Dopo nove anni dall'ultimo film, Microbo & Gasolina (e l'intermezzo della conversazione con Noam Chomsky) torna al cinema Michel Gondry, e lo fa con un film personalissimo e folle, in cui prova a raccontarci - con grande sincerità e ironia - quello che gli è capitato in questi anni, e soprattutto l'ingorgo interiore che lo ha tenuto al palo.
Al centro di questo film c'è infatti un regista, Marc Becker (il bravissimo Pierre Niney), il cui ultimo film viene bocciato dai produttori in quanto troppo cervellotico. A quel punto Marc e la sua troupe scappano via con tutto il girato e si rifugiano a casa dell'amatissima zia di Marc, in una casa di campagna.
Qui però Marc, che nel frattempo ha smesso di prendere le sue pillole contro la depressione, si rifiuta di guardare il film (di oltre quattro ore) e chiuderne la lavorazione, ma soprattutto continua a essere sopraffatto da nuove idee, più o meno balzane, che lo portano in direzioni altre, per la disperazione della sua troupe, travolta dalle sue continue follie, dal suo narcisismo, dalle sue paranoie.
In questo bailamme di situazioni, abbozzi di idee, scelte più o meno assurde, Marc ritira fuori dal cassetto quello che da ragazzino aveva chiamato "Il libro delle soluzioni", un quaderno che aveva lasciato in bianco e che ora diventa lo scrigno delle sue personali regole che dovrebbero risolvere ogni situazione.
Come i suoi collaboratori, Charlotte, Sylvia e Carlos, ch'egli sveglia nel cuore della notte e talvolta bullizza, anche noi spettatori siamo travolti da quel fiume in piena che è Marc, e ogni istante ci chiediamo dove andrà a parare, anzi se andrà a parare da qualche parte. Nel mezzo di questo flusso di follie che vanno dalla storia di animazione di una volpe che vuole aprire un salone da parrucchiera, alla costruzione di un "camiontaggio" (un camion che diventa sala di montaggio), al documentario sulla vita di una formica (sempre la stessa), alla realizzazione artigianale di una sedia (perché un uomo non è un uomo se non costruisce una sedia), si ride stupefatti e confusi e talvolta si rimane ammirati, come nella straordinaria sequenza in cui Marc, senza partitura, compone le musiche per il suo film dirigendo con i suoi movimenti un'intera orchestra.
Alla fine - e nonostante tutto - Marc si innamorerà di Gabrielle (Camille Rutheford) e ci farà un figlio, il film si farà e avrà successo, ma Marc rimarrà il genio incasinato e folle che è.
In fondo, il film di Gondry è un film su una creatività senza limiti e una genialità pura, ma ingovernabile, che diventa a volte una condanna sia per chi ne è portatore che per chi gli sta intorno, roba difficile da maneggiare, che spesso produce squilibri e paranoie, ma ovviamente anche cose straordinarie, che noi persone normali - e senza genio - non possiamo capire.
Marc mi ha fatto simpatia, rabbia e compassione, tutte insieme, mescolate, e il film mi è sembrato folle e 'inseguibile', ma anche a suo modo interessante perché ci permette di entrare nel caos della testa di una persona che a tratti sembra un alieno.
Voto: 3/5
mercoledì 29 novembre 2023
lunedì 27 novembre 2023
Festival del cinema spagnolo e latinoamericano. Cinema Barberini, 5-12 novembre
E anche quest'anno eccomi al Festival del cinema spagnolo e latinoamericano, appuntamento che da qualche anno cerco di non perdere, convinta come sono che il cinema spagnolo abbia fatto passi da gigante negli ultimi anni. Dopo anni di sodalizio del Festival con il cinema Farnese, l'edizione di quest'anno si svolge nel rinnovato (devo dire molto bene!) cinema Barberini. Purtroppo riesco ad andare a vedere soltanto due film, ma la scelta ha funzionato almeno a metà, visto che Upon entry è stato il film più votato dal pubblico.
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Upon entry
Juan Sebastián Vasquez e Alejandro Rojas sono i registi e gli autori della sceneggiatura di Upon entry, il film presentato al Festival del cinema spagnolo e in uscita nelle sale italiane il prossimo anno. I due sono entrambi in sala, e al termine del film si rendono disponibili a chiacchierare con il pubblico, insieme a Bruna Cusì, che interpreta Elena, protagonista del film insieme a Diego (interpretato da Alberto Ammann).
Elena e Diego sono una coppia e stanno per prendere l'aereo che li porterà negli Stati Uniti, dove vogliono trasferirsi a vivere. Elena è di Barcellona, mentre Diego - che vive con lei - è di origini venezuelane.
Quando i due arrivano all'aeroporto di Newark dove hanno la coincidenza con un volo per Miami, loro destinazione finale, vanno al controllo passaporti e da lì comincia una vera e propria odissea che ben presto si trasformerà in un incubo.
Dopo il primo controllo dei passaporti, Elena e Diego vengono infatti trasferiti in un altro ufficio per una second inspection che vede gli agenti dell'aeroporto impegnati a indagare sulle reali motivazioni che portano i due in America e a scandagliare la loro vita privata e il loro passato alla ricerca di elementi che ne dimostrino la malafede. In particolare, a essere preso di mira è Diego, che ha un passaporto venezuelano e in passato aveva già tentato senza successo di trasferirsi negli Stati Uniti, tanto più che, in questa circostanza specifica, ad aver vinto la lotteria della green card è stata Elena.
Elena e Diego vengono sottoposti a veri e propri interrogatori, sia insieme che singolarmente, per confrontare le loro versioni dei fatti, i loro effetti personali (in particolare telefoni e computer) vengono sequestrati per essere analizzati, e le loro vite personali vengono passate al setaccio senza alcun rispetto nei loro confronti. L'esercizio del potere diventa rapidamente ai nostri occhi abuso, sia nei modi che nei contenuti.
Il legame tra i due giovani, che nella parte iniziale del film appare solido, viene fortemente messo alla prova dall'emergere di dettagli della vita personale più o meno significativi che gli agenti sembrano tirare fuori ad arte, cosicché soprattutto il personaggio di Diego a poco a poco emerge come meno lineare del previsto, soprattutto e primariamente agli occhi di Elena.
Durante la visione del film la tensione cresce minuto per minuto, e i sentimenti che si affacciano alla mente degli spettatori sono numerosi: si empatizza con i due giovani sottoposti a un trattamento che ha dell'ignominioso, poi ci si meraviglia dell'emergere di dettagli che sembrano modificare il quadro interpretativo, si comincia a sospettare di Diego, ma altrettanto rapidamente ci si rende conto di stare facendo il gioco degli agenti, e di cosa accadrebbe a noi per primi se ci trovassimo in una situazione del genere, situazione talmente stressante da causare nelle persone reazioni anche incongrue e/o insensate.
