venerdì 17 gennaio 2020

Ditegli sempre di sì / di Eduardo De Filippo. Teatro Ambra Jovinelli, 11 gennaio 2020

Non sono un’appassionata delle commedie di Eduardo e generalmente non le prendo in considerazione nella mia programmazione teatrale. In questo caso, approfittando di una promozione del Black Friday, accolgo l’invito di F. e decido di fare un tentativo, anche attirata dalla regia di Roberto Andò.

Lo spettacolo si articola in due tempi. Il primo si svolge a casa di Teresa (Carolina Rosi), la quale vive con la governante dopo essere rimasta vedova. In una stanza della casa vive anche il giovane Luigino, cui la donna ha affittato la stanza del fratello Michele (Gianfelice Imparato) che da un anno è in manicomio. La commedia prende le mosse dalla visita del dottore che annuncia che Michele è guarito e dunque sta per tornare a casa. Teresa, fiduciosa del fatto che suo fratello possa riprendere una vita normale, decide di non dire la verità a nessuno, ma ben presto risulta chiaro che la guarigione di Michele è solo apparente.

Michele infatti prende alla lettera tutto quello che gli viene detto e così crea una serie di equivoci, via via più imbarazzanti per le persone coinvolte ed esilaranti per il pubblico.

Il secondo tempo si svolge nella casa dell’amico Vincenzo Gallucci, dove si svolge un pranzo per il suo compleanno cui partecipano la moglie, don Giovanni (il padrone di casa di Teresa), la figlia di quest’ultimo, Olga, e Luigino, che è innamorato di Olga e vorrebbe dichiararsi.

Le situazioni paradossali si inanellano l’una all’altra, favorite dal fatto che anche i personaggi considerati sani sono in realtà portatori di “follie” forse meno eclatanti, ma certamente destabilizzanti per Michele. Il tutto fino al limitare della tragedia e all’arrivo di Teresa che svela la malattia di Michele e ricompone lo scenario.

Nel complesso lo spettacolo è decisamente gradevole, di quella gradevolezza che non è solo intrattenimento, ma anche – seppure in forma leggera – occasione di riflessione. La regia è asciutta e la scena iniziale con tutti i personaggi immobili, mentre Michele si vede camminare attraverso le porte aperte sulla scenografia di fondo con il sottofondo dell'ouverture della Forza del destino di Verdi e le luci che illuminano i volti di ognuno lasciando la scena al buio, vale l’intero spettacolo ed è la vera chicca della regia di Andò.

Non posso dire di essere stata conquistata dal teatro di Eduardo, ma sono contenta di essermene riavvicinata in maniera abbastanza positiva.

Voto: 3/5

mercoledì 15 gennaio 2020

Piccole donne = Little women

Il romanzo di Louisa May Alcott è un classico assoluto su cui generazioni di adolescenti - soprattutto di sesso femminile purtroppo - si sono formate e ognuna di queste generazioni ha avuto una trasposizione cinematografica che ha tradotto in immagini in movimento le avventure della famiglia March.

L’ultima trasposizione risale al 1994 e si è avvalsa di un cast di eccezione: da Susan Sarandon a Winona Ryder, da Claire Danes a Christian Bale. Decidere oggi di riprendere in mano il romanzo della Alcott e riproporlo al cinema è sicuramente una sfida impegnativa che espone a un confronto non certo semplice e spesso viziato da componenti affettive ed emotive, e l'operazione rischia di essere tacciata o di scarsa originalità o di eccessiva modernizzazione.

Ma Greta Gerwig (già apprezzata per la regia di Lady Bird) è evidentemente una che non si arrende di fronte alle sfide e che anzi ama affrontarle a viso aperto, anche affidandosi ad attori che apprezza e con cui ha un feeling particolare come Saoirse Ronan.

