Approfittando della presenza a Roma per le vacanze natalizie di mio nipote e dell’invito di un’amica con figlie, decido di andare a vedere la mostra alle Scuderie del Quirinale dedicata a Pompei e Santorini, che fin qui non avevo preso in considerazione.
Si tratta di una mostra dedicata a due casi di città molto sviluppate ed evolute che sono state in qualche modo “fissate” per l’eternità da una devastante eruzione vulcanica che ha ricoperto tutto, conservandole quasi intatte fino a noi.
Le due città sono appunto Pompei e Santorini, o meglio l’antica Akrotiri. Il piccolo libretto distribuito ai visitatori della mostra e scritto da Mario Tozzi spiega quanto gli eventi naturali - e tra questi in particolare le eruzioni vulcaniche - abbiano condizionato la storia dell’umanità, finanche nella selezione naturale che ha portato all’attuale corredo genetico che caratterizza l’homo sapiens.
I casi di Pompei e Akrotiri sono simili per molti versi, ma diversi per altri. Innanzitutto sono eventi verificatisi a circa 1700 anni di distanza: nel 1628 a.C. l’eruzione di Santorini, nel 79 d.C. quella di Pompei. In secondo luogo, mentre a Pompei - nonostante i segnali - la popolazione era rimasta a vivere per gran parte nella città e quindi fu colta dall’eruzione nello svolgimento delle proprie attività quotidiane (come sappiamo dai calchi delle vittime rimaste sotto lava e cenere), nel caso di Akrotiri sembrerebbe che le vittime umane siano state pochissime se non nessuna, perché dopo i terremoti che avevano preceduto l’eruzione gli abitanti avevano deciso di abbandonare in massa l’isola sulle navi dirigendosi prima verso Creta e poi presumibilmente verso l’Egitto. Infine, mentre la scoperta e i primi scavi a Pompei risalgono al 1748, la riscoperta della città di Akrotiri è relativamente recente (1967) e dunque è avvenuta in un contesto e con un approccio storiografico e archeologico completamente diverso.
La mostra si propone di mettere a confronto e in relazione queste due realtà, sfruttando l’opportunità tragica, ma unica di poterne studiare forme, modi di vita, espressioni artistiche, organizzazione grazie alla fissazione per l’eternità di un momento del loro sviluppo.
A Pompei è in buona parte dedicato il primo piano della mostra, mentre – dopo l’intermezzo del video su Santorini nella saletta apposita – si passa al secondo piano dedicato in misura significativa all’insediamento di Akrotiri e alle testimonianze che la sua civiltà ci ha lasciato.
La mostra espone inoltre una serie di opere d’arte moderne e contemporanee che sono state ispirate dalle vicende di Pompei e Santorini, offrendo punti di vista esterni e variegati rispetto a vicende che senza dubbio hanno colpito l’immaginario degli artisti e ispirato le loro opere.
Nel complesso una mostra originale e gradevole, che per il suo carattere anche in parte didattico può essere adatta a un pubblico appartenente a fasce d’età differenti. Peccato per la folla e per le scritte un po’ piccole e a tratti non del tutto leggibili.
Voto: 3/5
giovedì 9 gennaio 2020
martedì 7 gennaio 2020
Isola / Siri Ranva Hjelm Jacobsen
Isola / Siri Ranva Hjelm Jacobsen; trad. di Maria Valeria D'Avino. Milano: Iperborea, 2018.
È un libro strano quello della scrittrice danese dal nome lunghissimo e dalle origini faroesi. In giro se ne legge come di na saga familiare e questo è stato uno dei motivi per cui l'ho comprato, essendo io un'appassionata del genere.
Ma ora, al termine della lettura, non sono sicura che si possa definire così. Direi piuttosto che Isola è un libro di memorie - vissute e sentite raccontare - trasformate in poesia.
La storia è quella di Fritz, uno di cinque fratelli, che un giorno lascia il suo villaggio di origine nelle isole Faroe e decide di andare a cercare fortuna in Danimarca, e lì viene poi raggiunto dalla sua promessa sposa Marita. Si tratta rispettivamente di abbi (nonno) e omma (nonna) della narratrice. Mentre in Danimarca i due mettono radici, hanno una figlia e poi dei nipoti, il legame con il resto della famiglia e con la terra d'origine resta forte, per quanto a volte negato o sottaciuto.
Il racconto della storia di Fritz e Marita è non solo uno sguardo sui sentimenti inevitabilmente controversi di chi lascia la propria terra di origine, con la quale sviluppa un rapporto di amore/odio, ma anche una riflessione su una terra, le Faroe, e un popolo, i faroesi, orgogliosi e indipendenti, ostili e affascinanti, il cui rapporto con il resto del mondo resta controverso.
Per questo l'allontanamento di Fritz e Marita e la loro scelta di vivere in Danimarca e insegnare il danese ai loro figli rappresentano una sorta di tradimento e una specie di punto di non ritorno, in parte subito e in parte voluto dai suoi stessi protagonisti.
Ma l'originalità del romanzo della Jacobsen sta nel fatto che la narrazione non procede cronologicamente, né l'interesse principale della scrittrice sembra essere propriamente l'ordinata ricostruzione dei fatti; piuttosto la Jacobsen sembra interessata a raccontare gli stati d'animo e lo spirito dei luoghi e a fissare su carta mediante lo strumento della scrittura i racconti, le leggende, gli aneddoti, le suggestioni, le mezze verità che dalla sua terra e dalla sua famiglia di origine sono filtrati attraverso la sua infanzia fino all'età adulta.
Ne viene fuori un ritratto acquarellato di un mondo che va ben al di là della sua realtà fisica e che assume contorni fantastici e poetici grazie al filtro del racconto e dell'immaginazione.
Man mano che la Jacobsen si muove con parole leggere ed evocative nei vari luoghi delle Faroe che appartengono alle memorie familiari è normale che al lettore non sia sufficiente gettare un occhio alla cartina disegnata nella prima pagina del romanzo, bensì desideri visualizzare questi luoghi cercando immagini su Internet. Ed è a dir poco sorprendente come quello che si legge - e che ha molto poco di descrittivo - riesca a suggerirci una rappresentazione emotiva molto precisa, forse più precisa, di quello che si vede in fotografia.
