Chimica / Weike Wang; trad. di Fabio Cremonesi. Firenze: Edizioni Clichy, 2021.
Chimica è uno dei numerosi libri che mi sono stati regalati per Natale. Con mia grande gioia, anche perché quasi tutti comprati in librerie fisiche.
In questo caso è il mio amico M. a pensare a me con questo libro ed effettivamente, quando leggo il risvolto di copertina con la presentazione dello stesso, mi ci riconosco tanto.
Non a caso è uno dei primi libri che metto in lettura appena finisco il precedente e, complice anche un viaggio in treno, lo finisco in un paio di giorni.
Il libro si inscrive in quello che per me è ormai un vero e proprio filone della letteratura contemporanea, ossia quello che ritrae il mood proprio della generazione dei venti-trentenni (penso a Sally Rooney, Naoise Dolan e molti altri).
Come sa chi legge questo blog, ho una certa idiosincrasia nei confronti di questi romanzi, ma alcuni riescono a conquistarmi. Weike Wang ci è andata vicina per due terzi del libro.
La protagonista, di cui non conosciamo il nome e che, per le origini asiatiche e alcuni dettagli biografici, sembra essere chiaramente ispirata all'autrice, è una ragazza che sta facendo un dottorato in chimica e ha una storia stabile con Peter.
Apparentemente dunque tutto bene. Fino al momento in cui Peter le chiede di sposarlo.
A quel punto tutti gli equilibri della protagonista vanno in frantumi e le insoddisfazioni vengono a galla, prima tra tutte quella per una carriera in cui non crede realmente e che infatti decide di interrompere. Ovviamente anche la storia con Peter viene messa in crisi dall'indecisione di lei, amplificata dal fatto che la vita e la carriera di Peter sembrano andare a gran velocità in una direzione molto chiara, al contrario della sua.
Fin qui empatizzo con la protagonista. Comprendo la sensazione di stare vivendo una vita che non è la propria o in cui non si crede veramente, la necessità di cambiare rotta e lo spaesamento del non sapere in quale direzione muoversi. In questa fase sono comprensibili anche tutte le riflessioni sulle proprie origini, sugli atti di razzismo e bullismo subiti, sul rapporto con i propri genitori e sulla consapevolezza dei loro limiti.
Però, quando a un certo punto questo stato di incertezza e confusione diventa una specie di brodo primordiale dal quale la protagonista sembra non riuscire o non volersi tirare fuori, comincio a non capire più. E mi pare di nuovo di trovarmi di fronte a quel girare a vuoto di una generazione che di fronte all'infelicità sembra non avere rimedi e nemmeno la forza di cercarli. Come se dall'alto dovesse arrivare un deus ex machina a risolvere tutto. O nulla.
E mi ritrovo a non riuscire affatto a ridere e neppure a sorridere dell'ironia e dell'autoironia con cui viene affrontato questo stato di cose, perché in me scatta un reazione di rabbia o nella migliore delle ipotesi di compassione.
Però Weike Wang ha una scrittura asciutta e molto efficace, che riesce a farmi apprezzare la lettura anche quando non riesco più a identificarmi con la protagonista.
Voto: 3/5
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lunedì 9 maggio 2022
mercoledì 23 marzo 2022
Addio, sweet mister / Daniel Woodrell
Addio, sweet mister / Daniel Woodrell; trad. di Fabio Cremonesi. Milano: NNEditore, 2021.
Compro questo libro su suggerimento della libraia di Conversano e perché sono abbastanza convinta del fatto che la casa editrice NN sia abbastanza una garanzia a livello di selezione.
Non avevo mai sentito parlare di Daniel Woodrell e quindi scopro solo dopo aver aperto il romanzo che in realtà questo Addio, sweet mister è il terzo volume di una trilogia che, come in Kent Haruf, ha quale filo conduttore un luogo, ossia West Table, e qualche sporadico personaggio.
Il protagonista di questa storia è in tredicenne in sovrappeso, Shuggie, che vive insieme alla madre Glenda e a Red, il compagno della madre e suo patrigno. La loro casa è all'interno dell'area del cimitero locale di cui si prendono cura.
Glenda è una femme fatale alcolizzata, ma ancora capace di usare le armi della seduzione. Red è un piccolo delinquente e un tossico che insieme al compare Basil compie piccoli furti e azioni criminali, spesso servendosi anche di Shuggie.
Tra Shuggie e Glenda c'è un rapporto molto forte, ai limiti del morboso, e il ragazzino si erge a difensore della madre tutte le volte che quest'ultima è oggetto della bestialità e del cinismo di Red.
Questi equilibri disfunzionali reggono fino a quando Glenda incontra Jimmy Vin Pearce, un cuoco gentile che gira con una bella macchina e che resta affascinato dalla donna. Per Glenda Jimmy rappresenta l'occasione di scappare da West Table e di cambiare vita. Ma quando il rapporto con Jimmy e questo desiderio di cambiamento sembrano portare all'allontanamento da Shuggie, quest'ultimo metterà da parte le ultime briciole della sua innocenza infantile per abbracciare definitivamente l'ambiguità del mondo adulto.
