lunedì 18 febbraio 2019

Ba-Rock di Giovanni Sollima. Accademia Filarmonica Romana, Teatro Argentina, 14 febbraio 2019

Ormai io e F. ci possiamo dire fans di Giovanni Sollima e tendenzialmente non ci perdiamo - se possibile - alcuna delle sue performance romane.

Questa volta il concerto è organizzato al teatro Argentina dall'Accademia Filarmonica Romana, un'accademia benemerita per le iniziative musicali che organizza nella capitale.

Sollima porta sul palco il suo 'format' - come lo chiama lui stesso pur riconoscendo che si tratta di un brutto termine - denominato Ba-rock cello, una specie di percorso musicale dal barocco al rock attraverso il violoncello.

La serata inizia con una breve intervista a Sollima da parte di Valerio Sebastiani di Quinte Parallele, intervista che è anche contenuta nell'opuscolo del programma di oggi. Sollima ci spiega il senso di questo progetto e che cosa avvicina la musica antica a certe sperimentazioni della musica rock; a seguire ci racconta il programma della serata e le variazioni d'ordine che intende fare.

Si inizia e si chiude con delle composizioni dello stesso Sollima, i quattro movimenti del Concerto rotondo in apertura e la Lamentatio in chiusura, musica nella quale si sentono echi delle sonorità della Sicilia e del Mediterraneo più ampio. A seguire è previsto il Capriccio n. 1 di Giuseppe Dall'Abaco, un musicista del Settecento per me quasi sconosciuto, ma che - come ci spiega Sollima - ha composto 11 capricci molto belli e ha lasciato incompiuto il dodicesimo, su cui il maestro sta facendo un progetto apposito.

A questo punto fa capolino la musica rock con i Nirvana di About a girl. Subito dopo Sollima ci propone il confronto diretto tra la famosissima Suite n. 1 BWV 1007 per violoncello solo di Bach (con i suoi sette movimenti) e il pezzo dei Genesis Horizons che al pezzo di Bach si ispira e da cui prende in prestito la sequenza musicale più famosa.

A metà del programma il maestro ci propone la sonata 1959 di suo padre Eliodoro Sollima, morto nel 2000, di cui nell'intervista iniziale ci ha raccontato la storia, ossia che lui stesso scoprì questo spartito tra le carte del padre quando era ancora vivo e seppe che l'aveva composto per un concorso a cattedra ma lo considerava 'munnizza'. Ebbene il figlio lo ha eseguito poi a Parigi e ovunque e lo ha fatto incidere.

Nell'ultima parte del programma è prevista la canzone Angel di Jimy Hendrix, il Concert Etude op. 10 n. 4 di Bernhard Cossmann (altro musicista, questa volta ottocentesco, per me sconosciuto!), quindi una pazzesca versione al violoncello di un pezzo heavy metal degli Slayer dal titolo Raining blood, con cui - come dice Sollima - fa urlare il violoncello sulla base di un arrangiamento che ha scritto in treno.

Al termine del programma, il maestro non si fa pregare per concedere il bis e torna sul palco per ben tre volte, la prima con un assaggio del Fandango di Boccherini, la seconda con una sua composizione (o almeno così crediamo!), la terza con un brano di Francesco Corbetta, un compositore e chitarrista seicentesco che questa volta lo stesso Sollima ammette essere sconosciuto (così almeno mi sento meno ignorante!).

Come abbiamo già avuto modo di apprezzare in altre circostanze, la forza di Sollima sta da un lato nella sua umiltà e affabilità che diventano strumento di comunicazione e di relazione con il pubblico, dall'altro nella sua straordinaria maestria di musicista, capace di farsi tutt'uno con il suo strumento, suonando non solo con le mani e l'archetto ma con tutto il corpo, e utilizzando tutte le parti e i modi - anche quelli meno canonici - per far suonare il violoncello. È anche impressionante il fatto che Sollima non abbia praticamente mai bisogno di spartito, immergendosi in ogni composizione come se non avesse mai suonato nient'altro, e conferendo a ogni esecuzione un'interpretazione unica e riconoscibile.