La Ronan è una Jo luminosa che attraversa e riempie lo schermo conferendo spessore e senso a ogni scena. Non avrei potuto pensare a un’interprete migliore per l’eroina della Alcott, che in fondo è anche - come nel film viene suggerito - l’alter ego della Alcott, nonché della regista, prototipo di tutte le donne intelligenti, ambiziose, talentuose e intraprendenti che non smettono di inseguire i propri sogni e che lottano per farsi largo in mondi che - seppure in modi diversi - restano nel tempo conservatori e maschilisti.

La Gerwig decide di partire proprio da una Jo adulta (per intendersi, quella di Piccole donne crescono), una Jo determinata a perseguire il suo progetto di scrivere e di vivere della scrittura, e da qui la narrazione si sviluppa su due piani temporali che si alternano: quello del presente della Jo adulta che vive a New York, ma che decide a un certo punto di tornare a Concord perché la sorella minore Beth sta male, e quello del passato (sette anni prima) che viene riportato in vita prima attraverso i ricordi e poi attraverso la scrittura della stessa Jo.

Questi due piani temporali sono trattati registicamente in maniera piuttosto diversa: mentre infatti il presente è più asciutto e realistico, il passato - rivissuto attraverso i ricordi e trasfigurato da una scrittura finalizzata alla pubblicazione di un romanzo - isulta inevitabilmente più edulcorato, quasi caramellato persino nei colori e nelle atmosfere. (Attenzione SPOILER!) La Gerwig aggiunge la propria ciliegina sulla torta quando, nelle ultime scene, rende esplicito che il finale del libro in cui Jo e Friedrich (che nel film non a caso non si chiama Bhaer come nel libro, ma Dashwood come il suo editore) si dichiarano il proprio amore è una concessione alle richieste dell’editore, in cambio della quale Jo contratta una percentuale più alta sulle vendite e il mantenimento dei diritti d’autore.

Tutti i componenti del cast supportano in maniera egregia l’impianto del film, accettando anche quel registro un po’ sopra le righe che caratterizza in particolare gli anni in cui le sorelle March condividono la casa di Concord, ma una menzione particolare - oltre alla già citata Saoirse Ronan - va fatta per Florence Pugh, splendida Amy che riesce nel non facile compito di rifulgere tanto quanto Jo e di rappresentarne il vero alter ego.

Visivamente e registicamente mi è piaciuto decisamente di più il piano narrativo del presente, mentre ho trovato il passato meno coinvolgente ed emotivamente meno riuscito. Sicuramente qua e là si notano alcuni difetti e ingenuità di regia (penso ad esempio all’insistito ralenti della prima parte del film), ma devo anche ammettere che alcune scene sono visivamente eccezionali, in alcuni casi per la loro grandiosità (penso a quella della partenza di Amy e Laurie e della loro reciproca dichiarazione davanti all’enorme palazzo signorile), per la loro vivacità (ad esempio la scena sulla spiaggia con gli aquiloni) o per la loro intimità (bellissima in particolare la scena in cui Jo e Beth sono sulla spiaggia e Jo legge alla sorella il suo racconto).

Nel complesso Piccole donne della Gerwig non è un capolavoro, ma è un film godibile e coraggioso, e la Ronan si conferma una grande attrice.

Voto: 3,5/5

lunedì 13 gennaio 2020

Falstaff e il suo servo. Teatro Argentina, 7 gennaio 2020

Per la prima volta da quando scrivo questo blog (e ormai sono passati più di dieci anni) sono talmente in difficoltà ad assegnare un voto che ho deciso di non farlo.

Lo spettacolo che vado a vedere al teatro Argentina insieme a F. l'ho scelto facendo conto sul nome di Franco Branciaroli, un attore che è garanzia di qualità, ma senza sapere praticamente nulla sui suoi contenuti.

Come si evince dal titolo, si tratta di un testo dedicato al personaggio di Falstaff, uno dei comprimari più importanti del teatro shakespeariano (in particolare ne Le allegre comari di Windsor, ma anche come alter ego del protagonista nell'Enrico IV).