All'ultima pagina viene voglia di prendere un aereo e partire per respirare queste isole lontane eppure connesse al tutto, perché «Laggiù, sotto il mare, s'incontrano tutte le terre emerse. Lì ha luogo il dialogo mormorante delle placche tettoniche».
E si conferma ciò che ho sempre pensato: le isole - a ogni latitudine - hanno un fascino misterioso che si esplica nel confine sottile esistente tra una solitudine che rigenera e un isolamento che angoscia.
Voto: 3,5/5
È un libro strano quello della scrittrice danese dal nome lunghissimo e dalle origini faroesi. In giro se ne legge come di na saga familiare e questo è stato uno dei motivi per cui l'ho comprato, essendo io un'appassionata del genere.
Ma ora, al termine della lettura, non sono sicura che si possa definire così. Direi piuttosto che Isola è un libro di memorie - vissute e sentite raccontare - trasformate in poesia.
La storia è quella di Fritz, uno di cinque fratelli, che un giorno lascia il suo villaggio di origine nelle isole Faroe e decide di andare a cercare fortuna in Danimarca, e lì viene poi raggiunto dalla sua promessa sposa Marita. Si tratta rispettivamente di abbi (nonno) e omma (nonna) della narratrice. Mentre in Danimarca i due mettono radici, hanno una figlia e poi dei nipoti, il legame con il resto della famiglia e con la terra d'origine resta forte, per quanto a volte negato o sottaciuto.
Il racconto della storia di Fritz e Marita è non solo uno sguardo sui sentimenti inevitabilmente controversi di chi lascia la propria terra di origine, con la quale sviluppa un rapporto di amore/odio, ma anche una riflessione su una terra, le Faroe, e un popolo, i faroesi, orgogliosi e indipendenti, ostili e affascinanti, il cui rapporto con il resto del mondo resta controverso.
Per questo l'allontanamento di Fritz e Marita e la loro scelta di vivere in Danimarca e insegnare il danese ai loro figli rappresentano una sorta di tradimento e una specie di punto di non ritorno, in parte subito e in parte voluto dai suoi stessi protagonisti.
Ma l'originalità del romanzo della Jacobsen sta nel fatto che la narrazione non procede cronologicamente, né l'interesse principale della scrittrice sembra essere propriamente l'ordinata ricostruzione dei fatti; piuttosto la Jacobsen sembra interessata a raccontare gli stati d'animo e lo spirito dei luoghi e a fissare su carta mediante lo strumento della scrittura i racconti, le leggende, gli aneddoti, le suggestioni, le mezze verità che dalla sua terra e dalla sua famiglia di origine sono filtrati attraverso la sua infanzia fino all'età adulta.
Ne viene fuori un ritratto acquarellato di un mondo che va ben al di là della sua realtà fisica e che assume contorni fantastici e poetici grazie al filtro del racconto e dell'immaginazione.
Man mano che la Jacobsen si muove con parole leggere ed evocative nei vari luoghi delle Faroe che appartengono alle memorie familiari è normale che al lettore non sia sufficiente gettare un occhio alla cartina disegnata nella prima pagina del romanzo, bensì desideri visualizzare questi luoghi cercando immagini su Internet. Ed è a dir poco sorprendente come quello che si legge - e che ha molto poco di descrittivo - riesca a suggerirci una rappresentazione emotiva molto precisa, forse più precisa, di quello che si vede in fotografia.
All'ultima pagina viene voglia di prendere un aereo e partire per respirare queste isole lontane eppure connesse al tutto, perché «Laggiù, sotto il mare, s'incontrano tutte le terre emerse. Lì ha luogo il dialogo mormorante delle placche tettoniche».
E si conferma ciò che ho sempre pensato: le isole - a ogni latitudine - hanno un fascino misterioso che si esplica nel confine sottile esistente tra una solitudine che rigenera e un isolamento che angoscia.
Voto: 3,5/5
domenica 5 gennaio 2020
L'operazione / di Rosario Lisma. Teatro Piccolo Eliseo, 19 dicembre 2019
Quattro amici si ritrovano intorno a un tavolo, in una specie di scantinato, per studiare il copione di una pièce teatrale sulle Brigate rosse che ha scritto uno di loro, Saverio (Rosario Lisma, qui anche in veste di regista e autore del testo). I quattro non sono più giovanissimi (hanno tutti oltre i quarant'anni) e, pur avendo una grande passione per il teatro, attendono ormai da troppo tempo una svolta che li porti alla ribalta e che trasformi il teatro in un lavoro vero. Nel frattempo, devono fare i conti con i problemi quotidiani e con la necessità di sbarcare il lunario, che li costringe ad accettare parti secondarie e comparsate in televisione.
La preparazione della pièce è però per loro l'occasione per confrontarsi sul senso del teatro e del loro lavoro, per discutere di linguaggi alternativi e proporre sperimentazioni, per interrogarsi sul ruolo dei critici teatrali e sui meccanismi distorti che decretano il successo o l'insuccesso di un lavoro teatrale.
Tra litigi, confronti più o meno accesi, situazioni più o meno esilaranti (vedi per esempio i saggi di teatro sperimentale che i tre attori propongono a Saverio, seduto in prima fila in platea, per convincerlo ad abbandonare la via del teatro naturalistico), telefonate con un importante critico teatrale la cui presenza allo spettacolo secondo loro costituirebbe la chiave del successo, la preparazione della pièce va avanti fino alla sera della prima e alle repliche successive. Nonostante il successo di pubblico, visto che il grande critico li ha snobbati, Saverio e i suoi attori - ormai immedesimati nei modi con cui si conduceva la lotta di classe negli anni Settanta - decidono di compiere un'azione eclatante per portare il critico in sala e costringerlo ad assistere al loro spettacolo.
Per parlare di tutto questo, temi spesso importanti e centrali per chi fa oggi teatro ed è alla ricerca di un riconoscimento, Lisma sceglie il registro della commedia frizzante e coinvolgente, trascinando il pubblico nelle dinamiche divertenti, a volte esilaranti, che si innescano tra questi quattro personaggi, senza però rinunciare alla costruzione di senso e alla riflessione non banale.
