Non sapevo niente di Powered by Ref, la call organizzata dal Romaeuropa Festival, nell’ambito di "Anni luce / osservatorio di futuri possibili", rivolto ad artisti nati tra il 1995 e il 2004 che operino nell'ambito della ricerca teatrale e della performance.
Vado a vedere questi tre spettacoli che sono stati selezionati a seguito della call di quest'anno un po' per caso e senza saperne molto, solo perché mi era arrivata una mail con la possibilità di comprare un mini-abbonamento con cui poter partecipare nello stesso pomeriggio a tutti e tre. Avevo dato un'occhiata rapida ai temi trattati, e un paio di questi mi avevano attirato, così avevo deciso di prendere l'abbonamento.
Solo quando sono seduta nella Sala 1 della Pelanda, uno degli edifici del Macro al Mattatoio, capisco di cosa si tratta, anche grazie alle parole della persona dell'organizzazione che introduce gli spettacoli, la quale ci dice che si tratta di progetti vincitori della call che - attraverso una residenza artistica - sono stati affinati e sviluppati per essere portati in scena. Non si tratta però di spettacoli compiuti, ma di lavori in corso, primi abbozzi di spettacoli che per diventare veramente tali hanno ancora bisogno di lavoro, ma che da questo punto di vista possono fare tesoro di un iniziale confronto con il pubblico.
Il primo, dal titolo Pezzo a due con dieci piante, è portato in scena da Conferenza Balaam, e vede protagonisti un ragazzo con un difficile rapporto con le piante, una biologa, e appunto dieci piante, mentre un musicista/tecnico del suono sembra dare voce, grazie alla sua consolle, ai suoni delle piante. Di questo spettacolo non saprei direi molto di più: a tratti mi ha fatto sorridere, a tratti mi ha annoiata. Non ne ho colto tanto il senso, e quindi faccio fatica anche a darne una valutazione.
Il secondo, Transenne, è il lavoro di Dimore creative dedicato alla storia di Giuseppe Uva, l'uomo di 43 anni che nella notte tra il 13 e 14 giugno 2008 fu fermato dai carabinieri perché, insieme al suo amico Alberto Biggioggero, era stato autore, forse perché ubriaco, di alcuni atti vandalici. Dopo essere stato portato in caserma, Uva fu poi ricoverato in ospedale e trovato morto la mattina seguente. Il processo si è concluso in Cassazione nel 2019 senza alcun colpevole. Lo spettacolo - utilizzando musica, video e parole e mescolando ricordi e altri spunti di riflessione - riesce a risultare molto efficace, forse anche grazie a una tematica di grande impatto (purtroppo non isolata), e strappa un lungo applauso al pubblico in sala.
Il terzo e ultimo spettacolo è qualcosa di veramente strano. Sofia Naglieri in Devozioni per occasioni di emergenza si presenta sul palco da sola con una tuta color carne parzialmente strappata, mentre intorno a lei sono sparsi strani oggetti e pezzi di stoffa imbottiti, e sullo sfondo viene proiettato il video di quello che sembra un esame endoscopico. Una musica "popolare" a basso volume sembra arrivare dalla stanza accanto. Nel tempo dello spettacolo comprendiamo che l'argomento di riflessione è il corpo in relazione alla malattia, non solo alla propria ma a tutte quelle che incrociamo nella nostra vita, anche attraverso la nostra famiglia e le persone con cui veniamo in contatto. A poco a poco il corpo della protagonista prende su di sé tutti gli oggetti che sono sul palco, che rappresentano parti interne ed esterne di corpi, modificate o trasformate dalla malattia, e tutti questi oggetti diventano parte del suo corpo fino a trasformare la protagonista in un essere mostruoso e incredibile che si muove - danza direi - sul palco, producendo un effetto quasi ipnotico sul pubblico. Uno spettacolo che, seppure indefinibile, ho trovato però molto originale e interessante.
Nel complesso sono molto contenta dell'esperienza fatta e soprattutto di aver visto che ci sono ancora giovani appassionati del linguaggio teatrale, sebbene trasformato dall'ibridazione tra strumenti e modalità espressive differenti. Forse il teatro ha un futuro, e ce l'ha in una direzione che è molto lontana da alcuni paludatissimi prodotti teatrali che i teatri più famosi e i nomi già affermati continuano a proporre anno dopo anno sempre allo stesso pubblico.
