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mercoledì 23 marzo 2022

Addio, sweet mister / Daniel Woodrell

Addio, sweet mister
/ Daniel Woodrell; trad. di Fabio Cremonesi. Milano: NNEditore, 2021.

Compro questo libro su suggerimento della libraia di Conversano e perché sono abbastanza convinta del fatto che la casa editrice NN sia abbastanza una garanzia a livello di selezione.

Non avevo mai sentito parlare di Daniel Woodrell e quindi scopro solo dopo aver aperto il romanzo che in realtà questo Addio, sweet mister è il terzo volume di una trilogia che, come in Kent Haruf, ha quale filo conduttore un luogo, ossia West Table, e qualche sporadico personaggio.

Il protagonista di questa storia è in tredicenne in sovrappeso, Shuggie, che vive insieme alla madre Glenda e a Red, il compagno della madre e suo patrigno. La loro casa è all'interno dell'area del cimitero locale di cui si prendono cura.

Glenda è una femme fatale alcolizzata, ma ancora capace di usare le armi della seduzione. Red è un piccolo delinquente e un tossico che insieme al compare Basil compie piccoli furti e azioni criminali, spesso servendosi anche di Shuggie.

Tra Shuggie e Glenda c'è un rapporto molto forte, ai limiti del morboso, e il ragazzino si erge a difensore della madre tutte le volte che quest'ultima è oggetto della bestialità e del cinismo di Red.

Questi equilibri disfunzionali reggono fino a quando Glenda incontra Jimmy Vin Pearce, un cuoco gentile che gira con una bella macchina e che resta affascinato dalla donna. Per Glenda Jimmy rappresenta l'occasione di scappare da West Table e di cambiare vita. Ma quando il rapporto con Jimmy e questo desiderio di cambiamento sembrano portare all'allontanamento da Shuggie, quest'ultimo metterà da parte le ultime briciole della sua innocenza infantile per abbracciare definitivamente l'ambiguità del mondo adulto.

Quella di Woodrell è la classica storia di coming of age ambientata nella degradata e polverosa provincia americana e per due terzi del libro si ha la sensazione di non leggere nulla di nuovo e di sapere già cosa ci attende.

In realtà la svolta narrativa dell'ultima parte del romanzo è potente e in buona parte originale, e racconta di una crescita che per una volta passa non attraverso il cambiamento e l'allontanamento dal nucleo familiare bensì attraverso il tentativo di impedire questo cambiamento e di trascinare il mondo intorno verso una infelicità senza speranza e senza via d'uscita.

Scopro che il libro era già uscito con due diversi titoli, Il bel cavaliere se n'è andato per Bompiani, e Io e Glenda per Fanucci, ma grazie alla traduzione e al bel commento di Fabio Cremonesi, NN lo ripropone a completamento della trilogia di West Table.

Voto: 3/5

domenica 10 gennaio 2021

La casa sul lago / David James Poissant

La casa sul lago / David James Poissant; trad. di Gioia Guerzoni. Milano: Enne Enne editore, 2020.

La famiglia Starling si ritrova per un weekend nella casa sul lago che tanti anni prima Richard e Lisa hanno comprato e in cui loro e i due figli, Michael e Thad, hanno trascorso molte estati.

Ora i quattro, insieme a Diane, la moglie di Michael, e a Jack, il compagno di Thad, si ritrovano qui prima che la casa venga venduta e Richard e Lisa, una volta in pensione, si trasferiscano in Florida.

Il weekend, gravato da questa prospettiva, inizia con un evento tragico: durante una gita sul lago, il figlio piccolo di una coppia su un’altra barca cade in acqua e, nonostante il tentativo di Michael di salvarlo tuffandosi, muore.

Questo evento innesca una sorta di reazione a catena mettendo ciascun membro della famiglia di fronte ai propri demoni e fantasmi, e rivelando i segreti sottaciuti e le dinamiche irrisolte che attraversano questo nucleo familiare.

Poissant, spostando l’attenzione di volta in volta su ciascuno dei protagonisti, ci permette di conoscere i pensieri di ognuno e il suo specifico punto di vista sugli eventi, portando alla luce piccoli e grandi segreti che non sono stati condivisi con gli altri membri della famiglia.

