lunedì 16 maggio 2022

Ovvi destini / di Filippo Gili. Teatro Sala Umberto, 5 maggio 2022

Mentre mangiamo una cosa al volo nel bistrot interno alla Sala Umberto, accanto a noi c’è tutta la compagnia che mette in scena questo spettacolo, compresi regista e attrici. Ed è buffo vederli lì che trangugiano anche loro qualcosa prima di darsi in pasto al pubblico.

Di Filippo Gili avevo visto ormai diversi anni fa Prima di andar via, che faceva parte della cosiddetta Trilogia di mezzanotte, in cui si riflette da punti di vista diversi sul tema sfuggente e complesso della morte (gli altri spettacoli sono Dall’alto di una fredda torre e L’ora accanto).

Con Ovvi destini Gili va a indagare in un tema che è centrale anche in Prima di andar via, ossia quello dei rapporti familiari. Qui sono protagoniste tre sorelle: Laura (Vanessa Scalera), la primogenita, con il vizio del gioco d’azzardo, Lucia (Anna Ferzetti), la intermedia, e Costanza (Daniela Marra), la più piccola, che è su una sedia a rotelle a causa di un incidente avvenuto in un edificio pericolante diversi anni prima.

Nella relazione burrascosa ma tutto sommato prevedibile tra queste tre sorelle interviene a un certo punto la figura di Carlo (Pier Giorgio Bellocchio), il fisioterapista di Costanza, che conosce alcuni segreti della vita di queste sorelle che potranno cambiare il corso degli eventi. Carlo – figura che a poco a poco rivela il suo lato mefistofelico, e che certamente non è del tutto realistica - prima ricatta Laura, poi invece le offre la possibilità di realizzare un desiderio.

Il colpo di scena finale metterà in discussione tutte le certezze, rivelando quanto la propria natura in un certo senso sfugga al nostro stesso controllo, rendendo i destini “ovvi” in quanto incontrollabili dalla nostra ragione.

Gli attori sul palco sono molto bravi: Bellocchio nel rendere il suo personaggio vero e irreale al contempo, le tre donne capaci di rendere con molta naturalezza sentimenti e dinamiche della relazione tra sorelle, tra momenti di avvicinamento e tenerezza e altri di conflitto e ira.

Anche la storia è abbastanza interessante, anche se personalmente non l’ho trovata particolarmente originale, tanto che persino il colpo di scena finale mi è sembrato in qualche modo prevedibile.

Sicuramente regia, scenografia e drammaturgia sono di ottimo livello, cosicché certo non si può dire che sia un brutto spettacolo.

Però, personalmente non ne sono stata conquistata, e – nonostante i cambi di registro e di umore – l’ho persino trovato un po’ monocorde e piatto. Non posso dire di essere arrivata a teatro con un qualche pregiudizio, quindi si è trattato esclusivamente dell’interazione del momento, che non ha fatto scattare la scintilla.

Peccato davvero. E certamente questa esperienza non entusiasmante non mi impedirà di offrire altre possibilità al teatro di Filippo Gili.

Voto: 3/5

giovedì 12 maggio 2022

Immaginaria Film Festival. Cinema Aquila, 22-26 aprile 2022

Anche quest'anno riesco ad affacciarmi, anche se solo per un giorno, ad Immaginaria. International film festival of lesbians and other rebellious women. Memore dell'esperienza dello scorso anno, quando mi ero resa conto che la cosa migliore del festival sono i documentari (e talvolta i corti), e molto meno i lungometraggi di fiction, scelgo per questa giornata due documentari e un solo film di fiction.
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In her words. 20th century lesbian fiction


Il primo che scelgo è In her words. 20th century lesbian fiction, un documentario realizzato da Lisa Marie Evans e Marianne K. Martin. L'idea iniziale di raccontare la storia e l'impatto della letteratura lesbica nel ventesimo secolo era nata nel 2014 in occasione del National Women's Music Festival di Madison, dove la stessa Martin e la collega Sandra Moran avevano fatto un intervento su questo tema. Dopo la prematura e tragica morte di Sandra, anche col sostegno della di lei compagna Cheryl Pletcher, il progetto è stato comunque portato avanti e giunto a compimento.

