Metà di un sole giallo / Chimamanda Ngozi Adichie; trad. di Susanna Basso. Torino: Einaudi, 2016.
Dopo aver amato il suo Americanah, torno a leggere un romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana che vive tra la Nigeria e gli Stati Uniti, dove ha svolto una parte dei suoi studi.
Con Metà di un sole giallo procedo all'indietro nella sua produzione, visto che il romanzo è uscito prima di Americanah, cosicché a questo punto non mi rimane che "chiudere" con la lettura die L'ibisco viola.
Se in Americanah la storia raccontata era quella di una giovane donna nigeriana trasferitasi negli Stati Uniti prima per studio e poi per lavoro e il suo contradditorio e complesso rapporto sia con il paese di origine sia con quello di adozione, in Metà di un sole giallo l'ambientazione è completamente nigeriana.
Siamo negli anni Sessanta in Nigeria. Un primo capitolo è ambientato nei primi anni Sessanta, e un secondo capitolo nella seconda metà del decennio quando scoppia la guerra civile. Poi si ritorna nuovamente ai primi anni Sessanta e poi nuovamente all'epoca della guerra civile.
Protagonisti di questa storia sono Olanna, una giovane e bellissima donna che decide di tornare in Nigeria dopo aver studiato all'estero per amore di Odenigbo, professore all'Università di Nsukka e attivista politico, e sua sorella gemella, Kainene, donna forte e concreta, oggetto dell'amore di Richard, un cittadino britannico appassionato di Africa. Il punto di connessione tra questi personaggi è Ugwu, un giovane di modeste origini, che diventa il domestico in casa di Odenigbo, che sarà poi anche casa di Olanna.
Ognuno di loro rappresenta un modo di essere, un punto di vista sulla Nigeria e sul mondo.
Tutte queste visioni, da quelle colte e raffinate di Olanna, Odenigbo e della stessa Kainene, a quelle ingenue - seppure per motivi diversi - di Richard e Ugwu si scontreranno a un certo punto con lo scoppio della guerra civile, la tristemente nota guerra del Biafra, offrendo uno sguardo interno alla comunità igbo (cui appartengono tutti, tranne ovviamente Richard), protagonista del tentativo di secessione e di indipendenza del Biafra dalla Nigeria.
Come già era stato durante la lettura di Americanah, Chimamanda Ngozi Adichie riesce a farci entrare nella mente dei suoi personaggi - che in questo caso si alternano come protagonisti della storia e a turno raccontano il loro modo di stare e vedere gli eventi - realizzando il non facile obiettivo di empatizzare con ciascuno di essi, ed è fondamentalmente attraverso questa empatia che la scrittrice ci offre anche molti elementi conoscitivi e di documentazione, ci aiuta a mettere insieme dati e idee, per capire quanto accade.
La sua straordinaria capacità sta nell'azzerare qualunque elemento di giudizio semplicistico e nel mettere in evidenza la contradditorietà del reale. Man mano che si prosegue nella lettura è dunque inevitabile per il lettore passare da uno sguardo di contemplazione di una borghesia nigeriana che ci è in buona parte sconosciuta a una vera appropriazione dei loro sentimenti e stati d'animo che produce nel lettore un'amarezza e una sofferenza crescente, man mano che la vita di queste persone - che nel frattempo abbiamo in qualche modo imparato ad amare - viene completamente devastata materialmente e moralmente dalla guerra.
Si esce per l'ennesima volta con la convinzione che la guerra, qualunque guerra, è sempre una tragedia, per i vinti e pure per i vincitori, e lascia ferite enormi, difficili se non impossibili da sanare. In questo caso, poi, emerge potentissimo il tema del post-colonialismo, i danni che i paesi occidentali hanno fatto in territorio africano (e non solo), e che - possiamo aggiungere - continuano a fare, calpestando identità, mancando di rispetto alle culture locali, sfruttando il territorio.
Più leggo Chimamanda e più mi rendo conto della mia ignoranza su questi mondi, e mi scatta il desiderio di leggere ancora, saperne di più e possibilmente capirne di più.
Voto: 4/5
mercoledì 31 gennaio 2024
lunedì 29 gennaio 2024
The Holdovers
Ho incrociato il percorso cinematografico di Alexander Payne diverse volte, ma la mia idea di lui resta legata a uno dei primi film che ho visto della sua produzione, Sideways (in realtà prima ancora avevo visto A proposito di Schmidt che pure mi era piaciuto molto). Per me Payne è il regista di Sideways, e anche se poi ne ho visti anche altri, tra cui Paradiso amaro (invero piuttosto diverso), quando ho saputo che era uscito un suo nuovo film il mio pensiero è andato immediatamente a Sideways.
Sicuramente anche la presenza di Paul Giamatti che accomuna i due film ha contribuito a determinare la mia associazione di idee e non ho esitato un minuto ad andare a vederlo, mentre già leggevo in giro recensioni molto positive del film.
La storia è presto detta. Siamo a dicembre del 1970 e gli allievi della Barton Academy si preparano ad andare a casa per le vacanze. Come ogni anno qualche studente deve restare al college perché non ha nessuno o non può raggiungere i suoi cari e un professore viene scelto per fare babysitting agli studenti rimasti. Si ritroveranno così a trascorrere le festività insieme il professor Hunhum (Paul Giamatti), lo studente Angus (Dominic Sessa) e la cuoca Mary (Da'Vine Joy Randolph), tre persone che più diverse e più lontane non potrebbero essere, ma che condividono la medesima solitudine e hanno – seppure in modi differenti – storie dolorose alle spalle. Scopriranno a poco a poco le proprie affinità al di là delle differenze, e impareranno a volersi bene, meglio e più di una famiglia tradizionale, sostenendosi reciprocamente nelle proprie difficoltà. Soprattutto l’insegnante reietto e lo studente semi-scapestrato faranno un pezzetto di strada insieme, uscendo da questo percorso ciascuno trasformato e arricchito.