Ne viene fuori il ritratto di una famiglia disfunzionale che sulle prime non appare diversa da tutte le altre famiglie disfunzionali raccontate dalla letteratura, soprattutto quella americana.

È per questo motivo che per tutta la prima metà del libro un sotterraneo senso di fastidio mi attraversa e non posso fare a meno di pensare che non ne posso più di queste storie di famiglie disfunzionali, in cui ciascuno cova un rancore nei confronti degli altri.

Poi, man mano che le pagine scorrono, i personaggi che inizialmente appaiono monodimensionali (Richard e Lisa si portano dentro il dolore inestinguibile della perdita di una figlia morta a un mese in culla, e il loro rapporto pur solido è minato da un tradimento di lui; Michael è un uomo frustrato dal suo lavoro e che non vuole affrontare la paternità che lo attende perché sua moglie è incinta e vuole tenere il figlio; Thad è uno scrittore di scarso successo e ha accettato un rapporto aperto con Jack, un artista egocentrico e incapace di un rapporto monogamico) cominciano ad acquisire sfumature sempre nuove, cosicché la gamma emotiva si amplia e diventa via via più coinvolgente.

È come se questo ultimo weekend al lago e l’annegamento del bambino funzionassero come miccia capace di far deflagrare tutti gli equilibri patologici che governano le vite di queste persone e aprissero la strada verso sviluppi imprevedibili, che potrebbero mandare tutto in cenere oppure creare nuove possibilità nel momento in cui ognuno si mette a nudo di fronte agli altri.

La lettura parallelamente cresce di intensità raggiungendo l’apice nella corsa all’ospedale verso il quale convergono tutti e sei i protagonisti, e dopo la quale nessuno di loro sarà più disposto a far finta di nulla.

Il finale, anzi i numerosi finali, uno per ciascun personaggio, commuovono e rappacificano, anche se proprio per questo motivo – guardati attraverso la lente razionale – appaiono un po’ troppo tranquillizzanti e da certi punti di vista poco credibili. La sensazione che si produce è un po’ quella del “…e vissero tutti e felici e contenti”, ma ormai siamo troppo grandi per credere alle favole e sappiamo bene che la fine della storia è sempre un punto discreto in quel continuum che è la vita e che per sua stessa natura non ama gli equilibri.

Poissant ci offre in ogni caso un punto di vista ulteriore sul mirabolante mondo dei rapporti familiari, sulle idiosincrasie che lo caratterizzano, sulle aspettative che si innescano e talvolta ci schiacciano, sulla difficoltà di essere sinceri e di mostrare quello che si è fino in fondo, sulle storie che ci portiamo dietro e dentro, su quanto sia più facile mettersi a nudo di fronte agli estranei che alle persone con cui abbiamo dei legami forti. In sintesi, di quanto noi esseri umani siamo complessi e la nostra potentissima mente spesso è il principale ostacolo alla nostra serenità.

Voto: 3,5/5

giovedì 3 dicembre 2020

Il weekend / Charlotte Wood

Il weekend / Charlotte Wood; trad. di Chiara Baffa. Milano: Enne Enne Editore, 2020.

Libro dopo libro Enne Enne Editore (NNEditore) sta diventando uno dei miei editori preferiti, e non solo perché ha permesso di scoprire a me (e ad altri milioni di altri lettori) Kent Haruf ma anche perché continua a scovare nella letteratura internazionale piccole gemme, passate e contemporanee, da proporre al pubblico italiano.

In questo caso, parliamo del libro di una scrittrice australiana, Charlotte Wood, pubblicato nella sua versione originale nel 2019. Ne Il weekend si raccontano 48 ore della vita di tre amiche ormai settantenni, Jude, Wendy e Adele, che si ritrovano nella casa di Sylvie a Bittoes per svuotarla dopo la sua morte.

Jude è una donna inflessibile e austera, ha sempre qualcosa da ridire nei confronti delle sue amiche; da molti anni ha una relazione con un uomo sposato della cui famiglia ha accettato l'esistenza.

Wendy è vedova e ha un rapporto parecchio tormentato con i suoi figli; è stata una grande studiosa e ora vive nel ricordo del suo amore per Lance e dedica tutte le sue cure al povero cane Finn, ormai decrepito, ma che non vuole far abbattere.