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mercoledì 30 ottobre 2024
giovedì 7 novembre 2019
Commedia con schianto. Struttura di un fallimento tragico / Liv Ferracchiati. Romaeuropa Festival, Mattatoio di Testaccio, 15 ottobre 2019
Io e F. avevamo avuto modo di apprezzare il teatro di Liv Ferracchiati l'anno scorso grazie alla partecipazione agli spettacoli della Trilogia dell'identità: Peter Pan guarda sotto le gonne, Stabat Mater e Un eschimese in Amazzonia.
Così quest'anno non ci facciamo sfuggire l'occasione di assistere al suo ultimo lavoro, Commedia con schianto, in programmazione al Teatro 1 del Mattatoio di Testaccio nell'ambito del Romaeuropa Festival.
Deve essere una serata in cui il mondo del teatro che gravita su Roma si è dato appuntamento; oltre a facce molto note, come quella del nostro amato Arturo Cirillo, nel pubblico che prende posto in sala riconosciamo altri volti che sappiamo di aver visto più volte a teatro anche se non ricordiamo i nomi.
È evidente che Liv Ferracchiati è attesa alla conferma del suo talento dopo il successo e l'ottimo riscontro della Trilogia. E in fondo proprio di questo parla Commedia con schianto, ossia del difficile momento di un giovane autore teatrale che deve fare i conti non solo con la difficoltà di trovare ispirazione, ma anche con le assurde dinamiche che caratterizzano il mondo del teatro nel suo complesso.
Lo spettacolo è strutturato secondo l'impianto della commedia attica classica (per intendersi, quella ad esempio di Aristofane, non a caso qui più volte richiamato), ma - come ci viene annunciato fin dal titolo e poi dalle brevi scritte luminose che compaiono all'inizio dello spettacolo - si tratta di una commedia che finisce in tragedia.
In Commedia con schianto c'è un autore che appartiene alla fascia d'età compresa tra 30 e 35 anni (il testo ha molti riferimenti anche al dato generazionale) e che - mentre si rimpinza di pere - sta cercando di mettere in scena una commedia di stampo forse esageratamente autobiografico, al punto tale che non riesce ad andare avanti dal momento in cui la vita urge e surclassa la necessità di scrivere.
In realtà tutto questo viene raccontato dal piccolo gruppo di attori che è stato coinvolto per mettere in scena la commedia e ora, come il coro della commedia classica nella parabasi, cerca di dare un senso all'esperienza vissuta e di comprendere cosa si agitava nell'animo dell'autore.
Come già nei lavori precedenti, Liv Ferracchiati ama un palcoscenico minimale, quasi spoglio (qui ci sono delle sedie, un frigorifero e una palla stroboscopica a forma di pera), nel quale sono i personaggi e la loro "coreografia" a caratterizzare le varie scene e momenti.
Ferracchiati sceglie un registro prevalentemente ironico, e soprattutto autoironico, a tratti sconfina addirittura nel nonsense, e questi registri sono il modo con cui vengono date in pasto al pubblico le proprie idiosincrasie nonché le dinamiche del teatro contemporaneo e di tutto quello che gli gira intorno. Sotto la superficie della risata che attraversa a più riprese gli spettatori, c'è in realtà una riflessione più profonda sulla crisi di identità del teatro contemporaneo, pressato dalla critica perché sia sempre originale e innovativo, e sulla difficoltà degli autori giovani (ma in fondo non giovanissimi) di trovare in esso un effettivo spazio di sperimentazione, senza che questo riservi a ogni angolo la delusione delle aspettative di qualcuno. Non resta dunque che volgersi indietro, al teatro classico, e ai grandi maestri, perché forse solo loro possono veramente indicare la direzione.
Il brillante e divertente testo di Liv Ferracchiati è molto ben interpretato dal gruppo di attori sul palco (Caroline Baglioni, Michele Balducci, Elisa Gabrielli, Silvio Impegnoso, Ludovico Röhl, Alice Torriani), che al termine dello spettacolo raccoglie i meritati applausi e chiama sul palco Ferracchiati, che ci regala anche il brivido di una quasi caduta scendendo dalle scale. Dubito fosse voluta.