Quella di Woodrell è la classica storia di coming of age ambientata nella degradata e polverosa provincia americana e per due terzi del libro si ha la sensazione di non leggere nulla di nuovo e di sapere già cosa ci attende.
In realtà la svolta narrativa dell'ultima parte del romanzo è potente e in buona parte originale, e racconta di una crescita che per una volta passa non attraverso il cambiamento e l'allontanamento dal nucleo familiare bensì attraverso il tentativo di impedire questo cambiamento e di trascinare il mondo intorno verso una infelicità senza speranza e senza via d'uscita.
Scopro che il libro era già uscito con due diversi titoli, Il bel cavaliere se n'è andato per Bompiani, e Io e Glenda per Fanucci, ma grazie alla traduzione e al bel commento di Fabio Cremonesi, NN lo ripropone a completamento della trilogia di West Table.
Voto: 3/5
Compro questo libro su suggerimento della libraia di Conversano e perché sono abbastanza convinta del fatto che la casa editrice NN sia abbastanza una garanzia a livello di selezione.
Non avevo mai sentito parlare di Daniel Woodrell e quindi scopro solo dopo aver aperto il romanzo che in realtà questo Addio, sweet mister è il terzo volume di una trilogia che, come in Kent Haruf, ha quale filo conduttore un luogo, ossia West Table, e qualche sporadico personaggio.
Il protagonista di questa storia è in tredicenne in sovrappeso, Shuggie, che vive insieme alla madre Glenda e a Red, il compagno della madre e suo patrigno. La loro casa è all'interno dell'area del cimitero locale di cui si prendono cura.
Glenda è una femme fatale alcolizzata, ma ancora capace di usare le armi della seduzione. Red è un piccolo delinquente e un tossico che insieme al compare Basil compie piccoli furti e azioni criminali, spesso servendosi anche di Shuggie.
Tra Shuggie e Glenda c'è un rapporto molto forte, ai limiti del morboso, e il ragazzino si erge a difensore della madre tutte le volte che quest'ultima è oggetto della bestialità e del cinismo di Red.
Questi equilibri disfunzionali reggono fino a quando Glenda incontra Jimmy Vin Pearce, un cuoco gentile che gira con una bella macchina e che resta affascinato dalla donna. Per Glenda Jimmy rappresenta l'occasione di scappare da West Table e di cambiare vita. Ma quando il rapporto con Jimmy e questo desiderio di cambiamento sembrano portare all'allontanamento da Shuggie, quest'ultimo metterà da parte le ultime briciole della sua innocenza infantile per abbracciare definitivamente l'ambiguità del mondo adulto.
Quella di Woodrell è la classica storia di coming of age ambientata nella degradata e polverosa provincia americana e per due terzi del libro si ha la sensazione di non leggere nulla di nuovo e di sapere già cosa ci attende.
In realtà la svolta narrativa dell'ultima parte del romanzo è potente e in buona parte originale, e racconta di una crescita che per una volta passa non attraverso il cambiamento e l'allontanamento dal nucleo familiare bensì attraverso il tentativo di impedire questo cambiamento e di trascinare il mondo intorno verso una infelicità senza speranza e senza via d'uscita.
Scopro che il libro era già uscito con due diversi titoli, Il bel cavaliere se n'è andato per Bompiani, e Io e Glenda per Fanucci, ma grazie alla traduzione e al bel commento di Fabio Cremonesi, NN lo ripropone a completamento della trilogia di West Table.
Voto: 3/5
martedì 1 settembre 2020
La strada di casa / Kent Haruf
La strada di casa / Kent Haruf; trad. di Fabio Cremonesi. Milano: Enne Enne Editore, 2020.
Ed eccoci di nuovo a Holt, purtroppo per l'ultima volta, anche se per Kent Haruf si è trattato in realtà del primo incontro con la cittadina che poi è diventata protagonista della sua epopea.
La strada di casa è infatti il primo romanzo dello scrittore americano, ma l'ultimo a essere tradotto in Italia.
Mi piace immaginare Kent Haruf che comincia a scrivere di questo paesino (da lui inventato) in Colorado e a delinearne la topografia e la composizione sociale che, romanzo dopo romanzo, si faranno sempre più ricche e dettagliate. Si potrebbe costruire un plastico della cittadina di Holt e identificare le abitazioni dei protagonisti dei suoi romanzi nonché l'ubicazione degli spazi della vita aggregativa e pubblica.
In questo libro - come accade anche in Vincoli - la storia è raccontata in prima persona da Pat Arbuckle, un cittadino di Holt nonché uno dei protagonisti.