In questo mio breve commento partirò dalla confezione del film: fin dai titoli di testa si capisce che quello di Alexander Payne è un esplicito omaggio ai film dell’epoca della New Hollywood (dagli anni Sessanta agli anni Ottanta). Vintage è la grafica, la scelta della pellicola 35 mm e della sua inevitabile grana, le zoomate improvvise oggi ormai demodé. Da questo punto di vista il film è davvero apprezzabile e godibile.
Lo stesso direi della recitazione: i tre attori, Paul Giamatti, Dominic Sessa e Da'Vine Joy Randolph, nei rispettivi ruoli, fanno decisamente a gara di bravura, e sono adorabili, insopportabili e credibili al contempo.
Resta inoltre apprezzabile il tono agrodolce di Payne, la scelta del dramedy che fa sorridere e riflettere al contempo.
Cos’è che dunque non mi è piaciuto? Mi aspettavo un film in cui i sentimenti e le relazioni restassero più sottotraccia, lasciati all’interpretazione dello spettatore, un po’ come in Sideways, e invece mi ritrovo di fronte a un film che per certi versi mi è sembrato molto esplicito, a tratti quasi didascalico nel convogliare certi sentimenti ed emozioni.
Posso certamente comprendere che da Sideways siano passati vent’anni (era il 2004), e mentre l’allora quarantreenne Payne affidava all’alter ego Giamatti i sentimenti di un uomo nella fase ancora espansiva della vita, l’attuale sessantreenne Payne riporta sulla scena il suo doppio con un ruolo e una posizione completamente diversi. Non più quello di un uomo che si confronta con un suo coetaneo, ma quello di un quasi vecchio che si sta ripiegando su sé stesso, ma che nel futuro di un giovanissimo riesce a trovare ancora il senso della propria vita e del proprio sacrificio.
E sicuramente ci sta. Però a me l’incertezza di Jack e Miles (i protagonisti del film 2004) e le loro in fondo improbabili riflessioni esistenziali risultavano più interessanti e convincenti del messaggio fin troppo esplicito della sceneggiatura su cui si regge quest’ultimo film. Bello, ma secondo me non memorabile.
Voto: 3/5
Sicuramente anche la presenza di Paul Giamatti che accomuna i due film ha contribuito a determinare la mia associazione di idee e non ho esitato un minuto ad andare a vederlo, mentre già leggevo in giro recensioni molto positive del film.
La storia è presto detta. Siamo a dicembre del 1970 e gli allievi della Barton Academy si preparano ad andare a casa per le vacanze. Come ogni anno qualche studente deve restare al college perché non ha nessuno o non può raggiungere i suoi cari e un professore viene scelto per fare babysitting agli studenti rimasti. Si ritroveranno così a trascorrere le festività insieme il professor Hunhum (Paul Giamatti), lo studente Angus (Dominic Sessa) e la cuoca Mary (Da'Vine Joy Randolph), tre persone che più diverse e più lontane non potrebbero essere, ma che condividono la medesima solitudine e hanno – seppure in modi differenti – storie dolorose alle spalle. Scopriranno a poco a poco le proprie affinità al di là delle differenze, e impareranno a volersi bene, meglio e più di una famiglia tradizionale, sostenendosi reciprocamente nelle proprie difficoltà. Soprattutto l’insegnante reietto e lo studente semi-scapestrato faranno un pezzetto di strada insieme, uscendo da questo percorso ciascuno trasformato e arricchito.
In questo mio breve commento partirò dalla confezione del film: fin dai titoli di testa si capisce che quello di Alexander Payne è un esplicito omaggio ai film dell’epoca della New Hollywood (dagli anni Sessanta agli anni Ottanta). Vintage è la grafica, la scelta della pellicola 35 mm e della sua inevitabile grana, le zoomate improvvise oggi ormai demodé. Da questo punto di vista il film è davvero apprezzabile e godibile.
Lo stesso direi della recitazione: i tre attori, Paul Giamatti, Dominic Sessa e Da'Vine Joy Randolph, nei rispettivi ruoli, fanno decisamente a gara di bravura, e sono adorabili, insopportabili e credibili al contempo.
Resta inoltre apprezzabile il tono agrodolce di Payne, la scelta del dramedy che fa sorridere e riflettere al contempo.
Cos’è che dunque non mi è piaciuto? Mi aspettavo un film in cui i sentimenti e le relazioni restassero più sottotraccia, lasciati all’interpretazione dello spettatore, un po’ come in Sideways, e invece mi ritrovo di fronte a un film che per certi versi mi è sembrato molto esplicito, a tratti quasi didascalico nel convogliare certi sentimenti ed emozioni.
Posso certamente comprendere che da Sideways siano passati vent’anni (era il 2004), e mentre l’allora quarantreenne Payne affidava all’alter ego Giamatti i sentimenti di un uomo nella fase ancora espansiva della vita, l’attuale sessantreenne Payne riporta sulla scena il suo doppio con un ruolo e una posizione completamente diversi. Non più quello di un uomo che si confronta con un suo coetaneo, ma quello di un quasi vecchio che si sta ripiegando su sé stesso, ma che nel futuro di un giovanissimo riesce a trovare ancora il senso della propria vita e del proprio sacrificio.
