giovedì 26 maggio 2011

The tree of life

Mah... Il film non mi è dispiaciuto, ma non posso neppure dire che mi sia piaciuto.

Certo si fa fatica ad essere convinti delle proprie percezioni di fronte a un mostro sacro come Terrence Malick (regista misterioso e difficilmente etichettabile che ha portato nei suoi pochissimi film una forte componente intellettualistica) e alla consacrazione di questo film come vincitore della Palma d'Oro nella difficile piazza di Cannes.

Comunque sfiderò questo timore reverenziale, magari ammettendo preliminarmente la mia inadeguatezza culturale a cogliere la complessa sottotrama filosofica, musicale, religiosa, cosmologica che Malick tesse all'interno di questo film anomalo, in cui il racconto di una storia per certi versi un po' banale viene inserita (e allo stesso tempo contrapposta) in una riflessione di ampio respiro sulla vita umana all'interno dell'immensità e dell'inspiegabilità dell'universo e dei fenomeni naturali.

Così l'infanzia e l'adolescenza di Jack (da ragazzino Hunter McCracken, da adulto Sean Penn) in un sobborgo residenziale di una cittadina del Texas, le sue relazioni con un padre autoritario e anaffettivo (Brad Pitt) e una madre sottomessa ed eterea (Jessica Chastein), nonché con i suoi fratelli, in particolare quello caratterialmente più diverso da lui e destinato a una fine tragica, appaiono in qualche modo la traccia narrativa e parzialmente autobiografica che il regista utilizza per un suo dialogo interiore con il trascendente.

Parole sussurrate, musica sacra e sinfonica, immagini suggestive a metà tra il National Geographic e la trilogia Qatsi (grazie A.), inserti che ricordano quasi Jurassic Park, echi di 2001 Odissea nello spazio, presenza costante dell'elemento religioso sono le componenti che rendono quello che avrebbe potuto essere un racconto cinematografico tradizionale un oggetto nuovo dal punto di vista visivo e concettuale.

Esperimento dunque interessante, sebbene le sue diverse componenti non riescono ad omogeneizzarsi e amalgamarsi completamente.

Resta forte alla fine in me la sensazione che il film sia l'espressione di una necessità che frequentemente caratterizza una certa fase del percorso anagrafico dell'essere umano, quello nel quale si fa un bilancio della propria vita, il pensiero della morte si affaccia sempre più spesso alla mente, i ricordi dell'infanzia diventano vividi e la ricerca del trascendente e gli interrogativi sul senso dell'esistenza diventano inevitabili.

In tutto ciò appaiono inoltre determinanti il contesto culturale ed educativo nel quale il regista è cresciuto (vi ricordate Blankets)e il profondo condizionamento di una pesante cultura religiosa e di una morale molto rigida sullo sviluppo libero e completo della sua personalità adulta.

In definitiva, ho trovato potente (nelle immagini naturalistiche e nella rappresentazione della violenza delle relazioni umane) e tenero (nella rappresentazione della prima infanzia e della bellezza della natura) lo sguardo di Malick, e mi sono detta che la complessità e l'ampiezza delle nostre conoscenze non sono una protezione sufficiente di fronte alla smarrimento che l'assenza di senso e la fragilità della nostra dimensione umana sollevano a più riprese nella nostra esistenza.

Dal mio attuale punto di osservazione l'approccio di Malick, pur essendo visivamente di grande impatto, lascia perplessi in quanto irrisolto sul piano squisitamente umano, e il suo afflato poetico risulta troppo connotato e forse pretenzioso, sintomo - in qualche modo - di una sconfitta di quella visione umanistica che personalmente privilegio.

Voto: 3/5

venerdì 20 maggio 2011

Un weekend a Martignano

Nasce tutto dal desiderio di C. di passare un weekend nel verde anziché a Roma, ma senza fare centinaia di chilometri.

E così quale migliore soluzione che fare un salto dalle parti dei laghi di Bracciano e Martignano, che da casa mia in fondo non sono molto più lontani del litorale laziale?

Mi attira il lago più piccolo e meno conosciuto, anche perché mi dicono che qui non ci sono paesi o zone urbanizzate direttamente affacciati sul lago, eccetto qualche agriturismo.

Convinta, prenoto auto e alloggio e il sabato mattina (non esattamente di buon'ora) si parte. La destinazione è l'agriturismo Il Castoro, il più rustico tra quelli della zona e ovviamente quello che - almeno sulla carta - ci è piaciuto di più.