Voto: 4/5

venerdì 15 febbraio 2019

Enrico IV / con Carlo Cecchi. Teatro Argentina, 12 febbraio 2019

L'Enrico IV adattato, diretto e recitato da Carlo Cecchi non è la classica messa in scena del dramma scritto da Luigi Pirandello nel 1921 avendo in mente come protagonista Ruggero Ruggeri, un attore famoso dei primi decenni del Novecento. E lo si capisce fin dalla prima scena.

La scenografia si presenta come un dietro le quinte di un teatro, dove ci sono tre personaggi vestiti in abiti storici (i consiglieri di Enrico IV) che fanno un provino a un quarto personaggio vestito in abiti contemporanei. Quest'ultimo sembra debba sostituire un attore che nel frattempo è venuto meno. Non è chiaro se c'è un copione da recitare e una parte da imparare in questa gigantesca recita intorno al protagonista, un nobile che molti anni prima - durante una cavalcata in costume - è stato disarcionato dal suo cavallo e dopo la caduta si è fissato nel personaggio che interpretava, appunto l'imperatore Enrico IV di Franconia.

Quando arrivano a palazzo il barone Belcredi, la marchesa Matilde, la figlia di questa, Frida, il nipote del protagonista, Carlo Di Nolli, e uno psichiatra interessato a studiare il caso della pazzia di Enrico, le circostanze della cavalcata in costume emergono, così come la rivalità tra Enrico e Belcredi per l'amore di Matilde. Il dottore decide di tentare di inscenare nuovamente quella situazione, facendo interpretare Matilde di Canossa a Frida (la figlia della marchesa, che è identica alla madre da giovane), per determinare in Enrico uno shock uguale e contrario a quello originario.

Il fatto è che Enrico è rinsavito da tempo, ma ha deciso di continuare a recitare la sua parte per non dover tornare nel mondo e affrontare la realtà e il dolore della perdita della donna amata, finita sposa di Belcredi, il vero responsabile del disarcionamento. Cosicché l'esperimento del dottore riporterà a galla le verità passate e presenti fino alla tragedia finale, l'uccisione di Belcredi da parte di Enrico, che costringerà quest'ultimo a continuare la sua folle recita per il resto della sua vita.

Il testo di Pirandello e soprattutto i lunghi monologhi da questo affidati al personaggio di Enrico IV vengono riletti da Carlo Cecchi in quell'ottica meta-teatrale già evidente dalle prime battute, aggiungendo al classico tema pirandelliano delle maschere e del rapporto tra follia e normalità anche una riflessione sul teatro. Nelle pieghe della narrazione viene infatti continuamente rivelata la finzione, che non è solo quella di Enrico IV che si finge folle, bensì anche quella degli attori che interpretano questo dramma un po' datato e che devono fare i conti con i dettami del linguaggio dell'epoca e della recitazione teatrale classica.

Enrico IV, alias Carlo Cecchi, si fa beffe non solo degli altri personaggi del dramma pirandelliano, bensì anche degli spettatori e infine dello stesso Pirandello. Si ribella alla recita della recita, si dimentica le battute e improvvisa, attinge al linguaggio - anche volgare - dell'uomo della strada, subito ripreso dal suo consigliere che si fa anche suggeritore e interprete del teatro classico.

E così Cecchi svela la finzione persino nella tragedia finale dell'uccisione di Belcredi, richiamando l'attore che interpreta quest'ultimo ad alzarsi per la prossima replica.

In questo gioco di specchi tra teatro e meta-teatro, Cecchi dichiara di voler ridimensionare la centralità assoluta che Pirandello conferisce al protagonista con i lunghi monologhi della sua opera recuperando e dando spessore ai comprimari; la verità però è che, alla fine, lo spettacolo decolla proprio quando Enrico IV (e il suo attore) prendono la scena rovesciando le convenzioni, ma in fondo facendo dimenticare quasi tutti gli altri attori sul palco.

Voto: 3,5/5

mercoledì 13 febbraio 2019

Green Book

Peter Farrelly (uno dei fratelli Farrelly, registi di film del genere di Tutti pazzi per Mary e Scemo & + Scemo) si cimenta in questo caso nella regia di un film ispirato a una storia vera, quella dell'amicizia tra il pianista afroamericano Don Shirley e il buttafuori italoamericano Tony Vallelonga, detto Tony Lip.