Di fronte alla scena finale, si resta a bocca aperta, arrabbiati, confusi e disorientati, quasi in difficoltà a prendere una posizione.
Ci diranno i due registi, entrambi di origine venezuelana, che quasi tutto quello che è raccontato nel film è frutto dell'esperienza personale vissuta da loro stessi e da persone a loro care, e sebbene l'intervistatore sottolinei come nel film non ci siano buoni né cattivi tagliati con l'accetta, i registi tengono a rimarcare il valore politico del film, che è una denuncia contro la dittatura delle frontiere e il pregiudizio legalizzato.
Un film girato in un tempo contenuto e con un budget non elevato, ma che - anche grazie alla forza della sceneggiatura, alla bravura degli attori e a un montaggio eccellente - riesce ad arrivare dritto alle emozioni degli spettatori.
Voto: 4/5
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Elena e Diego sono una coppia e stanno per prendere l'aereo che li porterà negli Stati Uniti, dove vogliono trasferirsi a vivere. Elena è di Barcellona, mentre Diego - che vive con lei - è di origini venezuelane.
Quando i due arrivano all'aeroporto di Newark dove hanno la coincidenza con un volo per Miami, loro destinazione finale, vanno al controllo passaporti e da lì comincia una vera e propria odissea che ben presto si trasformerà in un incubo.
Dopo il primo controllo dei passaporti, Elena e Diego vengono infatti trasferiti in un altro ufficio per una second inspection che vede gli agenti dell'aeroporto impegnati a indagare sulle reali motivazioni che portano i due in America e a scandagliare la loro vita privata e il loro passato alla ricerca di elementi che ne dimostrino la malafede. In particolare, a essere preso di mira è Diego, che ha un passaporto venezuelano e in passato aveva già tentato senza successo di trasferirsi negli Stati Uniti, tanto più che, in questa circostanza specifica, ad aver vinto la lotteria della green card è stata Elena.
Elena e Diego vengono sottoposti a veri e propri interrogatori, sia insieme che singolarmente, per confrontare le loro versioni dei fatti, i loro effetti personali (in particolare telefoni e computer) vengono sequestrati per essere analizzati, e le loro vite personali vengono passate al setaccio senza alcun rispetto nei loro confronti. L'esercizio del potere diventa rapidamente ai nostri occhi abuso, sia nei modi che nei contenuti.
Il legame tra i due giovani, che nella parte iniziale del film appare solido, viene fortemente messo alla prova dall'emergere di dettagli della vita personale più o meno significativi che gli agenti sembrano tirare fuori ad arte, cosicché soprattutto il personaggio di Diego a poco a poco emerge come meno lineare del previsto, soprattutto e primariamente agli occhi di Elena.
Durante la visione del film la tensione cresce minuto per minuto, e i sentimenti che si affacciano alla mente degli spettatori sono numerosi: si empatizza con i due giovani sottoposti a un trattamento che ha dell'ignominioso, poi ci si meraviglia dell'emergere di dettagli che sembrano modificare il quadro interpretativo, si comincia a sospettare di Diego, ma altrettanto rapidamente ci si rende conto di stare facendo il gioco degli agenti, e di cosa accadrebbe a noi per primi se ci trovassimo in una situazione del genere, situazione talmente stressante da causare nelle persone reazioni anche incongrue e/o insensate.
Di fronte alla scena finale, si resta a bocca aperta, arrabbiati, confusi e disorientati, quasi in difficoltà a prendere una posizione.
Ci diranno i due registi, entrambi di origine venezuelana, che quasi tutto quello che è raccontato nel film è frutto dell'esperienza personale vissuta da loro stessi e da persone a loro care, e sebbene l'intervistatore sottolinei come nel film non ci siano buoni né cattivi tagliati con l'accetta, i registi tengono a rimarcare il valore politico del film, che è una denuncia contro la dittatura delle frontiere e il pregiudizio legalizzato.
Un film girato in un tempo contenuto e con un budget non elevato, ma che - anche grazie alla forza della sceneggiatura, alla bravura degli attori e a un montaggio eccellente - riesce ad arrivare dritto alle emozioni degli spettatori.
Voto: 4/5
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Historias para no contar
Visto che mi sono dilungata con il precedente film, sarò breve in questa mia recensione di Historias para no contar, la commedia di Cesc Gay che racconta cinque storie di relazioni - d'amore o amicali - con una vena ironica e scanzonata, ma non per questo meno malinconica e con un retrogusto amaro.
Nella prima storia (Tengo ganas de verte) Laura (Anna Castillo) incontra al parco il suo vicino Alex (Chino Darin): poiché il cane di Laura ha qualcosa nella zampa, Alex si offre di andare a casa sua per aiutarla, ma mentre Alex è lì arriva di sorpresa il marito di Laura. Nonostante Laura e Alex non stiano facendo niente di male, Laura va nel pallone e chiude Alex nel bagno. Inizia così una commedia degli equivoci che servirà a Laura a confessare al marito di non amarlo più e di amare Alex.
Nella seconda storia (Sandra), Luis (il bravissimo Alex Brendemhül) arriva a casa degli amici Carlos (Antonio de la Torre) e Ana (María León) che lo ospitano per una notte di passaggio verso il battesimo del nipote. Luis è separato e i suoi amici si sono dati il compito di tirarlo fuori dalla solitudine, cosicché quando Luis incontra a un bar Sandra, Carlos e Ana fanno di tutti per farli rincontrare fino a quando la verità su Ana viene fuori. A quel punto Carlos e Ana assumono atteggiamenti diversi, ognuno con la propria idea di cosa sia il meglio per Luis.
La terza storia (Los martes y los jueves) ha come protagoniste tre amiche (Maribel Verdú, Alexandra Jiménez e Nora Navas) che si ritrovano a un casting, dove dopo una chiacchiera a tre per aggiornarsi reciprocamente sulle loro vite, mentre ciascuna di loro viene chiamata al provino le altre due parlano dell'altra, in una classica dinamica di amicizia competitiva.
Nel quarto episodio (Me has hecho muy feliz estos meses) un professore abbastanza avanti con l'età (José Coronado) si incontra in un bar con una giovane donna (Alejandra Onieva), sua ex studentessa con cui ha una relazione. Mentre lui vorrebbe cogliere l'occasione per chiederle di andare a vivere da lui, lei sta aspettando il momento giusto per dirgli che lo lascia.
Infine, la quinta storia (Parìs) ha come protagonisti due amici, Edu (Quim Gutierréz) e Jota (Brays Efe), che durante le loro uscite per giocare a tennis si scambiano confidenze. In particolare Edu racconta a Jota di temere che sua moglie Sofía (Verónica Echegui) sospetti il suo tradimento di qualche anno prima con un'altra donna. A partire dall'ossessione e dal senso di colpa di Edu le verità che emergeranno saranno numerose e imprevedibili.