Diciamo che l'inizio della vacanzina del weekend non è delle più felici. Mi accorgo, una volta uscita dall'autonoleggio, che l'auto non ha il pieno, tento di contattare telefonicamente la Hertz, ma praticamente non c'è modo e quel telefono continuerà a squillare a vuoto per tutta la giornata. Decido di uscire da Roma prendendo la Cassia anziché imboccando Salaria e raccordo e me ne pento amaramente, perché in quel budello assurdo si procede a passo d'uomo e certamente ci mettiamo di più a prendere il raccordo che ad arrivare al lago, che si rileva essere sostanzialmente a un tiro di schioppo.

Per fortuna, tutti i nervosismi scivolano via quando in men che non si dica ci ritroviamo sul lungolago (quello grande di Bracciano) e da lì, una volta preso uno sterrato, siamo al cancello del nostro agriturismo. Colline verdi, casa padronale in pietra, appartamentino con giardinetto privato, mucche e cavalli, e - tra gli alberi - il blu del lago.

Solo allora realizziamo che nell'appartamento c'è tutto. Ma per chi abbia fatto la spesa! E dunque immediatamente ci preoccupiamo della colazione dell'indomani mattina, perché ci sarà pure il posto di ristoro sulla spiaggia sul lago - come ci ha detto la proprietaria dell'agriturismo - ma chi ce la fa a uscire di casa senza una prima colazione domestica? ;-)

Comunque, il problema viene rimandato alla serata, quando ci sposteremo per la cena verso Anguillara. Intanto il lago ci attende. Stradina di campagna ed eccoci su un prato verdissimo e curatissimo, con un lungo viale tra grandi alberi cui sono appesa decine e decine di amache. Qualche pedalò è parcheggiato sulla spiaggia (che è tutta prato fino alla riva), ma non è chiaro se siano a disposizione oppure no. In ogni caso il nostro obiettivo è goderci il sole e la tranquillità. Non c'è praticamente nessuno. Ogni tanto passa qualcuno con una canoa o una piccola barca a vela, qualcuno si ferma sulla spiaggia ad asciugarsi, ma le 4-5 ore di completa nullafacenza (eccetto gli esercizi di pilates!) sono davvero un toccasana.

Una volta fatto il pieno di sole e di silenzio, il tempo di una doccia e siamo in macchina. Discesa in retromarcia, abbattimento di staccionata in legno (!), e poi via verso Anguillara. Tappa al supermercato per comprare tutto quello che ci serve per la colazione e poi passeggiata per il centro storico del paese alla ricerca di un'osteria dove prendere un aperitivo, godendoci il tramonto.

Seguendo un cartello, finiremo da Ciccio Pasticcio, dove il padrone di casa corrisponde esattamente al nome del locale... I tavoli fuori non sono ancora stati allestiti, quindi staremo dentro nell'atmosfera surreale del locale, dove campeggia un cartello con una scritta in veneto. Mah! Comunque, il nostro bicchiere di vino l'abbiamo bevuto; non resta che andare da Boricella, consigliatoci da C.

Strano posto questo ristorante. Mi ricorda certi posti dove andavo il sabato sera con i miei genitori a managiare quando ero piccola (date un'occhiata al sito!). Posto per famiglie, dove fanno anche la pizza, in cui tutto è semplice, ma anche elegante nel senso in cui un posto poteva essere elegante negli anni '80. Comunque noi ci siamo andate per mangiare il pesce di lago e così è: dopo un fritto di pesce di lago e un persico in carpione, non ci faremo mancare una grigliatona mista con verdure e patate di contorno. Il tutto spruzzato di un onesto bianco locale. Crema catalana e ritorno al Castoro a dormire, nonostante le buone intenzioni di fare una passeggiata notturna sul lago.

Al mattino (in realtà è mezzogiorno), il tempo non promette niente di buono, ma tanto noi abbiamo la nostra colazione che ci aspetta. Thè, porchetta, pane e marmellata ;-))

Nel frattempo comincia a piovere. Riusciamo a malapena a fare un salto sulla spiaggia, ma le condizioni non sono le migliori per bissare l'esperienza del giorno precedente. La pioggia però conferisce al luogo un'atmosfera magica, soffusa, rilassata e misteriosa. Ci godiamo per un po' lo spettacolo.