Siamo nel 1962 in un'America in cui vige ancora la segregazione razziale e il Green Book del titolo del film è una pubblicazione famosa all'epoca il cui titolo completo era The Negro Motorist Green Book, una specie di guida di viaggio rivolta agli afroamericani per consentirgli di conoscere i luoghi dove erano ammessi.

Quando si ritrova senza lavoro perché il locale dove fa il buttafuori chiude temporaneamente, Tony Lip (un Viggo Mortensen imbolsito ma adorabile), marito e padre di famiglia che abita da sempre nel Bronx nella comunità italoamericana, accetta l'offerta di Don Shirley (un elegantissimo e bellissimo Mahershala Ali) di fargli da autista durante il suo tour concertistico che lo porterà da New York fino al profondo Sud degli Stati Uniti. Si crea dunque una specie di situazione tipo quella di A spasso con Daisy, in cui però l'elemento dirompente consiste nel fatto che l'autista rozzo e ignorante è bianco, mentre il pianista elegante, ricco e intellettuale è nero.

In questo lungo viaggio che durerà due mesi, i due uomini - che non potrebbero essere più diversi - non solo impareranno a conoscersi e a rispettarsi, ma in un certo senso si salveranno a vicenda dai propri opposti pregiudizi e dalle proprie chiusure.

Quello di Farrelly è un film di buoni sentimenti e di ottimi attori (andatelo a vedere in lingua originale, perché in questo film la lingua è veicolo di contenuti) dentro una confezione pulita e gradevole; si tratta dunque del classico film che io definisco 'piacione', ossia che non può non piacere al pubblico, a meno che non si sia troppo snob o col cuore di pietra.

Non si può certo dire che Green Book brilli per originalità, in quanto il topos della strana coppia è stato ampiamente utilizzato e lo sviluppo narrativo è in buona parte fortemente prevedibile, però il film è ben fatto e godibile e dunque merita di essere visto, anche per riflettere su un passato non tanto lontano (e forse ancora attuale da diversi punti di vista) in cui l'uguaglianza dei diritti non era affatto scontata. La storia di Don e Tony ci insegna una verità semplice, ma che continua a sfuggire a molti: il pregiudizio si alimenta separando i mondi e spingendo le persone a ragionare per categorie (dimenticandosi che gli individui che le compongono sono esseri umani), mentre si supera solo attraverso la conoscenza reciproca.

Voto: 3,5/5

lunedì 11 febbraio 2019

Trilogia sull'identità. Teatro India, gennaio-febbraio 2019

Peter Pan guarda sotto le gonne, 26 gennaio 2019
Stabat Mater, 29 gennaio 2019
Un eschimese in Amazzonia, 2 febbraio 2019

La trilogia sull'identità è la storia di una ricerca che riguarda tutti: quella del proprio posto nel mondo, con la propria individualità e la difficoltà di adattarsi alla tendenza della società a ragionare per categorie definite e dai confini angusti.

Che poi in questi tre capitoli il tema sia declinato in riferimento all'identità di genere dipende soltanto - come ci dice l'autrice e regista Liv Ferracchiati - dal fatto che questo è un mondo e una sensibilità che lei conosce in prima persona e ha avuto modo di approfondire attraverso numerose occasioni e molteplici contatti.

Lo stile nei tre capitoli è piuttosto uniforme: ci troviamo di fronte a un teatro di parola, in cui il palcoscenico tende a essere spoglio e la scenografia minimale, mentre la narrazione spezza la linearità per farsi flusso di coscienza destrutturato, ma non per questo meno coinvolgente.

E però tra le tre rappresentazioni ci sono le dovute differenze, frutto del procedere di questo percorso di ricerca che rispecchia momenti ed età della vita diversi.

Peter Pan guarda sotto le gonne è dedicato a quella delicata età che è il passaggio dall'infanzia all'adolescenza: come Peter Pan, la nostra protagonista è perfettamente a suo agio nel suo involucro infantile che la protegge dalla necessità di scegliere da che parte stare nel mondo, e dunque non vuole crescere. Il punto di rottura sarà il momento in cui si ritroverà al parco a giocare a pallone con il vestito rosa che le hanno regalato i suoi genitori e incontrerà una ragazzina poco più grande di lei che rappresenterà il suo sguardo sul futuro che l'attende. In questo buffo e commovente rapporto a due si inseriscono di tanto in tanto da un lato le voci dei genitori che vedono solo quello che vogliono vedere, dall'altro Tinker Bell, una bizzarra fatina che l'aiuta a guardare con sincerità dentro di sé. Compare così in scena - come un'ombra della protagonista - un giovane nel quale si intravede la sua vera identità o forse una prospettiva futura.