Il film di Cesc Gay è a tratti divertente e brillante (alcuni episodi, come Sandra, sono particolarmente riusciti), ma nel complesso resta in superficie e non riesce davvero a proporre analisi psicologiche o sociologiche che vadano oltre il già visto e già sentito.
Visione leggera e divertente, ma niente di più.
Voto: 2,5/5
Visto che mi sono dilungata con il precedente film, sarò breve in questa mia recensione di Historias para no contar, la commedia di Cesc Gay che racconta cinque storie di relazioni - d'amore o amicali - con una vena ironica e scanzonata, ma non per questo meno malinconica e con un retrogusto amaro.
Nella prima storia (Tengo ganas de verte) Laura (Anna Castillo) incontra al parco il suo vicino Alex (Chino Darin): poiché il cane di Laura ha qualcosa nella zampa, Alex si offre di andare a casa sua per aiutarla, ma mentre Alex è lì arriva di sorpresa il marito di Laura. Nonostante Laura e Alex non stiano facendo niente di male, Laura va nel pallone e chiude Alex nel bagno. Inizia così una commedia degli equivoci che servirà a Laura a confessare al marito di non amarlo più e di amare Alex.
Nella seconda storia (Sandra), Luis (il bravissimo Alex Brendemhül) arriva a casa degli amici Carlos (Antonio de la Torre) e Ana (María León) che lo ospitano per una notte di passaggio verso il battesimo del nipote. Luis è separato e i suoi amici si sono dati il compito di tirarlo fuori dalla solitudine, cosicché quando Luis incontra a un bar Sandra, Carlos e Ana fanno di tutti per farli rincontrare fino a quando la verità su Ana viene fuori. A quel punto Carlos e Ana assumono atteggiamenti diversi, ognuno con la propria idea di cosa sia il meglio per Luis.
La terza storia (Los martes y los jueves) ha come protagoniste tre amiche (Maribel Verdú, Alexandra Jiménez e Nora Navas) che si ritrovano a un casting, dove dopo una chiacchiera a tre per aggiornarsi reciprocamente sulle loro vite, mentre ciascuna di loro viene chiamata al provino le altre due parlano dell'altra, in una classica dinamica di amicizia competitiva.
Nel quarto episodio (Me has hecho muy feliz estos meses) un professore abbastanza avanti con l'età (José Coronado) si incontra in un bar con una giovane donna (Alejandra Onieva), sua ex studentessa con cui ha una relazione. Mentre lui vorrebbe cogliere l'occasione per chiederle di andare a vivere da lui, lei sta aspettando il momento giusto per dirgli che lo lascia.
Infine, la quinta storia (Parìs) ha come protagonisti due amici, Edu (Quim Gutierréz) e Jota (Brays Efe), che durante le loro uscite per giocare a tennis si scambiano confidenze. In particolare Edu racconta a Jota di temere che sua moglie Sofía (Verónica Echegui) sospetti il suo tradimento di qualche anno prima con un'altra donna. A partire dall'ossessione e dal senso di colpa di Edu le verità che emergeranno saranno numerose e imprevedibili.
Il film di Cesc Gay è a tratti divertente e brillante (alcuni episodi, come Sandra, sono particolarmente riusciti), ma nel complesso resta in superficie e non riesce davvero a proporre analisi psicologiche o sociologiche che vadano oltre il già visto e già sentito.
Visione leggera e divertente, ma niente di più.
Voto: 2,5/5
giovedì 23 novembre 2023
Foto/Industria. VI biennale di fotografia dell’industria e del lavoro. Bologna, Fondazione MAST, 4 novembre 2023
La rassegna di Foto/Industria, la biennale di fotografia dell'industria e del lavoro che la Fondazione MAST organizza a novembre nella città di Bologna, è dedicata quest'anno al tema del Game, ossia all'industria del gioco in fotografia.
Come due anni fa, approfitto di un weekend bolognese per visitare alcune delle mostre, dopo essermi studiata il programma. Quest'anno la mia selezione ha seguito due criteri primari, vedere mostre classiche di fotografia saltando la videoarte e le installazioni, e scegliere mostre in luoghi che non conosco in modo da scoprire anche qualcosa di nuovo.
Alla fine vedo al Museo Archeologico le mostre Las Vegas di Daniel Faust e Flippers di Olivo Barbieri, a Palazzo Boncompagni la mostra Playgrounds di Linda Fregni Nagler, a Casa Saraceni la mostra Berlin Funfair di Heinrich Zille e infine a San Giorgio in Poggiale alla biblioteca d'arte e di storia la mostra La salle de classe di Hicham Benohoud.
Las Vegas è un assemblaggio di foto che documentano gli elementi più bizzarri e incredibili della città, producendo un caleidoscopio che rappresenta una realtà che sembra artefatta ma non lo è, mentre in Flippers Barbieri racconta in immagini - d'insieme e di dettaglio - un deposito abbandonato di flippers da lui trovato nel 1977 non lontano da casa sua. Un po' come in Las Vegas, con cui questa mostra condivide la sede (e le due mostre sono tenute insieme da un documentario video realizzato da Barbieri a Las Vegas con un elicottero), anche in Flippers realtà e "finzione" si mescolano inestricabilmente (non a caso il progetto di Barbieri era piaciuto molto a Luigi Ghirri).
Playgrounds mette insieme fotografie in grande formato di parchi giochi ripresi in notturna e in bianco e nero: l'effetto è spiazzante e straniante, in quanto questi luoghi normalmente pieni di vita, di suoni e di colori, si trasformano in ambienti sospesi nel tempo e nello spazio, a tratti quasi inquietanti.
Berlin Funfair raccoglie le fotografie che Heinrich Zille scattò alle fiere berlinesi tenutesi a cavallo dell'Ottocento. Si tratta di fotografie che sono innanzitutto una testimonianza storica sia per quanto riguarda la tecnica fotografica che per quanto riguarda i soggetti; in alcuni casi anche le inquadrature, i soggetti e le scelte di questo fotografo riscoperto risultano interessanti e originali.
Infine, La salle de classe è forse la mostra - tra quelle viste - più sorprendente. Si tratta delle foto in bianco e nero che Hicham Benohoud ha scattato ai suoi studenti in classe, elaborando di volta in volta delle "scenografie" con semplici oggetti e delle pose dei ragazzi, che insieme creano situazioni surreali o che suggeriscono letture e interpretazioni del tutto personali. Molto bella anche grazie alla bellezza del contesto della sala della Biblioteca d'arte e di storia che la ospita.
Insomma, la biennale Foto/Industria si conferma una bellissima opportunità e un'occasione da non perdere per bolognesi e turisti di passaggio nella città.
Voto: 3,5/5
Come due anni fa, approfitto di un weekend bolognese per visitare alcune delle mostre, dopo essermi studiata il programma. Quest'anno la mia selezione ha seguito due criteri primari, vedere mostre classiche di fotografia saltando la videoarte e le installazioni, e scegliere mostre in luoghi che non conosco in modo da scoprire anche qualcosa di nuovo.