Attraverso la struttura narrativa classica del teatro nel teatro e alcune scelte di messa in scena (in alcuni passaggi viene utilizzata la prima fila della platea del teatro, quando gli attori diventano a loro volta spettatori oppure quando il famoso critico - che si chiama significativamente Mezzasala - è costretto a vedere il loro spettacolo) i livelli si mescolano e si sovrappongono: quello della pièce che gli attori stanno preparando (che si chiama L'operazione come lo spettacolo cui assistiamo), quello della loro quotidianità e dei loro incontri nello scantinato, infine quello della vita vera al di fuori della finzione teatrale, cui si accostano "invadendo" la platea.
Il testo è ben scritto, gli attori (oltre a Rosario Lisma, Alessio Piazza, Fabrizio Lombardo, Andrea Narsi e Gianni Quillico, che fa la piccola ma importante parte del critico teatrale) sono tutti molto bravi e affiatati (e usando questi aggettivi mi sento chiamata in causa perché nello spettacolo si fa dell'ironia su quello che scrivono i critici teatrali e ancor più i critici per caso e per diletto che scrivono di teatro sui loro blog senza saperne nulla!). Nell'ora e quaranta di durata dello spettacolo si ride a più riprese, si sorride, si riflette, si pensa e si partecipa ai sogni, alle aspirazioni e alle delusioni di queste quattro persone, di cui ci arriva tutta l'umanità anche attraverso le loro debolezze e idiosincrasie, ma soprattutto attraverso la loro straordinaria simpatia.
Rosario Lisma (da me visto in veste di attore in Lunga giornata verso la notte) dimostra grandi doti di autore e regista e con F. ci diciamo che vale la pena di seguirlo anche per il futuro.
Voto: 3,5/5
La preparazione della pièce è però per loro l'occasione per confrontarsi sul senso del teatro e del loro lavoro, per discutere di linguaggi alternativi e proporre sperimentazioni, per interrogarsi sul ruolo dei critici teatrali e sui meccanismi distorti che decretano il successo o l'insuccesso di un lavoro teatrale.
Tra litigi, confronti più o meno accesi, situazioni più o meno esilaranti (vedi per esempio i saggi di teatro sperimentale che i tre attori propongono a Saverio, seduto in prima fila in platea, per convincerlo ad abbandonare la via del teatro naturalistico), telefonate con un importante critico teatrale la cui presenza allo spettacolo secondo loro costituirebbe la chiave del successo, la preparazione della pièce va avanti fino alla sera della prima e alle repliche successive. Nonostante il successo di pubblico, visto che il grande critico li ha snobbati, Saverio e i suoi attori - ormai immedesimati nei modi con cui si conduceva la lotta di classe negli anni Settanta - decidono di compiere un'azione eclatante per portare il critico in sala e costringerlo ad assistere al loro spettacolo.
Per parlare di tutto questo, temi spesso importanti e centrali per chi fa oggi teatro ed è alla ricerca di un riconoscimento, Lisma sceglie il registro della commedia frizzante e coinvolgente, trascinando il pubblico nelle dinamiche divertenti, a volte esilaranti, che si innescano tra questi quattro personaggi, senza però rinunciare alla costruzione di senso e alla riflessione non banale.
Attraverso la struttura narrativa classica del teatro nel teatro e alcune scelte di messa in scena (in alcuni passaggi viene utilizzata la prima fila della platea del teatro, quando gli attori diventano a loro volta spettatori oppure quando il famoso critico - che si chiama significativamente Mezzasala - è costretto a vedere il loro spettacolo) i livelli si mescolano e si sovrappongono: quello della pièce che gli attori stanno preparando (che si chiama L'operazione come lo spettacolo cui assistiamo), quello della loro quotidianità e dei loro incontri nello scantinato, infine quello della vita vera al di fuori della finzione teatrale, cui si accostano "invadendo" la platea.
Il testo è ben scritto, gli attori (oltre a Rosario Lisma, Alessio Piazza, Fabrizio Lombardo, Andrea Narsi e Gianni Quillico, che fa la piccola ma importante parte del critico teatrale) sono tutti molto bravi e affiatati (e usando questi aggettivi mi sento chiamata in causa perché nello spettacolo si fa dell'ironia su quello che scrivono i critici teatrali e ancor più i critici per caso e per diletto che scrivono di teatro sui loro blog senza saperne nulla!). Nell'ora e quaranta di durata dello spettacolo si ride a più riprese, si sorride, si riflette, si pensa e si partecipa ai sogni, alle aspirazioni e alle delusioni di queste quattro persone, di cui ci arriva tutta l'umanità anche attraverso le loro debolezze e idiosincrasie, ma soprattutto attraverso la loro straordinaria simpatia.
Rosario Lisma (da me visto in veste di attore in Lunga giornata verso la notte) dimostra grandi doti di autore e regista e con F. ci diciamo che vale la pena di seguirlo anche per il futuro.
Voto: 3,5/5
venerdì 3 gennaio 2020
La dea fortuna
In una programmazione cinematografica pre-natalizia di provincia meridionale davvero poco entusiasmante, io e mio nipote F. decidiamo di andare a vedere l’ultimo film di Ferzan Ozpetek. A dire la verità, dopo aver apprezzato e in alcuni casi amato i primi film del regista turco, già da diversi anni ho abbandonato la sua filmografia e ogni qualvolta decido di fare un nuovo tentativo me ne pento più o meno amaramente.
In questo caso, mentre alla prima visione del trailer avevo commentato “Oddio, no, l’ennesimo film di Ozpetek”, dopo aver letto la storia ho pensato che poteva valer la pena riprovarci. E così eccomi al cinema.
Il titolo di questo nuovo film, La dea fortuna, fa riferimento alla divinità a cui è dedicato lo splendido tempio della fortuna di Palestrina, dove lavora una delle protagoniste del film, Annamaria (Jasmine Trinca). La giovane donna si presenta all’improvviso a casa del suo ex Alessandro (un affascinantissimo Edoardo Leo), che ormai condivide da oltre 15 anni casa e vita con Arturo (un bravissimo Stefano Accorsi). Annamaria sta per ricoverarsi in ospedale per degli accertamenti e chiede ai due amici di tenerle per qualche giorno i due figli, Martina (Sara Ciocca) e Alessandro, detto Sandro (Edoardo Brandi).