Bravissimi gli attori, le tre donne Linda Caridi, Chiara Leoncini e Alice Raffaelli e la silenziosa ombra interpretata da Luciano Ariel Lanza.

Le stesse tre attrici ritornano protagoniste nel secondo capitolo della trilogia, Stabat Mater, un testo più narrativo che non a caso si sviluppa dentro un palcoscenico più affollato. Il protagonista della storia, Andrea, è ormai cresciuto e indipendente; è fisicamente una donna ma si percepisce, si comporta, vive e si fa percepire e appellare dagli altri al maschile; ha una storia con una donna, forse sta iniziando un percorso di transizione. Intanto va da una psicologa per sciogliere i nodi ancora irrisolti, primo fra tutti quello con la madre, presenza quest'ultima solo virtuale (la si vede solo in video) ma molto ingombrante sia per le dimensioni del video sia per l'onnipresenza spesso inopportuna, favorita dalla dipendenza di Andrea. In questo secondo capitolo la sessualità e il desiderio sessuale sono al centro della narrazione con un linguaggio esplicito e diretto, veicolo della costruzione di un'identità da parte di un protagonista che oscilla tra un'innata seduttività e una profonda insicurezza e fragilità

Il terzo capitolo, Un eschimese in Amazzonia, sposta ulteriormente l'asse della narrazione in uno spazio sempre più ampio: se nel primo capitolo il protagonista si rapportava solo con la propria famiglia e l'amica del cuore e nel secondo con la madre e le donne amate, in questo caso il rapporto è direttamente con il pubblico. Nei panni del protagonista la stessa Liv Ferracchiati con un microfono in mano: i suoi interlocutori sono appunto il pubblico e una specie di coro, quattro persone (tre donne e un uomo) che lo interrogano all'unisono e lo incalzano in ogni sua esternazione, un simulacro della società tutta con cui il nostro eschimese deve fare i conti. Ma di strada ne è stata fatta e il protagonista, pur con tutte le sue incertezze e difficoltà, ha trovato la sua forma incerta e mutevole, si è faticosamente costruito un'identità ed è pronto - anche con la giusta dose di ironia - ad affrontare perplessità e domande e a trasformare il corpo monolitico del coro in persone con una loro identità individuale, altrettanti tasselli del suo percorso in divenire.

Una trilogia che i più chiusi di mente leggeranno secondo un'unica chiave interpretativa e considereranno un prodotto di nicchia, ma che a chi si lascerà andare ai testi della Ferracchiati potrà parlare in mille modi diversi rivelando la sua forza universale.

Ottima tutta la Compagnia Baby Walk che a questo punto aspettiamo alle prossime prove.

Voto: 4/5

venerdì 8 febbraio 2019

Lisetta Carmi. La bellezza della verità. Museo di Roma in Trastevere, 2 febbraio 2019

In una giornata che più piovosa non si può, approfittando della presenza a Roma dei miei amici A. e P., riesco finalmente ad andare a vedere la mostra di Lisetta Carmi al Museo di Roma in Trastevere, che avevo adocchiato da tempo e dove posso entrare gratis grazie alla mitica MIC (la carta dei musei di Roma che ho acquistato qualche mese fa a soli 5 euro).

Come spesso accade, devo confessare anche in questo caso la mia ignoranza: prima di leggere della mostra e della fotografa protagonista, non conoscevo Lisetta Carmi e il suo lavoro, né sapevo che la donna, ormai novantaquattrenne, vive da parecchio tempo nella mia terra d'origine e precisamente a Cisternino, pur essendo originaria di Genova, la città che ha immortalato in una parte significativa delle sue foto.

La mostra di Roma offre una retrospettiva molto ricca della sua produzione, oltre alla possibilità di vedere una lunga e illuminante intervista alla fotografa, nonché - protetti da alcune teche - i suoi strumenti di lavoro (la sua borsa e le sue macchine fotografiche) e le edizioni originali di alcune delle sue pubblicazioni più famose o più originali.