Alla fine vedo al Museo Archeologico le mostre Las Vegas di Daniel Faust e Flippers di Olivo Barbieri, a Palazzo Boncompagni la mostra Playgrounds di Linda Fregni Nagler, a Casa Saraceni la mostra Berlin Funfair di Heinrich Zille e infine a San Giorgio in Poggiale alla biblioteca d'arte e di storia la mostra La salle de classe di Hicham Benohoud.
Las Vegas è un assemblaggio di foto che documentano gli elementi più bizzarri e incredibili della città, producendo un caleidoscopio che rappresenta una realtà che sembra artefatta ma non lo è, mentre in Flippers Barbieri racconta in immagini - d'insieme e di dettaglio - un deposito abbandonato di flippers da lui trovato nel 1977 non lontano da casa sua. Un po' come in Las Vegas, con cui questa mostra condivide la sede (e le due mostre sono tenute insieme da un documentario video realizzato da Barbieri a Las Vegas con un elicottero), anche in Flippers realtà e "finzione" si mescolano inestricabilmente (non a caso il progetto di Barbieri era piaciuto molto a Luigi Ghirri).
Playgrounds mette insieme fotografie in grande formato di parchi giochi ripresi in notturna e in bianco e nero: l'effetto è spiazzante e straniante, in quanto questi luoghi normalmente pieni di vita, di suoni e di colori, si trasformano in ambienti sospesi nel tempo e nello spazio, a tratti quasi inquietanti.
Berlin Funfair raccoglie le fotografie che Heinrich Zille scattò alle fiere berlinesi tenutesi a cavallo dell'Ottocento. Si tratta di fotografie che sono innanzitutto una testimonianza storica sia per quanto riguarda la tecnica fotografica che per quanto riguarda i soggetti; in alcuni casi anche le inquadrature, i soggetti e le scelte di questo fotografo riscoperto risultano interessanti e originali.
Infine, La salle de classe è forse la mostra - tra quelle viste - più sorprendente. Si tratta delle foto in bianco e nero che Hicham Benohoud ha scattato ai suoi studenti in classe, elaborando di volta in volta delle "scenografie" con semplici oggetti e delle pose dei ragazzi, che insieme creano situazioni surreali o che suggeriscono letture e interpretazioni del tutto personali. Molto bella anche grazie alla bellezza del contesto della sala della Biblioteca d'arte e di storia che la ospita.
Insomma, la biennale Foto/Industria si conferma una bellissima opportunità e un'occasione da non perdere per bolognesi e turisti di passaggio nella città.
Voto: 3,5/5
mercoledì 22 novembre 2023
Le signorine di Concarneau / Georges Simenon
Le signorine di Concarneau / Georges Simenon; trad. di Laura Frausin Guarino. Milano: Adelphi, 2013.
Devo ammettere che non ho mai letto nulla di Simenon, e che questa prima lettura è stata ispirata dal fatto che avevo in quel momento in programma un viaggio in Bretagna, dunque mi faceva piacere leggere un racconto ambientato in uno dei paesi che avrei visitato.
Così, praticamente per caso, sono finita su questo noir di Simenon che racconta la vicenda di Jules Guérec, un quarantenne celibe, proprietario di due pescherecci, che vive nella casa familiare insieme alle due sorelle Céline e Françoise, anch'esse non sposate (a differenza della terza sorella, Marthe, che invece si è sposata con un funzionario pubblico) e che gestiscono un negozio di corde e pellami che occupa una parte della loro stessa abitazione. Si tratta di una famiglia borghese benestante, ma nella quale vigono ferree regole di condotta personale, spesso a scapito della felicità e della realizzazione individuale.
In particolare, Jules è costantemente sotto il controllo delle sorelle, soprattutto di Céline che sembra avere un vero e proprio sesto senso nel riconoscere le bugie del fratello.
Quando una sera Jules, tornando da Quimper, investe un ragazzino e non torna indietro a verificare cosa gli sia successo, all'interno della famiglia Guérec qualcosa cambia per sempre.
Nonostante Jules decida di non raccontare niente alle sorelle e le indagini non riescano a risalire a lui, si innescano alcuni meccanismi che fanno emergere rancori sepolti sotto la cenere e desideri frustrati, cosicché gli equilibri sclerotizzatisi nel tempo cominciano a scricchiolare fino alla deflagrazione finale.
Ne viene fuori il ritratto di nucleo familiare asfittico, che si muove all'interno di un contesto sociale piccolo e provinciale, nel quale le differenze sociali ed economiche sono rilevanti e le prospettive individuali sono limitate. D'altra parte, l'evoluzione della storia dimostrerà che questi personaggi, al di fuori del contesto dal quale provengono, sono pesci fuor d'acqua, incapaci e forse nemmeno veramente interessati a cogliere le opportunità che altri mondi sembrano aprirgli, in quanto perfettamente interni e coerenti con le loro radici.
L'evento che è al centro della narrazione è dunque per Simenon semplicemente un appiglio per raccontare un contesto ambientale e umano del quale ci restituisce umori, odori e colori (o assenza di colori) in maniera estremamente vivida, nonché l'occasione per andare a esplorare le complessità della mente umana e il rapporto non univoco tra i singoli e le collettività cui appartengono.
Diciamo che pur non essendo stata per me una lettura illuminante, ho apprezzato molto lo stile e forse un piccolo seme è stato gettato per approfondire la conoscenza di Simenon.
Voto: 3/5
Devo ammettere che non ho mai letto nulla di Simenon, e che questa prima lettura è stata ispirata dal fatto che avevo in quel momento in programma un viaggio in Bretagna, dunque mi faceva piacere leggere un racconto ambientato in uno dei paesi che avrei visitato.
Così, praticamente per caso, sono finita su questo noir di Simenon che racconta la vicenda di Jules Guérec, un quarantenne celibe, proprietario di due pescherecci, che vive nella casa familiare insieme alle due sorelle Céline e Françoise, anch'esse non sposate (a differenza della terza sorella, Marthe, che invece si è sposata con un funzionario pubblico) e che gestiscono un negozio di corde e pellami che occupa una parte della loro stessa abitazione. Si tratta di una famiglia borghese benestante, ma nella quale vigono ferree regole di condotta personale, spesso a scapito della felicità e della realizzazione individuale.
In particolare, Jules è costantemente sotto il controllo delle sorelle, soprattutto di Céline che sembra avere un vero e proprio sesto senso nel riconoscere le bugie del fratello.
Quando una sera Jules, tornando da Quimper, investe un ragazzino e non torna indietro a verificare cosa gli sia successo, all'interno della famiglia Guérec qualcosa cambia per sempre.
Nonostante Jules decida di non raccontare niente alle sorelle e le indagini non riescano a risalire a lui, si innescano alcuni meccanismi che fanno emergere rancori sepolti sotto la cenere e desideri frustrati, cosicché gli equilibri sclerotizzatisi nel tempo cominciano a scricchiolare fino alla deflagrazione finale.