Di fatto si tratta di un percorso cronologico all'interno della letteratura lesbica, la cui principale voce narrante è Lillian Faderman, il cui racconto si alterna alle interviste con molte delle scrittrici e delle protagoniste di questa storia, oltre che ad immagini di repertorio e fotografie.

Ne viene fuori una ricostruzione ricchissima e a suo modo spassosa, attraverso la quale si può leggere la storia stessa della società e non solo quella della comunità lesbica ed LGBT in generale.

Dai primi romanzi caratterizzati dagli esiti tragici delle protagoniste (specchio di un mondo in cui essere lesbica era una condanna), a poco a poco la letteratura del settore si apre alla possibilità di storie più "normali" e anche a generi diversi: i gialli, i piccoli romanzi di azione pubblicati sulle riviste (cosiddetta "pulp fiction"), i romanzi storici ecc. Si arriva infine ai giorni nostri e a scrittrici acclamate e quasi mainstream come Sarah Waters, a dimostrazione del lungo cammino che la letteratura lesbica ha compiuto in circa un secolo.

La storia della letteratura lesbica in molti momenti si interseca con la storia del movimento femminista, tra fasi di grande armonia e altre di conflitto, come del resto in molti casi accade ancora oggi. Di questo ci parla ad esempio nella sua intervista Rita Mae Brown, che è protagonista di uno dei passaggi più divertenti e intensi del film.

In her words non racconta però solo le storie delle scrittrici, bensì anche quello delle case editrici, in particolare la Naiad Press, la cui animatrice Barbara Grier emerge come figura determinante nella fase pionieristica dell'affacciarsi della letteratura lesbica sulla scena americana.

Nel complesso un film il cui interesse va ben al di là della comunità LGBT e che racconta un pezzo importante della storia dell'editoria americana, del movimento femminista e della società tutta.

Voto: 4/5

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Bauhausfrauen = Le donne del Bauhaus

Il documentario di Susanne Radelhof è in realtà un mediometraggio realizzato per la televisione tedesca, come lei stessa ci ha spiegato durante l'interessante dibattito che è seguito alla visione del film. In pratica la regista ha voluto ridare voce e spazio alla parte femminile di quella straordinaria scuola d'arte nata a Weimar nel 1919, grazie all'iniziativa di Walter Gropius, che ha rivoluzionato il mondo dell'arte e del design. La forza del Bauhaus è stata quella di non considerare le arti in maniera astratta e avulsa dalla società, ma di farle dialogare con l'artigianato e la produzione industriale, trasformandole in qualcosa di nuovo e originale. Ma la grandezza del Bauhaus non si limita solo ai grandi nomi che a esso sono associati e ai prodotti che sono stati realizzati e che ancora oggi sono esempi mirabili di stile, bensì anche alle idee che la scuola ha portato avanti, in termini di uguaglianza, di diritti, di libertà di pensiero, di creatività piena. O almeno queste erano le intenzioni iniziali del suo fondatore, che fecero sì che inizialmente gli studenti della scuola erano equamente divisi tra uomini e donne.

Susanne Radelhof ci racconta la parabola per cui le donne del Bauhaus, alcune davvero eccezionali per talento e versatilità, da protagoniste della scuola furono via via spinte ai suoi margini, relegate al laboratorio tessile, non riconosciute nelle loro capacità e in buona parte dimenticate dalla narrazione che la scuola ha fatto di sé stessa nel tempo.

Lo stesso Gropius, da posizioni molto progressiste, si spostò nel tempo verso posizioni più conservatrici, fors'anche perché preoccupato della sopravvivenza della scuola, molto legata ai finanziamenti esterni.

Certamente la storia di queste donne, da Alma Buscher a Marianne Brandt, da Gunta Stölzl a Friedl Dicker fino ad arrivare a Lucia Moholy, si inserisce all'interno della più complessiva storia del gender gap, che probabilmente nell'ambiente artistico - come in altri contesti particolari - è particolarmente accentuato. Attraverso interviste, immagini e fotografie, Susanne Radelhof ci ricorda le vite, le conquiste, i risultati e le difficoltà che hanno visto protagoniste queste donne, restituendo loro quella centralità che gli è stata a lungo negata in una storia scritta - come spesso accade - dagli uomini per gli uomini.