Al suo personaggio sono però dedicate anche altre opere (si pensi al Falstaff di Verdi) e da lui hanno tratto ispirazione molti altri nomi del mondo dell’arte e del cinema (penso ad esempio a Orson Welles). Falstaff è un gentiluomo dalle dimensioni più che sovrabbondanti, dal carattere vanesio e ottimista, insaziabile in quanto a cibo e donne, cui in questo spettacolo fa da controcanto e commentatore critico il servo (intepretato da Massimo De Francovich).

Il testo (ispirato da Shakespeare e scritto da Nicola Fano e Antonio Calenda) è strutturato in forma di commedia leggera, e intorno a Falstaff e al suo servo si muovono due gentildonne (una delle quali concupita dal protagonista) e due buffi scudieri che però non proferiscono parola. La musica sottolinea un’atmosfera complessiva da operetta, sottolineando i momenti comici e le situazioni grottesche.

A me mancano quasi tutti i riferimenti per collocare e interpretare correttamente la figura del protagonista, e faccio una fatica bestiale a seguire lo spettacolo senza distrarmi e divagare, così mi trovo costretta ad ammettere di non essere stata in grado nemmeno di cogliere appieno il significato della storia raccontata.

Durante lo spettacolo, riesco ad apprezzare solo le qualità recitative di Branciaroli che nelle vesti di Falstaff risulta quasi irriconoscibile ma conferma la sua straordinaria capacità di tenere il palco e di saper interpretare registri narrativi molto differenti.

Al termine della visione, lo spettacolo mi è già scivolato addosso senza lasciare traccia, ma sono certa che siano stati i miei limiti culturali a determinare in misura significativa la mia incapacità di cogliere e apprezzare lo spirito della rappresentazione. Del resto le colte signore sedute accanto a me sembrano molto soddisfatte di quanto hanno visto; mi consolo e mi sento un po’ meno ignorante pensando al signore dall’altro lato che invece ha dormito per tutto il tempo.

Voto: ?/5

sabato 11 gennaio 2020

Dio è donna e si chiama Petrunya

Petrunya (Zorica Nusheva) ha 32 anni, è in sovrappeso, non ha un lavoro ed è perennemente in conflitto con la madre. Un giorno, dopo l’ennesimo colloquio di lavoro finito male, si trova ad assistere a una processione che tradizionalmente si conclude con il pope che lancia nel fiume un crocifisso di legno, mentre un gruppo di uomini si tuffa per recuperarla in modo da assicurarsi serenità e prosperità per tutto l’anno.

Istintivamente e senza quasi pensarci, la donna decide di tuffarsi anche lei e inaspettatamente recupera la croce, creando lo scompiglio negli uomini che partecipano alla gara e nella comunità tutta. Dopo essere scappata, Petrunya viene trovata dalla polizia e comincia così una lunga notte in cui la donna, pur non avendo commesso alcun reato, se non il mancato rispetto di una tradizione religiosa di stampo fortemente patriarcale, subisce pressioni di vario genere (dal pope, dal comandante della polizia, dal procuratore) per convincerla a consegnare la croce e viene esposta agli insulti e al quasi linciaggio dei maschi della cittadina “scippati” della loro primazia.

Intanto una giornalista (Labina Mitevska) che è a Stip con il suo cameraman vede nella vicenda di Petrunya qualcosa che va al di là del caso specifico e che può invece assumere un valore simbolico e comunicativo importante nel denunciare il conservatorismo di una società in cui le donne continuano ad avere una posizione subordinata.

Quello di Teona Strugar Mitevska è un film fatto da donne, ma che riesce – con humor tutto balcanico e ritmo di narrazione da film dell’Est Europa – a parlare di condizione femminile in un modo che non è né paludato né abusato; bensì lo fa con un approccio originale la cui riuscita è in buona parte da ascrivere alla bravissima protagonista, inizialmente una figura apatica e frustrata, poi via via sempre più consapevole del significato imprevedibilmente rivoluzionario del suo gesto e sempre più decisa a non far calpestare la propria dignità. In questo percorso la telecamera le si fa sempre più addosso a scrutare il suo volto e i suoi occhi scuri man mano più vivaci e determinati, che nella scena finale si accompagnano al sorriso con cui Petrunya esce dalla stazione di polizia, segno di una consapevolezza e di una fiducia ritrovate.