E sicuramente ci sta. Però a me l’incertezza di Jack e Miles (i protagonisti del film 2004) e le loro in fondo improbabili riflessioni esistenziali risultavano più interessanti e convincenti del messaggio fin troppo esplicito della sceneggiatura su cui si regge quest’ultimo film. Bello, ma secondo me non memorabile.
Voto: 3/5
venerdì 26 gennaio 2024
Il flauto magico / Mozart; regia di Damiano Michieletto. Teatro dell’opera, 14 gennaio 2024
Ed eccomi qua a parlare di quelle cose di cui non sono in grado di dire niente.
So pochissimo di musica classica, e di opera ancor meno, però - curiosa come sono - negli anni mi sono buttata anche in esperienze per me in qualche modo nuove.
Non è dunque la prima volta che vado al Teatro dell'Opera di Roma, anche se l'ultima volta risale ormai a più di sette anni fa quando ero andata a vedere la Cenerentola di Rossini per la regia di Emma Dante (e quello stesso anno avevo visto a Caracalla il Barbiere di Siviglia di Rossini).
Già allora - e nello stesso modo è andata anche questa volta - la scelta era nata non tanto come scelta dell'opera in sé, quanto per la curiosità dell'allestimento da parte di una regista che seguo e apprezzo, soprattutto a teatro.
Questa volta la mia curiosità è attivata dalla regia di Damiano Michieletto, di cui ho sentito tanto parlare dalle mie amiche G. e C., ma di cui non ho mai visto niente. In più, Il flauto magico è un'opera con cui ho almeno una minima familiarità, visto che diversi anni fa ne avevo visto la versione realizzata a teatro dall'Orchestra di piazza Vittorio. A grandi linee quindi conosco la storia, e mi dicono qualcosa i nomi di Tamino, Pamina, la regina della notte, Sarastro e Papageno, ma si tratta di reminiscenze piuttosto vaghe.
La mia amica G. con cui vado a teatro mi dà qualche elemento interpretativo, e poi quando si spengono le luci mi lascio andare allo spettacolo. Michieletto sceglie di ambientare la vicenda in una scuola, identificando questa come il regno della laicità e della conoscenza, e contrapponendola al mondo della regina della notte, dove domina la fede e l'istinto. Tutta l'opera viene quindi interpretata nell'ottica di una lotta tra questi due poli, e Tamino e Pamina sono due giovanissimi ancora un po' ingenui che attraverso l'avventura che vivono diventano adulti e comprendono l'importanza della conoscenza.
Da quando la mia amica G. mi dice che quest'opera è da sempre un rompicapo per chi deve comprenderne il significato profondo e certamente al suo interno ci sono molti temi che fanno capo alla massoneria, vedo tutto in quest'ottica, ma mi sforzo ovviamente di contestualizzare e di on lasciarmi condizionare.
Sicuramente, le invenzioni registiche mi aiutano ad apprezzare quest'opera, sia in termini di scenografia che in termini di luci e movimenti sulla scena, oltre che di costumi e molte altre cose. Penso in particolare alla grande lavagna che proietta e con cui in parte interagiscono i protagonisti, e che sollevandosi dà accesso a un nuovo ambiente che è quello dove abita la regina della notte, al bosco con i grandi alberi che sembrano veri, ma anche alle azioni dei protagonisti e alle piccole grandi sorprese che riservano.
Non posso dire molto sugli interpreti: a me ignorante sembrano tutti bravissimi, ma su questo la mia opinione non conta.
Me ne torno a casa con in testa il refrain della regina della notte, e questo già mi sembra un gran risultato.
Voti non ne do, ché non mi sento proprio all'altezza in questo caso. Sento che alla prima Michieletto è stato fischiato e molte persone che conosco e che ne sanno di opera molto più di me mi dicono che non si tratta di una lettura molto riuscita, ma io mi astengo dai giudizi.
So pochissimo di musica classica, e di opera ancor meno, però - curiosa come sono - negli anni mi sono buttata anche in esperienze per me in qualche modo nuove.
Non è dunque la prima volta che vado al Teatro dell'Opera di Roma, anche se l'ultima volta risale ormai a più di sette anni fa quando ero andata a vedere la Cenerentola di Rossini per la regia di Emma Dante (e quello stesso anno avevo visto a Caracalla il Barbiere di Siviglia di Rossini).
Già allora - e nello stesso modo è andata anche questa volta - la scelta era nata non tanto come scelta dell'opera in sé, quanto per la curiosità dell'allestimento da parte di una regista che seguo e apprezzo, soprattutto a teatro.
Questa volta la mia curiosità è attivata dalla regia di Damiano Michieletto, di cui ho sentito tanto parlare dalle mie amiche G. e C., ma di cui non ho mai visto niente. In più, Il flauto magico è un'opera con cui ho almeno una minima familiarità, visto che diversi anni fa ne avevo visto la versione realizzata a teatro dall'Orchestra di piazza Vittorio. A grandi linee quindi conosco la storia, e mi dicono qualcosa i nomi di Tamino, Pamina, la regina della notte, Sarastro e Papageno, ma si tratta di reminiscenze piuttosto vaghe.
La mia amica G. con cui vado a teatro mi dà qualche elemento interpretativo, e poi quando si spengono le luci mi lascio andare allo spettacolo. Michieletto sceglie di ambientare la vicenda in una scuola, identificando questa come il regno della laicità e della conoscenza, e contrapponendola al mondo della regina della notte, dove domina la fede e l'istinto. Tutta l'opera viene quindi interpretata nell'ottica di una lotta tra questi due poli, e Tamino e Pamina sono due giovanissimi ancora un po' ingenui che attraverso l'avventura che vivono diventano adulti e comprendono l'importanza della conoscenza.