L’arrivo dei due ragazzini e gli eventi che ne seguono saranno per Alessandro e Arturo, che vivono un momento di profonda stanchezza e crisi nella coppia, l’occasione per rimettersi in discussione, per far emergere i nodi della loro relazione e per comprendere se esiste un futuro per loro.
Il film parte bene, sebbene in una maniera tipicamente ozpetekiana, con una festa di matrimonio sulla terrazza dei due protagonisti, affollata della variegata umanità che è caratteristica dei film del regista. Lo sviluppo narrativo che ne segue non scorre però sempre fluido e credibile, e a momenti emotivamente intensi si alternano altri passaggi caratterizzati da lentezza e meccanicità. Non aiuta il fatto che, a parte i personaggi principali di Alessandro e Arturo, tutti gli altri restano poco approfonditi e trattati in maniera superficiale, e alcuni di questi – non so bene se a livello di sceneggiatura o di recitazione, o di entrambe le cose – risultano poco credibili: penso ad esempio ai due bambini e alla nonna (interpretata da Barbara Alberti).
E così anche se il racconto è ispirato a una storia vera – come viene dichiarato fin dal principio – è impossibile non percepire un che di costruito che suona inevitabilmente falso. In alcuni momenti mi è tornato in mente il film di Valeria Golino, Euforia, e non ho potuto fare a meno di notare il diverso impatto emotivo: entrambi sono film che parlano di vita e di morte, di felicità e di dramma, di sentimenti e di legami forti, ma mentre la Golino riesce a tenerci dentro la storia, in Ozpetek a più riprese abbiamo l’impressione di guardarla dall’esterno.
Non è solo che Ozpetek tende ormai a ripetere sé stesso in maniera quasi autoreferenziale; mi sembra che abbia perso un po’ di smalto e di freschezza nel raccontare le storie, e che venga fuori nei suoi film qualche forma di stanchezza e qualche idiosincrasia propria dell’età che avanza. È proprio vero – e questo vale per moltissimi – che le cose migliori, a livello artistico, lavorativo e creativo, spesso si fanno entro i 40 anni, ed è un peccato che nella nostra società accada sempre più spesso che le persone a quell’età stiano ancora cercando una loro collocazione nel mondo e lottando per sopravvivere, anziché essere in grado di dare il meglio di sé. Ma questa è una digressione e forse poco ha a che fare con Ozpetek.
Resta il fatto che né a me né a mio nipote il film è piaciuto, ma è chiaro che il giudizio non è mai generalizzabile e infatti mentre uscivamo dal cinema c’era accanto a noi una signora che commentava entusiasta dicendo che le era piaciuto moltissimo.
Voto: 2,5/5
In questo caso, mentre alla prima visione del trailer avevo commentato “Oddio, no, l’ennesimo film di Ozpetek”, dopo aver letto la storia ho pensato che poteva valer la pena riprovarci. E così eccomi al cinema.
Il titolo di questo nuovo film, La dea fortuna, fa riferimento alla divinità a cui è dedicato lo splendido tempio della fortuna di Palestrina, dove lavora una delle protagoniste del film, Annamaria (Jasmine Trinca). La giovane donna si presenta all’improvviso a casa del suo ex Alessandro (un affascinantissimo Edoardo Leo), che ormai condivide da oltre 15 anni casa e vita con Arturo (un bravissimo Stefano Accorsi). Annamaria sta per ricoverarsi in ospedale per degli accertamenti e chiede ai due amici di tenerle per qualche giorno i due figli, Martina (Sara Ciocca) e Alessandro, detto Sandro (Edoardo Brandi).
L’arrivo dei due ragazzini e gli eventi che ne seguono saranno per Alessandro e Arturo, che vivono un momento di profonda stanchezza e crisi nella coppia, l’occasione per rimettersi in discussione, per far emergere i nodi della loro relazione e per comprendere se esiste un futuro per loro.
Il film parte bene, sebbene in una maniera tipicamente ozpetekiana, con una festa di matrimonio sulla terrazza dei due protagonisti, affollata della variegata umanità che è caratteristica dei film del regista. Lo sviluppo narrativo che ne segue non scorre però sempre fluido e credibile, e a momenti emotivamente intensi si alternano altri passaggi caratterizzati da lentezza e meccanicità. Non aiuta il fatto che, a parte i personaggi principali di Alessandro e Arturo, tutti gli altri restano poco approfonditi e trattati in maniera superficiale, e alcuni di questi – non so bene se a livello di sceneggiatura o di recitazione, o di entrambe le cose – risultano poco credibili: penso ad esempio ai due bambini e alla nonna (interpretata da Barbara Alberti).
E così anche se il racconto è ispirato a una storia vera – come viene dichiarato fin dal principio – è impossibile non percepire un che di costruito che suona inevitabilmente falso. In alcuni momenti mi è tornato in mente il film di Valeria Golino, Euforia, e non ho potuto fare a meno di notare il diverso impatto emotivo: entrambi sono film che parlano di vita e di morte, di felicità e di dramma, di sentimenti e di legami forti, ma mentre la Golino riesce a tenerci dentro la storia, in Ozpetek a più riprese abbiamo l’impressione di guardarla dall’esterno.
Non è solo che Ozpetek tende ormai a ripetere sé stesso in maniera quasi autoreferenziale; mi sembra che abbia perso un po’ di smalto e di freschezza nel raccontare le storie, e che venga fuori nei suoi film qualche forma di stanchezza e qualche idiosincrasia propria dell’età che avanza. È proprio vero – e questo vale per moltissimi – che le cose migliori, a livello artistico, lavorativo e creativo, spesso si fanno entro i 40 anni, ed è un peccato che nella nostra società accada sempre più spesso che le persone a quell’età stiano ancora cercando una loro collocazione nel mondo e lottando per sopravvivere, anziché essere in grado di dare il meglio di sé. Ma questa è una digressione e forse poco ha a che fare con Ozpetek.
Resta il fatto che né a me né a mio nipote il film è piaciuto, ma è chiaro che il giudizio non è mai generalizzabile e infatti mentre uscivamo dal cinema c’era accanto a noi una signora che commentava entusiasta dicendo che le era piaciuto moltissimo.