Pat conosce dall'infanzia Jack Burdette, l'uomo che, dopo essere sparito da Holt con la cassa della locale cooperativa agricola, torna molti anni dopo, portando scompiglio nella vita della cittadina e soprattutto - come scopriremo - in quella di Pat.
Non intendo rivelare di più di una trama che - rispetto ad altri lavori di Haruf - contiene certamente maggiori punti di svolta e risulta piuttosto avvincente anche sul piano puramente narrativo.
Come sa chi ha letto gli altri suoi romanzi, Kent Haruf non racconta l'eccezionalità ma la normalità della vita con tutto quello che porta con sé, gioie semplici e dolori inevitabili, nel compiersi del destino che ognuno di noi ha avuto in sorte.
La comunità di Holt, pur con tutte le sue specificità e l'aura dolente di cui Haruf l'ammanta, è in realtà un vero e proprio micromondo in cui tutti i sentimenti che caratterizzano l'umanità albergano. E Haruf ancora una volta ci dimostra che nessuna vita è veramente semplice o così banale da non poter essere raccontata, e al contempo che nessun dramma è tale da non poter essere riassorbito nel flusso degli eventi.
Per me la lettura dei romanzi di Kent Haruf - con la sempre ottima traduzione di Fabio Cremonesi che ormai conosce Haruf meglio di tutti - è ancora una volta l'occasione per un'immersione totale in un mondo lontano, polveroso e senza tempo, ma anche nelle virtù e nei vizi universali dell'essere umano a qualsiasi latitudine.
Una lettura che consiglio sempre con grande piacere.
Voto: 3,5/5
Ed eccoci di nuovo a Holt, purtroppo per l'ultima volta, anche se per Kent Haruf si è trattato in realtà del primo incontro con la cittadina che poi è diventata protagonista della sua epopea.
La strada di casa è infatti il primo romanzo dello scrittore americano, ma l'ultimo a essere tradotto in Italia.
Mi piace immaginare Kent Haruf che comincia a scrivere di questo paesino (da lui inventato) in Colorado e a delinearne la topografia e la composizione sociale che, romanzo dopo romanzo, si faranno sempre più ricche e dettagliate. Si potrebbe costruire un plastico della cittadina di Holt e identificare le abitazioni dei protagonisti dei suoi romanzi nonché l'ubicazione degli spazi della vita aggregativa e pubblica.
In questo libro - come accade anche in Vincoli - la storia è raccontata in prima persona da Pat Arbuckle, un cittadino di Holt nonché uno dei protagonisti.
Pat conosce dall'infanzia Jack Burdette, l'uomo che, dopo essere sparito da Holt con la cassa della locale cooperativa agricola, torna molti anni dopo, portando scompiglio nella vita della cittadina e soprattutto - come scopriremo - in quella di Pat.
Non intendo rivelare di più di una trama che - rispetto ad altri lavori di Haruf - contiene certamente maggiori punti di svolta e risulta piuttosto avvincente anche sul piano puramente narrativo.
Come sa chi ha letto gli altri suoi romanzi, Kent Haruf non racconta l'eccezionalità ma la normalità della vita con tutto quello che porta con sé, gioie semplici e dolori inevitabili, nel compiersi del destino che ognuno di noi ha avuto in sorte.
La comunità di Holt, pur con tutte le sue specificità e l'aura dolente di cui Haruf l'ammanta, è in realtà un vero e proprio micromondo in cui tutti i sentimenti che caratterizzano l'umanità albergano. E Haruf ancora una volta ci dimostra che nessuna vita è veramente semplice o così banale da non poter essere raccontata, e al contempo che nessun dramma è tale da non poter essere riassorbito nel flusso degli eventi.
Per me la lettura dei romanzi di Kent Haruf - con la sempre ottima traduzione di Fabio Cremonesi che ormai conosce Haruf meglio di tutti - è ancora una volta l'occasione per un'immersione totale in un mondo lontano, polveroso e senza tempo, ma anche nelle virtù e nei vizi universali dell'essere umano a qualsiasi latitudine.
Una lettura che consiglio sempre con grande piacere.
Voto: 3,5/5
sabato 8 giugno 2019
Vincoli. Alle origini di Holt / Kent Haruf
Dopo la lettura della cosiddetta Trilogia della pianura, pubblicata nel 2016 da Enne Enne Editore, Kent Haruf è diventato uno dei miei autori preferiti e in questo senso devo ringraziare l'editore non solo per avermelo fatto conoscere, ma anche per portare avanti il progetto di pubblicarne tutti i lavori.
E così è arrivato in traduzione italiana, sempre a cura dell'ottimo Fabio Cremonesi che nella nota finale ci dà anche qualche elemento ulteriore di interpretazione di questo testo, il primo romanzo di Haruf, Vincoli (The tie that binds), pubblicato originariamente nel 1984.
In realtà, come sa chi ha letto altri suoi romanzi, non è molto importante né costituisce un fattore di orientamento sapere in che anni sono scritti, se non per tracciare l'evoluzione dello stile di questo autore, non certo particolarmente prolifico.