Da quando la mia amica G. mi dice che quest'opera è da sempre un rompicapo per chi deve comprenderne il significato profondo e certamente al suo interno ci sono molti temi che fanno capo alla massoneria, vedo tutto in quest'ottica, ma mi sforzo ovviamente di contestualizzare e di on lasciarmi condizionare.
Sicuramente, le invenzioni registiche mi aiutano ad apprezzare quest'opera, sia in termini di scenografia che in termini di luci e movimenti sulla scena, oltre che di costumi e molte altre cose. Penso in particolare alla grande lavagna che proietta e con cui in parte interagiscono i protagonisti, e che sollevandosi dà accesso a un nuovo ambiente che è quello dove abita la regina della notte, al bosco con i grandi alberi che sembrano veri, ma anche alle azioni dei protagonisti e alle piccole grandi sorprese che riservano.
Non posso dire molto sugli interpreti: a me ignorante sembrano tutti bravissimi, ma su questo la mia opinione non conta.
Me ne torno a casa con in testa il refrain della regina della notte, e questo già mi sembra un gran risultato.
Voti non ne do, ché non mi sento proprio all'altezza in questo caso. Sento che alla prima Michieletto è stato fischiato e molte persone che conosco e che ne sanno di opera molto più di me mi dicono che non si tratta di una lettura molto riuscita, ma io mi astengo dai giudizi.
mercoledì 24 gennaio 2024
Libia / storia di Francesca Mannocchi; sceneggiatura di Daniele Brolli; disegni di Gianluca Costantini
Libia / storia di Francesca Mannocchi; sceneggiatura di Daniele Brolli; disegni di Gianluca Costantini. Milano: Mondadori, 2019.
Sulla scia delle cose lette e viste negli ultimi tempi, e anche in relazione a quanto accade nel Mediterraneo, ho ripescato nei miei scaffali questo graphic novel che avevo comprato tempo fa e non avevo ancora letto.
Libia è un racconto in presa diretta della storia recente di questo paese così centrale rispetto alla rotta mediterranea dei migranti, basato sull'attività giornalistica di Francesca Mannocchi e sulle testimonianze di persone che vivono in Libia.
Il racconto inizia rievocando il massacro di Abu Salim, di cui personalmente non sapevo nulla. In questo carcere, in cui durante la presidenza di Gheddafi venivano rinchiusi soprattutto persone con simpatie politiche non coerenti con il governo in carica o di fede religiosa diversa da quella ufficiale, nel 1996 furono giustiziati oltre 1.200 prigionieri dei circa 1.600 che in quel momento popolavano il carcere.
Solo all'inizio degli anni Duemila i familiari - che per anni si erano presentati alle porte del carcere per portare cibo e oggetti ai loro cari - sono stati informati della loro morte, senza che mai siano state chiariti modi e circostanze.
Il massacro di Abu Salim è stato uno degli eventi da cui ha preso avvio la protesta che nel 2011 portò alla guerra civile e al rovesciamento del regime di Gheddafi, ucciso quello stesso anno a Sirte.
E questa è solo la premessa del racconto, che si concentra infatti soprattutto su quello che è avvenuto dopo e che non è meno tragico. Il proseguire della guerra civile, la spaccatura a metà del paese con due diversi leader, diversamente sostenuti a livello internazionale, lo strapotere delle milizie armate, la corruzione dilagante, l'impoverimento economico in un paese che ha risorse naturali enormi, e come conseguenza un'economia che in buona parte ruota attorno alla tratta degli esseri umani, in cui più o meno tutti sono coinvolti e di cui quasi nessuno si sente colpevole.
Nel mezzo, moltitudini di disperati che qui arrivano scappando da guerre e carestie, o semplicemente inseguendo i loro sogni, gente che rimane intrappolata in questo paese, subendo violenze e angherie di ogni tipo, e che nella migliore delle ipotesi può sperare di essere caricata su un barchino o un gommone e spedita verso Lampedusa, se mai ci arriverà.
Sullo sfondo un mondo occidentale che fa finta di non sapere e di non vedere, che fa politiche interne e internazionali che sono più fumo negli occhi per il loro elettorato che strategie effettive finalizzate ad affrontare la situazione.
E la conclusione inevitabile è che ai paesi occidentali non interessa nulla se i migranti che arrivano da ogni parte del mondo vengono sfruttati o muoiono in Libia o in Tunisia, purché non arrivino nei nostri paesi a turbare i nostri equilibri. Così come non importa nulla della situazione politica ed economica dei paesi del Nord Africa da cui i migranti tentano il salto verso l'Europa, anzi ci fanno accordi con lo scopo di ottenere il risultato di cui sopra, restando totalmente indifferenti alle condizioni interne di questi paesi.
Per chi ha visto Io capitano (da poco candidato come miglior film straniero per gli Oscar) qualcosa risuonerà, ma qui non trapela alcuna speranza, solo pessimismo e disperazione. Non una lettura semplice.
Voto: 3,5/5
Sulla scia delle cose lette e viste negli ultimi tempi, e anche in relazione a quanto accade nel Mediterraneo, ho ripescato nei miei scaffali questo graphic novel che avevo comprato tempo fa e non avevo ancora letto.