Ne viene fuori il ritratto di nucleo familiare asfittico, che si muove all'interno di un contesto sociale piccolo e provinciale, nel quale le differenze sociali ed economiche sono rilevanti e le prospettive individuali sono limitate. D'altra parte, l'evoluzione della storia dimostrerà che questi personaggi, al di fuori del contesto dal quale provengono, sono pesci fuor d'acqua, incapaci e forse nemmeno veramente interessati a cogliere le opportunità che altri mondi sembrano aprirgli, in quanto perfettamente interni e coerenti con le loro radici.
L'evento che è al centro della narrazione è dunque per Simenon semplicemente un appiglio per raccontare un contesto ambientale e umano del quale ci restituisce umori, odori e colori (o assenza di colori) in maniera estremamente vivida, nonché l'occasione per andare a esplorare le complessità della mente umana e il rapporto non univoco tra i singoli e le collettività cui appartengono.
Diciamo che pur non essendo stata per me una lettura illuminante, ho apprezzato molto lo stile e forse un piccolo seme è stato gettato per approfondire la conoscenza di Simenon.
Voto: 3/5
lunedì 20 novembre 2023
Ferdinando / Annibale Ruccello; regia di Arturo Cirillo. Teatro Parioli, 2 novembre 2023
Ferdinando è lo spettacolo con cui ho conosciuto il teatro di Annibale Ruccello quando ancora ero convinta che si trattasse di un autore ottocentesco. Da lì in poi è stata tutta una scoperta dell'opera di Ruccello e della straordinaria vitalità del teatro napoletano degli anni Settanta e Ottanta. Poco dopo aver visto Ferdinando, e proprio grazie a Ruccello ho scoperto anche Arturo Cirillo in Notturno di donna con ospiti, e anche in questo caso è stato amore a prima vista. Di lì in poi credo di non essermi persa quasi niente sia del teatro di Ruccello che delle cose portate un scena da Cirillo.
Con Ferdinando diretto da Cirillo possiamo dire che il cerchio si chiude con soddisfazione.
Ovviamente a questo giro arrivo molto più preparata e di conseguenza l'effetto del testo di Ruccello è meno dirompente.
La borbonica Clotilde (Sabrina Scuccimarra), assistita nel suo letto di finta malata dalla cugina povera Gesualda (Anna Rita Vitolo), che le fa da cameriera, e dal prete locale don Catello (lo stesso Cirillo), trascorre le sue giornate rimpiangendo l'epoca che fu e gettando veleno sullo stato e sulla lingua italiana. La sua è una personalità strabordante in cui si alternano invettive al vetriolo e un sarcasmo irresistibile. Intanto donna Gesualda, zitella forse perché senza dote, ha una tresca con don Catello che in realtà non disdegna nemmeno e forse preferisce le frequentazioni maschili. A scombinare completamente questo già instabile equilibrio arriva Ferdinando (Riccardo Ciccarelli), il giovane figlio di parenti alla lontana, rimasto senza genitori e mandato a vivere con la zia Clotilde. Ferdinando con la sua almeno apparente fragilità e i suoi modi gentili e seduttivi diventa il centro di attrazione per tutti, attivando gli appetiti sessuali di Clotilde, di don Catello e alfine anche di Gesualda, appetiti ai quali non si sottrae.
Le gelosie incrociate e le bugie creano un clima sempre più teso che condurrà all'epilogo finale nel quale la realtà si mostrerà per quella che realmente è.
Come dicevo nel precedente post su questo spettacolo, quella di Ruccello è un'amara e brillante riflessione sul rapporto tra passato e presente e una constatazione del fatto che l'avidità e la meschinità umana attraversano le epoche anche quando il contesto si trasforma completamente.
Ma al di là del "messaggio", la cosa di fronte alla quale non si può rimanere indifferenti è la vitalità e la potenza di questo testo in napoletano, antico e modernissimo, che non vede mai una battuta d'arresto e che a più riprese ci strappa risate fragorose. Non manca la vena malinconica che - dopo aver visto quasi tutti gli spettacoli di Ruccello - posso dire essere la sua cifra caratteristica, che qui aleggia nel sottofondo (i tre personaggi principali sono tutti a loro modo dolenti e condannati nelle loro solitudini e per questo Ferdinando spariglia le carte), mentre in altre opere è il cuore emotivo del racconto (vedi ad esempio Le cinque rose di Jennifer).
Personalmente sono innamorata del teatro di Ruccello, artista che va tenuto in vita con le sue opere, per diffonderlo e tramandarlo nella sua potenza narrativa.
Bello l'allestimento con la regia di Cirillo, qui misurato anche nell'interpretazione, bravissimi gli altri attori, e la Scuccimarra regge il confronto con la Gea Martire della precedente rappresentazione.
Voto: 4,5/5
Con Ferdinando diretto da Cirillo possiamo dire che il cerchio si chiude con soddisfazione.
Ovviamente a questo giro arrivo molto più preparata e di conseguenza l'effetto del testo di Ruccello è meno dirompente.
La borbonica Clotilde (Sabrina Scuccimarra), assistita nel suo letto di finta malata dalla cugina povera Gesualda (Anna Rita Vitolo), che le fa da cameriera, e dal prete locale don Catello (lo stesso Cirillo), trascorre le sue giornate rimpiangendo l'epoca che fu e gettando veleno sullo stato e sulla lingua italiana. La sua è una personalità strabordante in cui si alternano invettive al vetriolo e un sarcasmo irresistibile. Intanto donna Gesualda, zitella forse perché senza dote, ha una tresca con don Catello che in realtà non disdegna nemmeno e forse preferisce le frequentazioni maschili. A scombinare completamente questo già instabile equilibrio arriva Ferdinando (Riccardo Ciccarelli), il giovane figlio di parenti alla lontana, rimasto senza genitori e mandato a vivere con la zia Clotilde. Ferdinando con la sua almeno apparente fragilità e i suoi modi gentili e seduttivi diventa il centro di attrazione per tutti, attivando gli appetiti sessuali di Clotilde, di don Catello e alfine anche di Gesualda, appetiti ai quali non si sottrae.
Le gelosie incrociate e le bugie creano un clima sempre più teso che condurrà all'epilogo finale nel quale la realtà si mostrerà per quella che realmente è.
Come dicevo nel precedente post su questo spettacolo, quella di Ruccello è un'amara e brillante riflessione sul rapporto tra passato e presente e una constatazione del fatto che l'avidità e la meschinità umana attraversano le epoche anche quando il contesto si trasforma completamente.