Un film senza pretese da capolavoro e che sarebbe un peccato ricondurre necessariamente ai trend topics del momento, ma che certamente rivendica alle donne, in tutte le loro sfumature e varianti, quel posto sulla ribalta che quantomeno hanno il diritto di condividere con gli uomini.

Voto: 3,5/5

giovedì 9 gennaio 2020

Pompei e Santorini. L’eternità in un giorno. Scuderie del Quirinale, 4 gennaio 2020

Approfittando della presenza a Roma per le vacanze natalizie di mio nipote e dell’invito di un’amica con figlie, decido di andare a vedere la mostra alle Scuderie del Quirinale dedicata a Pompei e Santorini, che fin qui non avevo preso in considerazione.

Si tratta di una mostra dedicata a due casi di città molto sviluppate ed evolute che sono state in qualche modo “fissate” per l’eternità da una devastante eruzione vulcanica che ha ricoperto tutto, conservandole quasi intatte fino a noi.

Le due città sono appunto Pompei e Santorini, o meglio l’antica Akrotiri. Il piccolo libretto distribuito ai visitatori della mostra e scritto da Mario Tozzi spiega quanto gli eventi naturali - e tra questi in particolare le eruzioni vulcaniche - abbiano condizionato la storia dell’umanità, finanche nella selezione naturale che ha portato all’attuale corredo genetico che caratterizza l’homo sapiens.

I casi di Pompei e Akrotiri sono simili per molti versi, ma diversi per altri. Innanzitutto sono eventi verificatisi a circa 1700 anni di distanza: nel 1628 a.C. l’eruzione di Santorini, nel 79 d.C. quella di Pompei. In secondo luogo, mentre a Pompei - nonostante i segnali - la popolazione era rimasta a vivere per gran parte nella città e quindi fu colta dall’eruzione nello svolgimento delle proprie attività quotidiane (come sappiamo dai calchi delle vittime rimaste sotto lava e cenere), nel caso di Akrotiri sembrerebbe che le vittime umane siano state pochissime se non nessuna, perché dopo i terremoti che avevano preceduto l’eruzione gli abitanti avevano deciso di abbandonare in massa l’isola sulle navi dirigendosi prima verso Creta e poi presumibilmente verso l’Egitto. Infine, mentre la scoperta e i primi scavi a Pompei risalgono al 1748, la riscoperta della città di Akrotiri è relativamente recente (1967) e dunque è avvenuta in un contesto e con un approccio storiografico e archeologico completamente diverso.

La mostra si propone di mettere a confronto e in relazione queste due realtà, sfruttando l’opportunità tragica, ma unica di poterne studiare forme, modi di vita, espressioni artistiche, organizzazione grazie alla fissazione per l’eternità di un momento del loro sviluppo.

A Pompei è in buona parte dedicato il primo piano della mostra, mentre – dopo l’intermezzo del video su Santorini nella saletta apposita – si passa al secondo piano dedicato in misura significativa all’insediamento di Akrotiri e alle testimonianze che la sua civiltà ci ha lasciato.

La mostra espone inoltre una serie di opere d’arte moderne e contemporanee che sono state ispirate dalle vicende di Pompei e Santorini, offrendo punti di vista esterni e variegati rispetto a vicende che senza dubbio hanno colpito l’immaginario degli artisti e ispirato le loro opere.

Nel complesso una mostra originale e gradevole, che per il suo carattere anche in parte didattico può essere adatta a un pubblico appartenente a fasce d’età differenti. Peccato per la folla e per le scritte un po’ piccole e a tratti non del tutto leggibili.