Voto: 4/5

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Kiss me before it blows up

Il film di Shirel Peleg, che tra l'altro è poi risultato vincitore della sezione Fiction del festival ed è ispirato in parte alla storia della regista, è una commedia divertente sulla storia d'amore tra una ragazza israeliana, Shira (Moran Rosenblatt), e una tedesca, Maria (Luise Wolfram). Quando Maria arriva in Israele per andare a vivere con Shira, il loro amore viene sottoposto a molteplici prove: Maria deve fare i conti innanzitutto con il passato da latin lover di Shira e le numerose ex che ricompaiono ad ogni piè sospinto, poi con la famiglia di Shira i cui componenti sono certamente peculiari e non mancano di mettere in imbarazzo la ragazza, e soprattutto con la nonna Berta, che rifiuta ostinatamente questa unione, per motivi che sono in parte personali e in parte legati alla ferita non sanata tra ebrei e tedeschi, nonostante il tempo trascorso e la diversità della situazione attuale.

Non c'è dubbio che il film sia in grado di affrontare temi importanti con un approccio leggero e divertito, che riesce a farci ridere di stereotipi e retaggi culturali duri a morire, cosicché al centro del racconto più che la storia lesbica c'è il tema del difficile incontro tra due culture con una storia come questa alle spalle e un presente non certamente facile.

Pur apprezzandolo in alcuni passaggi, il film mi è però sembrato un po' frammentato e in certi momenti quasi confuso; tra l'altro va detto che il tipo di comicità rappresentata è di quelle con cui faccio fatica a entrare in sintonia e che dunque difficilmente mi fa ridere. Certamente si tratta di un problema mio, visto che la platea se la rideva ampiamente. Cosicché, non avendo potuto interamente apprezzare l'aspetto migliore del film, cioè la sua componente ironica e a tratti sarcastica, quel che rimaneva mi è risultato troppo poco convincente.

Peccato!

Voto: 2,5/5



lunedì 9 maggio 2022

Chimica / Weike Wang

Chimica / Weike Wang; trad. di Fabio Cremonesi. Firenze: Edizioni Clichy, 2021.

Chimica è uno dei numerosi libri che mi sono stati regalati per Natale. Con mia grande gioia, anche perché quasi tutti comprati in librerie fisiche.

In questo caso è il mio amico M. a pensare a me con questo libro ed effettivamente, quando leggo il risvolto di copertina con la presentazione dello stesso, mi ci riconosco tanto.

Non a caso è uno dei primi libri che metto in lettura appena finisco il precedente e, complice anche un viaggio in treno, lo finisco in un paio di giorni.

Il libro si inscrive in quello che per me è ormai un vero e proprio filone della letteratura contemporanea, ossia quello che ritrae il mood proprio della generazione dei venti-trentenni (penso a Sally Rooney, Naoise Dolan e molti altri).

Come sa chi legge questo blog, ho una certa idiosincrasia nei confronti di questi romanzi, ma alcuni riescono a conquistarmi. Weike Wang ci è andata vicina per due terzi del libro.

La protagonista, di cui non conosciamo il nome e che, per le origini asiatiche e alcuni dettagli biografici, sembra essere chiaramente ispirata all'autrice, è una ragazza che sta facendo un dottorato in chimica e ha una storia stabile con Peter.

Apparentemente dunque tutto bene. Fino al momento in cui Peter le chiede di sposarlo.

A quel punto tutti gli equilibri della protagonista vanno in frantumi e le insoddisfazioni vengono a galla, prima tra tutte quella per una carriera in cui non crede realmente e che infatti decide di interrompere. Ovviamente anche la storia con Peter viene messa in crisi dall'indecisione di lei, amplificata dal fatto che la vita e la carriera di Peter sembrano andare a gran velocità in una direzione molto chiara, al contrario della sua.