Adele è un'attrice che ha avuto un momento di grande successo a teatro, ma è ormai in declino; è senza un soldo perché la sua compagna Liz l'ha lasciata e nonostante tutto ha una vitalità incredibile sebbene talvolta scomposta.

Sylvie ci viene presentata come il perno intorno al quale ruotava l'amicizia tra queste quattro donne, quella che teneva in equilibrio le personalità disallineate delle altre tre. Non a caso, quando le tre donne si ritrovano insieme nella casa di Sylvie le tensioni e i rancori non mancano, ognuna si sente vittima dei giudizi delle altre, così come ognuna è pronta ad allearsi con una delle altre due per fare fronte comune contro la terza se necessario.

Il punto di vista si sposta continuamente da una donna all'altra, e a poco a poco entriamo nelle vite e nei pensieri più intimi di Jude, Wendy e Adele, scoprendo cosa si agita nei loro cuori e quali sono i fantasmi del passato che si portano dietro. Ciò che accomuna tutte è la necessità di fare i conti con il passare del tempo e con la prospettiva della morte, che il povero cane Finn materializza costantemente davanti ai loro occhi. Tre donne abituate a essere indipendenti e vitali, con storie personali importanti e vite piene, si ritrovano a confrontarsi con le defaillances dei loro fisici e con prospettive di futuro non certo radiose ed entusiasmanti.

Il tono del libro non è però lamentevole o deprimente, bensì venato costantemente dell'umorismo e della vitalità che sono le caratteristiche che accomunano le tre donne pur nella loro diversità. In un crescendo di tensione elettrica che culminerà in un forte temporale estivo, le tre amiche saranno messe di fronte a verità scomode ed eventi inattesi che, lungi dal rompere il loro legame, le uniranno ancora di più e le aiuteranno a capire che la vita non finisce mai di stupirci con le sue sorprese, che la nostra conoscenza di noi stessi continua per tutta la durata della nostra esistenza e che l'amicizia e il suo miracolo sono un bene prezioso e imprescindibile.

Bella anche la nota della traduttrice, Chiara Baffa, che in fondo al volume ci racconta come si sia dedicata a questa traduzione durante il periodo del lockdown e come questa condizione abbia colorato la narrazione della Wood di significati ancora più speciali di quelli che avrebbe già avuto in un periodo di vita normale.

Un libro da leggere per guardare alla vecchiaia con occhi diversi.

Voto: 4/5

martedì 14 luglio 2020

Sembrava una felicità / Jenny Offill

Sembrava una felicità / Jenny Offill; trad. di Francesca Novajra. Milano: Enne Enne Editore, 2015.

Approfittando di un viaggio in treno verso Venezia - in un periodo per me piuttosto avaro di letture perché arrivo a sera veramente stanca - prendo in mano questo libro di un editore cui sono molto affezionata perché mi/ci ha fatto scoprire la bellezza della scrittura di Kent Haruf.

Anche in questo caso la scelta dell'editore Enne Enne è tutto fuorché banale, nonostante la semplicità della storia raccontata dalla Offill. La protagonista è una donna che sembra non avere intenzione di seguire le orme di tutti - ossia sposarsi e fare dei figli - per perseguire ambizioni personali e lavorative. Un giorno però incontra un uomo che le fa cambiare idea e con cui - dopo aver perso un figlio in una prima gravidanza - avrà una bambina. Ci saranno momenti felici e progetti, ma - in una parabola già tante volte conosciuta direttamente o indirettamente - a un certo punto la coppia va in crisi: il marito ha un'altra donna più giovane e non sembra esserci alternativa alla separazione. In realtà i due rimarranno insieme e a poco a poco e con fatica ricostruiranno un rapporto e rimetteranno insieme la loro vita in comune.

Che cosa c'è di originale nel libro della Offill? Fondamentalmente la scrittura.

L'autrice procede per periodi brevi e sganciati l'uno dall'altro, inframmezzati da citazioni e pillole di sapere scientifico. Per le prime 30-40 pagine si ha la sensazione di essere completamente disorientati e persi nella scrittura della Offill. Non si capisce il nesso delle cose che si stanno leggendo e si fa fatica a individuare una storia sotto il flusso di coscienza che riempie e attraversa queste pagine.

Sembra quasi di essere di fronte a un puzzle in cui le parti completate sono talmente poche che il disegno d'insieme risulta ancora indistinguibile e riusciamo a cogliere solo alcuni particolari.

