate si ripetono uguali, e la guerra – in realtà vicinissima – resta comunque lontana.

Voto: 3/5



lunedì 9 ottobre 2023

Evil does not exist = Il male non esiste

Ed eccomi di nuovo a fare i conti con il cinema di Ryusuke Hamaguchi, di cui avevo già visto e apprezzato - seppure con intensità diverse - i due precedenti film, Il gioco del destino e della fantasia e Drive my car (quello con cui il regista si è fatto definitivamente conoscere a livello internazionale).

Evil does not exist (Il male non esiste, titolo omonimo di un bel film iraniano di qualche tempo fa) arriva nelle sale italiane forte del Gran Premio della Giuria alla mostra internazionale del cinema di Venezia.

A quanto pare questo film è nato quasi per caso, come ampliamento di quella che doveva essere una collaborazione con la musicista Eiko Ishibashi (già autrice delle musiche di Drive my car), finalizzata esclusivamente a corredare di immagini filmate una sua performance live. Quando Hamaguchi ha iniziato a girare nei luoghi di origine della musicista, ossia nella zona di Mizubiki (un paesino a due ore da Tokyo), è stato affascinato da questi luoghi ed è stato ispirato a raccontare una storia - invero piuttosto minimale - qui ambientata.

Al centro di questa storia ci sono Takumi (Ryûji Kosaka) e sua figlia Hana (Ryô Nishikawa), membri attivi della comunità che abita il villaggio di Mizubiki. Takumi è un vero tuttofare, conosce perfettamente il territorio, si muove con grande agio nel bosco ai margini del quale abita, conosce alla perfezione la flora che lo compone e la fauna che lo popola, e ha trasmesso a sua figlia la stessa curiosità e amore per la natura. L'uomo vive da solo con la figlia (la moglie, che vediamo in una fotografia, non sapremo mai se è morta o cos'altro). Nella prima parte del film fondamentalmente il regista segue da vicino, con attenzione e quasi meraviglia, la routine quotidiana di Takumi: spaccare la legna e accatastarla, andare al fiume a riempire le taniche dell'acqua, andare a prendere sua figlia a scuola, dove arriva spesso tardi quando Hana si è già avviata sul sentiero che passa in mezzo al bosco.

La rottura narrativa arriva con la riunione cittadina a cui la comunità viene chiamata a partecipare per esprimere il proprio parere rispetto al progetto che una società sta per avviare nella zona, ossia la costruzione di un glamping (un campeggio di lusso per i ricchi villeggianti provenienti dalla città). In questa riunione risulta chiaro che i dipendenti della società inviata a spiegare il progetto non sanno nulla del territorio e di fronte alle numerose obiezioni degli abitanti non sanno bene cosa rispondere. In particolare la preoccupazione di Takumi e degli altri riguarda la fossa settica, dimensionata e collocata in un modo che rischia di inquinare l'acqua del ruscello cui gli abitanti attingono per berla e per gli usi domestici.

Dopo un confronto con il consulente e il capo della società, i due funzionari tornano a Mizubiki con l'idea di convincere Takumi a diventare il custode del glamping. Nel tentativo di convincerlo trascorreranno con lui un'intera giornata, partecipando alle sue numerose attività e rendendosi conto del rapporto intimo che ha con la natura circostante, fino all'enigmatico e tragico epilogo che ci lascia con mille domande e pochissime risposte.

Di che parla Evil does not exist? Parla certamente di rapporto tra l'uomo e la natura, e tra città e campagna, e parla anche di responsabilità che gli esseri umani hanno verso la natura e di conseguenza verso la collettività presente e futura. E del fatto che questa responsabilità è tanto maggiore quanto più si risale nella scala dei rapporti di causalità.