Al piano terra si possono visionare le fotografie sul porto di Genova e sugli operai dell'Italsider, poi nella lunga parete a sinistra dell'ingresso le foto di viaggio, provenienti da ogni parte del mondo dove Lisetta Carmi è arrivata con la sua macchina fotografica e anche da luoghi più vicini (ad esempio la Sicilia) ma che appaiono altrettanto lontani nella loro arretratezza e insieme poesia degli anni Sessanta. Un altro corridoio ospita invece i ritratti: la famosa serie dedicata a Ezra Pound che le valse il Premio Niépce per l'Italia, e poi i ritratti di molti intellettuali italiani e stranieri suoi contemporanei.

Le salette del piano terra sono invece interamente dedicate al progetto fotografico sui travestiti di Genova, progetto che fu fortemente avversato dalla società benpensante dell'epoca (come la stessa fotografa ci racconta in video) ma che probabilmente ha contribuito a consegnare la Carmi alla storia della fotografia per essere entrata - prima di chiunque altro - nelle case e nei cuori di queste persone con garbo e affetto.

La seconda parte della mostra si sviluppa al secondo piano del Museo, dove sono esposte le fotografie scattate dalla Carmi in occasione di spettacoli teatrali e musicali, ritratti e foto di scena dei protagonisti di quegli anni. Qui viene fuori l'anima musicale di Lisetta Carmi che infatti prima di diventare fotografa era destinata a essere pianista e che fa filtrare questa passione anche attraverso il suo mestiere di fotografa, come emerge in particolare dalla serie fotografica che illustra con le foto un brano musicale.

Un'ultima saletta è dedicata al parto, un progetto fotografico realizzato dalla Carmi su richiesta dell'Ospedale Galliera di Genova che racconta in maniera diretta e senza filtri la brutalità e la meraviglia del parto naturale trasmettendo quel senso di profondo mistero che sta dietro la nascita di una nuova vita. Foto sicuramente forti, ma indimenticabili per il loro straordinario impatto emotivo.

Usciamo dalla mostra che ancora piove, ma le foto di Lisetta Carmi hanno portato un raggio di luce e bellezza in questa giornata così grigia.

Voto: 4/5

mercoledì 6 febbraio 2019

La favorita = The favourite

Il regista Yorgos Lanthimos con i suoi tutto sommato ancora pochi film all'attivo (di cui io ho visto solo The lobster) ha già acquisito, all'interno del panorama cinematografico, un'identità molto peculiare, che potremmo sintetizzare in una visione caustica dell'umanità, interessata a esplorare i lati oscuri delle nostre personalità e del nostro vivere sociale. È per questo che i suoi film risultano inquietanti e/o destabilizzanti e lasciano generalmente lo spettatore con molte domande senza risposta.

Con La favorita (che ho voluto vedere in lingua originale) Lanthimos - pur fedele alla sua visione del mondo - si inoltra in un terreno per lui nuovo: oltre a essere il primo film di cui non scrive la sceneggiatura (ne sono autori Deborah Davis e Tony McNamara), il regista sceglie di girare un film in costume, ispirato a personaggi reali e a vicende storiche.

Il film è ambientato nella corte inglese della Regina Anna Stuart (Olivia Colman) all'inizio del Settecento, nella fase in cui il regno inglese è in guerra (tanto per cambiare!) con quello francese, e si tratta di decidere - dopo una battaglia vinta - se firmare la pace oppure continuare la guerra fino a una vittoria schiacciante che consentirebbe di imporre condizioni più dure ai francesi.

La regina Anna è una donna fragile e bisognosa di affetto, segnata dalla perdita di numerosi figli e da una serie di acciacchi che le rendono faticoso persino camminare, una donna costantemente alla ricerca di qualcuno che la ami, la rassicuri e soddisfi i suoi desideri, anche sessuali.

La favorita e consigliera di Anna è Sarah Churchill, duchessa di Marlborough (Rachel Weisz), una donna sicura di sé e volitiva cui di fatto la regina - in cambio dell'accudimento - demanda il governo del paese.

Quando a corte arriva Abigail Masham (Emma Stone), la donna - che ha un passato di rango ma è caduta in disgrazia a causa dei comportamenti irresponsabili del padre - comincia la sua manovra di avvicinamento prima alla duchessa e poi alla regina, puntando - con tutti i mezzi leciti e meno leciti - a sostituire Sarah nel ruolo di favorita.