A poco a poco però le tessere del puzzle vanno a posto e quasi magicamente il tutto prende forma e significato, anche quanto ci appariva lì per lì fuori contesto.

A un certo punto però ci si trova di fronte un altro stacco che destabilizza il lettore.

La narrazione - che è iniziata in prima persona -, al momento in cui la coppia va in crisi a causa del tradimento del marito, vira alla terza persona e la protagonista parla di sé stessa come della moglie, quasi a prenderne le distanze, a riconoscerne l'estraneità, nel momento in cui è più forte il sospetto di aver fatto delle scelte sbagliate e di aver rinunciato ai propri sogni per inseguire un progetto familiare.

Il tutto si ricompone nelle ultime pagine lasciando il lettore non del tutto pacificato e con un sapore un po' amaro in bocca. Inevitabile la riflessione sulle scelte cui la vita ci mette continuamente di fronte e che portano con sé nuovi progetti e felicità che non avremmo vissuto, ma anche rinunce e difficoltà.

Questo straordinario dono che l'evoluzione ha conferito all'essere umano, ossia il fatto che la sua vita non è dettata esclusivamente dall'istinto, è una grande opportunità, ma per certi versi lo condanna a dover fare continuamente i conti con l'alternativa che non abbiamo scelto e a doversi sempre ricordare quanto la scelta che abbiamo fatto ci ha regalato.

Voto: 3,5/5

sabato 8 giugno 2019

Vincoli. Alle origini di Holt / Kent Haruf

Vincoli. Alle origini di Holt / Kent Haruf; trad. di FabioCremonesi. Milano: Enne Enne Editore, 2018.

Dopo la lettura della cosiddetta Trilogia della pianura, pubblicata nel 2016 da Enne Enne Editore, Kent Haruf è diventato uno dei miei autori preferiti e in questo senso devo ringraziare l'editore non solo per avermelo fatto conoscere, ma anche per portare avanti il progetto di pubblicarne tutti i lavori. 

E così è arrivato in traduzione italiana, sempre a cura dell'ottimo Fabio Cremonesi che nella nota finale ci dà anche qualche elemento ulteriore di interpretazione di questo testo, il primo romanzo di Haruf, Vincoli (The tie that binds), pubblicato originariamente nel 1984.

In realtà, come sa chi ha letto altri suoi romanzi, non è molto importante né costituisce un fattore di orientamento sapere in che anni sono scritti, se non per tracciare l'evoluzione dello stile di questo autore, non certo particolarmente prolifico.

La sua infatti è una scrittura senza tempo e la stessa narrazione, anche quando è temporalmente collocata, come nel caso di Vincoli, appare sospesa in una dimensione estranea alle coordinate temporali.

In questo romanzo, la storia prende l'avvio alla fine dell'Ottocento, quando Roy Goodnough e sua moglie Ada si trasferiscono dall'Iowa in Colorado, nella campagna intorno a Holt, alla ricerca di una vita diversa e di fortuna. In realtà qui troveranno soltanto una terra aspra e sabbiosa, che solo a prezzo di enormi sacrifici personali e di durissimo lavoro potrà consentire a questa coppia e poi ai loro due figli, Edith e Lyman, di sopravvivere. 

La storia di questa famiglia ci viene raccontata da Sanders "Sandy" Roscoe, il figlio di John Roscoe, che quando i Goodnough si trasferiscono a Holt, vive con la madre di origine indiana, abbandonata dal marito, nella fattoria "vicina".

Sanders si rivolge a un ignoto interlocutore - forse semplicemente il lettore, chiamato a diventare egli stesso testimone di questa vicenda - per raccontare la sua verità sulla storia di Edith, ormai vecchia, ricoverata in ospedale con un'accusa di omicidio sul capo. Per fare questo, Sanders dovrà raccontare della durezza di Roy Goodnough, della fragilità di sua moglie Ada e della sua morte prematura, della terribile sorte dei figli costretti a una vita di sacrifici fin dalla tenera età, impossibilitati a sfuggire al pesante giogo del padre padrone. Dovrà raccontare dell'amore tra suo padre, John Roscoe, ed Edith, e della inevitabilità della scelta di quest'ultima di rinunciare a sposarsi per accudire suo padre, totalmente dipendente dalla figlia dopo l'incidente con la trebbiatrice. Dovrà raccontare della fuga di Lyman e delle sue peregrinazioni per l'America, del suo ritorno a casa, della breve parentesi felice, e poi della sua malattia e delle difficoltà degli ultimi anni.