Ma al di là del "messaggio", la cosa di fronte alla quale non si può rimanere indifferenti è la vitalità e la potenza di questo testo in napoletano, antico e modernissimo, che non vede mai una battuta d'arresto e che a più riprese ci strappa risate fragorose. Non manca la vena malinconica che - dopo aver visto quasi tutti gli spettacoli di Ruccello - posso dire essere la sua cifra caratteristica, che qui aleggia nel sottofondo (i tre personaggi principali sono tutti a loro modo dolenti e condannati nelle loro solitudini e per questo Ferdinando spariglia le carte), mentre in altre opere è il cuore emotivo del racconto (vedi ad esempio Le cinque rose di Jennifer).
Personalmente sono innamorata del teatro di Ruccello, artista che va tenuto in vita con le sue opere, per diffonderlo e tramandarlo nella sua potenza narrativa.
Bello l'allestimento con la regia di Cirillo, qui misurato anche nell'interpretazione, bravissimi gli altri attori, e la Scuccimarra regge il confronto con la Gea Martire della precedente rappresentazione.
Voto: 4,5/5
venerdì 17 novembre 2023
C'è ancora domani
Vado a vedere quest'opera prima della Cortellesi trascinata dall'entusiasmo collettivo che si è sviluppato intorno ad esso. Tra l'altro ci vado un sabato sera a Bologna e nonostante i due spettacoli a 15 minuti l'uno dall'altro non saremmo entrate se non avessimo fatto il biglietto in anticipo.
Diciamo che la grande aspettativa non è mai la condizione migliore per affrontare un film (e non solo). Però in questo caso credo che la colpa non sia solo dell'aspettativa.
Già dopo una decina di minuti dall'inizio del film comincio a sospettare, e poi ad avere la certezza, di stare vedendo un film molto didascalico e meccanico nei suoi sviluppi narrativi, uno di quei film che mi aspetterei di vedere in televisione ma che al cinema mi paiono non riuscire a essere all'altezza del mezzo.
Della storia non dirò quasi nulla perché credo che ormai tutti sappiano di cosa parla: la vicenda di Delia, della sua situazione familiare, del rapporto con sua figlia, ma anche la storia dei giorni che precedettero il referendum del 2 e 3 giugno 1946.
Nonostante le ottime intenzioni di Paola Cortellesi e il lodevole messaggio di cui il film si fa tramite, per me tutto risulta fin troppo semplicistico, dalla ricostruzione della Roma del dopoguerra e delle case dei poveri, fino ad arrivare ai personaggi che - anche quando interpretati da attori notoriamente bravi, come Valerio Mastandrea ed Emanuela Fanelli - sono troppo monocordi, buoni o cattivi a seconda dei casi, cosicché risultano dal mio punto di vista poco credibili. Le scelte registiche - anche quelle apparentemente più originali, ad esempio le presunte scene di ballo che nascondono la violenza o gli inserti musicali contemporanei in alcuni momenti clou della storia, a me sono risultate ingenue e hanno fatto fatica a provocarmi un vero coinvolgimento emotivo.
Leggo a destra e a sinistra di chi ha riso e si è commosso ed è uscito toccato dal film. Gli applausi in sala si sprecano e vi ho assistito anche io.
Io però non ho vissuto niente di tutto questo, e non mi è chiaro se sia un problema mio ovvero l'effetto di ciò che le persone si aspettano dal cinema.
Ovviamente sono contenta del successo del film, che riempie le sale e porta al cinema persone che non ci andavano da tempo, ma non sono sicura che questo fenomeno sia una garanzia di futuro per il cinema o almeno del cinema come lo intendo io. O forse tutto sommato questi successi di pubblico servono proprio a garantire la sopravvivenza delle sale anche quando scelgono di proiettare pellicole più di nicchia o più complesse.
Insomma, grazie comunque alla Cortellesi. Anche se per me i film per il grande schermo sono un'altra cosa.
Voto: 2,5/5
Diciamo che la grande aspettativa non è mai la condizione migliore per affrontare un film (e non solo). Però in questo caso credo che la colpa non sia solo dell'aspettativa.
Già dopo una decina di minuti dall'inizio del film comincio a sospettare, e poi ad avere la certezza, di stare vedendo un film molto didascalico e meccanico nei suoi sviluppi narrativi, uno di quei film che mi aspetterei di vedere in televisione ma che al cinema mi paiono non riuscire a essere all'altezza del mezzo.
Della storia non dirò quasi nulla perché credo che ormai tutti sappiano di cosa parla: la vicenda di Delia, della sua situazione familiare, del rapporto con sua figlia, ma anche la storia dei giorni che precedettero il referendum del 2 e 3 giugno 1946.
Nonostante le ottime intenzioni di Paola Cortellesi e il lodevole messaggio di cui il film si fa tramite, per me tutto risulta fin troppo semplicistico, dalla ricostruzione della Roma del dopoguerra e delle case dei poveri, fino ad arrivare ai personaggi che - anche quando interpretati da attori notoriamente bravi, come Valerio Mastandrea ed Emanuela Fanelli - sono troppo monocordi, buoni o cattivi a seconda dei casi, cosicché risultano dal mio punto di vista poco credibili. Le scelte registiche - anche quelle apparentemente più originali, ad esempio le presunte scene di ballo che nascondono la violenza o gli inserti musicali contemporanei in alcuni momenti clou della storia, a me sono risultate ingenue e hanno fatto fatica a provocarmi un vero coinvolgimento emotivo.
Leggo a destra e a sinistra di chi ha riso e si è commosso ed è uscito toccato dal film. Gli applausi in sala si sprecano e vi ho assistito anche io.
Io però non ho vissuto niente di tutto questo, e non mi è chiaro se sia un problema mio ovvero l'effetto di ciò che le persone si aspettano dal cinema.
Ovviamente sono contenta del successo del film, che riempie le sale e porta al cinema persone che non ci andavano da tempo, ma non sono sicura che questo fenomeno sia una garanzia di futuro per il cinema o almeno del cinema come lo intendo io. O forse tutto sommato questi successi di pubblico servono proprio a garantire la sopravvivenza delle sale anche quando scelgono di proiettare pellicole più di nicchia o più complesse.
Insomma, grazie comunque alla Cortellesi. Anche se per me i film per il grande schermo sono un'altra cosa.
Voto: 2,5/5
mercoledì 15 novembre 2023
Anatomia di una caduta
Avevo già sentito parlare molto bene di questo film di Justine Triet, tra l'altro vincitore della Palma d'oro a Cannes, e dunque mi ero predisposta alla visione con grandi aspettative. Poi mi sono accorta che la regista è la stessa di Sybil, film che avevo visto un paio di anni fa e non mi era piaciuto granché, quindi sono andata al cinema con un atteggiamento neutrale, che poi è sempre la scelta migliore.
Siamo in una baita di montagna sulle Alpi francesi. Sandra Voyter (Sandra Hüller), una nota scrittrice, sta rilasciando un'intervista a una giovane studiosa per una tesi di laurea; intanto, dal piano di sopra - dove sta lavorando Samuel, il marito di Sandra - arriva una musica ad alto volume che rende sempre più difficile procedere con l'intervista. L'intervista viene interrotta, mentre Daniel (Milo Machado Graner), il figlio ipovedente undicenne della coppia, esce col suo cane-guida per una passeggiata nei boschi.