La sua infatti è una scrittura senza tempo e la stessa narrazione, anche quando è temporalmente collocata, come nel caso di Vincoli, appare sospesa in una dimensione estranea alle coordinate temporali.
In questo romanzo, la storia prende l'avvio alla fine dell'Ottocento, quando Roy Goodnough e sua moglie Ada si trasferiscono dall'Iowa in Colorado, nella campagna intorno a Holt, alla ricerca di una vita diversa e di fortuna. In realtà qui troveranno soltanto una terra aspra e sabbiosa, che solo a prezzo di enormi sacrifici personali e di durissimo lavoro potrà consentire a questa coppia e poi ai loro due figli, Edith e Lyman, di sopravvivere.
La storia di questa famiglia ci viene raccontata da Sanders "Sandy" Roscoe, il figlio di John Roscoe, che quando i Goodnough si trasferiscono a Holt, vive con la madre di origine indiana, abbandonata dal marito, nella fattoria "vicina".
Sanders si rivolge a un ignoto interlocutore - forse semplicemente il lettore, chiamato a diventare egli stesso testimone di questa vicenda - per raccontare la sua verità sulla storia di Edith, ormai vecchia, ricoverata in ospedale con un'accusa di omicidio sul capo. Per fare questo, Sanders dovrà raccontare della durezza di Roy Goodnough, della fragilità di sua moglie Ada e della sua morte prematura, della terribile sorte dei figli costretti a una vita di sacrifici fin dalla tenera età, impossibilitati a sfuggire al pesante giogo del padre padrone. Dovrà raccontare dell'amore tra suo padre, John Roscoe, ed Edith, e della inevitabilità della scelta di quest'ultima di rinunciare a sposarsi per accudire suo padre, totalmente dipendente dalla figlia dopo l'incidente con la trebbiatrice. Dovrà raccontare della fuga di Lyman e delle sue peregrinazioni per l'America, del suo ritorno a casa, della breve parentesi felice, e poi della sua malattia e delle difficoltà degli ultimi anni.
Quello di Haruf è un mondo aspro fino all'inverosimile, primordiale nelle sue manifestazioni, e che proprio per questo distilla i sentimenti umani, sia quelli positivi (l'amore, l'amicizia, la devozione, l'abnegazione, lo spirito di sacrificio), sia quelli negativi (l'odio, il tradimento, la sopraffazione, l'indifferenza). Come ci ricorda Fabio Cremonesi nella sua nota finale, la scrittura di Haruf in questo romanzo - pur anticipando stilemi e tratti che diventeranno suoi tipici - risulta più ricca e narrativa nel suo distendersi attraverso quella che è una vera e propria saga familiare, mentre andrà nel tempo asciugandosi e diventando sempre più essenziale ed evocativa, come si può osservare nell'ultimo romanzo Le nostre anime di notte.
Che sia più o meno essenziale, nella sua prosa resta però intatta la capacità figurativa, il talento che Haruf ha nel trascinarci in mezzo alla sabbia dei grandi terreni per l'allevamento del bestiame, tra le stoppie dei campi di granturco, tra i cavalli che scalpitano dietro i cancelletti di un rodeo, nelle notti buie dell'anima più profonda degli Stati Uniti, nelle fattorie di legno, nelle stalle dove sono ricoverati gli animali di fattoria. E ci conduce con mano sicura nella mente e nei cuori di questi uomini e donne che, anche quando - come Roy Goodnough - sono esseri abietti e detestabili, sono raccontati come il risultato di un mondo difficile e senza reali alternative, un mondo in cui l'infelicità è quasi un marchio che ci si porta addosso dalla nascita e al cui imperio solo raramente si riesce a sfuggire.
Da questo punto di vista, la scrittura di Kent Haruf - pur nella sua crudezza - riesce a essere fortemente empatica catturando il lettore in una vasta gamma di sensazioni e sentimenti. Quando uscirete da questo libro sarete coperti dalla sabbia del Colorado, avrete le mani callose degli allevatori e il volto coperto dalle rughe di una fatica indicibile.
Voto: 4/5
lunedì 20 febbraio 2017
Le nostre anime di notte / Kent Haruf
Le nostre anime di notte / Kent Haruf; trad. di Fabio Cremonesi. Milano: Enne Enne Editore, 2017.
Eccoci finalmente di nuovo a Holt, lì da qualche parte tra le case e le fattorie di un paesino americano in mezzo al nulla delle praterie. Ci era mancato questo mondo così lontano geograficamente e culturalmente, eppure così vicino emotivamente, al punto tale che quando ci torniamo sembra di essere tornati a casa, con tutto quel groviglio di sentimenti che ciò comporta.
Ci era mancata la scrittura sottotraccia, quasi sussurrata eppure incredibilmente diretta, di Kent Haruf, così come la totale mancanza di epicità del mondo che ci racconta, la delicatezza infinita delle sue piccole storie intrise di quel sapore agrodolce che è proprio della vita.