Voto: 2,5/5
sabato 28 dicembre 2019
Fronte del porto / regia di Alessandro Gassmann. Teatro Argentina, 13 dicembre 2019
Sempre più spesso negli ultimi anni accade che il mondo del teatro e quello del cinema si intersechino, si sovrappongano e si scambino testi e contenuti. Ci sono testi nati per il teatro che diventano sceneggiature di film di successo (gli esempi potrebbero essere numerosissimi, mi viene in mente ad esempio Carnage) e ci sono sceneggiature scritte per il cinema che vengono riadattate come testi per la messa in scena teatrale (vedi ad esempio lo spettacolo teatrale basato sul film Qualcuno volò sul nido del cuculo). Spesso sia gli uni che gli altri arrivano ancora da più lontano, ossia hanno alle spalle romanzi e racconti di autori più o meno famosi (penso ad esempio allo spettacolo teatrale Misery, basato sulla sceneggiatura del film di Reiner, a sua volta frutto dell'adattamento del romanzo di Stephen King). Le diverse scritture dialogano tra loro e si trasformano in base alle necessità di comunicazione che caratterizzano ciascun mezzo. Gli esiti possono essere vari e l'operazione può risultare più o meno riuscita a seconda della capacità di interpretare e adattare un contenuto a un linguaggio differente.
Nel caso delle regie teatrali di Alessandro Gassmann, in cui - anche per motivi personali - questo legame con l'immaginario cinematografico è molto forte, l'osmosi tra il linguaggio cinematografico e quello teatrale è particolarmente evidente non solo nella scelta delle storie da raccontare, spesso provenienti da pellicole cinematografiche ovvero destinate a diventare film, bensì anche nella messa in scena, nel meccanismo narrativo e nelle scenografie.
Gassmann ama molto immergere gli attori che recitano sul palco all'interno di ambientazioni realistiche proiettate sull'apposito telo calato davanti al palco, e queste immagini - fisse o in movimento - si vanno a integrare con la scenografia fisica. Questa firma registica è pienamente confermata anche nello spettacolo Fronte del porto, ispirato alla sceneggiatura scritta da Budd Schulberg e diventata poi il film omonimo di Elia Kazan, poi adattata per il teatro dall'inglese Steven Berkoff da cui è partito l'autore del testo italiano Enrico Ianniello.
Rispetto alla sceneggiatura e al famoso film con Marlon Brando (che io però non ho visto!) il regista qui sceglie di ambientare la vicenda nel porto di Napoli negli anni Ottanta, quando il porto era completamente gestito dalla malavita. Il protagonista è Francesco Gargiulo (interpretato da Daniele Russo, interprete anche di un'altra regia teatrale di Gassmann, ossia Qualcuno volò sul nido del cuculo), un ex pugile che ora fa lo scaricatore di porto e suo malgrado deve sottostare alle imposizioni del boss locale, Giggino Compare (Ernesto Lama), tanto più che il fratello di Francesco fa parte della banda di quest'ultimo.
Quando Francesco si trova coinvolto nella morte di Beppe, ucciso dalla malavita perché voleva testimoniare a un processo, inizia a poco a poco un percorso di consapevolezza e presa di coscienza, favorito anche dall'incontro con don Bartolomeo (Emanuele Maria Basso) e dall'innamoramento per Erica (Francesca De Nicolais), la sorella di Beppe. Un uomo semplice e ruvido, ma anche mite e di buon cuore come Francesco andrà incontro a una metamorfosi e troverà il coraggio di prendere posizione mettendo a rischio la propria stessa vita.
La storia ricreata in questa ambientazione è resa coinvolgente e realistica, pur nella sua semplicità, da una scenografia molto efficace che, oltre ai video e alle immagini proiettate che mostrano i vicoli di Napoli e le banchine del porto, utilizza delle pareti che si muovono su sé stesse e sulle quali si aprono delle porte, diventando - a seconda dei casi e delle diverse scene - le pareti dei container al porto, l'ingresso o gli interni di case, i muri delle strade della città e così via.
Nel complesso lo spettacolo ha un ritmo molto serrato, è ben recitato e piuttosto coinvolgente, dunque risulta infine molto godibile. Non posso dire che mi abbia totalmente conquistata, sebbene io faccia fatica a capire esattamente perché: forse un po' perché conoscendo le regie di Gassmann mi aspettavo già un certo tipo di messinscena, o perché il mio cinismo non mi ha permesso di riconoscere come realistici e davvero possibili il cambiamento e il riscatto del protagonista. O forse niente di tutto questo, e solo una mia contingente predisposizione poco felice.
Il giudizio resta comunque positivo e lo spettacolo certamente da consigliare.
Voto: 3,5/5
martedì 24 dicembre 2019
Marriage story = Storia di un matrimonio
Charlie (Adam Driver) e Nicole (Scarlett Johansson) lavorano insieme, lui regista, lei attrice in una compagnia teatrale che sta per fare il grande salto a Broadway, ma sono anche marito e moglie e hanno un figlio di sette anni, Henry (Azhy Robertson). Nei primi dieci minuti del film ci viene raccontata la storia del loro amore: la voce di Nicole racconta quello che ama di Charlie, mentre sullo schermo passano piccoli frammenti di vita che traducono in immagini le parole; poi è invece il turno di Charlie nel dire cosa ama in Nicole e perché e noi vediamo altrettanti spezzoni della loro vita insieme.
Scopriamo però che si tratta dei testi che il mediatore familiare che li sta seguendo durante la separazione ha chiesto a ciascuno di loro di scrivere e che vorrebbe che leggessero all'altro. Nicole però si rifiuta di leggere quanto noi abbiamo già ascoltato, segnando la prima delle numerose chiusure e incomprensioni che caratterizzeranno il percorso accidentato che li porterà al divorzio.
Se infatti inizialmente Charlie e Nicole propendono per una separazione morbida e consensuale, la scelta di Nicole di abbandonare la compagnia teatrale, di trasferirsi da New York a Los Angeles per iniziare un nuovo lavoro, la volontà di restare a vivere in questa città con il figlio mettono in crisi i buoni propositi iniziali.