Voto: 3/5

martedì 7 gennaio 2020

Isola / Siri Ranva Hjelm Jacobsen

Isola / Siri Ranva Hjelm Jacobsen; trad. di Maria Valeria D'Avino. Milano: Iperborea, 2018.

È un libro strano quello della scrittrice danese dal nome lunghissimo e dalle origini faroesi. In giro se ne legge come di na saga familiare e questo è stato uno dei motivi per cui l'ho comprato, essendo io un'appassionata del genere.

Ma ora, al termine della lettura, non sono sicura che si possa definire così. Direi piuttosto che Isola è un libro di memorie - vissute e sentite raccontare - trasformate in poesia.

La storia è quella di Fritz, uno di cinque fratelli, che un giorno lascia il suo villaggio di origine nelle isole Faroe e decide di andare a cercare fortuna in Danimarca, e lì viene poi raggiunto dalla sua promessa sposa Marita. Si tratta rispettivamente di abbi (nonno) e omma (nonna) della narratrice. Mentre in Danimarca i due mettono radici, hanno una figlia e poi dei nipoti, il legame con il resto della famiglia e con la terra d'origine resta forte, per quanto a volte negato o sottaciuto.

Il racconto della storia di Fritz e Marita è non solo uno sguardo sui sentimenti inevitabilmente controversi di chi lascia la propria terra di origine, con la quale sviluppa un rapporto di amore/odio, ma anche una riflessione su una terra, le Faroe, e un popolo, i faroesi, orgogliosi e indipendenti, ostili e affascinanti, il cui rapporto con il resto del mondo resta controverso.

Per questo l'allontanamento di Fritz e Marita e la loro scelta di vivere in Danimarca e insegnare il danese ai loro figli rappresentano una sorta di tradimento e una specie di punto di non ritorno, in parte subito e in parte voluto dai suoi stessi protagonisti.

Ma l'originalità del romanzo della Jacobsen sta nel fatto che la narrazione non procede cronologicamente, né l'interesse principale della scrittrice sembra essere propriamente l'ordinata ricostruzione dei fatti; piuttosto la Jacobsen sembra interessata a raccontare gli stati d'animo e lo spirito dei luoghi e a fissare su carta mediante lo strumento della scrittura i racconti, le leggende, gli aneddoti, le suggestioni, le mezze verità che dalla sua terra e dalla sua famiglia di origine sono filtrati attraverso la sua infanzia fino all'età adulta.

Ne viene fuori un ritratto acquarellato di un mondo che va ben al di là della sua realtà fisica e che assume contorni fantastici e poetici grazie al filtro del racconto e dell'immaginazione.

Man mano che la Jacobsen si muove con parole leggere ed evocative nei vari luoghi delle Faroe che appartengono alle memorie familiari è normale che al lettore non sia sufficiente gettare un occhio alla cartina disegnata nella prima pagina del romanzo, bensì desideri visualizzare questi luoghi cercando immagini su Internet. Ed è a dir poco sorprendente come quello che si legge - e che ha molto poco di descrittivo - riesca a suggerirci una rappresentazione emotiva molto precisa, forse più precisa, di quello che si vede in fotografia.

All'ultima pagina viene voglia di prendere un aereo e partire per respirare queste isole lontane eppure connesse al tutto, perché «Laggiù, sotto il mare, s'incontrano tutte le terre emerse. Lì ha luogo il dialogo mormorante delle placche tettoniche».

E si conferma ciò che ho sempre pensato: le isole - a ogni latitudine - hanno un fascino misterioso che si esplica nel confine sottile esistente tra una solitudine che rigenera e un isolamento che angoscia.