Però, bisogna anche essere chiari sul fatto che il film di Hamaguchi - pur assecondando il desiderio del regista di costruire una narrazione - non vuole spiegare tutto e fornire risposte a tutte le domande. L'andamento del film è in parte documentaristico e segue i suoi personaggi in una quotidianità che non rivela ogni dettaglio e che, man mano che si va avanti, si fa sempre più misteriosa e in qualche misura inquietante. Da questo punto di vista, personalmente sono stata fortemente colpita dalle originalissime e spiazzanti inquadrature, che assumono punti di vista imprevisti e inattesi, a partire dalla prima scena (che si ripeterà poi alla fine del film) che mostra le chiome degli alberi dal basso, per arrivare alle riprese fatte dal retro dell'automobile sulla strada che ci si lascia alle spalle, alla soggettiva di oggetti inanimati (vediamo il volto di Takumi che ha trovato del wasabi come  fossimo dal punto di vista del wasabi), alle soggettive dello sguardo dei personaggi (spesso fatte con telecamera a mano), alle inquadrature in schermi e specchi (soprattutto dei personaggi che arrivano dalla città), alla scena in cui la telecamera segue Takumi nel bosco e a un certo punto perde la visuale su di lui perché coperta da un dislivello del terreno fino a quanto l'uomo ricompare con Hana sulle spalle, alla telecamera che inquadra una scena in cui stanno per succedere cose importanti e nel momento clou si sposta su qualcun altro o su qualcos'altro. Questo uso molto variegato della ripresa dà movimento a un racconto di per sé piuttosto scevro di avvenimenti e lo carica di qualcosa di incomprensibile; lo stesso risultato lo ottengono le musiche di cui si fa un uso che risulta alquanto destabilizzante, perché nel passaggio da una scena all'altra più volte la musica si interrompe bruscamente.

Come nei suoi film precedenti, c'è sicuramente tanto della cultura e della spiritualità giapponesi, cose che possiamo studiare e approfondire, ma che alla fine ci aiuteranno al massimo a intuire senza coglierne realmente l'essenza. Leggevo recentemente che il fatto che lo shintoismo sia una religione anomala (animista e politeista, con un rapporto davvero particolare con la natura) e che la sua diffusione sia praticamente limitata al solo Giappone fa sì che la spiritualità giapponese resti a noi in gran parte estranea, e, trattandosi di una spiritualità molto legata alla natura (in cui tra l'altro l'acqua ha un ruolo centrale), facciamo fatica anche a capire il rapporto che i giapponesi hanno con la natura . Non si tratta dunque tanto di un film che fa proprio il rinnovato punto di vista ecologista dell'Occidente preoccupato degli effetti del cambiamento climatico e dell'azione devastante del capitalismo, bensì di una riproposizione delle basi della cultura e della spiritualità giapponesi. Tra l'altro nello shintoismo "il male non esiste", nel senso che può essere superato con atti di purificazione, che quasi sempre utilizzano l'acqua come elemento purificante.

Cosicché inutile sforzarsi di comprendere il senso e di dare una spiegazione pienamente razionale al film di Hamaguchi - che sarebbe la negazione della sua natura più profonda -, meglio lasciarsi trasportare dal fluire delle immagini e compiere questo viaggio surreale nel cuore di una cultura che sempre e comunque sfuggirà a qualunque tentativo di applicazione della logica occidentale.

Voto: 3,5/5


venerdì 6 ottobre 2023

Lo zoo di vetro / di Tennessee Williams; regia di Ivo van Hove. Romaeuropa Festival, Teatro Argentina, 23 settembre 2023

Nell’ambito del Romaeuropa Festival il Teatro Argentina ospita l’adattamento francese de Lo zoo di vetro di Tennessee Williams per la regia del belga Ivo van Hove, interpretato da Isabelle Huppert nel ruolo di Amanda, Justine Bachelet in quello di Laura, Antoine Reinartz in quello di Tom e Cyril Gueï in quello di Jim.

Siamo a Saint Louis, alla fine degli anni Trenta, nel seminterrato dove vive la famiglia Wingfried, formata dalla madre Amanda e dai due figli Laura e Tom. La storia in realtà è una ricostruzione a posteriori filtrata dalla memoria di Tom, che infatti – oltre a essere uno dei personaggi – è anche il narratore, il quale più volte durante il racconto si rivolge direttamente allo spettatore. È lui in apertura che ci mette in guardia rispetto al fatto che la narrazione va vissuta non come strettamente realistica, ma tanto quanto la distorsione del ricordo consente.