Nicole, alla ricerca quasi di un riscatto rispetto a un passato in cui percepisce di aver subito le scelte del marito, decide di rivolgersi a un avvocato, la melliflua Nora (Laura Dern), costringendo anche Charlie ad adire le vie legali in un'escalation del tutto sproporzionata e che a più riprese appare completamente fuori registro rispetto alla verità del rapporto esistente tra Charlie e Nicole, che in fondo è fatto ancora di rispetto e confidenza, e affetto reciproco.
Come sempre accade nel cinema di Noah Baumbach, anche Marriage story è un film principalmente di dialoghi e di attori, ed è solo a queste componenti che il regista (che è anche sceneggiatore) si affida per liberare il potenziale emotivo della narrazione. Il suo stile, come sa chi ha visto altri suoi lavori (io ho amato sia Frances Ha che Mistress America e conto di recuperare i suoi titoli precedenti come ad esempio Il calamaro e la balena), non è lacrimevole e non punta sulla commozione a tutti i costi, bensì è un inestricabile mix di ironia e dramma dal sapore squisitamente "newyorkese" (non a caso in questo film non mancano i riferimenti un po' sarcastici alla competizione e alle differenze tra New York e Los Angeles, confronto nel quale si incarna l'impossibilità sopraggiunta per Charlie e Nicole di stare insieme).
Baumbach rappresenta un ambiente che gli è molto familiare, quello giovane, intellettuale, artistico e borghese newyorkese, a cui lui stesso appartiene, e senza dubbio questa ambientazione caratterizza e rende specifica la storia di Charlie e Nicole, ma il regista riesce anche nel tentativo di universalizzare i sentimenti dei due protagonisti, cosicché nessuno - persino chi non è passato attraverso un divorzio - potrà sottrarsi all'identificazione con l'uno o l'altro dei protagonisti sia nei momenti emotivamente più intensi (penso al violentissimo litigio che si svolge nella casa che Charlie ha affittato a Los Angeles e che rappresenta il momento in cui si consuma definitivamente la rottura e da cui in qualche modo le vite dei due protagonisti ripartono), ma anche in alcuni passaggi apparentemente poco rilevanti ma che invece sono densi di significato (come ad esempio quando, di fronte all'indecisione di Charlie su cosa ordinare durante una riunione con i loro avvocati, Nicole ordina anche per lui).
Certamente il punto di vista di Charlie è quello che viene approfondito di più e a cui forse Baumbach guarda con occhio più compassionevole, fors'anche perché gli è più facile l'identificazione. Charlie e Nicole vengono però entrambi rappresentati in maniera articolata e complessa, senza demonizzare né colpevolizzare nessuno, ma provando a comprendere i punti di vista di due persone che - pur essendosi amate e forse amandosi ancora - devono fare i conti con le proprie ambizioni personali e il difficile bilanciamento tra le scelte familiari e il bisogno di essere fedeli a sé stessi.
Adam Driver (che dimostra di essere anche un eccellente cantante) e Scarlett Johansson sono maestosi nelle loro interpretazioni. Credibili, sinceri, struggenti nel trasmettere l'impossibilità di proseguire il loro percorso di coppia, perché l'amore da solo non basta a renderci felici e perché a volte la vita e i nostri desideri sono più complicati di quello che spereremmo. Marriage story (che è poi la storia di una separazione) è in fondo il racconto di una generazione che non accetta più le imposizioni sociali e i modelli di coppia del passato, e che nella ricerca di equilibri nuovi tra famiglia e individuo deve fare i conti con nuovi tipi di sofferenze.
Un grande film.
Voto: 4/5
Scopriamo però che si tratta dei testi che il mediatore familiare che li sta seguendo durante la separazione ha chiesto a ciascuno di loro di scrivere e che vorrebbe che leggessero all'altro. Nicole però si rifiuta di leggere quanto noi abbiamo già ascoltato, segnando la prima delle numerose chiusure e incomprensioni che caratterizzeranno il percorso accidentato che li porterà al divorzio.
Se infatti inizialmente Charlie e Nicole propendono per una separazione morbida e consensuale, la scelta di Nicole di abbandonare la compagnia teatrale, di trasferirsi da New York a Los Angeles per iniziare un nuovo lavoro, la volontà di restare a vivere in questa città con il figlio mettono in crisi i buoni propositi iniziali.
Nicole, alla ricerca quasi di un riscatto rispetto a un passato in cui percepisce di aver subito le scelte del marito, decide di rivolgersi a un avvocato, la melliflua Nora (Laura Dern), costringendo anche Charlie ad adire le vie legali in un'escalation del tutto sproporzionata e che a più riprese appare completamente fuori registro rispetto alla verità del rapporto esistente tra Charlie e Nicole, che in fondo è fatto ancora di rispetto e confidenza, e affetto reciproco.
Come sempre accade nel cinema di Noah Baumbach, anche Marriage story è un film principalmente di dialoghi e di attori, ed è solo a queste componenti che il regista (che è anche sceneggiatore) si affida per liberare il potenziale emotivo della narrazione. Il suo stile, come sa chi ha visto altri suoi lavori (io ho amato sia Frances Ha che Mistress America e conto di recuperare i suoi titoli precedenti come ad esempio Il calamaro e la balena), non è lacrimevole e non punta sulla commozione a tutti i costi, bensì è un inestricabile mix di ironia e dramma dal sapore squisitamente "newyorkese" (non a caso in questo film non mancano i riferimenti un po' sarcastici alla competizione e alle differenze tra New York e Los Angeles, confronto nel quale si incarna l'impossibilità sopraggiunta per Charlie e Nicole di stare insieme).
Baumbach rappresenta un ambiente che gli è molto familiare, quello giovane, intellettuale, artistico e borghese newyorkese, a cui lui stesso appartiene, e senza dubbio questa ambientazione caratterizza e rende specifica la storia di Charlie e Nicole, ma il regista riesce anche nel tentativo di universalizzare i sentimenti dei due protagonisti, cosicché nessuno - persino chi non è passato attraverso un divorzio - potrà sottrarsi all'identificazione con l'uno o l'altro dei protagonisti sia nei momenti emotivamente più intensi (penso al violentissimo litigio che si svolge nella casa che Charlie ha affittato a Los Angeles e che rappresenta il momento in cui si consuma definitivamente la rottura e da cui in qualche modo le vite dei due protagonisti ripartono), ma anche in alcuni passaggi apparentemente poco rilevanti ma che invece sono densi di significato (come ad esempio quando, di fronte all'indecisione di Charlie su cosa ordinare durante una riunione con i loro avvocati, Nicole ordina anche per lui).