Voto: 3,5/5

domenica 5 gennaio 2020

L'operazione / di Rosario Lisma. Teatro Piccolo Eliseo, 19 dicembre 2019

Quattro amici si ritrovano intorno a un tavolo, in una specie di scantinato, per studiare il copione di una pièce teatrale sulle Brigate rosse che ha scritto uno di loro, Saverio (Rosario Lisma, qui anche in veste di regista e autore del testo). I quattro non sono più giovanissimi (hanno tutti oltre i quarant'anni) e, pur avendo una grande passione per il teatro, attendono ormai da troppo tempo una svolta che li porti alla ribalta e che trasformi il teatro in un lavoro vero. Nel frattempo, devono fare i conti con i problemi quotidiani e con la necessità di sbarcare il lunario, che li costringe ad accettare parti secondarie e comparsate in televisione.

La preparazione della pièce è però per loro l'occasione per confrontarsi sul senso del teatro e del loro lavoro, per discutere di linguaggi alternativi e proporre sperimentazioni, per interrogarsi sul ruolo dei critici teatrali e sui meccanismi distorti che decretano il successo o l'insuccesso di un lavoro teatrale.

Tra litigi, confronti più o meno accesi, situazioni più o meno esilaranti (vedi per esempio i saggi di teatro sperimentale che i tre attori propongono a Saverio, seduto in prima fila in platea, per convincerlo ad abbandonare la via del teatro naturalistico), telefonate con un importante critico teatrale la cui presenza allo spettacolo secondo loro costituirebbe la chiave del successo, la preparazione della pièce va avanti fino alla sera della prima e alle repliche successive. Nonostante il successo di pubblico, visto che il grande critico li ha snobbati, Saverio e i suoi attori - ormai immedesimati nei modi con cui si conduceva la lotta di classe negli anni Settanta - decidono di compiere un'azione eclatante per portare il critico in sala e costringerlo ad assistere al loro spettacolo.

Per parlare di tutto questo, temi spesso importanti e centrali per chi fa oggi teatro ed è alla ricerca di un riconoscimento, Lisma sceglie il registro della commedia frizzante e coinvolgente, trascinando il pubblico nelle dinamiche divertenti, a volte esilaranti, che si innescano tra questi quattro personaggi, senza però rinunciare alla costruzione di senso e alla riflessione non banale.

Attraverso la struttura narrativa classica del teatro nel teatro e alcune scelte di messa in scena (in alcuni passaggi viene utilizzata la prima fila della platea del teatro, quando gli attori diventano a loro volta spettatori oppure quando il famoso critico - che si chiama significativamente Mezzasala - è costretto a vedere il loro spettacolo) i livelli si mescolano e si sovrappongono: quello della pièce che gli attori stanno preparando (che si chiama L'operazione come lo spettacolo cui assistiamo), quello della loro quotidianità e dei loro incontri nello scantinato, infine quello della vita vera al di fuori della finzione teatrale, cui si accostano "invadendo" la platea.

Il testo è ben scritto, gli attori (oltre a Rosario Lisma, Alessio Piazza, Fabrizio Lombardo, Andrea Narsi e Gianni Quillico, che fa la piccola ma importante parte del critico teatrale) sono tutti molto bravi e affiatati (e usando questi aggettivi mi sento chiamata in causa perché nello spettacolo si fa dell'ironia su quello che scrivono i critici teatrali e ancor più i critici per caso e per diletto che scrivono di teatro sui loro blog senza saperne nulla!). Nell'ora e quaranta di durata dello spettacolo si ride a più riprese, si sorride, si riflette, si pensa e si partecipa ai sogni, alle aspirazioni e alle delusioni di queste quattro persone, di cui ci arriva tutta l'umanità anche attraverso le loro debolezze e idiosincrasie, ma soprattutto attraverso la loro straordinaria simpatia.

Rosario Lisma (da me visto in veste di attore in Lunga giornata verso la notte) dimostra grandi doti di autore e regista e con F. ci diciamo che vale la pena di seguirlo anche per il futuro.