Libia è un racconto in presa diretta della storia recente di questo paese così centrale rispetto alla rotta mediterranea dei migranti, basato sull'attività giornalistica di Francesca Mannocchi e sulle testimonianze di persone che vivono in Libia.
Il racconto inizia rievocando il massacro di Abu Salim, di cui personalmente non sapevo nulla. In questo carcere, in cui durante la presidenza di Gheddafi venivano rinchiusi soprattutto persone con simpatie politiche non coerenti con il governo in carica o di fede religiosa diversa da quella ufficiale, nel 1996 furono giustiziati oltre 1.200 prigionieri dei circa 1.600 che in quel momento popolavano il carcere.
Solo all'inizio degli anni Duemila i familiari - che per anni si erano presentati alle porte del carcere per portare cibo e oggetti ai loro cari - sono stati informati della loro morte, senza che mai siano state chiariti modi e circostanze.
Il massacro di Abu Salim è stato uno degli eventi da cui ha preso avvio la protesta che nel 2011 portò alla guerra civile e al rovesciamento del regime di Gheddafi, ucciso quello stesso anno a Sirte.
E questa è solo la premessa del racconto, che si concentra infatti soprattutto su quello che è avvenuto dopo e che non è meno tragico. Il proseguire della guerra civile, la spaccatura a metà del paese con due diversi leader, diversamente sostenuti a livello internazionale, lo strapotere delle milizie armate, la corruzione dilagante, l'impoverimento economico in un paese che ha risorse naturali enormi, e come conseguenza un'economia che in buona parte ruota attorno alla tratta degli esseri umani, in cui più o meno tutti sono coinvolti e di cui quasi nessuno si sente colpevole.
Nel mezzo, moltitudini di disperati che qui arrivano scappando da guerre e carestie, o semplicemente inseguendo i loro sogni, gente che rimane intrappolata in questo paese, subendo violenze e angherie di ogni tipo, e che nella migliore delle ipotesi può sperare di essere caricata su un barchino o un gommone e spedita verso Lampedusa, se mai ci arriverà.
Sullo sfondo un mondo occidentale che fa finta di non sapere e di non vedere, che fa politiche interne e internazionali che sono più fumo negli occhi per il loro elettorato che strategie effettive finalizzate ad affrontare la situazione.
E la conclusione inevitabile è che ai paesi occidentali non interessa nulla se i migranti che arrivano da ogni parte del mondo vengono sfruttati o muoiono in Libia o in Tunisia, purché non arrivino nei nostri paesi a turbare i nostri equilibri. Così come non importa nulla della situazione politica ed economica dei paesi del Nord Africa da cui i migranti tentano il salto verso l'Europa, anzi ci fanno accordi con lo scopo di ottenere il risultato di cui sopra, restando totalmente indifferenti alle condizioni interne di questi paesi.
Per chi ha visto Io capitano (da poco candidato come miglior film straniero per gli Oscar) qualcosa risuonerà, ma qui non trapela alcuna speranza, solo pessimismo e disperazione. Non una lettura semplice.
Voto: 3,5/5
lunedì 22 gennaio 2024
Enea
Pietro Castellitto è alla seconda, attesa prova cinematografica, dopo l'ottimo successo dell'opera prima, I predatori, che io però non ho visto.
Ci arriva con la spavalderia di chi non ha paura di sognare e realizzare in grande.
Enea (lo stesso Castellitto) è il primogenito di una ricca famiglia di Roma nord: il padre Celeste (interpretato dal padre Sergio Castellitto) fa lo psicanalista, mentre la madre (Chiara Noschese) conduce un programma televisivo che parla di libri. Enea ha anche un fratello più piccolo, Simone (interpretato dal fratello minore di Pietro, Cesare Castellitto), e un migliore amico, Valentino (Giorgio Quarzo Guarascio, anche musicista con il nome di Tutti Fenomeni), che ha appena preso il brevetto come pilota di aerei da turismo.
Tutti questi personaggi si muovono all'interno degli ambienti della Roma bene, tra case e ragazze bellissime, domestici in livrea, ristoranti di livello, feste in posti esclusivi con fuochi d'artificio, e così via. Ma, nonostante e forse a causa di tutto questo, Enea e Valentino sono costantemente alla ricerca dell'adrenalina che li sollevi dal baratro depressivo al bordo del quale costantemente viaggiano. È per questo che, nell'ambito della loro ordinaria attività di spaccio di cocaina negli ambienti che frequentano, si ritrovano a un certo punto coinvolti in un affare di grandi proporzioni, nel quale sono coinvolti boss importanti della malavita locale, e - nel rischiare il tutto per tutto in esso (non per soldi, ma per pura noia) - i due ragazzi andranno incontro al loro destino.
Che film è Enea? A mio modo di vedere è una Suburra ambientata a Roma nord, "impreziosita" da echi sorrentiniani, sia a livello estetico che a livello di registro (come è evidente negli inserti grotteschi e kitsch). Si potrebbe anche dire che Enea è una visione capovolta, ma speculare de La terra dell'abbastanza dei fratelli D'Innocenzo (che tra l'altro appartengono alla stessa generazione di Castellitto figlio).
Si vede benissimo che Pietro Castellitto nel cinema ci sta a suo agio e di film ne ha macinati tanti (tra le altre cose, la scena della festa mi ha fatto pensare a quella di Chazelle in Babylon), e si capisce anche che il ragazzo ha mestiere e vuole mostrarlo quasi a tutti i costi: il film è una sequenza quasi continua di inquadrature, girato e scelte registiche originali e piene di inventiva (o quanto meno di mestiere), al limite della stucchevolezza.