Voto: 3,5/5
Così quest'anno non ci facciamo sfuggire l'occasione di assistere al suo ultimo lavoro, Commedia con schianto, in programmazione al Teatro 1 del Mattatoio di Testaccio nell'ambito del Romaeuropa Festival.
Deve essere una serata in cui il mondo del teatro che gravita su Roma si è dato appuntamento; oltre a facce molto note, come quella del nostro amato Arturo Cirillo, nel pubblico che prende posto in sala riconosciamo altri volti che sappiamo di aver visto più volte a teatro anche se non ricordiamo i nomi.
È evidente che Liv Ferracchiati è attesa alla conferma del suo talento dopo il successo e l'ottimo riscontro della Trilogia. E in fondo proprio di questo parla Commedia con schianto, ossia del difficile momento di un giovane autore teatrale che deve fare i conti non solo con la difficoltà di trovare ispirazione, ma anche con le assurde dinamiche che caratterizzano il mondo del teatro nel suo complesso.
Lo spettacolo è strutturato secondo l'impianto della commedia attica classica (per intendersi, quella ad esempio di Aristofane, non a caso qui più volte richiamato), ma - come ci viene annunciato fin dal titolo e poi dalle brevi scritte luminose che compaiono all'inizio dello spettacolo - si tratta di una commedia che finisce in tragedia.
In Commedia con schianto c'è un autore che appartiene alla fascia d'età compresa tra 30 e 35 anni (il testo ha molti riferimenti anche al dato generazionale) e che - mentre si rimpinza di pere - sta cercando di mettere in scena una commedia di stampo forse esageratamente autobiografico, al punto tale che non riesce ad andare avanti dal momento in cui la vita urge e surclassa la necessità di scrivere.
In realtà tutto questo viene raccontato dal piccolo gruppo di attori che è stato coinvolto per mettere in scena la commedia e ora, come il coro della commedia classica nella parabasi, cerca di dare un senso all'esperienza vissuta e di comprendere cosa si agitava nell'animo dell'autore.
Come già nei lavori precedenti, Liv Ferracchiati ama un palcoscenico minimale, quasi spoglio (qui ci sono delle sedie, un frigorifero e una palla stroboscopica a forma di pera), nel quale sono i personaggi e la loro "coreografia" a caratterizzare le varie scene e momenti.
Ferracchiati sceglie un registro prevalentemente ironico, e soprattutto autoironico, a tratti sconfina addirittura nel nonsense, e questi registri sono il modo con cui vengono date in pasto al pubblico le proprie idiosincrasie nonché le dinamiche del teatro contemporaneo e di tutto quello che gli gira intorno. Sotto la superficie della risata che attraversa a più riprese gli spettatori, c'è in realtà una riflessione più profonda sulla crisi di identità del teatro contemporaneo, pressato dalla critica perché sia sempre originale e innovativo, e sulla difficoltà degli autori giovani (ma in fondo non giovanissimi) di trovare in esso un effettivo spazio di sperimentazione, senza che questo riservi a ogni angolo la delusione delle aspettative di qualcuno. Non resta dunque che volgersi indietro, al teatro classico, e ai grandi maestri, perché forse solo loro possono veramente indicare la direzione.
Il brillante e divertente testo di Liv Ferracchiati è molto ben interpretato dal gruppo di attori sul palco (Caroline Baglioni, Michele Balducci, Elisa Gabrielli, Silvio Impegnoso, Ludovico Röhl, Alice Torriani), che al termine dello spettacolo raccoglie i meritati applausi e chiama sul palco Ferracchiati, che ci regala anche il brivido di una quasi caduta scendendo dalle scale. Dubito fosse voluta.
Voto: 3,5/5
mercoledì 12 ottobre 2011
Festival Internazionale della Fotografia di Roma
Uno dei vantaggi di vivere in una città dove la vita quotidiana è faticosa quasi quanto nella giungla malese e dove la lotta per la sopravvivenza ha tratti che neppure Darwin avrebbe potuto immaginare è la possibilità di fruire (chissà ancora per quanto!) di eventi culturali di grande interesse in scenari unici.In questo caso, il piacere è raddoppiato dal fatto che parliamo di una delle mie grandi passioni (ossia la fotografia) e di uno dei luoghi di Roma che trovo in assoluto più magici e suggestivi, quella zona che va dal Monte dei Cocci al lungotevere Testaccio che ho già avuto modo di celebrare altrove.