Fin qui empatizzo con la protagonista. Comprendo la sensazione di stare vivendo una vita che non è la propria o in cui non si crede veramente, la necessità di cambiare rotta e lo spaesamento del non sapere in quale direzione muoversi. In questa fase sono comprensibili anche tutte le riflessioni sulle proprie origini, sugli atti di razzismo e bullismo subiti, sul rapporto con i propri genitori e sulla consapevolezza dei loro limiti.

Però, quando a un certo punto questo stato di incertezza e confusione diventa una specie di brodo primordiale dal quale la protagonista sembra non riuscire o non volersi tirare fuori, comincio a non capire più. E mi pare di nuovo di trovarmi di fronte a quel girare a vuoto di una generazione che di fronte all'infelicità sembra non avere rimedi e nemmeno la forza di cercarli. Come se dall'alto dovesse arrivare un deus ex machina a risolvere tutto. O nulla.

E mi ritrovo a non riuscire affatto a ridere e neppure a sorridere dell'ironia e dell'autoironia con cui viene affrontato questo stato di cose, perché in me scatta un reazione di rabbia o nella migliore delle ipotesi di compassione.

Però Weike Wang ha una scrittura asciutta e molto efficace, che riesce a farmi apprezzare la lettura anche quando non riesco più a identificarmi con la protagonista.

Voto: 3/5

giovedì 5 maggio 2022

Infanzia di un fotografo / Massimiliano Tappari

Infanzia di un fotografo / Massimiliano Tappari. Milano: Topipittori, 2021.

Il libro di Massimiliano Tappari - uno dei primi regali ricevuti per il Natale 2021 - è stato per me una felice scoperta. Lui è del 1967, ed è un fotografo, ma anche un poeta, un autore e un camminatore (come dicono le sue biografie), molto impegnato soprattutto nelle attività ludiche e formative per bambini e adulti.

Io non lo conoscevo, non avevo mai letto né visto niente di suo. Ma già la frase stampata sulla copertina mi ha conquistata, perché mi ci sono profondamente riconosciuta: "Il mondo si divide in due categorie di persone: chi divide il mondo in due categorie di persone e chi non lo fa. Io sto cercando di smettere ma la tentazione è irresistibile e ogni tanto ci ricasco. Sarà perché ho due nomi e quindi io stesso mi sento diviso in due."

Questa frase, oltre a calzarmi a pennello, tanto più che io sono del segno dei Gemelli, offre un indizio molto significativo di quello che si andrà a leggere e a guardare nel libro. Il libro di Tappari è più facile da definire per negazione, ossia dicendo cosa non è: non è un libro di fotografia, non è un romanzo, non è un'autobiografia, non è un libro di racconti, e nello stesso tempo però è tutto questo.

Il testo è fatto di frammenti, brevi aneddoti, piccoli racconti, talvolta aforismi, che letti tutti insieme e di seguito non solo gettano luce sul suo autore e sul suo modo di vedere la vita, ma in alcuni casi aprono squarci interessanti di riflessione e in altri aprono il viso a un sorriso o a una vera e propria risata.

Questo effetto è reso ancora più intenso dal dialogo talvolta sotterraneo, altre volte esplicito, tra testo e fotografie, e anche tra le fotografie stesse. Queste ultime sono spesso espressione di un disturbo di cui Tappari dice di soffrire da sempre, la pareidolia, che è un fenomeno umano istintivo che ci porta a riconoscere forme e figure note (umane, e non solo) in oggetti e cose che ci circondano. Per Tappari questa non è solo una tendenza, bensì una vera e propria “malattia” che condiziona profondamente il suo sguardo sul mondo, con risultati molto particolari a livello di fotografie.

La scrittura di questo libro appare una specie di operazione di memoria e di autocoscienza per il suo autore, che diventa per noi lettori occasione di scoperta e di meraviglia.

Un libro che potrà interessare i fotografi a qualunque livello, ma anche tutti coloro che amano riflettere sui piccoli e grandi episodi che la vita ci riserva.

Consigliato!

Voto: 4/5

martedì 3 maggio 2022

Klara e il Sole / Kazuo Ishiguro

Klara e il Sole / Kazuo Ishiguro; trad. di Susanna Basso. Torino: Einaudi, 2021.

Come è stato scritto da più parti, con il suo ultimo romanzo, Klara e il Sole, Kazuo Ishiguro torna alle atmosfere di Non lasciarmi che lo hanno portato alla ribalta internazionale.