Al ritorno, Daniel trova suo padre sulla neve, morto. Poiché l'autopsia non è in grado di fornire una risposta definitiva alla dinamica della morte, e le varie ipotesi (incidente, suicidio e omicidio) sono tutte plausibili, a seguito dell'emergere di alcuni elementi, Sandra viene accusata di omicidio e processata, mentre Daniel diventa uno dei testimoni chiave, per quanto un testimone solo uditivo.
Fatto salvo il prologo che racconta l'evento da cui si dipana la narrazione, il film della Triet si struttura come un legal thriller, in quanto seguiamo lo sviluppo del processo a carico di Sandra con tanto di testimonianze, ricostruzioni, pareri di esperti, prove di vario genere ecc., attraverso il quale la vita di Sandra e Samuel viene passata al setaccio, alla ricerca di ogni più piccolo elemento a favore o contro la sua versione dei fatti. In aula si fronteggiano il pubblico ministero (Antoine Reinartz) e l'avvocato di Sandra, Vincent (Swann Arlaud), vecchio amico della stessa.
Il film tiene incollati alla sedia e non ha un attimo di cedimento, un vero meccanismo a orologeria nel quale siamo anche noi parte del pubblico che assiste al processo, anzi - meglio ancora - siamo in giuria a decidere qual è la verità e se Sandra va assolta o condannata.
Dal mio punto di vista esistono molteplici letture possibili di questo film, ma personalmente lo ritengo uno straordinario esperimento sociale sul complesso rapporto tra fatti e opinioni, tra realtà e narrazione.
A mio modo di vedere il personaggio centrale del film è Daniel, e secondo me la sua parziale cecità assume uno specifico significato non solo dal punto di vista narrativo. Di fronte alla morte del padre, fin dal principio Daniel dice che ha bisogno di capire, vuole trovare una spiegazione a quello che è successo; quando il processo volge ormai al termine ed è ormai evidente che entrambe le ipotesi, il suicidio del padre ovvero l'omicidio da parte da di Sandra, sono entrambe plausibili e sostenibili, né esiste alcuna prova risolutiva in una direzione o nell'altra, Daniel - in un dialogo con l'assistente sociale che le è stata affiancata dal tribunale - si chiede come si faccia in questi casi e Marge gli risponde che, in assenza di elementi certi, bisogna decidere quale interpretazione sposare.
Ebbene, questi due momenti ci consentono di leggere tutto il film come l'occasione per riflettere su come - rispetto a situazioni e temi complessi - si costruiscono le nostre opinioni, rispetto alle quali i fatti - lì dove sono decontestualizzati o comunque non risolutivi - finiscono per diventare un puntello della posizione che abbiamo deciso di prendere. In fondo siamo tutti come Daniel, parzialmente ciechi di fronte al reale, da cui ci giungono solo elementi conoscitivi che utilizziamo per costruirci opinioni, in buona parte radicate primariamente nella nostra sensibilità. Si tratta di un tema centrale non solo per noi come individui, bensì per la società umana tutta, tanto più in un periodo come quello in cui viviamo, in cui siamo sommersi di testimonianze, notizie, fatti, che ci danno l'illusione di conoscere la verità delle cose ma che in realtà utilizziamo sostanzialmente per farci un'opinione o meglio per rafforzare un'opinione che di fatto si nutre del nostro modo di essere. Su questo grande tema si va a innestare nel film quel mix sempre più inestricabile di eventi e narrazione degli eventi, vita reale e finzione narrativa che caratterizza la nostra contemporaneità, in un processo che tende a privilegiare sempre di più la narrazione, in quanto più accattivante e capace di produrre engagement. Se anche la letteratura diventa possibile elemento probatorio vuol dire che il confine tra realtà e racconto ha cessato di esistere.
L'aspetto che mi conferma nella mia lettura del film è che all'uscita ognuno di noi ha la sua idea su quale sia la verità, e ciascuno si è formato la sua opinione sulla base della propria sensibilità individuale, chi condizionato dalla propria tendenza all'analisi psicologica, chi da un punto di vista femminista, chi da una propensione al retropensiero. Io per prima sono stata molto condizionata dal fatto che il pubblico ministero mi ricordava tantissimo una persona che conosco e che mi è particolarmente antipatica.
Poi, certo, dentro il film c'è molto altro: una coppia borghese analizzata nei suoi elementi disfunzionali, una dinamica psicologica vittima-carnefice, un ribaltamento dei ruoli e delle rivendicazioni tra marito e moglie, una riflessione sul funzionamento dei meccanismi giudiziari, ma dal mio punto di vista questi sono tutti aspetti secondari rispetto al tema centrale del rapporto tra fatti e opinioni.
Voto: 4,5/5
Siamo in una baita di montagna sulle Alpi francesi. Sandra Voyter (Sandra Hüller), una nota scrittrice, sta rilasciando un'intervista a una giovane studiosa per una tesi di laurea; intanto, dal piano di sopra - dove sta lavorando Samuel, il marito di Sandra - arriva una musica ad alto volume che rende sempre più difficile procedere con l'intervista. L'intervista viene interrotta, mentre Daniel (Milo Machado Graner), il figlio ipovedente undicenne della coppia, esce col suo cane-guida per una passeggiata nei boschi.
Al ritorno, Daniel trova suo padre sulla neve, morto. Poiché l'autopsia non è in grado di fornire una risposta definitiva alla dinamica della morte, e le varie ipotesi (incidente, suicidio e omicidio) sono tutte plausibili, a seguito dell'emergere di alcuni elementi, Sandra viene accusata di omicidio e processata, mentre Daniel diventa uno dei testimoni chiave, per quanto un testimone solo uditivo.
Fatto salvo il prologo che racconta l'evento da cui si dipana la narrazione, il film della Triet si struttura come un legal thriller, in quanto seguiamo lo sviluppo del processo a carico di Sandra con tanto di testimonianze, ricostruzioni, pareri di esperti, prove di vario genere ecc., attraverso il quale la vita di Sandra e Samuel viene passata al setaccio, alla ricerca di ogni più piccolo elemento a favore o contro la sua versione dei fatti. In aula si fronteggiano il pubblico ministero (Antoine Reinartz) e l'avvocato di Sandra, Vincent (Swann Arlaud), vecchio amico della stessa.
Il film tiene incollati alla sedia e non ha un attimo di cedimento, un vero meccanismo a orologeria nel quale siamo anche noi parte del pubblico che assiste al processo, anzi - meglio ancora - siamo in giuria a decidere qual è la verità e se Sandra va assolta o condannata.