Ebbene, parlo del Festival Internazionale della Fotografia in corso a Roma fino al 23 ottobre, con una serie di mostre ed eventi in diverse parti della città, ma il cui quartier generale (dove c’è anche la mostra più grande) è la sede del MACRO Testaccio, il Museo di Arte Contemporanea di Roma realizzato nell’area del vecchio mattatoio della città, oggetto di un grande progetto di recupero architettonico su cui ci sarebbe ancora molto da fare.Era la mia prima volta in questi grandi capannoni con le volte a capriate, ed è stato bello entrarci per vedere una, anzi tante mostre di fotografia. Il tema del festival quest’anno è “Motherland”, ossia il rapporto tra l’artista e la propria terra d’origine, ovvero come il concetto di terra madre è cambiato nel tempo e il significato che ha acquisito nel mondo contemporaneo.
All’interno del festival, la fotografia è declinata nei modi più diversi e – come saggiamente ha scritto qualcuno – in un’epoca di convergenza al digitale e di superamento dei confini tra le tecniche, la fotografia può diventare tante cose diverse e forse non ha più senso neppure parlare di un festival della fotografia. Si va infatti da proposte fotografiche più tradizionali, a ricostruzioni documentarie caratterizzate dalla presenza di tipologie diverse di documenti, a installazioni che combinano visivo e sonoro, infine a veri e propri cortometraggi.
Ciò che accomuna un po’ tutti i lavori in mostra è l’abbandono di soluzioni puramente estetiche a vantaggio di una fotografia più strettamente concettuale (di denuncia, di introspezione psicologica o di analisi etno-antropologica), in cui molto spesso quello estetico è soltanto un elemento che attira l’occhio ma cela verità e contenuti spesso profondamente in contrasto con l’apparente bellezza delle immagini. Insomma, niente a che vedere con le foto del National Geographic, bensì una fotografia a volte disturbante o intellettualistica che mi ha molto ricordato quella in mostra a Londra presso lo spazio espositivo di Ambika P3, durante la mia ultima visita.A volte si può rimanere perplessi di fronte a certi lavori e ad alcune soluzioni, ma certo non ne si può mettere in discussione la ricerca artistica e l’originalità.
Dal mio soggettivo punto di vista, una menzione particolare la riserverei ai lavori “L’isola” di Francesco Millefiori, rappresentazione non convenzionale della Sicilia, fatta di immagini bruciate dal sole e dalla luce che illuminano paesaggi martoriati dall’intervento dell’uomo o caratterizzati da un’umanità che si muove tra antichità e modernità, e a "L'inferno di Dante", bizzarra ricostruzione fotografica della cantica da parte di Valentina Vannicola. Altra chicca è il video costituito da una specie di brevi cortometraggi in cui un uomo si muove in mezzo alla natura e ai manufatti umani con un intento tra l’ironico e il didascalico, di cui purtroppo non ho segnato il nome dell'autore (non è che qualcuno ha voglia di suggerire?).
In tutto ciò, camminare per i capannoni ristrutturati dell’ex mattatoio, alzare lo sguardo sulle grandi volte, dominare lo spazio dall’alto dei ballatoi sono stati un’esperienza artistica a se stante. E per una volta è stato bello sentirsi dire da un amico nordeuropeo (l’olandese volante) che la mostra e l’ambientazione gli erano sembrati di qualità elevata, con un respiro culturale davvero europeo (e non provinciale come spesso accade in Italia)!Voto: 3,5/5
domenica 8 maggio 2011
La fila (Line) di Israel Horovitz e il Lungotevere Testaccio
È in scena dal 27 aprile all'8 maggio al Teatro India La fila (Line), il testo teatrale scritto da Israel Horovitz nel 1967.Ci vado in un pomeriggio di un'autentica domenica primaverile romana (chi ha detto che non esistono più le mezze stagioni?) senza sapere nemmeno chi sia Horovitz ma attirata dalla prospettiva di vedere questo famigerato Teatro India che in otto anni a Roma non ho ancora avuto la possibilità di visitare.