In Le nostre anime di notte Haruf ci racconta di Addie e Louis. Due anziani, che abitano non lontano l’una dall’altro, entrambi vedovi, entrambi soli e in fondo senza alcuna prospettiva nella vita se non quella di trascorrere serenamente gli anni che gli rimangono.
E invece un giorno Addie ha un guizzo inaspettato: va dal suo vicino di casa e gli propone di trascorrere le notti future insieme, per sentirsi meno soli, per parlare, per condividere i propri pensieri e un po’ di calore umano.
Comincia così un rapporto che sfugge a qualunque categorizzazione, e che non ha alcun interesse a essere definito, ma che inevitabilmente suscita le reazioni, in parte scandalizzate, in parte invidiose, degli abitanti del paese nonché delle rispettive famiglie.
Haruf ci racconta con i suoi tenui acquerelli un percorso di rinascita, di espansione, di speranza: l’inatteso che in qualunque momento nella vita può portarci fuori dai binari previsti. Ma quando ormai il cuore ha preso l’abbrivio, ci respinge indietro a fare i conti con tutto il resto.
Nella vita di Addie e Louis c’è una sorta di rassegnazione al fatto che le cose non vanno quasi mai come avremmo voluto, ma che questo non rappresenta una sconfitta, un fallimento, bensì il risultato di un processo di adattamento attraverso il quale ognuno di noi insegue il compromesso migliore possibile nelle diverse circostanze. Però c’è anche l’urgenza di un’incoscienza che a volte è l’unica cosa capace di regalarci prospettive nuove, anche se per un periodo limitato.
Bello anche il gioco metaletterario con cui Haruf fa parlare i suoi personaggi di quei romanzi ambientati nella cittadina di Holt e che qualcuno sta portando in scena, le cui storie appaiono a loro così improbabili. Forse a dirci che la vita di tutti in fondo potrebbe essere il soggetto di un romanzo, solo che noi in quanto protagonisti non ne siamo consapevoli, perché le nostre vite dall’interno ci appaiono ordinarie e banali.
E probabilmente è questo che Haruf in fondo vuole comunicarci. Che la vita – anche la più banale – è a suo modo straordinaria, perché ogni vita richiede un incredibile forza nell’essere vissuta attraverso le scelte che ci impone di fare e quella che altrettanto inevitabilmente ci richiede di accettare.
In definitiva, Le nostre anime di notte è un perfetto epilogo della trilogia della pianura e della vita di Haruf, forse meno equilibrato e meditato dei romanzi precedenti, ma certamente altrettanto sincero nella contraddittorietà dei sentimenti che rappresenta e suscita.
Voto: 3,5/5
Eccoci finalmente di nuovo a Holt, lì da qualche parte tra le case e le fattorie di un paesino americano in mezzo al nulla delle praterie. Ci era mancato questo mondo così lontano geograficamente e culturalmente, eppure così vicino emotivamente, al punto tale che quando ci torniamo sembra di essere tornati a casa, con tutto quel groviglio di sentimenti che ciò comporta.
Ci era mancata la scrittura sottotraccia, quasi sussurrata eppure incredibilmente diretta, di Kent Haruf, così come la totale mancanza di epicità del mondo che ci racconta, la delicatezza infinita delle sue piccole storie intrise di quel sapore agrodolce che è proprio della vita.
In Le nostre anime di notte Haruf ci racconta di Addie e Louis. Due anziani, che abitano non lontano l’una dall’altro, entrambi vedovi, entrambi soli e in fondo senza alcuna prospettiva nella vita se non quella di trascorrere serenamente gli anni che gli rimangono.
E invece un giorno Addie ha un guizzo inaspettato: va dal suo vicino di casa e gli propone di trascorrere le notti future insieme, per sentirsi meno soli, per parlare, per condividere i propri pensieri e un po’ di calore umano.
Comincia così un rapporto che sfugge a qualunque categorizzazione, e che non ha alcun interesse a essere definito, ma che inevitabilmente suscita le reazioni, in parte scandalizzate, in parte invidiose, degli abitanti del paese nonché delle rispettive famiglie.
Haruf ci racconta con i suoi tenui acquerelli un percorso di rinascita, di espansione, di speranza: l’inatteso che in qualunque momento nella vita può portarci fuori dai binari previsti. Ma quando ormai il cuore ha preso l’abbrivio, ci respinge indietro a fare i conti con tutto il resto.
Nella vita di Addie e Louis c’è una sorta di rassegnazione al fatto che le cose non vanno quasi mai come avremmo voluto, ma che questo non rappresenta una sconfitta, un fallimento, bensì il risultato di un processo di adattamento attraverso il quale ognuno di noi insegue il compromesso migliore possibile nelle diverse circostanze. Però c’è anche l’urgenza di un’incoscienza che a volte è l’unica cosa capace di regalarci prospettive nuove, anche se per un periodo limitato.