Siamo sempre in un mondo che in buona parte è simile a quello in cui viviamo, ma che a poco a poco rivela delle caratteristiche che lo collocano temporalmente in un futuro più o meno prossimo che fa virare la narrazione nella direzione della distopia, pur senza darlo pienamente a vedere e senza esserlo totalmente. Personalmente ritengo che questa sia la vera forza della narrazione di Ishiguro, ossia la capacità di instillare un non meglio definito senso di inquietudine che convive con momenti di assoluta normalità e dolcezza e che non trova un pieno scioglimento narrativo. Perché Ishiguro non ama spiegare tutto, né raccontare tutto quello che è necessario per capire, bensì lascia alla intuizione e alla fantasia del lettore il compito di riempire i buchi informativi o di non riempirli se non ne sente la necessità.

In questa storia la protagonista è Klara, un modello piuttosto evoluto (anche se non il più recente realizzato) di AA (Amico Artificiale), che vive - insieme a un certo numero di suoi simili - in un negozio cittadino dove attende che un adolescente la scelga e la porti via con sé. Gli AA - che sono alimentati dall'energia del sole - non sono tutti uguali, e Klara in particolare si distingue dagli altri per una grande capacità di osservazione e una spiccata sensibilità, che la direttrice del negozio non manca mai di sottolineare quando entra un nuovo cliente.

A scegliere Klara sarà Josie, una ragazzina che vive con la madre e la domestica Melania in una grande casa nel verde e che ha una salute precaria e fragile, oltre a condividere con gli altri suoi coetanei una incapacità di instaurare relazioni e una tendenza alla solitudine.

L'unico vero amico di Josie è Rick, che vive in una casa non lontana, anche lui insieme a una madre bizzarra ed emarginata. Scopriremo più avanti che nel mondo di Rick e Josie i bambini vengono potenziati geneticamente nei primi anni di vita, ma non tutti i genitori accettano di farlo in quanto si tratta di un intervento non senza rischi. Rick non è stato potenziato e questo rende il suo futuro molto incerto e le sue possibilità più limitate, sebbene anche il futuro di Josie è messo a rischio dalla sua salute precaria.

È proprio in questo contesto così delicato che Klara gioca un ruolo fondamentale, che andrà ben al di là di quello che ci si aspetterebbe da una macchina, per quanto evoluta.

Non è giusto rivelare di più della trama di Klara e il Sole, che in parte si sviluppa come un thriller e dunque merita di non veder rovinata la sorpresa della scoperta.

Ma - al di là dell'intreccio e dei nodi della narrazione - quello che colpisce e conta di più è la sottesa riflessione su cosa ci differenzia dalle macchine e ci rende umani, su quanto in là si possa spingere l'intelligenza artificiale nel riprodurre le caratteristiche degli esseri umani e se rimarrà davvero qualcosa di non riproducibile. Senza dubbio l'essere umano ha una storica, se non innata propensione a considerarsi speciale e a collocarsi al centro dell'universo, in una posizione di netta superiorità rispetto agli altri esseri viventi. Vero è però che nel caso delle intelligenze artificiali parliamo di un prodotto realizzato dall'umanità stessa che, per la sua stessa ambizione, vuole spingersi sempre oltre fino al limite impensabile di riprodurre sé stessa.

Nel romanzo di Ishiguro si ha a tratti la sensazione che il personaggio più "umano" di tutti sia proprio Klara, che - pur nella sua ingenuità - sembra l'unica non concentrata su sé stessa e disposta al sacrificio personale per il bene di Josie.

Forse la domanda vera che lo scrittore inglese ci sta ponendo non è se i robot diventeranno veramente umani, ma se siamo noi umani che ci stiamo disumanizzando.

Voto: 3,5/5

venerdì 29 aprile 2022

Fiordilatte / Miguel Vila

Fiordilatte / Miguel Vila. Bologna: Canicola, 2021.

La casa editrice Canicola di Bologna è forse una delle più originali e capaci di osare tra quelle attualmente presenti nel panorama italiano in riferimento al mondo dei graphic novel.