Ma è già tempo di tornare verso Roma. Non senza un giro in macchina attraverso Trevignano e Bracciano.

Peccato che il weekend sia già finito. Ma scoprire che esiste uno spazio di fuga così bello così vicino alla città ci riempie di gioia.

lunedì 16 maggio 2011

Pillole blu / Frederik Peeters

Pillole blu / Frederik Peeters. Bologna: Kappa edizioni, 2004.

Erano anni che questa graphic novel del ginevrino Frederik Peeters era parcheggiata sugli scaffali della mia libreria, dopo essere stata acquistata con molto entusiasmo al mio primo BilBolBul, il festival del fumetto di Bologna.

Ora, complice la nuova edizione da poco uscita per la stessa casa editrice, la mia rinnovata passione per i fumetti e lo scarsissimo tempo a disposizione per la lettura dei romanzi tradizionali, ho messo sul comodino questo Pillole blu e per qualche giorno ho fatto mezzanotte immersa nella sua lettura.

Ancora una volta una storia autobiografica, la storia d'amore tra lo stesso Frederik e Cati. Una storia iniziata come tante e con le stesse difficoltà e tenerezze di tutte le altre, se non fosse che Cati è sieropositiva così come il suo bambino.

La forza di questa graphic novel è la sconcertante normalità e leggerezza con cui ci viene raccontata la quotidianità di Frederik e Cati. Due giovani come tanti altri, con le facce ingenue e pulite, con le loro paure e la forza del loro legame. Due giovani che, rispetto agli altri, devono però confrontarsi quotidianamente e convivere con la paura del contagio, l'angoscia della morte, l'ansia del futuro, i sensi di colpa. Che si desiderano e si amano intensamente, ma sono chiamati a interrogarsi sulla loro sessualità.

E che pure riescono a trovare una loro strada per un amore bello e profondo, per l'ironia e il sorriso. Il capitolo centrale in cui i due sono distesi a letto e, su richiesta di Cati, Frederik prova a elencare i motivi per cui la ama è forte e commovente, sincera e tenera. Quasi da incorniciare.

Daniele Barbieri sintetizza bene il messaggio che viene fuori dalla lettura di Pillole blu: "Non è perché siamo destinati a morire che non possiamo vivere". E - aggiungerei io - la sfida per tutti, tutti i giorni, qualunque sia la nostra situazione, è conquistarci il nostro pezzettino di felicità quotidiana, è costruirci il nostro personale senso dell'esistenza, quello che ci ricompone e ci pacifica con noi stessi e con il mondo circostante.

Non mi sembra un messaggio di poco conto.

Voto: 3,5/5

martedì 10 maggio 2011

Blankets / Craig Thompson

Blankets / Craig Thompson; prefazione di Luca Sofri. Milano: Rizzoli Lizard, 2010.

Ha ragione chi dice che l'immagine di quell'America avanzata, innovativa e di mente aperta che spesso noi europei ci portiamo dietro a malapena corrisponde alle sponde est e ovest degli Stati Uniti. Perché tutto quello che c'è lì, nel mezzo, è in realtà un mondo che per certi versi ci è sconosciuto e per certi altri ci è molto più familiare.

Siamo nel Wisconsin, uno stato della regione dei Grandi Laghi, al confine con il Canada, innevato per buona parte dell'anno, con una presenza pervasiva della cultura cattolica che permea di sé l'educazione e la vita delle famiglie.

Qui vive Craig, insieme a un padre burbero e autoritario, una madre molto devota e il fratello Phil, con cui divide il lettone e le punizioni per le marachelle. Crescerà con la passione per il disegno, affascinato e nello stesso tempo compresso dai racconti della Bibbia e dalla morale cattolica, deriso, lui timido e gracilino, dai compagni di scuola, esuberanti e muscolosi, ma anche un po' stupidi.

La graphic novel è il romanzo di formazione del suo autore, il racconto del passaggio dall'adolescenza alla vita adulta, con lunghi flashback sull'infanzia e con al centro la storia d'amore con Raina, una coetana del Michigan. Con lei inizia un rapporto epistolare e telefonico che si tradurrà in una vacanza di due settimane a casa sua, momento del disvelamento dell'amore, dei sogni di bellezza, della pienezza interiore, delle prospettive luminose che l'innamoramento può dare. Il tutto in un confronto doloroso con un insegnamento morale severo che ha lasciato segni profondi nell'anima sensibile di Craig.