È sempre lui che ci spiega l’assenza del padre, andato via di casa molti anni prima senza lasciare tracce - si è limitato a inviare un’unica cartolina senza nemmeno un indirizzo -, sebbene la sua presenza emotiva resti ingombrante, come la scenografia esplicita, mostrando il suo volto sulle pareti della casa.

I Wingfried vivono dello stipendio di Tom, che lavora come magazziniere in un negozio di scarpe, e del poco che racimola Amanda promuovendo abbonamenti a riviste. Amanda è una donna esuberante, dalla parlantina inarrestabile, preoccupata del futuro dei suoi figli che vorrebbe vedere sistemati. Entrambi però manifestano una condizione di profondo disagio: Laura, che ha un piccolo handicap fisico, è fortemente introversa e la sua principale occupazione è la cura di una serie di statuine di vetro che rappresentano degli animali e che la madre chiama “lo zoo di vetro”, non studia, non lavora e non ha alcuno spasimante; Tom fa un lavora che odia, si rifugia ogni sera e in ogni suo momento libero al cinema, vorrebbe diventare scrittore e sogna l’avventura, ma si sente ingabbiato nel seminterrato in cui vive, pressato com’è dalle aspettative della madre, dall’affetto verso la sorella e dalla pesante ombra del padre.

L’invito a cena di Jim, collega di lavoro di Tom, nonché suo ex compagno di liceo, che Amanda spera possa interessarsi a Laura, costituirà il momento della verità per tutti i membri della famiglia Wingfield e spingerà Tom a prendere infine la decisione di abbandonare la sua famiglia, anche se il senso di colpa per aver abbandonato sua sorella non lo lascerà mai.

L’opera di Tennessee Williams, a quanto pare la più autobiografica di tutte quelle da lui scritte, trova nella regia di Ivo van Hove una interpretazione fedele all’originale e al contempo moderna. Personalmente, ho apprezzato particolarmente l’adattamento in francese, una lingua secondo me perfetta per il tono di questo dramma, che vede una fortissima frattura tra il malessere che i personaggi si portano dentro e il ritmo vivace, a tratti addirittura leggero, dei dialoghi. La quintessenza di questa contraddizione è il personaggio di Amanda, madre sovrabbondante, invadente, eccessiva in tutte le sue manifestazioni, che la straordinaria interpretazione di Isabelle Huppert riesce a rendere al contempo insopportabile e tenera, inscalfibile e fragile. Se la fragilità di Laura è evidente, e tutti – ognuno a suo modo – cercano di proteggerla, e quella di Tom si manifesta attraversa il suo malessere, i litigi con la madre e le fughe dal seminterrato, la fragilità di Amanda si nasconde dietro la sua esuberanza, dietro i racconti della sua giovinezza e dietro lo spasmodico controllo sulle vite dei propri figli, tutto frutto della paura del futuro.

Oltre alla splendida Isabelle Huppert, tutti gli interpreti si rivelano perfettamente in parte, contribuendo a rendere questo testo così personale per Williams e così lontano nel tempo e nello spazio non solo comprensibile al pubblico, ma anche emotivamente coinvolgente ed empaticamente intellegibile.

Un lavoro quello di van Hove su Lo zoo di vetro semplice e sorprendente al contempo.

Voto: 4/5

mercoledì 4 ottobre 2023

Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia / Zerocalcare

Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia / Zerocalcare. Milano: Bao Publishing, 2021.