Le sue scelte, sia rispetto alla produzione del panorama italiano che di quello internazionale, sono spesso coraggiose e non hanno paura di portare all'attenzione del pubblico temi scomodi o che potrebbero urtare il falso moralismo di qualcuno.

È questo il caso di Fiordilatte, l'ultimo lavoro di Miguel Vila di cui da tempo avevo letto benissimo. Trovandomi nella "mia libreria del cuore" di Conversano, Skribi, l'ho visto su uno scaffale e il mio occhio è andato alla quarta di copertina dove campeggia l'"endorsement" incondizionato di Manuele Fior.

È stata questa la spinta definitiva ad acquistarlo e a leggerlo.

In Fiordilatte, ambientato nella profonda provincia veneta, come già il precedente Padovaland, protagonisti sono Marco e Ludovica, le cui storie individuali sono fatalmente destinate a incontrarsi.

Marco è un ragazzo condiscendente e gentile, di bassa estrazione sociale che vive da solo con il padre; è fidanzato con Stella, una ragazza esuberante e di buona famiglia, con cui c'è un legame forte ma con problematiche sul piano sessuale, che Marco cerca di risolvere guardando video porno.

Ludovica è una donna maggiorata e piuttosto greve che vive sola con un figlio piccolo e lavora in una gelateria: per poter lavorare chiede a Stella di fare da baby sitter al bambino. Diversi flashback ci aprono delle finestre sul suo passato: una relazione apparentemente tossica, una gravidanza, il rifiuto della famiglia.

Quando Marco e Ludovica si incontrano sembrerebbe trattarsi di mondi lontani e senza elementi di contatto: in realtà, tra i due inizia una relazione sessuale basata sulla complementarietà dei bisogni. Marco finalmente può esprimere e soddisfare i suoi desideri più nascosti, e Ludovica interrompe il suo digiuno sessuale e la sua solitudine.

Questo incontro innescherà una serie di conseguenze: la relazione di Marco e Stella entrerà in crisi e Marco ritroverà fiducia in sé stesso fino quasi a una forma di aggressività, mentre Ludovica tornerà alla ricerca dell'uomo con cui ha una relazione intermittente e socialmente deprecabile fin da quando era molto giovane.

Fiordilatte è la storia di due vuoti affettivi, di due dipendenze, di relazioni insoddisfacenti e/o tossiche, ma anche dell'importanza di liberare i propri desideri sessuali che sono legittimi fintanto che producono rapporti consensuali e basati sulla libertà di scelta.

In un certo senso Fiordilatte mi ha fatto tornare in mente il film Secretary, anche quello basato su una relazione sessuale in cui si incontravano i desideri opposti e complementari di due persone all'interno di una dinamica sadomaso. Possiamo interrogarci - e Miguel Vila non si sottrae a questo compito - sulle tare affettive e le problematiche psicologiche da cui originano alcuni bisogni sessuali un po' estremi o di nicchia. E non v'è dubbio che esse sono spesso il frutto di dinamiche familiari disfunzionali o malate che producono sofferenze e che dunque andrebbero anche affrontate con un supporto psicologico. Però è anche vero che sappiamo - fin dai tempi degli studi di Kinsey - che i comportamenti sessuali degli esseri umani (e non solo) sono enormemente vari, molto di più di quello che pensiamo, e i desideri possono essere incomprensibili se guardati dall'esterno, ma non per questo devono essere considerati illegittimi, se dietro non ci sono costrizioni o violenze esterne, ma solo l'esito della propria storia individuale.

Un graphic novel maturo nella costruzione narrativa, nel disegno e nei temi trattati, e soprattutto da affrontare con la mente aperta e sgombra di pregiudizi.

Consigliato.

Voto: 3,5/5

mercoledì 27 aprile 2022

Catarina e a beleza de matar fascistas / di Tiago Rodrigues. Teatro Argentina, 12 aprile 2022

L'esperienza del teatro in lingua originale (con sovratitoli) è qualcosa che capita molto più raramente rispetto alla visione di un film in versione originale. A me è capitata l'occasione poche volte, l'ultima delle quali è stata questo bellissimo spettacolo del drammaturgo (ma anche regista e attore) portoghese Tiago Rodrigues. Si tratta di uno spettacolo che appare provocatorio fin dal titolo, Catarina e a beleza de matar fascistas, e che non a caso ha suscitato parecchie polemiche nonché tentativi di sospenderne la programmazione (senza tra l'altro nemmeno sapere di cosa parla).