Il ritorno a casa, il dolore del distacco, la fine del primo, sognante e puro rapporto d'amore della sua vita aprirà il protagonista al bisogno di una cesura nella propria esistenza. Abbandonare la sua città, seguire la sua vocazione per il disegno, allontanarsi non da Dio, ma da quell'insieme di precetti e da quell'apparato che non comprende più, ritrovare il rapporto con suo fratello, cercare la propria identità, quella cui nessuna istituzione dall'esterno (sia essa la Chiesa, la famiglia, la coppia) può dare una risposta compiuta.

Il titolo, Blankets, fa riferimento alla trapunta cucita a mano che Raina regala a Craig quando si incontrano, ma anche alla spessa coltre di neve bianca che ricopre il paesaggio e l'anima del protagonista fino al disgelo della primavera della vita. Quella in cui cadono le illusioni, si guarda in faccia la realtà, senza coperture, si confrontano le proprie immagini mentali con il mondo circostante. Più felici forse no, più consapevoli certamente sì.

Non una lettura leggera quella delle quasi 600 pagine del romanzo a fumetti di Thompson, a tratti irritante nel tratteggiare una realtà che ha tutte le caratteristiche del provincialismo più gretto. Forse una ricostruzione amplificata dalla memoria dell'infanzia e dell'adolescenza, come smisurata è la rappresentazione grafica degli adulti. Certo una lettura in cui chiunque abbia fatto un percorso - più o meno doloroso - di affrancamento dall'imprinting che ha ricevuto - e magari per questo ha dovuto fisicamente creare un distacco con quel mondo e quelle persone, per ritrovarli solo in un momento successivo - vi si riconoscerà. Con lo sguardo tenero che solo chi - attraverso questo processo - ha tirato fuori
- un pezzetto alla volta - il suo io più nascosto può avere.

Da leggere. Ma solo se siete del mood giusto ;-)

Voto: 3,5/5

domenica 8 maggio 2011

La fila (Line) di Israel Horovitz e il Lungotevere Testaccio

È in scena dal 27 aprile all'8 maggio al Teatro India La fila (Line), il testo teatrale scritto da Israel Horovitz nel 1967.

Ci vado in un pomeriggio di un'autentica domenica primaverile romana (chi ha detto che non esistono più le mezze stagioni?) senza sapere nemmeno chi sia Horovitz ma attirata dalla prospettiva di vedere questo famigerato Teatro India che in otto anni a Roma non ho ancora avuto la possibilità di visitare.

E così, dopo essermi persa in quella zona per me praticamente sconosciuta che si estende tra il Tevere e viale Marconi, approdo alla ex-fabbrica Mira Lanza di Roma, un edificio industriale realizzato tra il 1918 e il 1924, una parte del quale è stato acquistato nel 1999 dal Comune e ristrutturato per diventare il Teatro India, sede "sperimentale" del Teatro di Roma. Il posto è veramente speciale: vista sul grande gazometro dall'altra parte del fiume, e subito dietro quelli più piccoli (quelli tante volte ritratti nei film di Ozpetek), il ponte di ferro sul fiume, terreni incolti e - qua e là - i segni della forte caratterizzazione industriale del passato. E poi, scese le scalette dell'India, archi e strutture di mattoni che forse un tempo erano espressione della bruttura della periferia industriale e oggi fanno quasi tenerezza e sono gradevoli a vedersi e a viversi, all'interno del giardino con bar e tavolini.

Del resto è una zona della città che - se fino a non molto tempo fa era abbandonata a se stessa - oggi è diventata un nuovo polo culturale della città, in cui batte soprattutto un cuore di cultura alternativa, visto che oltre al Teatro India, troviamo la Città del Gusto, la Città dell'Altraeconomia e il Farmer's Market nell'ex Mattatoio di Testaccio, una delle due sedi del MACRO e centri culturali di vario genere. È una Roma un po' diversa, che vuole farsi internazionale (mi ricorda certa Londra radical-chic), ma alla fine - ai piedi del Monte dei Cocci - finisce per svelare la sua romanità in quei tratti che sono così evidenti agli occhi di chi ci vive, ma sono intraducibili in parole. In ogni caso, oggi Roma mi è sembrata davvero bellissima!