E così, dopo essermi persa in quella zona per me praticamente sconosciuta che si estende tra il Tevere e viale Marconi, approdo alla ex-fabbrica Mira Lanza di Roma, un edificio industriale realizzato tra il 1918 e il 1924, una parte del quale è stato acquistato nel 1999 dal Comune e ristrutturato per diventare il Teatro India, sede "sperimentale" del Teatro di Roma. Il posto è veramente speciale: vista sul grande gazometro dall'altra parte del fiume, e subito dietro quelli più piccoli (quelli tante volte ritratti nei film di Ozpetek), il ponte di ferro sul fiume, terreni incolti e - qua e là - i segni della forte caratterizzazione industriale del passato. E poi, scese le scalette dell'India, archi e strutture di mattoni che forse un tempo erano espressione della bruttura della periferia industriale e oggi fanno quasi tenerezza e sono gradevoli a vedersi e a viversi, all'interno del giardino con bar e tavolini.
Del resto è una zona della città che - se fino a non molto tempo fa era abbandonata a se stessa - oggi è diventata un nuovo polo culturale della città, in cui batte soprattutto un cuore di cultura alternativa, visto che oltre al Teatro India, troviamo la Città del Gusto, la Città dell'Altraeconomia e il Farmer's Market nell'ex Mattatoio di Testaccio, una delle due sedi del MACRO e centri culturali di vario genere. È una Roma un po' diversa, che vuole farsi internazionale (mi ricorda certa Londra radical-chic), ma alla fine - ai piedi del Monte dei Cocci - finisce per svelare la sua romanità in quei tratti che sono così evidenti agli occhi di chi ci vive, ma sono intraducibili in parole. In ogni caso, oggi Roma mi è sembrata davvero bellissima!
E forse anche per questo - nonostante un raffreddore che mi tormenta da qualche giorno - mi predispongo positivamente a vedere questo spettacolo di cui non so quasi nulla. E resto sorpresa.
Un palcoscenico senza alcuna scenografia, nero, ad eccezione di una linea bianca (fosforescente al buio) che è protagonista dell'opera di Horovitz. L'esistenza di questa linea e della fila che impone farà esplodere infatti gli istinti più bassi dei cinque personaggi (4 uomini e 1 donna) che ad uno ad uno compariranno in scena e si contenderanno il primo posto per partecipare a non si sa bene quale evento, forse un concerto di Mozart (ma i protagonisti fanno dichiarazioni contraddittorie in proposito). Ognuno determinato a usare qualunque mezzo pur di ottenere il primato: l'astuzia, la forza, le arti femminili, il sesso, il ricatto psicologico, la minaccia, il sotterfugio. Si tratta di Stephen (giovane un po' esaltato il cui attore, Luca Nucera, sembra Heath Ledger nell'interpretazione di Joker in Batman), Fleming (un omone grande e grosso, ma un po' stupido), Dolan (narcisista e meschino), Molly (la materializzazione di una perfidia e di un sadismo che può essere solo femminile), Arnall (il suo pavido marito, che ama farsi calpestare da lei e dagli altri).
Gabbati dall'astuzia sottile di Stephen che per sancire la sua vittoria porterà via la linea, gli altri quattro lo assaliranno per conquistarsi il proprio pezzo di linea rispetto al quale essere primi, senza riuscire però nemmeno in questo modo a superare l'istinto primordiale alla competizione, che senza competitori non dà soddisfazione.
Ne viene fuori il quadro di un'umanità in cui la "tragedia dei beni comuni" di cui parlava Harding è assolutamente inevitabile, forse perché gli esseri umani hanno bisogno di una sfida - anche se insensata - con gli altri. E non ci sono regole interne o morali che tengano di fronte a questo istinto primordiale, capace di spingere a qualunque nefandezza.
Un testo che ha ormai oltre 50 anni e che sembra scritto ieri, in una società che promuove la competitività in tutte le forme e a tutti i livelli, considerandola fonte di ricchezza e benessere. Un testo in cui chiunque può riconoscersi, nonostante le tipizzazioni che, nel tentativo di astrazione, possono dare l'impressione di una lettura semplificata.
Un'ora intensa, ben recitata, con una buona regia, al termine della quale si applaude a lungo e volentieri. Con la promessa di tornare presto all'India, magari anche solo a prendere un aperitivo guardando il gazometro.
Voto: 4/5
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