Certamente il punto di vista di Charlie è quello che viene approfondito di più e a cui forse Baumbach guarda con occhio più compassionevole, fors'anche perché gli è più facile l'identificazione. Charlie e Nicole vengono però entrambi rappresentati in maniera articolata e complessa, senza demonizzare né colpevolizzare nessuno, ma provando a comprendere i punti di vista di due persone che - pur essendosi amate e forse amandosi ancora - devono fare i conti con le proprie ambizioni personali e il difficile bilanciamento tra le scelte familiari e il bisogno di essere fedeli a sé stessi.
Adam Driver (che dimostra di essere anche un eccellente cantante) e Scarlett Johansson sono maestosi nelle loro interpretazioni. Credibili, sinceri, struggenti nel trasmettere l'impossibilità di proseguire il loro percorso di coppia, perché l'amore da solo non basta a renderci felici e perché a volte la vita e i nostri desideri sono più complicati di quello che spereremmo. Marriage story (che è poi la storia di una separazione) è in fondo il racconto di una generazione che non accetta più le imposizioni sociali e i modelli di coppia del passato, e che nella ricerca di equilibri nuovi tra famiglia e individuo deve fare i conti con nuovi tipi di sofferenze.
Un grande film.
Voto: 4/5
domenica 22 dicembre 2019
Un weekend nell'agro pontino: Sperlonga e dintorni
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| Sperlonga: Spiaggia di Ponente dal centro storico |
Partiamo da Roma con la nostra macchinina a noleggio (questa volta sperimentiamo con successo un nuovo noleggiatore di Termini, Green Motion) e arriviamo a Sperlonga con la pioggia, quando è già ampiamente ora di cena. Il corso della cittadina moderna (Sperlonga di giù) è praticamente deserto, ma noi abbiamo già verificato su Internet che qui troveremo uno dei pochi ristoranti aperti in paese fuori stagione, ossia il ristorante Tropical. Qui siamo le uniche clienti, ma alla fine la nostra cena di pesce sarà più che soddisfacente. Dopo cena andiamo a parcheggiare in uno dei parcheggi coperti alle porte del centro storico (che in inverno sono gratuiti) e ci incamminiamo per le stradine che risultano al contempo spettrali e affascinanti nel loro essere completamente deserte. Alla fine arriviamo nel nostro monolocale, piccolo, ma abbastanza accogliente che ci ospiterà in questo fine settimana.
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| Sperlonga: Spiaggia di Levante |
Risaliamo per le scale e le stradine di pietra, facciamo un po' di spesa in un negozietto del centro storico, e poi andiamo a prendere la macchina. La nostra prima destinazione - da buongustaie e buone forchette quali siamo - è il Caseificio Casabianca, dove compriamo un chilo di mozzarella di bufala nonché scamorza di bufala, salsiccia di monte san Biagio, formaggio misto ecc. Parte delle cose che compriamo sono per i nostri pranzi del weekend, parte è destinata a tornare con noi a Roma. Sulle strade piattissime che attraversano l'agro pontino e che percorreremo in lungo e in largo in questi due giorni incontreremo tantissimi stranieri in bicicletta, che sicuramente lavorano nelle numerose aziende agricole che sorgono in questa zona.
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| Sperlonga: Spiaggia di Levante e Torre Truglia |
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| Sperlonga vista dalla villa di Tiberio |
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| Il mare di Sperlonga |
Il giorno dopo (che purtroppo è già la domenica della partenza) piove a dirotto (in realtà ha cominciato già la sera prima): lasciamo la casetta e andiamo verso Gaeta per un giro e una fetta di 'tiella'. Quando arriviamo per fortuna piove molto poco, e così riusciamo a visitare la chiesa della Santissima Annunziata, dove possiamo ammirare la cosiddetta Cappella d'oro, poi la cattedrale, da dove si ha la possibilità di abbracciare la città vecchia con un unico sguardo, e infine scendiamo al porto, dove ci fermiamo alla Pizzeria del porto per la tiella (ottima!).
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| Sperlonga: Spiaggia di Ponente all'imbrunire |
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| Priverno: Abbazia di Fossanova |
Purtroppo il weekend è già finito, ma siamo carichi di prelibatezze pontine da gustare nelle prossime settimane e ci portiamo dentro la vista e il rumore del mare per i mesi in cui ne saremo lontane.
Per qualche foto in più della gita guarda qui.
venerdì 20 dicembre 2019
L'abisso / Davide Enia. Teatro India, 12 dicembre 2019
Lo spettacolo L'abisso è la trasposizione teatrale del testo che Davide Enia ha pubblicato per Sellerio con il titolo Appunti per un naufragio. Sul palco lo stesso Enia, palermitano, classe 1974, considerato uno degli esponenti italiani del cosiddetto 'teatro di narrazione', alla maniera di Marco Paolini e Ascanio Celestini, affiancato dal chitarrista Giulio Barocchieri, anch'egli palermitano, compositore nonché esecutore - con la chitarra classica ed elettrica - delle musiche, splendide e affascinanti, oltre che perfettamente eseguite, che accompagnano lo spettacolo.
Le luci si accendono sulle due sedie dove sono seduti il musicista e il narratore, e dopo qualche secondo di silenzio, Enia guarda il pubblico negli occhi e comincia il suo racconto, come se riprendesse il filo di un discorso iniziato ben prima. E così, iniziando dal dialogo con il sommozzatore (il rescue swimmer) che "non è di sinistra, anzi sta proprio dall'altra parte", ma arriva dal nord per salvare vite umane nel Mediterraneo perché "questa è la legge del mare", Enia srotola davanti ai nostri occhi le storie di tante persone, mescolando privato e pubblico, personale e collettivo, e lo fa da testimone che a un certo punto della vita ha deciso di recarsi volontariamente a Lampedusa, insieme a suo padre, per conoscere più da vicino la vicenda degli sbarchi.