E forse anche per questo - nonostante un raffreddore che mi tormenta da qualche giorno - mi predispongo positivamente a vedere questo spettacolo di cui non so quasi nulla. E resto sorpresa.

Un palcoscenico senza alcuna scenografia, nero, ad eccezione di una linea bianca (fosforescente al buio) che è protagonista dell'opera di Horovitz. L'esistenza di questa linea e della fila che impone farà esplodere infatti gli istinti più bassi dei cinque personaggi (4 uomini e 1 donna) che ad uno ad uno compariranno in scena e si contenderanno il primo posto per partecipare a non si sa bene quale evento, forse un concerto di Mozart (ma i protagonisti fanno dichiarazioni contraddittorie in proposito). Ognuno determinato a usare qualunque mezzo pur di ottenere il primato: l'astuzia, la forza, le arti femminili, il sesso, il ricatto psicologico, la minaccia, il sotterfugio. Si tratta di Stephen (giovane un po' esaltato il cui attore, Luca Nucera, sembra Heath Ledger nell'interpretazione di Joker in Batman), Fleming (un omone grande e grosso, ma un po' stupido), Dolan (narcisista e meschino), Molly (la materializzazione di una perfidia e di un sadismo che può essere solo femminile), Arnall (il suo pavido marito, che ama farsi calpestare da lei e dagli altri).

Gabbati dall'astuzia sottile di Stephen che per sancire la sua vittoria porterà via la linea, gli altri quattro lo assaliranno per conquistarsi il proprio pezzo di linea rispetto al quale essere primi, senza riuscire però nemmeno in questo modo a superare l'istinto primordiale alla competizione, che senza competitori non dà soddisfazione.

Ne viene fuori il quadro di un'umanità in cui la "tragedia dei beni comuni" di cui parlava Harding è assolutamente inevitabile, forse perché gli esseri umani hanno bisogno di una sfida - anche se insensata - con gli altri. E non ci sono regole interne o morali che tengano di fronte a questo istinto primordiale, capace di spingere a qualunque nefandezza.

Un testo che ha ormai oltre 50 anni e che sembra scritto ieri, in una società che promuove la competitività in tutte le forme e a tutti i livelli, considerandola fonte di ricchezza e benessere. Un testo in cui chiunque può riconoscersi, nonostante le tipizzazioni che, nel tentativo di astrazione, possono dare l'impressione di una lettura semplificata.

Un'ora intensa, ben recitata, con una buona regia, al termine della quale si applaude a lungo e volentieri. Con la promessa di tornare presto all'India, magari anche solo a prendere un aperitivo guardando il gazometro.

Voto: 4/5

lunedì 25 aprile 2011

Habemus papam

Il cinema di Nanni Moretti esercita su di me un irresistibile fascino e attrazione, tanto che nella pausa tra un film e l'altro rimuovo completamente i motivi per cui io e i suoi film non riusciamo quasi mai a stare sulla stessa lunghezza d'onda. Immancabilmente tutto mi torna alla mente quando sono in sala.

Chiariamoci. Il film mi è piaciuto, ironico e melanconico al punto giusto. Il tutto in un impianto registicamente e visivamente godibilissimo.

Il fatto è che la mia indole è esattamente a metà strada rispetto ai due poli intorno ai quali si sviluppa la "poetica" di Nanni, ossia il metafisico e l'iperrealistico. E così non mi sento del tutto a mio agio né di fronte a Nanni che gira con la sua Vespa in una Roma oniricamente vuota in Caro diario, né con l'immagine ravvicinata della bara saldata per sempre in La stanza del figlio.

Nel caso di Habemus papam, l'inizio è promettentemente realistico (la morte del papa, con immagini di repertorio, e i cardinali che si riuniscono in conclave per l'elezione del nuovo pontefice), ma dal momento in cui il prescelto seduto sulla sedia in attesa di offrirsi per la prima volta ai fedeli scoppia in un pianto disperato, eccoci di nuovo - quasi privi di punti di riferimento - di fronte al cinema di Moretti.