Stavo per cominciare la lettura dell'ultimo graphic novel di Zerocalcare, No sleep til Shengal, quando mi sono accorta che sullo scaffale dei libri da leggere c'era ancora il precedente, Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia, che è in realtà una raccolta di "racconti" già pubblicati sull'Internazionale e sull'Espresso (quello sulle condizioni nelle carceri durante la pandemia, quello sulla condizione degli ezidi in Iraq, quello sulla sanità territoriale e infine quello sulla cancel culture), più un racconto inedito che riguarda la preparazione della prima serie animata realizzata da Zero.

Che dire? Dopo aver recensito una decina di libri del fumettista romano (o in cui compaiono sue storie), aver visto la sua mostra, lo spettacolo teatrale ispirato a Kobane calling, aver guardato su Netflix le sue serie, probabilmente tutto quello che potevo dire su di lui l'ho già detto.

Il mio rapporto con Zerocalcare è iniziato un po' freddo (facevo fatica a entrare nel suo modo di raccontare e a riconoscermi nei suoi riferimenti), poi si è scaldato man mano che il suo lavoro è proseguito e che lui stesso ha abbandonato l'età della giovinezza. Col tempo - si sa - le distanze anagrafiche si accorciano, soprattutto nell'età di mezzo, diciamo l'età adulta, o comunque quella che non è né giovinezza né vecchiaia.

La cosa che al momento attuale apprezzo di più di Zerocalcare è il suo non essere cambiato (o almeno questo è quanto emerge da quello che disegna e scrive). Mi pare semmai che la tendenza, presente fin dal principio, a interrogarsi su sé stesso, a sottoporre ad analisi le proprie posizioni e i propri valori si sia enormemente amplificata, per effetto della vasta esposizione cui è andato incontro in virtù del suo successo. In pratica, ho la sensazione che il "povero" Zerocalcare - sommerso dal profluvio di distinguo e di commenti che sono tipici del nostro tempo - sempre più tenda a prevenire nelle sue storie tutte le obiezioni e a metterle in scena per dare e darsi una risposta, e se del caso confermarsi nei suoi punti di vista, pur consapevole che qualunque punto di vista è soggettivo e parziale.

Resta immutata in lui anche l'autoironia con cui nei suoi fumetti mette a nudo tutte le sue ossessioni e le sue idiosincrasie, riconoscendosele senza giustificarle del tutto, anzi talvolta riuscendo in parte a superarle, almeno sul piano razionale.

Insomma, credo sia difficile non "voler bene" a un personaggio così. Si possono condividere o non condividere i suoi punti di vista, ma certamente si apprezza il metodo di ragionamento, il mettere e mettersi in discussione, ma anche il riportare il dibattito a dei valori da difendere per sé e per gli altri.

Non si possono dunque di certo rimproverare a Zerocalcare alcuni difetti tipici del dibattito pubblico, tra cui retorica, ipocrisia, assenza di contenuti, attacchi gratuiti, e forse per questo il suo lavoro viene percepito come vero e vicino da molte persone, di età e provenienze diverse.

Voto: 3,5/5

lunedì 2 ottobre 2023

Cile il mio paese immaginario

Il documentario di Patricio Guzmán racconta la grande sollevazione popolare iniziata in Cile nell'ottobre del 2019 e che è proseguita per diversi mesi riempiendo le strade di Santiago del Cile di milioni di persone. Le proteste sono partite dagli studenti delle scuole secondarie a seguito della notizia di un aumento di 30 euro dell'abbonamento ai mezzi di trasporto, ma a questa protesta si è agganciato il malcontento diffuso della popolazione cilena e il desiderio di vivere in un paese più giusto e con minori disuguaglianze.

Guzmán ha scelto di raccontare questa nuova "rivoluzione" cilena dal punto di vista delle donne, che hanno avuto un ruolo importante nelle proteste di piazza e sono state esplicitamente citate dal nuovo presidente Gabriel Boric nel suo discorso di insediamento.

Il regista intervista dunque alcune donne che hanno partecipato attivamente a questo movimento: una studentessa, una giovane madre, una scrittrice, una studiosa di scienze politiche, una scacchista, un gruppo di donne che ha scritto un testo che è poi diventato un inno della protesta, e così via. Tutte donne che trasmettono una lucidità, una consapevolezza e una chiarezza di intenti davvero mirabili, accomunate non da un'appartenenza politica o da un'ideologia, ma da una condivisione di valori, cosa che ha rappresentato l'elemento nuovo caratterizzante questa imponente azione collettiva.