Premesso che non è esattamente il mio genere di film e che c'è anche un problema di distanza generazionale, due sono gli aspetti che non mi fanno esprimere un giudizio positivo sul film: un aspetto è di matrice soggettiva - mi rendo conto - ossia il fortissimo egocentrismo/narcisismo del regista/attore protagonista, che mette sé stesso in quasi ogni inquadratura e parla di sé stesso (e della sua famiglia); il secondo invece è un elemento più oggettivo: una sceneggiatura che personalmente ho trovato a tratti fastidiosa nel suo essere pretenziosa, fin dalla prima sequenza, in cui i personaggi parlano di cose che dovrebbero essere delle alte riflessioni esistenziali e invece sono delle assolute banalità. E un po' il film da questo punto di vista procede così. Qualcuno mi fa notare che forse si tratta di un'enorme parodia, quindi un doppio salto mortale per cui si ironizza sulla presunta profondità di questi discorsi ben sapendo che sono delle banalità. Però - mi viene da dire - se tutto è parodia, niente è parodia.
In conclusione, il ragazzo è bravo (e si avvale di tante collaborazioni interessanti: Luca Guadagnino è tra i produttori del film, la colonna sonora è di Niccolò Contessa, aka I Cani), ma rischia di schiantarsi contro un muro se pensa di proseguire la sua produzione cinematografica andando a questa velocità.
Voto: 3/5
Ci arriva con la spavalderia di chi non ha paura di sognare e realizzare in grande.
Enea (lo stesso Castellitto) è il primogenito di una ricca famiglia di Roma nord: il padre Celeste (interpretato dal padre Sergio Castellitto) fa lo psicanalista, mentre la madre (Chiara Noschese) conduce un programma televisivo che parla di libri. Enea ha anche un fratello più piccolo, Simone (interpretato dal fratello minore di Pietro, Cesare Castellitto), e un migliore amico, Valentino (Giorgio Quarzo Guarascio, anche musicista con il nome di Tutti Fenomeni), che ha appena preso il brevetto come pilota di aerei da turismo.
Tutti questi personaggi si muovono all'interno degli ambienti della Roma bene, tra case e ragazze bellissime, domestici in livrea, ristoranti di livello, feste in posti esclusivi con fuochi d'artificio, e così via. Ma, nonostante e forse a causa di tutto questo, Enea e Valentino sono costantemente alla ricerca dell'adrenalina che li sollevi dal baratro depressivo al bordo del quale costantemente viaggiano. È per questo che, nell'ambito della loro ordinaria attività di spaccio di cocaina negli ambienti che frequentano, si ritrovano a un certo punto coinvolti in un affare di grandi proporzioni, nel quale sono coinvolti boss importanti della malavita locale, e - nel rischiare il tutto per tutto in esso (non per soldi, ma per pura noia) - i due ragazzi andranno incontro al loro destino.
Che film è Enea? A mio modo di vedere è una Suburra ambientata a Roma nord, "impreziosita" da echi sorrentiniani, sia a livello estetico che a livello di registro (come è evidente negli inserti grotteschi e kitsch). Si potrebbe anche dire che Enea è una visione capovolta, ma speculare de La terra dell'abbastanza dei fratelli D'Innocenzo (che tra l'altro appartengono alla stessa generazione di Castellitto figlio).
Si vede benissimo che Pietro Castellitto nel cinema ci sta a suo agio e di film ne ha macinati tanti (tra le altre cose, la scena della festa mi ha fatto pensare a quella di Chazelle in Babylon), e si capisce anche che il ragazzo ha mestiere e vuole mostrarlo quasi a tutti i costi: il film è una sequenza quasi continua di inquadrature, girato e scelte registiche originali e piene di inventiva (o quanto meno di mestiere), al limite della stucchevolezza.
Premesso che non è esattamente il mio genere di film e che c'è anche un problema di distanza generazionale, due sono gli aspetti che non mi fanno esprimere un giudizio positivo sul film: un aspetto è di matrice soggettiva - mi rendo conto - ossia il fortissimo egocentrismo/narcisismo del regista/attore protagonista, che mette sé stesso in quasi ogni inquadratura e parla di sé stesso (e della sua famiglia); il secondo invece è un elemento più oggettivo: una sceneggiatura che personalmente ho trovato a tratti fastidiosa nel suo essere pretenziosa, fin dalla prima sequenza, in cui i personaggi parlano di cose che dovrebbero essere delle alte riflessioni esistenziali e invece sono delle assolute banalità. E un po' il film da questo punto di vista procede così. Qualcuno mi fa notare che forse si tratta di un'enorme parodia, quindi un doppio salto mortale per cui si ironizza sulla presunta profondità di questi discorsi ben sapendo che sono delle banalità. Però - mi viene da dire - se tutto è parodia, niente è parodia.
In conclusione, il ragazzo è bravo (e si avvale di tante collaborazioni interessanti: Luca Guadagnino è tra i produttori del film, la colonna sonora è di Niccolò Contessa, aka I Cani), ma rischia di schiantarsi contro un muro se pensa di proseguire la sua produzione cinematografica andando a questa velocità.
Voto: 3/5
venerdì 19 gennaio 2024
Clitennestra / regia di Roberto Andò; con Isabella Ragonese. Teatro Argentina, 12 gennaio 2024
Isabella Ragonese è attrice che apprezzo molto e di cui negli ultimi anni sto seguendo la bella carriera teatrale. È per questo che non ho avuto dubbi nell'acquistare il biglietto per Clitennestra all'Argentina, pur non sapendo molto dello spettacolo se non che la regia è di Roberto Andò e più o meno qual è la storia di Clitennestra.