Michel Piccoli è straordinario nel ruolo del pontefice in crisi di fronte al peso e alla responsabilità del ruolo che gli è stato affidato e riesce a trasmettere un senso di spiazzante umanità che mai ci immagineremmo associata al capo della Chiesa cattolica. A questi fa da contraltare il dottor Brezzi (lo stesso Moretti), lo psicanalista chiamato inizialmente a trovare una soluzione alla depressione del neoeletto, poi tenuto in Vaticano in attesa che la crisi si risolva. Un non credente, narcisisticamente disadattato, che porterà un po' del suo cinico-ironico disincanto in quella fase di sospensione di regole e formalità che questa situazione inusitata per la Chiesa determinerà.

La cifra morettiana appare evidente nell'inserire qua e là elementi di non-senso mescolate alla ricerca di un - forse inesistente - senso profondo, domande aperte e situazioni irrisolte fatte apposta per lasciare lo spettatore con un senso di minorità e incompiutezza, banalità del quotidiano e sospensione onirica. Dimostrando in fondo che il dramma del papa è il dramma di tutti noi, è il senso della nostra fragilità e la consapevolezza del non avere nessuna consolazione ai nostri desideri, e che questo mondo fatto di riti e cerimonie millenarie è in realtà altrettanto semplice e umano quanto quello che sta fuori di quelle mura.

Immanenza contro trascendenza. Senza giudizi e pregiudizi. Senza contrapposizioni frontali. Tutti in qualche modo abbandonati a noi stessi (quel "deficit di accudimento" di cui parla la psicanalista Margherita Buy). Tutti alla ricerca di un senso, di una guida, della nostra felicità.
Non un film anticlericale, solo una riflessione/non riflessione sulla nostra - universale - umanità.

Voto: 3,5/5

venerdì 22 aprile 2011

Rio

Blu è un pappagallo macao brasiliano finito da piccolo nella rete di un bracconiere e destinato al mercato nordamericano. Caduto dal camioncino del suo rivenditore, se ne prenderà cura Linda, una bambina del Minnesota che ne farà un vero e proprio pappagallo domestico, amato e coccolato ma incapace di volare.

Fino a quando bussa alla porta Tullio, un ragazzotto un po' imbranato che in realtà è un ornitologo brasiliano, il quale annuncia a Linda, ormai adulta, che Blu è l'ultimo esemplare maschio della specie e deve essere portato in Brasile per farlo accoppiare con Gioiel, una femmina della stessa specie, e garantire così la sopravvivenza futura dei pappagalli macao.

Si parte così alla volta di Rio de Janeiro, dove incontreremo una scombinata band di malviventi che vuole appropriarsi della coppia di pappagalli per rivederli a caro prezzo e arricchirsi, un meninho de rua che vive nella bidonville sulla collina di Rio, un pappagallo bianco incattivito dalla vita e dall'invidia, e una corte di uccelli esotici e altri animali che ci accompagneranno in questa avventura.

Il tutto sullo sfondo di una città che ci appare meravigliosa incastonata tra colline verdissime (su cui svetta la grande statua del Cristo Redentore ad abbracciare la città), raccolta intorno alla sua baia, morbidamente adagiata sul mare, con i suoi tram che si inerpicano per le strette strade da cui, di tanto in tanto, si intravedono meravigliosi scorci sulla città, con la sua funivia che unisce la parte alta con quella a livello del mare.
Città di grandi contraddizioni, ma dove tutto si tiene insieme nello spirito del Carnevale, dove l'allegria e la giocosità sono parte integrante della natura e della gente.

Ne viene fuori uno strepitoso megaspot pubblicitario per Rio, visto che è praticamente impossibile uscire dalla sala senza una gran voglia di prenotare subito un biglietto aereo per questa destinazione.

Nel frattempo - come potete immaginare - tutto è bene quel che finisce bene per Blu, Gioiel Linda e Tullio. Il nostro Blu avrà ritrovato dentro di sé i suoi istinti primordiali, riconosciuto le sue origini e riscoperto la sua capacità di volare, ma avrà anche insegnato ai suoi amici che non tutti gli umani sono cattivi e non tutte le loro abitudini sono deprecabili.

Meno intenso e sofisticato rispetto ad altri cartoni recenti, come Up!, Cattivissimo me, Wall-e, L'era glaciale, anche meno divertente sul piano intellettuale, ma certe volte lasciarsi andare alla semplicità di una storia, all'immediatezza di una risata, al ritmo di una canzoncina, alla magia dei colori fa certamente bene al corpo e soprattutto all'anima.