Bello anche il gioco metaletterario con cui Haruf fa parlare i suoi personaggi di quei romanzi ambientati nella cittadina di Holt e che qualcuno sta portando in scena, le cui storie appaiono a loro così improbabili. Forse a dirci che la vita di tutti in fondo potrebbe essere il soggetto di un romanzo, solo che noi in quanto protagonisti non ne siamo consapevoli, perché le nostre vite dall’interno ci appaiono ordinarie e banali.
E probabilmente è questo che Haruf in fondo vuole comunicarci. Che la vita – anche la più banale – è a suo modo straordinaria, perché ogni vita richiede un incredibile forza nell’essere vissuta attraverso le scelte che ci impone di fare e quella che altrettanto inevitabilmente ci richiede di accettare.
In definitiva, Le nostre anime di notte è un perfetto epilogo della trilogia della pianura e della vita di Haruf, forse meno equilibrato e meditato dei romanzi precedenti, ma certamente altrettanto sincero nella contraddittorietà dei sentimenti che rappresenta e suscita.
Voto: 3,5/5
mercoledì 31 agosto 2016
Trilogia della pianura: Canto della pianura, Crepuscolo, Benedizione / Kent Haruf
Trilogia della pianura: Canto della pianura, Crepuscolo, Benedizione / Kent Haruf, trad. di Fabio Cremonesi. Milano: Enne Enne Editore, 2015.
In Canto della pianura Kent Haruf racconta la storia di Tom Guthrie, un insegnante con una moglie depressa, Ella, che a un certo punto va a vivere a Denver dalla sorella, e due figli di 9 e 10 anni, Ike e Bobby. A scuola ha un problema con uno studente spaccone, Russel Beckam, ed è amico, e poi amante, di un’altra insegnante, Maggie Jones. Quest’ultima è colei che mette in contatto Victoria Roubideaux, una ragazza diciassettenne che è rimasta incinta, con i fratelli Raymond e Harold McPheron, due allevatori che la accolgono in casa.
In Crepuscolo, il secondo volume della trilogia, Victoria Roubideaux si sta trasferendo con la figlia all’Università, lasciando così la casa dei fratelli McPheron. Dopo la morte di Harold, Raymond resta da solo e finirà per innamorarsi di Rose Tyler, una donna che lavora per i servizi sociali. Questa sta seguendo il caso della famiglia Wallace, genitori e due figli, che vivono in una roulotte e devono fare i conti con il loro violento zio Hoyt Raines. Il piccolo DJ invece si prende cura del nonno, mentre Mary Wells, che è stata lasciata dal marito e si occupa da sola delle due bambine, Dena ed Emma, attraversa una fase di depressione.
Infine, nel terzo libro della Trilogia, Benedizione, il vecchio Dad Lewis sta morendo, accudito amorevolmente dalla moglie Mary e dalla figlia Lorraine, e vive le sue ultime settimane alternando momenti di serenità e momenti di rimorsi e rimpianti, tra cui il rapporto mai sanato con il figlio gay. La loro vicina di casa, Berta May, si prende invece cura della nipote Alice, la cui mamma è morta, mentre le Johnson, madre e figlia, vivono da sole e, dopo aver conosciuto Alice, si affezionano alla bambina e le comprano una bicicletta. Il reverendo Lyle è arrivato a Holt con la moglie e il figlio adolescente, con cui ha dei problemi di comunicazione; presto il suo senso di giustizia lo metterà in conflitto con l’intera comunità.
In Italia la NNE (Enne Enne Editore) ha pubblicato i libri di Haruf in un ordine diverso da quello in cui sono stati scritti. Io li ho letti praticamente alla rovescia, cominciando da Benedizione e finendo con il Canto della pianura. Come Kent Haruf ha detto agli editori italiani, la sua è una loose trilogy, e dunque non c’è un ordine cronologico obbligatorio per la lettura. Personalmente, non so se – dovendo ricominciare – li leggerei nell’ordine in cui sono stati scritti o adotterei nuovamente una sequenza random, che pure ha il suo fascino.
In realtà, il vero collante della trilogia è la cittadina di Holt, piccolo centro delle piane del Colorado, frutto della fantasia dello scrittore, ma descritta con una tale cura dei particolari e seguendo una mappa così precisa che sembra di vederla e appare più vera del vero.
Siamo in quell’America delle grandi pianure sabbiose e aride, dove dominano coltivazioni di cereali e pascoli di mucche e cavalli, punteggiate di tanto in tanto di fattorie in parte abitate in parte disabitate. È un’America senza tempo, al punto che – a parte che per alcuni piccolissimi dettagli di contesto presenti soprattutto in Benedizione – è impossibile per il lettore dire esattamente se le storie raccontate sono contemporanee oppure risalgono a 50-60 anni fa.