Dentro questo racconto trovano spazio tante cose diverse: il rapporto tra lo stesso Davide e suo padre, un uomo di poche parole ma di profondi sentimenti, quello con la malattia e poi la morte dell'amatissimo zio, le storie di Paola e Melo, i due amici che hanno una casa a Lampedusa e che sono stati protagonisti di un drammatico salvataggio di naufraghi, e poi la figura di Vincenzo, il guardiano del cimitero di Lampedusa e la pietas con cui persegue l'obiettivo di dare sepoltura a tutti i morti, indipendentemente dalle origini e dal colore della pelle, e ancora i racconti dei rocamboleschi salvataggi in mare, come quello epico che ricongiunge un padre con il figlio piccolo, le storie di orrore di chi è sopravvissuto, e soprattutto le morti, a centinaia, a migliaia, che hanno trasformato il Mediterraneo in un mare in cui i cadaveri sono numerosi quanto i pesci.
In questa cavalcata narrativa, Enia alterna la lingua italiana al dialetto siciliano, la prosa al canto, i modi di dire alle interpretazioni, e il dolore privato viaggia di pari passo con quello che deve essere necessariamente pubblico, fino al momento in cui queste due dimensioni confluiscono e si mescolano indissolubilmente, perché il dolore è uno solo e non conta quanti sono i gradi di separazione che ti allontanano dall'altro.
Il testo di Enia è potente e procede in un crescendo che conquista gli animi degli spettatori e muove corde emotive profonde.
A dire la verità, inizialmente, lo stile recitativo di Enia, con il suo modo di gesticolare tra l'artefatto e il robotico, a tratti con una modalità quasi mimica, mi hanno lasciato un po' perplessa e non hanno certamente favorito l'empatia e il coinvolgimento emotivo. Poi mano mano, fors'anche perché lo stesso Enia si è andato un po' ammorbidendo in questa modalità recitativa, mi sono lasciata conquistare dal racconto.
Al termine dello spettacolo, nel fare un bilancio mentale di quanto appena visto, ho avuto la sensazione che il racconto legato alla propria storia privata fosse emotivamente più diretto, mentre quello degli sbarchi, dei naufragi e dei salvataggi fosse più mediato, e mi sono chiesta se non si sia trattato addirittura di una scelta dell'autore volta a prendere un minimo di necessaria distanza emotiva da cose in fondo sproporzionate e troppo più grandi di quello che un essere umano può sopportare. O forse si tratta semplicemente di uno stile recitativo particolare cui io non sono abituata.
Ciò detto, lo spettacolo resta di grandissimo impatto e il teatro di narrazione si conferma tra i miei preferiti.
Voto: 4/5
Le luci si accendono sulle due sedie dove sono seduti il musicista e il narratore, e dopo qualche secondo di silenzio, Enia guarda il pubblico negli occhi e comincia il suo racconto, come se riprendesse il filo di un discorso iniziato ben prima. E così, iniziando dal dialogo con il sommozzatore (il rescue swimmer) che "non è di sinistra, anzi sta proprio dall'altra parte", ma arriva dal nord per salvare vite umane nel Mediterraneo perché "questa è la legge del mare", Enia srotola davanti ai nostri occhi le storie di tante persone, mescolando privato e pubblico, personale e collettivo, e lo fa da testimone che a un certo punto della vita ha deciso di recarsi volontariamente a Lampedusa, insieme a suo padre, per conoscere più da vicino la vicenda degli sbarchi.
Dentro questo racconto trovano spazio tante cose diverse: il rapporto tra lo stesso Davide e suo padre, un uomo di poche parole ma di profondi sentimenti, quello con la malattia e poi la morte dell'amatissimo zio, le storie di Paola e Melo, i due amici che hanno una casa a Lampedusa e che sono stati protagonisti di un drammatico salvataggio di naufraghi, e poi la figura di Vincenzo, il guardiano del cimitero di Lampedusa e la pietas con cui persegue l'obiettivo di dare sepoltura a tutti i morti, indipendentemente dalle origini e dal colore della pelle, e ancora i racconti dei rocamboleschi salvataggi in mare, come quello epico che ricongiunge un padre con il figlio piccolo, le storie di orrore di chi è sopravvissuto, e soprattutto le morti, a centinaia, a migliaia, che hanno trasformato il Mediterraneo in un mare in cui i cadaveri sono numerosi quanto i pesci.
In questa cavalcata narrativa, Enia alterna la lingua italiana al dialetto siciliano, la prosa al canto, i modi di dire alle interpretazioni, e il dolore privato viaggia di pari passo con quello che deve essere necessariamente pubblico, fino al momento in cui queste due dimensioni confluiscono e si mescolano indissolubilmente, perché il dolore è uno solo e non conta quanti sono i gradi di separazione che ti allontanano dall'altro.
Il testo di Enia è potente e procede in un crescendo che conquista gli animi degli spettatori e muove corde emotive profonde.
A dire la verità, inizialmente, lo stile recitativo di Enia, con il suo modo di gesticolare tra l'artefatto e il robotico, a tratti con una modalità quasi mimica, mi hanno lasciato un po' perplessa e non hanno certamente favorito l'empatia e il coinvolgimento emotivo. Poi mano mano, fors'anche perché lo stesso Enia si è andato un po' ammorbidendo in questa modalità recitativa, mi sono lasciata conquistare dal racconto.
Al termine dello spettacolo, nel fare un bilancio mentale di quanto appena visto, ho avuto la sensazione che il racconto legato alla propria storia privata fosse emotivamente più diretto, mentre quello degli sbarchi, dei naufragi e dei salvataggi fosse più mediato, e mi sono chiesta se non si sia trattato addirittura di una scelta dell'autore volta a prendere un minimo di necessaria distanza emotiva da cose in fondo sproporzionate e troppo più grandi di quello che un essere umano può sopportare. O forse si tratta semplicemente di uno stile recitativo particolare cui io non sono abituata.
Ciò detto, lo spettacolo resta di grandissimo impatto e il teatro di narrazione si conferma tra i miei preferiti.
Voto: 4/5
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