Ehi, quando si parte per Rio? ;-)

Voto: 3/5

martedì 19 aprile 2011

Roman e il suo cucciolo

Tratto da una pièce teatrale di Reinaldo Podov dal titolo Cuba and his teddy bear (portato in scena in America con protagonisti Robert De Niro e Ralph Macchio nei due ruoli principali), Roman e il suo cucciolo ne è la rilettura per il pubblico italiano ad opera di Edoardo Erba, per la regia di Alessandro Gassmann che ne è anche il protagonista.

E così, se l'originale si svolgeva negli Stati Uniti nell'ambiente dei latinos, la versione italiana sceglie come luogo una periferia romana e come protagonista Roman, un rumeno arrivato da bambino in Italia insieme a sua madre in fuga dal regime di Ceausescu. Un emarginato rozzo e semi-ignorante, che parla un italiano-romanesco a tratti incomprensibile e vive di spaccio di droga, un nevrotico aggressivo che ha un'energia incontenibile che scarica sul piccolo mondo che lo circonda. Innanzitutto il suo cucciolo (Giovanni Anzaldo), suo figlio Toni diciassettenne nato in Italia, un ragazzo sensibile per il quale egli vorrebbe un futuro all'università e lontano dalla droga, poi il suo migliore amico Geko (un altro spacciatore che ha conosciuto in galera, interpretato dal bravo Manrico Giammarota, vero protagonista della sottotrama umoristica del dramma), l'amico rumeno Dragas (Matteo Taranto) che controlla un giro di prostituzione e fa prostituire anche la sua fidanzata rumena (Natalia Lungu).

Sullo sfondo una metropoli anonima e grigia, in cui si distinguono solo i fari quasi ininterrotti delle macchine. Nella casa in cui si svolge l'intero dramma un televisore quasi sempre acceso, una madonna nera, il divano della nonna ancora con la plastica, la stanzetta dove cucciolo si rifugia a scrivere e a giocare a fare l'intellettuale, dove prova a mettere una distanza tra sé e il mondo in cui vive e da cui non riesce ad affrancarsi. Un mondo sordido, squallido, ma al contempo non privo di tenerezza e affetto. Un mondo che rispecchia una cultura cui sente di non appartenere, senza per questo riuscire a sentirsi pienamente parte del mondo in cui è nato ed è cresciuto.
Straniero senza esserlo. Straziato e fatalmente attirato dall'eroina.

Di tanto in tanto di questi personaggi vediamo anche i ricordi, i pensieri, i sogni tradotti in immagini e proiettati sul grande telo semitrasparente calato davanti alla scena. A volte su quel telo vengono amplificati e reinterpretati momenti di grande tensione della storia.
La musica pure gioca un ruolo centrale, nel sottolineare appartenenze culturali differenti e commentare passaggi cruciali (per finire con una canzone di Neffa).

Su tutto spicca questo rapporto irrisolto tra padre e figlio. Da una parte un omone, pieno di forza e di carisma, ma fin troppo semplice ed elementare nella sua emotività, quasi infantile nelle sue reazioni. Fragile e ingenuo da molti punti di vista. Dall'altro un figlio intelligente e sensibile. Venuto su bene, capace di passare indenne in mezzo alle brutture e al degrado, di stare in bilico su quel filo sottile tra identità e integrazione. In realtà fragilissimo e impaurito da una figura paterna in fondo sovrabbondante.

Ne viene fuori un ritratto iperrealistico, che riesce a non scadere nel macchiettistico, negli ideologismi e negli stereotipi. Che fa paura e tenerezza. Esattamente come Roman.

Assistiamo ad una rappresentazione teatrale che gioca certamente con il linguaggio cinematografico, non solo per la presenza di piccole sequenze proiettate, ma soprattutto per il linguaggio, il ritmo, la recitazione, la storia. A qualcuno - amante di un teatro più classico e tradizionale - potrà non piacere.

A me è arrivato. Dritto al cuore. Commuovendomi, facendomi ridere e sorridere, tenendomi incollata alla sedia senza un minuto di noia per circa due ore e mezza.

Alessandro Gassmann è una forza della natura e il cast gli sta dietro alla grande.
Bello vederlo ringraziare il pubblico e soprattutto il fatto di aver potuto recitare questo spettacolo al Quirino, il teatro che porta il nome di suo padre.

Chissà, forse Alessandro si è sentito anche lui un po' cucciolo al cospetto di cotanto padre quando aveva diciassette anni!

Voto: 4,5/5