Gli stessi protagonisti e le loro vicende sono senza tempo, a marcare l’immutabilità di vita umane che scorrono sempre uguali attraverso gesti, azioni e rituali che si ripetono attraverso le generazioni.
Le vicende umane raccontate da Haruf sono piccole e per certi versi insignificanti, colte nel loro fluire, senza dovere necessariamente seguirne tutti gli sviluppi, senza la necessità di attenderne una conclusione portatrice di senso.
Quella di Haruf è una sorta di “osservazione non intrusiva”, come quella che gli antropologi adottano all’interno delle comunità che studiano, e trasmette lo stesso senso di immersione e di verità, facendoci dimenticare che tutto quello che leggiamo è frutto della fantasia dell’autore.
E, come un antropologo dell’animo umano, Haruf guarda con affetto profondo e partecipe le vite di questi uomini e di queste donne, nelle quali i colpi di scena sono l’eccezione e la norma è invece una quotidianità fatta di piccole cose. Una specie di racconto in presa diretta della vita vera, quella che porta con sé le sue piccole felicità nonché le tristezze e qualche volta eventi drammatici e dolorosi. La trilogia della pianura parla delle cose quotidiane senza enfasi, ma queste vicende nella loro ordinarietà rivelano l’aspetto straordinario della vita.
Tutto ciò viene raccontato con una scrittura lieve come una carezza, soprattutto quando Haruf parla delle persone e dei loro sentimenti, mentre la scrittura si fa precisa, a volte aspra e persino violenta, quando descrive la natura, gli eventi atmosferici, la vita degli animali e la fatica del lavoro che si fa a contatto con la terra e le bestie.
Qualunque sia la storia raccontata, Haruf tratta i suoi personaggi con profondo rispetto e attenzione, conferendo alle loro vicende umane una dignità piena anche nelle situazioni più miserevoli e suscitando nel lettore la necessità di una comprensione profonda dei limiti, delle difficoltà e delle miserie di ciascuno. In Haruf non ci sono condanne, ma affetto sincero per questi uomini, donne e bambini, tutti descritti con una vividezza magistrale.
E questa comprensione e affetto non scaturiscono dal fatto di indagare le ragioni o le cause prime dei comportamenti, che invece spesso vengono taciute o restano non conosciute, bensì solo dalla constatazione che essere umani è lo sforzo che tutti i giorni ciascuno di noi fa ed è chiamato a fare, ma nessuno ci ha veramente insegnato a farlo.
Nei singoli volumi di questa trilogia l’accento è posto su momenti diversi della vita, il Canto della pianura più sulla nascita e l’inizio, Crepuscolo più sulla parte centrale – diciamo adulta – dell’esistenza, anche se non necessariamente intesa in esclusivo riferimento all’età, Benedizione sulla fase discendente e sulla morte. Il tono però – pur nelle percettibili differenze di stile – resta lo stesso, lieve, sussurrato, rispettoso di un’umanità di cui Haruf si sente profondamente parte e mai censore.
Tre libri che sono tre piccole gemme preziose da custodire il più a lungo possibile nelle pieghe del cuore e con il sommesso rimpianto di non poter tornare un giorno a respirare le vite degli abitanti di Holt.
Voto: 4,5/5
In Canto della pianura Kent Haruf racconta la storia di Tom Guthrie, un insegnante con una moglie depressa, Ella, che a un certo punto va a vivere a Denver dalla sorella, e due figli di 9 e 10 anni, Ike e Bobby. A scuola ha un problema con uno studente spaccone, Russel Beckam, ed è amico, e poi amante, di un’altra insegnante, Maggie Jones. Quest’ultima è colei che mette in contatto Victoria Roubideaux, una ragazza diciassettenne che è rimasta incinta, con i fratelli Raymond e Harold McPheron, due allevatori che la accolgono in casa.
In Crepuscolo, il secondo volume della trilogia, Victoria Roubideaux si sta trasferendo con la figlia all’Università, lasciando così la casa dei fratelli McPheron. Dopo la morte di Harold, Raymond resta da solo e finirà per innamorarsi di Rose Tyler, una donna che lavora per i servizi sociali. Questa sta seguendo il caso della famiglia Wallace, genitori e due figli, che vivono in una roulotte e devono fare i conti con il loro violento zio Hoyt Raines. Il piccolo DJ invece si prende cura del nonno, mentre Mary Wells, che è stata lasciata dal marito e si occupa da sola delle due bambine, Dena ed Emma, attraversa una fase di depressione.