Scopro dunque solo arrivando all'Argentina che lo spettacolo è il risultato dell'adattamento per il teatro di un romanzo dello scrittore irlandese Colm Tóibín, La casa dei nomi, in cui - ispirandosi alle tragedie greche di Eschilo, Sofocle ed Euripide - l'autore rilegge le storie di Clitennestra, Agamennone e dei loro figli Ifigenia, Elettra e Oreste, in una chiave squisitamente umana (in cui gli dei sono praticamente assenti) nell'intento di analizzare temi universali e senza tempo, come il male, la violenza, il dolore, la vendetta. Tóibín - come emerge dal libretto di presentazione dello spettacolo - cerca nel passato e nella tragedia greca risposte alla violenza che attraversa tutta la storia umana, e che si manifesta continuamente attraverso le numerose guerre che infuriano in varie parti del mondo.
Su questa materia già complessa ci mette le mani Andò (che avevo già visto a teatro alle prese con l'adattamento del romanzo Ferito a morte di Raffaele La Capria), e sceglie di collocare questa storia in un'ambientazione senza tempo, che ha tratti che mi sento di definire post-apocalittici (o forse da seconda guerra mondiale).
Come già in Ferito a morte, Andò sceglie di strutturare la scenografia in due piani sovrapposti, in cui ricostruire scene diverse dove a volte si svolgono azioni in contemporanea, ovvero in alcuni casi ad un piano qualcuno racconta qualcosa che vediamo avvenire sull'altro piano.
Visivamente - come già era stato per Ferito a morte - lo spettacolo è molto bello: scenografia, luci, coreografie, suoni. Lamento però una scelta di enfatizzazione che mi risulta alla fine faticosa e soprattutto che non agevola l'empatia con i personaggi.
Tutto negli spettacoli di Andò è un tantino carico, e alla lunga questa cosa risulta stancante.
La Ragonese è brava e, secondo me, sta a un livello decisamente superiore agli altri, numerosi attori che si muovono sulla scena.
Però alla fine, personalmente non sono riuscita a entrare nel mood e a sentire la storia come potenzialmente "mia"; mi è rimasta estranea e, nonostante le numerose scelte registiche a effetto, sono uscita dallo spettacolo senza portarmi dietro molto.
Se tutto questo dipenda dal testo di Tóibín, dalla regia di Andò o dalla recitazione degli attori, o semplicemente da me non saprei dirlo, ma è andata così.
Voto: 2,5/5
Scopro dunque solo arrivando all'Argentina che lo spettacolo è il risultato dell'adattamento per il teatro di un romanzo dello scrittore irlandese Colm Tóibín, La casa dei nomi, in cui - ispirandosi alle tragedie greche di Eschilo, Sofocle ed Euripide - l'autore rilegge le storie di Clitennestra, Agamennone e dei loro figli Ifigenia, Elettra e Oreste, in una chiave squisitamente umana (in cui gli dei sono praticamente assenti) nell'intento di analizzare temi universali e senza tempo, come il male, la violenza, il dolore, la vendetta. Tóibín - come emerge dal libretto di presentazione dello spettacolo - cerca nel passato e nella tragedia greca risposte alla violenza che attraversa tutta la storia umana, e che si manifesta continuamente attraverso le numerose guerre che infuriano in varie parti del mondo.
Su questa materia già complessa ci mette le mani Andò (che avevo già visto a teatro alle prese con l'adattamento del romanzo Ferito a morte di Raffaele La Capria), e sceglie di collocare questa storia in un'ambientazione senza tempo, che ha tratti che mi sento di definire post-apocalittici (o forse da seconda guerra mondiale).
Come già in Ferito a morte, Andò sceglie di strutturare la scenografia in due piani sovrapposti, in cui ricostruire scene diverse dove a volte si svolgono azioni in contemporanea, ovvero in alcuni casi ad un piano qualcuno racconta qualcosa che vediamo avvenire sull'altro piano.
Visivamente - come già era stato per Ferito a morte - lo spettacolo è molto bello: scenografia, luci, coreografie, suoni. Lamento però una scelta di enfatizzazione che mi risulta alla fine faticosa e soprattutto che non agevola l'empatia con i personaggi.
Tutto negli spettacoli di Andò è un tantino carico, e alla lunga questa cosa risulta stancante.
La Ragonese è brava e, secondo me, sta a un livello decisamente superiore agli altri, numerosi attori che si muovono sulla scena.
Però alla fine, personalmente non sono riuscita a entrare nel mood e a sentire la storia come potenzialmente "mia"; mi è rimasta estranea e, nonostante le numerose scelte registiche a effetto, sono uscita dallo spettacolo senza portarmi dietro molto.
Se tutto questo dipenda dal testo di Tóibín, dalla regia di Andò o dalla recitazione degli attori, o semplicemente da me non saprei dirlo, ma è andata così.
Voto: 2,5/5
mercoledì 17 gennaio 2024
Andreas Gursky. Visual spaces of today. Bologna, Fondazione MAST, 31 dicembre 2023
In questo ultimo giorno del 2023 approfittiamo dell'apertura del MAST fino alle 17 per vedere in corner la mostra di Andreas Gursky.
Personalmente non conoscevo Gursky, e solo dopo aver deciso di andare a vedere questa mostra ho raccolto qualche informazione su di lui.