Voto: 3,5/5

venerdì 3 gennaio 2020

La dea fortuna

In una programmazione cinematografica pre-natalizia di provincia meridionale davvero poco entusiasmante, io e mio nipote F. decidiamo di andare a vedere l’ultimo film di Ferzan Ozpetek. A dire la verità, dopo aver apprezzato e in alcuni casi amato i primi film del regista turco, già da diversi anni ho abbandonato la sua filmografia e ogni qualvolta decido di fare un nuovo tentativo me ne pento più o meno amaramente.

In questo caso, mentre alla prima visione del trailer avevo commentato “Oddio, no, l’ennesimo film di Ozpetek”, dopo aver letto la storia ho pensato che poteva valer la pena riprovarci. E così eccomi al cinema.

Il titolo di questo nuovo film, La dea fortuna, fa riferimento alla divinità a cui è dedicato lo splendido tempio della fortuna di Palestrina, dove lavora una delle protagoniste del film, Annamaria (Jasmine Trinca). La giovane donna si presenta all’improvviso a casa del suo ex Alessandro (un affascinantissimo Edoardo Leo), che ormai condivide da oltre 15 anni casa e vita con Arturo (un bravissimo Stefano Accorsi). Annamaria sta per ricoverarsi in ospedale per degli accertamenti e chiede ai due amici di tenerle per qualche giorno i due figli, Martina (Sara Ciocca) e Alessandro, detto Sandro (Edoardo Brandi).

L’arrivo dei due ragazzini e gli eventi che ne seguono saranno per Alessandro e Arturo, che vivono un momento di profonda stanchezza e crisi nella coppia, l’occasione per rimettersi in discussione, per far emergere i nodi della loro relazione e per comprendere se esiste un futuro per loro.

Il film parte bene, sebbene in una maniera tipicamente ozpetekiana, con una festa di matrimonio sulla terrazza dei due protagonisti, affollata della variegata umanità che è caratteristica dei film del regista. Lo sviluppo narrativo che ne segue non scorre però sempre fluido e credibile, e a momenti emotivamente intensi si alternano altri passaggi caratterizzati da lentezza e meccanicità. Non aiuta il fatto che, a parte i personaggi principali di Alessandro e Arturo, tutti gli altri restano poco approfonditi e trattati in maniera superficiale, e alcuni di questi – non so bene se a livello di sceneggiatura o di recitazione, o di entrambe le cose – risultano poco credibili: penso ad esempio ai due bambini e alla nonna (interpretata da Barbara Alberti).

E così anche se il racconto è ispirato a una storia vera – come viene dichiarato fin dal principio – è impossibile non percepire un che di costruito che suona inevitabilmente falso. In alcuni momenti mi è tornato in mente il film di Valeria Golino, Euforia, e non ho potuto fare a meno di notare il diverso impatto emotivo: entrambi sono film che parlano di vita e di morte, di felicità e di dramma, di sentimenti e di legami forti, ma mentre la Golino riesce a tenerci dentro la storia, in Ozpetek a più riprese abbiamo l’impressione di guardarla dall’esterno.

Non è solo che Ozpetek tende ormai a ripetere sé stesso in maniera quasi autoreferenziale; mi sembra che abbia perso un po’ di smalto e di freschezza nel raccontare le storie, e che venga fuori nei suoi film qualche forma di stanchezza e qualche idiosincrasia propria dell’età che avanza. È proprio vero – e questo vale per moltissimi – che le cose migliori, a livello artistico, lavorativo e creativo, spesso si fanno entro i 40 anni, ed è un peccato che nella nostra società accada sempre più spesso che le persone a quell’età stiano ancora cercando una loro collocazione nel mondo e lottando per sopravvivere, anziché essere in grado di dare il meglio di sé. Ma questa è una digressione e forse poco ha a che fare con Ozpetek.

Resta il fatto che né a me né a mio nipote il film è piaciuto, ma è chiaro che il giudizio non è mai generalizzabile e infatti mentre uscivamo dal cinema c’era accanto a noi una signora che commentava entusiasta dicendo che le era piaciuto moltissimo.

Voto: 2,5/5