Infine, nel terzo libro della Trilogia, Benedizione, il vecchio Dad Lewis sta morendo, accudito amorevolmente dalla moglie Mary e dalla figlia Lorraine, e vive le sue ultime settimane alternando momenti di serenità e momenti di rimorsi e rimpianti, tra cui il rapporto mai sanato con il figlio gay. La loro vicina di casa, Berta May, si prende invece cura della nipote Alice, la cui mamma è morta, mentre le Johnson, madre e figlia, vivono da sole e, dopo aver conosciuto Alice, si affezionano alla bambina e le comprano una bicicletta. Il reverendo Lyle è arrivato a Holt con la moglie e il figlio adolescente, con cui ha dei problemi di comunicazione; presto il suo senso di giustizia lo metterà in conflitto con l’intera comunità. In Italia la NNE (Enne Enne Editore) ha pubblicato i libri di Haruf in un ordine diverso da quello in cui sono stati scritti. Io li ho letti praticamente alla rovescia, cominciando da Benedizione e finendo con il Canto della pianura. Come Kent Haruf ha detto agli editori italiani, la sua è una loose trilogy, e dunque non c’è un ordine cronologico obbligatorio per la lettura. Personalmente, non so se – dovendo ricominciare – li leggerei nell’ordine in cui sono stati scritti o adotterei nuovamente una sequenza random, che pure ha il suo fascino.
In realtà, il vero collante della trilogia è la cittadina di Holt, piccolo centro delle piane del Colorado, frutto della fantasia dello scrittore, ma descritta con una tale cura dei particolari e seguendo una mappa così precisa che sembra di vederla e appare più vera del vero. Siamo in quell’America delle grandi pianure sabbiose e aride, dove dominano coltivazioni di cereali e pascoli di mucche e cavalli, punteggiate di tanto in tanto di fattorie in parte abitate in parte disabitate. È un’America senza tempo, al punto che – a parte che per alcuni piccolissimi dettagli di contesto presenti soprattutto in Benedizione – è impossibile per il lettore dire esattamente se le storie raccontate sono contemporanee oppure risalgono a 50-60 anni fa.
Gli stessi protagonisti e le loro vicende sono senza tempo, a marcare l’immutabilità di vita umane che scorrono sempre uguali attraverso gesti, azioni e rituali che si ripetono attraverso le generazioni.
Le vicende umane raccontate da Haruf sono piccole e per certi versi insignificanti, colte nel loro fluire, senza dovere necessariamente seguirne tutti gli sviluppi, senza la necessità di attenderne una conclusione portatrice di senso.
Quella di Haruf è una sorta di “osservazione non intrusiva”, come quella che gli antropologi adottano all’interno delle comunità che studiano, e trasmette lo stesso senso di immersione e di verità, facendoci dimenticare che tutto quello che leggiamo è frutto della fantasia dell’autore.
E, come un antropologo dell’animo umano, Haruf guarda con affetto profondo e partecipe le vite di questi uomini e di queste donne, nelle quali i colpi di scena sono l’eccezione e la norma è invece una quotidianità fatta di piccole cose. Una specie di racconto in presa diretta della vita vera, quella che porta con sé le sue piccole felicità nonché le tristezze e qualche volta eventi drammatici e dolorosi. La trilogia della pianura parla delle cose quotidiane senza enfasi, ma queste vicende nella loro ordinarietà rivelano l’aspetto straordinario della vita.
Tutto ciò viene raccontato con una scrittura lieve come una carezza, soprattutto quando Haruf parla delle persone e dei loro sentimenti, mentre la scrittura si fa precisa, a volte aspra e persino violenta, quando descrive la natura, gli eventi atmosferici, la vita degli animali e la fatica del lavoro che si fa a contatto con la terra e le bestie.
Qualunque sia la storia raccontata, Haruf tratta i suoi personaggi con profondo rispetto e attenzione, conferendo alle loro vicende umane una dignità piena anche nelle situazioni più miserevoli e suscitando nel lettore la necessità di una comprensione profonda dei limiti, delle difficoltà e delle miserie di ciascuno. In Haruf non ci sono condanne, ma affetto sincero per questi uomini, donne e bambini, tutti descritti con una vividezza magistrale.
E questa comprensione e affetto non scaturiscono dal fatto di indagare le ragioni o le cause prime dei comportamenti, che invece spesso vengono taciute o restano non conosciute, bensì solo dalla constatazione che essere umani è lo sforzo che tutti i giorni ciascuno di noi fa ed è chiamato a fare, ma nessuno ci ha veramente insegnato a farlo.
Nei singoli volumi di questa trilogia l’accento è posto su momenti diversi della vita, il Canto della pianura più sulla nascita e l’inizio, Crepuscolo più sulla parte centrale – diciamo adulta – dell’esistenza, anche se non necessariamente intesa in esclusivo riferimento all’età, Benedizione sulla fase discendente e sulla morte. Il tono però – pur nelle percettibili differenze di stile – resta lo stesso, lieve, sussurrato, rispettoso di un’umanità di cui Haruf si sente profondamente parte e mai censore.
Tre libri che sono tre piccole gemme preziose da custodire il più a lungo possibile nelle pieghe del cuore e con il sommesso rimpianto di non poter tornare un giorno a respirare le vite degli abitanti di Holt.
Voto: 4,5/5
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