Dal mio punto di vista esistono molteplici letture possibili di questo film, ma personalmente lo ritengo uno straordinario esperimento sociale sul complesso rapporto tra fatti e opinioni, tra realtà e narrazione.
A mio modo di vedere il personaggio centrale del film è Daniel, e secondo me la sua parziale cecità assume uno specifico significato non solo dal punto di vista narrativo. Di fronte alla morte del padre, fin dal principio Daniel dice che ha bisogno di capire, vuole trovare una spiegazione a quello che è successo; quando il processo volge ormai al termine ed è ormai evidente che entrambe le ipotesi, il suicidio del padre ovvero l'omicidio da parte da di Sandra, sono entrambe plausibili e sostenibili, né esiste alcuna prova risolutiva in una direzione o nell'altra, Daniel - in un dialogo con l'assistente sociale che le è stata affiancata dal tribunale - si chiede come si faccia in questi casi e Marge gli risponde che, in assenza di elementi certi, bisogna decidere quale interpretazione sposare.
Ebbene, questi due momenti ci consentono di leggere tutto il film come l'occasione per riflettere su come - rispetto a situazioni e temi complessi - si costruiscono le nostre opinioni, rispetto alle quali i fatti - lì dove sono decontestualizzati o comunque non risolutivi - finiscono per diventare un puntello della posizione che abbiamo deciso di prendere. In fondo siamo tutti come Daniel, parzialmente ciechi di fronte al reale, da cui ci giungono solo elementi conoscitivi che utilizziamo per costruirci opinioni, in buona parte radicate primariamente nella nostra sensibilità. Si tratta di un tema centrale non solo per noi come individui, bensì per la società umana tutta, tanto più in un periodo come quello in cui viviamo, in cui siamo sommersi di testimonianze, notizie, fatti, che ci danno l'illusione di conoscere la verità delle cose ma che in realtà utilizziamo sostanzialmente per farci un'opinione o meglio per rafforzare un'opinione che di fatto si nutre del nostro modo di essere. Su questo grande tema si va a innestare nel film quel mix sempre più inestricabile di eventi e narrazione degli eventi, vita reale e finzione narrativa che caratterizza la nostra contemporaneità, in un processo che tende a privilegiare sempre di più la narrazione, in quanto più accattivante e capace di produrre engagement. Se anche la letteratura diventa possibile elemento probatorio vuol dire che il confine tra realtà e racconto ha cessato di esistere.
L'aspetto che mi conferma nella mia lettura del film è che all'uscita ognuno di noi ha la sua idea su quale sia la verità, e ciascuno si è formato la sua opinione sulla base della propria sensibilità individuale, chi condizionato dalla propria tendenza all'analisi psicologica, chi da un punto di vista femminista, chi da una propensione al retropensiero. Io per prima sono stata molto condizionata dal fatto che il pubblico ministero mi ricordava tantissimo una persona che conosco e che mi è particolarmente antipatica.
Poi, certo, dentro il film c'è molto altro: una coppia borghese analizzata nei suoi elementi disfunzionali, una dinamica psicologica vittima-carnefice, un ribaltamento dei ruoli e delle rivendicazioni tra marito e moglie, una riflessione sul funzionamento dei meccanismi giudiziari, ma dal mio punto di vista questi sono tutti aspetti secondari rispetto al tema centrale del rapporto tra fatti e opinioni.
Voto: 4,5/5
lunedì 13 novembre 2023
Strange way of life
Quest'anno Almodovar ci sorprende con un film che è a tutti gli effetti un piccolo divertissement. Si tratta di un cortometraggio (dura 31 minuti), con un'ambientazione western, ispirato all'omonima canzone della cantante di fado Amalia Rodriguez, canzone che viene cantata anche in un momento topico del film.
La storia è presto detta. Silva (Pedro Pascal), dopo molti anni di lontananza, torna a trovare il suo amico di gioventù nonché ex-amante Jake (Ethan Hawke), diventato ormai sceriffo del villaggio. L'incontro tra i due farà riscoprire loro la passione mai spenta, ma i rimpianti del passato e il coinvolgimento del figlio di Pedro nell'assassinio della sua donna metteranno i due uomini uno contro l'altro, costringendoli a fare i conti con il passato e le scelte compiute.
Il fatto che Pedro Almodovar si metta alla prova con il cortometraggio potrebbe significare due cose: primo, che questo formato cinematografico ha una sua dignità alta e costituisce una sfida impegnativa anche per registi navigati; secondo, che magari si tratta di una specie di prova di Almodovar che forse un giorno potrebbe trasformarsi in un lungometraggio.
Come ben spiegato in un articolo del Post dedicato proprio ai cortometraggi, tale formato - pur essendo molto presente in alcuni contesti - in realtà è generalmente meno apprezzato dei film e delle serie tv. Non so se si tratti di questione di distribuzione o di aspettativa. Per quanto mi riguarda di fronte ai cortometraggi sono sempre presa alla sprovvista dalla fine: mi aspetto ogni volta uno sviluppo più ampio della trama e dunque alla fine resto con l'amaro in bocca e sempre un pochino insoddisfatta.
Comunque il cortometraggio di Almodovar è carino e originale, e personalmente tutto sommato spero che sia un indice del fatto che Almodovar sta per tornare sul grande schermo con un lungometraggio, cosa che senza dubbio mi renderebbe contenta.
Voto: 3/5
La storia è presto detta. Silva (Pedro Pascal), dopo molti anni di lontananza, torna a trovare il suo amico di gioventù nonché ex-amante Jake (Ethan Hawke), diventato ormai sceriffo del villaggio. L'incontro tra i due farà riscoprire loro la passione mai spenta, ma i rimpianti del passato e il coinvolgimento del figlio di Pedro nell'assassinio della sua donna metteranno i due uomini uno contro l'altro, costringendoli a fare i conti con il passato e le scelte compiute.
Il fatto che Pedro Almodovar si metta alla prova con il cortometraggio potrebbe significare due cose: primo, che questo formato cinematografico ha una sua dignità alta e costituisce una sfida impegnativa anche per registi navigati; secondo, che magari si tratta di una specie di prova di Almodovar che forse un giorno potrebbe trasformarsi in un lungometraggio.
Come ben spiegato in un articolo del Post dedicato proprio ai cortometraggi, tale formato - pur essendo molto presente in alcuni contesti - in realtà è generalmente meno apprezzato dei film e delle serie tv. Non so se si tratti di questione di distribuzione o di aspettativa. Per quanto mi riguarda di fronte ai cortometraggi sono sempre presa alla sprovvista dalla fine: mi aspetto ogni volta uno sviluppo più ampio della trama e dunque alla fine resto con l'amaro in bocca e sempre un pochino insoddisfatta.
Comunque il cortometraggio di Almodovar è carino e originale, e personalmente tutto sommato spero che sia un indice del fatto che Almodovar sta per tornare sul grande schermo con un lungometraggio, cosa che senza dubbio mi renderebbe contenta.
Voto: 3/5
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