Quello di Haruf è un mondo aspro fino all'inverosimile, primordiale nelle sue manifestazioni, e che proprio per questo distilla i sentimenti umani, sia quelli positivi (l'amore, l'amicizia, la devozione, l'abnegazione, lo spirito di sacrificio), sia quelli negativi (l'odio, il tradimento, la sopraffazione, l'indifferenza). Come ci ricorda Fabio Cremonesi nella sua nota finale, la scrittura di Haruf in questo romanzo - pur anticipando stilemi e tratti che diventeranno suoi tipici - risulta più ricca e narrativa nel suo distendersi attraverso quella che è una vera e propria saga familiare, mentre andrà nel tempo asciugandosi e diventando sempre più essenziale ed evocativa, come si può osservare nell'ultimo romanzo Le nostre anime di notte.

Che sia più o meno essenziale, nella sua prosa resta però intatta la capacità figurativa, il talento che Haruf ha nel trascinarci in mezzo alla sabbia dei grandi terreni per l'allevamento del bestiame, tra le stoppie dei campi di granturco, tra i cavalli che scalpitano dietro i cancelletti di un rodeo, nelle notti buie dell'anima più profonda degli Stati Uniti, nelle fattorie di legno, nelle stalle dove sono ricoverati gli animali di fattoria. E ci conduce con mano sicura nella mente e nei cuori di questi uomini e donne che, anche quando - come Roy Goodnough - sono esseri abietti e detestabili, sono raccontati come il risultato di un mondo difficile e senza reali alternative, un mondo in cui l'infelicità è quasi un marchio che ci si porta addosso dalla nascita e al cui imperio solo raramente si riesce a sfuggire.

Da questo punto di vista, la scrittura di Kent Haruf - pur nella sua crudezza - riesce a essere fortemente empatica catturando il lettore in una vasta gamma di sensazioni e sentimenti. Quando uscirete da questo libro sarete coperti dalla sabbia del Colorado, avrete le mani callose degli allevatori e il volto coperto dalle rughe di una fatica indicibile.

Voto: 4/5

lunedì 20 febbraio 2017

Le nostre anime di notte / Kent Haruf

Le nostre anime di notte / Kent Haruf; trad. di Fabio Cremonesi. Milano: Enne Enne Editore, 2017.

Eccoci finalmente di nuovo a Holt, lì da qualche parte tra le case e le fattorie di un paesino americano in mezzo al nulla delle praterie. Ci era mancato questo mondo così lontano geograficamente e culturalmente, eppure così vicino emotivamente, al punto tale che quando ci torniamo sembra di essere tornati a casa, con tutto quel groviglio di sentimenti che ciò comporta.

Ci era mancata la scrittura sottotraccia, quasi sussurrata eppure incredibilmente diretta, di Kent Haruf, così come la totale mancanza di epicità del mondo che ci racconta, la delicatezza infinita delle sue piccole storie intrise di quel sapore agrodolce che è proprio della vita.

In Le nostre anime di notte Haruf ci racconta di Addie e Louis. Due anziani, che abitano non lontano l’una dall’altro, entrambi vedovi, entrambi soli e in fondo senza alcuna prospettiva nella vita se non quella di trascorrere serenamente gli anni che gli rimangono.

E invece un giorno Addie ha un guizzo inaspettato: va dal suo vicino di casa e gli propone di trascorrere le notti future insieme, per sentirsi meno soli, per parlare, per condividere i propri pensieri e un po’ di calore umano.

Comincia così un rapporto che sfugge a qualunque categorizzazione, e che non ha alcun interesse a essere definito, ma che inevitabilmente suscita le reazioni, in parte scandalizzate, in parte invidiose, degli abitanti del paese nonché delle rispettive famiglie.

Haruf ci racconta con i suoi tenui acquerelli un percorso di rinascita, di espansione, di speranza: l’inatteso che in qualunque momento nella vita può portarci fuori dai binari previsti. Ma quando ormai il cuore ha preso l’abbrivio, ci respinge indietro a fare i conti con tutto il resto.