Quando si arriva a teatro gli attori sono già sul palco, all'interno di una scenografia che ci conduce immediatamente in un'ambientazione rurale. Siamo infatti nella casa di campagna di una famiglia portoghese formata da tre fratelli: una donna con le due figlie, una delle quali è Catarina, un uomo con il figlio adolescente (anche narratore e commentatore della storia) e un altro uomo più giovane. Tutti sono vestiti con abiti tradizionali, valorizzati da momenti di canto collettivo e danze tipiche.

Da un lato del palco c'è un lungo tavolo con una tovaglia su cui è ricamata la scritta Não passarão, a un'estremità del quale è seduto un uomo vestito invece con completo e camicia. Si tratta del politico fascista che questa famiglia ha rapito e che è destinato a essere ammazzato dalla giovane Catarina, proseguendo la tradizione per cui da oltre 70 anni questo rito si compie ogni anno, anche per onorare la volontà dell'ava Catarina Eufemia, uccisa negli anni Cinquanta durante la dittatura fascista in Portogallo.

Questa riunione familiare si svolge in un'atmosfera di festa e convivialità, in cui non mancano l'ironia, i momenti di leggerezza e quelli di incontro e profondità. Fino a quando, posta di fronte al suo compito, Catarina non esprime la sua impossibilità di uccidere.

Da qui in poi la tensione sale: si susseguono confronti collettivi o di coppia, riflessioni individuali, che culminano nel lungo dialogo madre-figlia che mette sul tavolo le opposte ragioni che sono dietro la scelta di proseguire questa tradizione ovvero di interromperla. Alla fine di questo confronto, Catarina sembra essersi convinta, ma - ancora una volta - al dunque il dubbio in lei è troppo forte e sceglie di non uccidere.

Questa scelta fa implodere gli equilibri familiari portando a un drammatico epilogo.

Lo spettacolo termina con il politico scampato all'uccisione grazie ai dubbi di Catarina che si presenta sul palco per tenere il suo discorso della vittoria dopo aver vinto le elezioni. Il discorso è un concentrato di populismo, conservatorismo, fascismo, omofobia il cui andamento incalzante ed espansivo si fa sempre più fastidioso e difficile da tollerare fino a suscitare prima il rumoreggiare del pubblico, poi la vera e propria protesta.

Pare che Tiago Rodrigues abbia ascoltato oltre 150 discorsi tenuti da politici di destra populisti in tutto il mondo, riversando in quest'unico discorso la summa di tutti quelli ascoltati, e che la reazione del pubblico sia uno degli effetti sorpresa dello spettacolo, perché non è mai scontata. Personalmente ne sono rimasta talmente sorpresa che pensavo fosse preparata e che ci fossero degli infiltrati nel pubblico. Io - pur con un fastidio crescente - subivo in silenzio, e forse già questo dice qualcosa del fatto che ognuno di noi è diverso e reagisce diversamente all' "aggressione" anche se solo verbale.

Lo spettacolo di Rodrigues affronta un tema spinosissimo di fronte al quale solleva domande e interrogativi, che non hanno risposte banali né scontate. Quali possono essere le estreme conseguenze della tolleranza verso gli intolleranti? È ammissibile ricorrere a strade non democratiche per difendere la democrazia? E se no, come si frena il dilagare del populismo di estrema destra e il rischio non solo teorico di una deriva dittatoriale che si fa strada facendo leva sulla pancia delle persone?

Personalmente penso che il populismo e il fascismo non siano totalmente estirpabili. È indubbio che una condizione generalizzata di maggiore benessere, minori disuguaglianze, un livello più alto di istruzione, una fruizione culturale più diffusa sono tutti importanti deterrenti all'emergere dei rigurgiti fascisti; però ritengo anche che il fascismo, il populismo, il conservatorismo siano in parte congenite nell'umanità, e periodicamente, approfittando di condizioni di contesto favorevole, prendono piede e si espandono, ma non si può pensare realmente di debellarle o di estirparle dal genere umano. Il punto non è eliminare i politici fascisti, ma quello ch'essi rappresentano e che trova riscontro in una parte della società civile.

