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domenica 10 gennaio 2021

La casa sul lago / David James Poissant

La casa sul lago / David James Poissant; trad. di Gioia Guerzoni. Milano: Enne Enne editore, 2020.

La famiglia Starling si ritrova per un weekend nella casa sul lago che tanti anni prima Richard e Lisa hanno comprato e in cui loro e i due figli, Michael e Thad, hanno trascorso molte estati.

Ora i quattro, insieme a Diane, la moglie di Michael, e a Jack, il compagno di Thad, si ritrovano qui prima che la casa venga venduta e Richard e Lisa, una volta in pensione, si trasferiscano in Florida.

Il weekend, gravato da questa prospettiva, inizia con un evento tragico: durante una gita sul lago, il figlio piccolo di una coppia su un’altra barca cade in acqua e, nonostante il tentativo di Michael di salvarlo tuffandosi, muore.

Questo evento innesca una sorta di reazione a catena mettendo ciascun membro della famiglia di fronte ai propri demoni e fantasmi, e rivelando i segreti sottaciuti e le dinamiche irrisolte che attraversano questo nucleo familiare.

Poissant, spostando l’attenzione di volta in volta su ciascuno dei protagonisti, ci permette di conoscere i pensieri di ognuno e il suo specifico punto di vista sugli eventi, portando alla luce piccoli e grandi segreti che non sono stati condivisi con gli altri membri della famiglia.

Ne viene fuori il ritratto di una famiglia disfunzionale che sulle prime non appare diversa da tutte le altre famiglie disfunzionali raccontate dalla letteratura, soprattutto quella americana.

È per questo motivo che per tutta la prima metà del libro un sotterraneo senso di fastidio mi attraversa e non posso fare a meno di pensare che non ne posso più di queste storie di famiglie disfunzionali, in cui ciascuno cova un rancore nei confronti degli altri.

Poi, man mano che le pagine scorrono, i personaggi che inizialmente appaiono monodimensionali (Richard e Lisa si portano dentro il dolore inestinguibile della perdita di una figlia morta a un mese in culla, e il loro rapporto pur solido è minato da un tradimento di lui; Michael è un uomo frustrato dal suo lavoro e che non vuole affrontare la paternità che lo attende perché sua moglie è incinta e vuole tenere il figlio; Thad è uno scrittore di scarso successo e ha accettato un rapporto aperto con Jack, un artista egocentrico e incapace di un rapporto monogamico) cominciano ad acquisire sfumature sempre nuove, cosicché la gamma emotiva si amplia e diventa via via più coinvolgente.

È come se questo ultimo weekend al lago e l’annegamento del bambino funzionassero come miccia capace di far deflagrare tutti gli equilibri patologici che governano le vite di queste persone e aprissero la strada verso sviluppi imprevedibili, che potrebbero mandare tutto in cenere oppure creare nuove possibilità nel momento in cui ognuno si mette a nudo di fronte agli altri.

La lettura parallelamente cresce di intensità raggiungendo l’apice nella corsa all’ospedale verso il quale convergono tutti e sei i protagonisti, e dopo la quale nessuno di loro sarà più disposto a far finta di nulla.

Il finale, anzi i numerosi finali, uno per ciascun personaggio, commuovono e rappacificano, anche se proprio per questo motivo – guardati attraverso la lente razionale – appaiono un po’ troppo tranquillizzanti e da certi punti di vista poco credibili. La sensazione che si produce è un po’ quella del “…e vissero tutti e felici e contenti”, ma ormai siamo troppo grandi per credere alle favole e sappiamo bene che la fine della storia è sempre un punto discreto in quel continuum che è la vita e che per sua stessa natura non ama gli equilibri.

Poissant ci offre in ogni caso un punto di vista ulteriore sul mirabolante mondo dei rapporti familiari, sulle idiosincrasie che lo caratterizzano, sulle aspettative che si innescano e talvolta ci schiacciano, sulla difficoltà di essere sinceri e di mostrare quello che si è fino in fondo, sulle storie che ci portiamo dietro e dentro, su quanto sia più facile mettersi a nudo di fronte agli estranei che alle persone con cui abbiamo dei legami forti. In sintesi, di quanto noi esseri umani siamo complessi e la nostra potentissima mente spesso è il principale ostacolo alla nostra serenità.

Voto: 3,5/5

lunedì 9 novembre 2020

Il mio anno di riposo e oblio / Ottessa Moshfegh

Il mio anno di riposo e oblio / Ottessa Moshfegh; trad. di Gioia Guerzoni. Milano: Feltrinelli, 2019.

Visto il periodo di tempo sospeso che abbiamo vissuto, sono stata irrimediabilmente attirata dal titolo di questo romanzo della giovane scrittrice statunitense Ottessa Moshfegh (di cui tra l'altro avevo letto qua e là commenti positivi di alcune amiche).