Nella vita di Addie e Louis c’è una sorta di rassegnazione al fatto che le cose non vanno quasi mai come avremmo voluto, ma che questo non rappresenta una sconfitta, un fallimento, bensì il risultato di un processo di adattamento attraverso il quale ognuno di noi insegue il compromesso migliore possibile nelle diverse circostanze. Però c’è anche l’urgenza di un’incoscienza che a volte è l’unica cosa capace di regalarci prospettive nuove, anche se per un periodo limitato.

Bello anche il gioco metaletterario con cui Haruf fa parlare i suoi personaggi di quei romanzi ambientati nella cittadina di Holt e che qualcuno sta portando in scena, le cui storie appaiono a loro così improbabili. Forse a dirci che la vita di tutti in fondo potrebbe essere il soggetto di un romanzo, solo che noi in quanto protagonisti non ne siamo consapevoli, perché le nostre vite dall’interno ci appaiono ordinarie e banali.

E probabilmente è questo che Haruf in fondo vuole comunicarci. Che la vita – anche la più banale – è a suo modo straordinaria, perché ogni vita richiede un incredibile forza nell’essere vissuta attraverso le scelte che ci impone di fare e quella che altrettanto inevitabilmente ci richiede di accettare.

In definitiva, Le nostre anime di notte è un perfetto epilogo della trilogia della pianura e della vita di Haruf, forse meno equilibrato e meditato dei romanzi precedenti, ma certamente altrettanto sincero nella contraddittorietà dei sentimenti che rappresenta e suscita.

Voto: 3,5/5

mercoledì 31 agosto 2016

Trilogia della pianura: Canto della pianura, Crepuscolo, Benedizione / Kent Haruf

Trilogia della pianura: Canto della pianura, Crepuscolo, Benedizione / Kent Haruf, trad. di Fabio Cremonesi. Milano: Enne Enne Editore, 2015.

In Canto della pianura Kent Haruf racconta la storia di Tom Guthrie, un insegnante con una moglie depressa, Ella, che a un certo punto va a vivere a Denver dalla sorella, e due figli di 9 e 10 anni, Ike e Bobby. A scuola ha un problema con uno studente spaccone, Russel Beckam, ed è amico, e poi amante, di un’altra insegnante, Maggie Jones. Quest’ultima è colei che mette in contatto Victoria Roubideaux, una ragazza diciassettenne che è rimasta incinta, con i fratelli Raymond e Harold McPheron, due allevatori che la accolgono in casa.

In Crepuscolo, il secondo volume della trilogia, Victoria Roubideaux si sta trasferendo con la figlia all’Università, lasciando così la casa dei fratelli McPheron. Dopo la morte di Harold, Raymond resta da solo e finirà per innamorarsi di Rose Tyler, una donna che lavora per i servizi sociali. Questa sta seguendo il caso della famiglia Wallace, genitori e due figli, che vivono in una roulotte e devono fare i conti con il loro violento zio Hoyt Raines. Il piccolo DJ invece si prende cura del nonno, mentre Mary Wells, che è stata lasciata dal marito e si occupa da sola delle due bambine, Dena ed Emma, attraversa una fase di depressione.

Infine, nel terzo libro della Trilogia, Benedizione, il vecchio Dad Lewis sta morendo, accudito amorevolmente dalla moglie Mary e dalla figlia Lorraine, e vive le sue ultime settimane alternando momenti di serenità e momenti di rimorsi e rimpianti, tra cui il rapporto mai sanato con il figlio gay. La loro vicina di casa, Berta May, si prende invece cura della nipote Alice, la cui mamma è morta, mentre le Johnson, madre e figlia, vivono da sole e, dopo aver conosciuto Alice, si affezionano alla bambina e le comprano una bicicletta. Il reverendo Lyle è arrivato a Holt con la moglie e il figlio adolescente, con cui ha dei problemi di comunicazione; presto il suo senso di giustizia lo metterà in conflitto con l’intera comunità.