Diciamo che un sistema democratico in salute e nel quale funzioni il sistema dei pesi e dei contrappesi dovrebbe aiutare a evitare derive dittatoriali, ma la manomissione di questi equilibri che è stata portata avanti sistematicamente negli ultimi decenni - e purtroppo non solo ad opera dei politici di destra - apre sempre più crepe e squarci che non ci garantiscono a pieno.

Se poi - come sembra ventilare il dramma di Rodrigues - chi sta dalla parte "giusta" non è in grado di gestire il dubbio interno e di comporre la diversità dei punti di vista, l'incertezza sul futuro diventa ancora più preoccupante.

In conclusione Catarina è espressione di un teatro civile di cui abbiamo decisamente bisogno per porci domande scomode e non accontentarci di risposte semplici.

Voto: 4/5


giovedì 21 aprile 2022

Nella quiete del tempo / Olga Tokarczuk

Nella quiete del tempo / Olga Tokarczuk; trad. di Raffaella Belletti. Milano: Bompiani, 2020.

Avevo conosciuto Olga Tokarczuk con Guida il tuo carro sulle ossa dei morti e me ne ero innamorata. E così ho deciso di approfondire la conoscenza leggendo qualcos'altro.

La mia attenzione è stata catturata da Nella quiete del tempo perché - si sa - sono abbastanza ossessionata dal tema del tempo e da che cosa questo significhi per l'essere umano.

Non pensavo sinceramente di trovarmi di fronte a un libro così originale.

Siamo a Prawiek, un paesino polacco immaginario attraversato da due fiumi, il Bianca e il Nera. Questo luogo costituisce l'elemento di connessione tra i numerosi personaggi che popolano il romanzo della Tokarczuk, alcuni dei quali vivono in questo paese, mentre altri lo attraversano o ci stazionano per un tempo più o meno lungo, a cavallo tra le due guerre. Protagonisti dei capitoli che costituiscono il racconto sono però, oltre agli esseri umani, anche oggetti, animali e Dio stesso, tutti - compreso quest'ultimo - soggetti alla tirannia del tempo, seppure in modi diversi.

La caratteristica più peculiare del romanzo è l'approccio fiabesco, che conferisce alla narrazione un'atmosfera sospesa e fantastica, che a tratti mi ha fatto pensare all'universo fantastico de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile.

Come in questo caso, infatti, i personaggi della Tokarczuk sono spesso estremi o sopra le righe, alle prese ciascuno con i propri demoni che spesso - e quasi inevitabilmente - sono la causa delle loro parabole individuali. Tra questi, Spighetta e la sua marginalità, il castellano Popielski e il gioco degli Otto Mondi, Genowefa e il mulino, Michal e la guerra, Misia e il suo macinino, Florentinka e la luna, e moltissimi altri.

Realismo e fantasia si intrecciano continuamente per offrire al lettore l'occasione di riflettere sul ciclo della vita umana e sulla sua sostanzialmente insensatezza.

Nella quiete del tempo è certamente un romanzo molto meno nelle mie corde rispetto a Guida il tuo carro sulle ossa dei morti; eppure tra i due riconosco diversi elementi di continuità: il rapporto tra l'uomo e la natura, una religiosità quasi pagana, la mescolanza di un tono ironico e uno drammatico, l'assenza di manicheismi (non ci sono buoni né cattivi assoluti), nonché l'assenza di giudizio, sostituito semmai da una compassione e una empatia che si esprimono nei confronti di tutti gli elementi dell'universo viventi e non.

Al termine della lettura, confermo il mio apprezzamento per la scrittura della Tokarczuk, ma sono meno conquistata. Toccherà leggere un terzo romanzo (ne è appena uscito un altro per Bompiani, Casa di giorno, casa di notte), per capire se è vero amore (con tutti gli alti e bassi che lo caratterizzano), o solo un'infatuazione bella finché è durata.

Voto: 3/5