Artista tedesco, nato a Lipsia nel 1955, allievo di Bernd e Hilla Becker, Gursky è noto soprattutto per le sue fotografie di grande formato, che spesso - anche grazie agli interventi in postproduzione - indagano sulla contemporaneità, e in particolare sul turbocapitalismo, sul paesaggio nell'antropocene, sulle moltitudini, sulla globalizzazione, e lo fa spesso ingaggiando una specie di sfida visuale con lo spettatore.
Si va così dalla fotografia delle saline di Ibiza a quella delle colline delle Alpi della Alta Provenza ricoperte di pannelli solari, dalla straordinaria immagine del pit stop a quella delle corsie di un negozio 99 cent, dalla fotografia di un deposito Amazon a quella del paesaggio di serre per orticoltura in Spagna, dalla scena ipnotica nella discoteca di Francoforte a quella optical dei tulipani ripresi col drone.
Quasi tutte le fotografie di Gursky sono il risultato di forme di interpolazione, sovrapposizione tra più immagini, interventi in postproduzione, che però non sono mai fini a sé stessi, in quanto producono un impatto rilevante e uno specifico significato sullo spettatore, indotto così a riflettere su concetti e temi che la fotografia semplice non riuscirebbe a produrre.
Una bellissima scoperta e una interessantissima mostra.
Voto: 3,5/5
Personalmente non conoscevo Gursky, e solo dopo aver deciso di andare a vedere questa mostra ho raccolto qualche informazione su di lui.
Artista tedesco, nato a Lipsia nel 1955, allievo di Bernd e Hilla Becker, Gursky è noto soprattutto per le sue fotografie di grande formato, che spesso - anche grazie agli interventi in postproduzione - indagano sulla contemporaneità, e in particolare sul turbocapitalismo, sul paesaggio nell'antropocene, sulle moltitudini, sulla globalizzazione, e lo fa spesso ingaggiando una specie di sfida visuale con lo spettatore.
Nella mostra del MAST, organizzata in occasione dei 10 anni della Fondazione, il curatore Urs Stahel ha scelto insieme allo stesso Gursky 40 fotografie in tutta la produzione dell'artista, dai primi lavori a quelli più recenti, con una prevalenza delle immagini di grande formato cui si alternano fotografie di minori dimensioni, ma sempre coerenti sul piano dei contenuti.
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| Noi nella foto dei tulipani |
Quasi tutte le fotografie di Gursky sono il risultato di forme di interpolazione, sovrapposizione tra più immagini, interventi in postproduzione, che però non sono mai fini a sé stessi, in quanto producono un impatto rilevante e uno specifico significato sullo spettatore, indotto così a riflettere su concetti e temi che la fotografia semplice non riuscirebbe a produrre.
Una bellissima scoperta e una interessantissima mostra.
Voto: 3,5/5
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lunedì 15 gennaio 2024
Fotofinish / Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Teatro Vascello, 20 dicembre 2023
Quest'anno la premiata coppia Rezza-Mastrella ha scelto di offrire al pubblico del Vascello una vera e propria full immersion nella propria dimensione teatrale, portando in scena in sequenza tre spettacoli, Amistade, Fotofinish e Hybris.
Con la mia amica F. prendiamo il biglietto per Fotofinish che non abbiamo mai visto, anche se mi rendo conto che gli spettacoli di Rezza e Mastrella si potrebbero vedere anche più volte con immutata soddisfazione e nuove sensazioni.
L'allestimento del palco è molto bello e la particolarità è una specie di scivolo bianco montato sulla scala che si trova tra le due ali dei sedili degli spettatori. Noi abbiamo i posti proprio accanto allo scivolo, in seconda fila, e quando ce ne rendiamo conto cominciamo a temere perché sappiamo che Rezza, nella sua totale imprevedibilità, può in qualche modo coinvolgerci nello spettacolo.
Come sempre accade con gli spettacoli di Rezza-Mastrella, è molto difficile dire quale sia la trama. Si tratta di spettacoli che sono costruiti al punto di incontro tra la fisicità di Antonio Rezza, che continua ad andare avanti e indietro sul palco, su e giù sullo scivolo, in mezzo agli spettatori, a travestirsi e svestirsi con gli elementi della scenografia, a fare facce ed espressioni incredibili, e un flusso ininterrotto di parole e di immagini che oscillano tra il nonsense, l'esilarante, il comico, il sacrilego, il politicamente scorretto e il crudele.
Negli spettacoli di Rezza-Mastrella si parla di religione, di sessualità, di libertà, di relazioni, di famiglia, e anche di politica, e lo si fa senza peli sulla lingua, creando collegamenti impossibili tra le cose e immagini mentali che fanno sbellicare o raccapricciare a seconda dei casi.
A un certo punto Rezza comincia a giocare col pubblico, prendendo di mira alcune persone, ovvero coinvolgendole, tra le resistenze e le reazioni più o meno terrorizzate delle persone. A un certo punto le persone vengono portate sul palco, mentre i loro cappotti e giacche vengono lanciate in platea, e io comincio a temere. Metto la giacca per terra e di lì a poco vengo trascinata pure io sul palco, dove tutti noi veniamo "giustiziati" e finiamo per terra morti. E mentre il palco è pieno di persone "morte" lo spettacolo continua e ci ritroviamo al punto che Rezza e il co-protagonista Armando toccano le chiappe di chi è a terra, comprese le mie!!
Al termine dello spettacolo usciamo ridendo con quel po' di sconcerto che è tipico di questi spettacoli e che in fondo è la cosa che li rende unici.
Esperienza difficile da descrivere e che secondo me va vissuta almeno una volta nella vita.
Voto: 3,5/5
Voto: 3,5/5
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