In Italia la NNE (Enne Enne Editore) ha pubblicato i libri di Haruf in un ordine diverso da quello in cui sono stati scritti. Io li ho letti praticamente alla rovescia, cominciando da Benedizione e finendo con il Canto della pianura. Come Kent Haruf ha detto agli editori italiani, la sua è una loose trilogy, e dunque non c’è un ordine cronologico obbligatorio per la lettura. Personalmente, non so se – dovendo ricominciare – li leggerei nell’ordine in cui sono stati scritti o adotterei nuovamente una sequenza random, che pure ha il suo fascino.

In realtà, il vero collante della trilogia è la cittadina di Holt, piccolo centro delle piane del Colorado, frutto della fantasia dello scrittore, ma descritta con una tale cura dei particolari e seguendo una mappa così precisa che sembra di vederla e appare più vera del vero.

Siamo in quell’America delle grandi pianure sabbiose e aride, dove dominano coltivazioni di cereali e pascoli di mucche e cavalli, punteggiate di tanto in tanto di fattorie in parte abitate in parte disabitate. È un’America senza tempo, al punto che – a parte che per alcuni piccolissimi dettagli di contesto presenti soprattutto in Benedizione – è impossibile per il lettore dire esattamente se le storie raccontate sono contemporanee oppure risalgono a 50-60 anni fa.

Gli stessi protagonisti e le loro vicende sono senza tempo, a marcare l’immutabilità di vita umane che scorrono sempre uguali attraverso gesti, azioni e rituali che si ripetono attraverso le generazioni.

Le vicende umane raccontate da Haruf sono piccole e per certi versi insignificanti, colte nel loro fluire, senza dovere necessariamente seguirne tutti gli sviluppi, senza la necessità di attenderne una conclusione portatrice di senso.

Quella di Haruf è una sorta di “osservazione non intrusiva”, come quella che gli antropologi adottano all’interno delle comunità che studiano, e trasmette lo stesso senso di immersione e di verità, facendoci dimenticare che tutto quello che leggiamo è frutto della fantasia dell’autore.

E, come un antropologo dell’animo umano, Haruf guarda con affetto profondo e partecipe le vite di questi uomini e di queste donne, nelle quali i colpi di scena sono l’eccezione e la norma è invece una quotidianità fatta di piccole cose. Una specie di racconto in presa diretta della vita vera, quella che porta con sé le sue piccole felicità nonché le tristezze e qualche volta eventi drammatici e dolorosi. La trilogia della pianura parla delle cose quotidiane senza enfasi, ma queste vicende nella loro ordinarietà rivelano l’aspetto straordinario della vita.

Tutto ciò viene raccontato con una scrittura lieve come una carezza, soprattutto quando Haruf parla delle persone e dei loro sentimenti, mentre la scrittura si fa precisa, a volte aspra e persino violenta, quando descrive la natura, gli eventi atmosferici, la vita degli animali e la fatica del lavoro che si fa a contatto con la terra e le bestie.

Qualunque sia la storia raccontata, Haruf tratta i suoi personaggi con profondo rispetto e attenzione, conferendo alle loro vicende umane una dignità piena anche nelle situazioni più miserevoli e suscitando nel lettore la necessità di una comprensione profonda dei limiti, delle difficoltà e delle miserie di ciascuno. In Haruf non ci sono condanne, ma affetto sincero per questi uomini, donne e bambini, tutti descritti con una vividezza magistrale.

E questa comprensione e affetto non scaturiscono dal fatto di indagare le ragioni o le cause prime dei comportamenti, che invece spesso vengono taciute o restano non conosciute, bensì solo dalla constatazione che essere umani è lo sforzo che tutti i giorni ciascuno di noi fa ed è chiamato a fare, ma nessuno ci ha veramente insegnato a farlo.

Nei singoli volumi di questa trilogia l’accento è posto su momenti diversi della vita, il Canto della pianura più sulla nascita e l’inizio, Crepuscolo più sulla parte centrale – diciamo adulta – dell’esistenza, anche se non necessariamente intesa in esclusivo riferimento all’età, Benedizione sulla fase discendente e sulla morte. Il tono però – pur nelle percettibili differenze di stile – resta lo stesso, lieve, sussurrato, rispettoso di un’umanità di cui Haruf si sente profondamente parte e mai censore.

Tre libri che sono tre piccole gemme preziose da custodire il più a lungo possibile nelle pieghe del cuore e con il sommesso rimpianto di non poter tornare un giorno a respirare le vite degli abitanti di Holt.

Voto: 4,5/5