Siamo a New York e la storia si svolge nell'arco di circa un anno, a cavallo tra il 2000 e il 2001. La protagonista - di cui non sapremo mai il nome - ha 27 anni, è orfana di entrambi i genitori (suo padre è morto di cancro e sua madre si è suicidata con un mix letale di farmaci), ha ereditato soldi a sufficienza per poter vivere di rendita e infatti si è licenziata dalla Galleria d'arte dove lavorava. Ha un ex fidanzato, Trevor, da cui non riesce a prendere le distanze nonostante lui la usi senza alcun rispetto per i suoi sentimenti, e un'unica amica, Reva, una ragazza di estrazione sociale certamente inferiore, fragile e insicura, rispetto alla quale la protagonista ha sentimenti ambivalenti.

La ragazza ci racconta della sua decisione di andare in una specie di "letargo farmacologico" per circa un anno, allo scopo di fare piazza pulita del suo passato e di tutti i pensieri che l'hanno attraversata fino a quel momento e rinascere come persona nuova.

Per realizzare il suo obiettivo, la nostra protagonista si serve della complicità inconsapevole della dottoressa Tuttle, una psichiatra trovata sulle Pagine Gialle, che è l'unica che risponde a una sua chiamata alle 23 e che - con il suo approccio antiscientifico e alternativo - le prescrive una quantità esorbitante di psicofarmaci, oltre a riempirla dei campioni di farmaci che ha nel suo studio.

Inizia così una fase in cui la ragazza alterna lunghe dormite a poche altri attività: brevi chiacchiere con la sua amica Reva che la va a trovare regolarmente per sfogarsi con lei della malattia della madre e della relazione fallimentare con il suo capo sposato, Ken; la visione di film più o meno dozzinali degli anni Ottanta e Novanta, soprattutto quelli con Whoopi Goldberg che è la sua attrice preferita; le visite al negozio gestito da egiziani dove compra caffè e altro o al Rite Aid per acquistare i medicinali.

A un certo punto la nostra protagonista scopre un farmaco, l'Infermiterol, che le provoca tre giorni di blackout totale; in pratica perde coscienza di quello che fa e la ritrova dopo tre giorni senza ricordarsi di nulla. Decide a quel punto di procurarsi - sempre grazie alla dottoressa Tuttle - un quantitativo sufficiente di compresse per trascorrere gli ultimi quattro mesi di riposo e oblio, rimanendo sveglia e cosciente solo per un numero limitato di giorni. Il tutto grazie anche alla complicità di un artista che l'aiuta in questa impresa ottenendone in cambio la possibilità di trasformare questo periodo in un'opera/performance da mettere in mostra.

In questo tentativo di annientamento della coscienza, attraverso i pensieri spesso caustici e respingenti della narratrice, via via scopriamo alcuni nodi irrisolti della sua vita, legati in particolare ai suoi genitori, due persone completamente diverse tra di loro e senza alcun tipo di connessione, l'uno - il padre - completamente votato alla sua missione di insegnante ma assente rispetto alla famiglia, l'altra - la madre - una donna dipendente dall'alcol e anaffettiva, incapace di prendersi cura della figlia e dei suoi bisogni. Si spiega così anche la dipendenza affettiva da Trevor e l'assenza di empatia verso Reva.

Il malessere esistenziale della protagonista e il suo tentativo di annegare la sua infelicità in un cocktail di psicofarmaci che le impediscano di pensare sono in realtà il sintomo dell'incapacità o impossibilità di attraversare ed elaborare il lutto e la perdita.

Il libro viene presentato come un racconto tragicomico e caratterizzato da uno stile ironico e divertente; a me sinceramente non ha mai fatto né ridere né sorridere. Mi ha solo trasmesso una profonda angoscia di vivere e una forte irritazione verso una protagonista che non si può fare a meno di interpretare come ragazza ricca e viziata, sebbene - man mano che le pagine scorrono - questi sentimenti tendano a trasformarsi in compassione per il congelamento emotivo che vive e che è palese nel momento in cui si capisce che la sua parte migliore emerge nelle fasi di assenza di coscienza, ossia sotto l'effetto dell'Infermiterol.

Non so se sono io che ormai mi sono fissata, ma per me queste scrittrici tra i trenta e i quarantanni hanno in comune uno sguardo sul mondo che si sostanzia in pratica in una forma di immaturità/tardoadolescenzialità accompagnata da un malessere in parte immotivato ovvero sovradimensionato, uno sguardo che mi è profondamente estraneo e mi risulta respingente.

Qui la Moshfegh parla di una quasi trentenne dei primissimi anni Duemila, in sostanza una mia coetanea (perché oggi avrebbe esattamente la mia età). Ma secondo me sta semplicemente proiettando nel passato il punto di vista di una quasi trentenne degli anni Duemilaventi perché è con i trentenni di oggi che la protagonista ha molte più cose in comune.  

Voto: 2,5/5