Come sappiamo, le manifestazioni di piazza sono state affrontate dal governo allora in carica con un enorme spiegamento di mezzi e militari, trasformando questa collettiva richiesta di cambiamento e di nuove azioni politiche in una quasi guerra civile e in una guerriglia urbana violenta, in cui molti sono stati i feriti. A questo proposito mi pare che Guzmán sottolinei e in qualche modo rivendichi l'importanza della documentazione, fotografica e video, che è strumento di protezione della verità, ma anche di costruzione di una narrazione collettiva ed emotiva assolutamente fondamentale in questi contesti.

La caparbietà dei manifestanti e soprattutto il loro intento costruttivo più che distruttivo hanno portato alla richiesta tramite referendum della nascita di un'assemblea costituente per scrivere una nuova costituzione capace di superare quella del 1980, nata nel pieno della dittatura, e poi alla vittoria alle elezioni presidenziali del 2022 del trentacinquenne Gabriel Boric, il più giovane presidente della storia cilena.

Il film di Guzmán si ferma all'insediamento dell'Assemblea costituente e al primo discorso in piazza di Gabriel Boric dopo la sua elezione, e dunque si esce dal cinema col cuore gonfio di gratitudine e speranza per un'azione collettiva che ha portato esiti positivi e ha aperto un futuro nuovo per questo paese, che poi sono i sentimenti che traspaiono anche nelle parole del regista: la possibilità di far rimarginare e curare definitivamente la ferita apertasi dopo il colpo di stato dell'11 settembre 1973 che uccise Allende e portò al potere Pinochet.

In realtà, sappiamo anche che nel frattempo il testo licenziato dall'Assemblea costituente non è stato approvato, che è in corso la stesura di un secondo testo che però anche questa volta rischia di non passare e di lasciare in vigore la costituzione del 1980, che la situazione economica del Cile non è facile, che Gabriel Boric ha fatto alcuni passi falsi nella sua strategia politica, e che sta crescendo il partito di estrema destra al punto che alle prossime elezioni si rischia la vittoria del loro candidato. Come qualcuno fa notare, il problema del Cile è che non ha fatto del tutto i conti con la dittatura, perché Pinochet non è stato destituito e sconfitto, ma solo la sua morte ha portato a un processo lento e parziale di transizione democratica.

Insomma, la speranza accesa dal documentario di Guzmán inevitabilmente si scontra con l'evoluzione degli eventi, che non fa ben sperare e ci riporta alla mente tante altre rivoluzioni nate dal basso che hanno portato al rovesciamento di governi non democratici, ma che sul medio termine non sono riuscite a stabilizzare nuovi equilibri democratici e basati su principi egualitari, anzi hanno dovuto assistere ad involuzioni fortemente antidemocratiche.

Il mondo in questi ultimi tempi - sarà anche per la mia età - mi sembra una pentola a pressione, in cui i malumori per un sistema socio-economico malato che concentra la ricchezza in poche mani e produce disuguaglianze enormi continuano a crescere, ma le uniche risposte che arrivano dalle istituzioni e dalla politica sono di stampo populista e parlano alla parte meno nobile del nostro essere umani.

Personalmente sono purtroppo pessimista rispetto a questa situazione, perché faccio davvero fatica a intravedere anche solo lontanamente delle strade e delle soluzioni. La globalizzazione di alcuni fenomeni socio-economici fa sì che la strada verso un futuro diverso non possa essere percorsa con speranza di successo da un solo paese, perché inevitabilmente le politiche nazionali sono inserite in un sistema globale complesso e perché spesso i processi che avvengono in alcuni paesi sono fortemente condizionati dalle ingerenze di paesi più forti che tengono a mantenere determinati equilibri.

Voto: 4/5