Intorno a loro un mondo di uomini con le facce dipinte di trucchi improbabili e con in testa parrucchoni inguardabili, rappresentati come bambinoni per i quali tutto è un gioco: la corsa delle anatre, il tiro al bersaglio di un uomo di corte con le arance, la conquista di una donna, il ruolo di primo ministro, il governo del paese.

Questi uomini ridotti a caricature di sé stessi sono manipolati e sovrastati dalla perfida astuzia, ma anche dall'intelligenza delle due donne, Sarah e Abigail, che rapidamente diventano le uniche protagoniste della scena e si sfidano in una competizione senza esclusione di colpi. Ne risulta una narrazione godibile, a tratti esilarante, che si alterna - creando un forte contrasto - a una sensazione di strisciante angoscia.

Una colonna sonora molto ben congegnata e le inquadrature tipicamente alla Lanthimos (qui si fa un ampio uso del grandangolo e del fish eye creando un effetto paradossalmente claustrofobico) definiscono i confini di un ambiente malato e decadente, che nonostante le apparenze non è forse poi tanto lontano dalla nostra contemporaneità.

Che Lanthimos ci parli dell'esercizio del potere anche attraverso l'uso del sesso e della manipolazione in un'inedita chiave tutta al femminile è evidente, ma personalmente vedo ulteriori livelli di lettura, meno palesi e forse anche meno definiti. Se la regina Anna suscita una forma di compassione per le sue sofferenze e follie, le motivazioni che spingono Sarah e Abigail a giocare la loro partita - a volte anche crudele - sono completamente diverse: Abigail punta a ripristinare il suo status perduto, ad affrancarsi definitivamente dalla situazione di povertà e minorità nella quale è caduta per colpe altrui, e una volta garantitasi una condizione di benessere e tranquillità non mostra forme vere di affezione; Sarah è un personaggio più difficile da inquadrare: a tratti sembra quasi che la sua affezione per la regina sia sincera e che il suo atteggiamento verso di lei sia genuinamente protettivo, al contempo però è evidente che la duchessa utilizza l'ascendente esercitato sulla regina per svolgere un ruolo di potere che non le spetterebbe e per il quale forza - non sappiamo se in buona o in cattiva fede - persino il volere di Anna, né è chiaro se Sarah abbia in qualche modo anche approfittato economicamente della sua posizione di forza.

Con La favorita lo sguardo obliquo del regista si sposta dall'universo quasi metafisico cui ci ha abituati a un mondo storicamente determinato e caratterizzato da una carnalità quasi sovrabbondante, e in questo passaggio al registro surreale si sostituisce una non meno spietata ironia.

Voto: 3,5/5


lunedì 4 febbraio 2019

Le signorine

Lo spettacolo Le signorine, diretto da Pierpaolo Sepe e interpretato da Isa Danieli e Giuliana De Sio, attinge al repertorio classico del teatro napoletano e si ispira a un topos che attraversa la letteratura di ogni epoca e ogni forma, quello delle due sorelle zitelle che vivono nella stessa casa in una situazione di costante conflitto ma anche di interdipendenza reciproca.

A me ha inevitabilmente riportato alla mente - sia per la storia sia per l'ambientazione e l'uso della lingua napoletana - l'episodio che vede protagoniste le due zitelle ne Lo cunto de li cunti di Cesare Basile, che di recente ho visto a teatro col titolo La scortecata, nell'interpretazione registica di Emma Dante.

Qui l'ambientazione è contemporanea, anche se l'interno napoletano ricostruito sul palcoscenico sembra uscito direttamente dagli anni Cinquanta-Sessanta, proprio come le due protagoniste, cristallizzate nell'aspetto e nelle dinamiche reciproche.

Rosaria (Isa Danieli) è la maggiore, sempre vestita di nero, taccagna fino al midollo, petulante e restia all'introduzione di qualunque cambiamento e a qualunque contatto esterno; Addolorata (Giuliana De Sio) è la più giovane, appassionata di soap opera, televendite e cartomanti televisivi,  desiderosa di imporre una svolta alla propria esistenza grazie all'introduzione della tecnologia e magari all'incontro con un uomo, ma costantemente repressa dalla sorella.

La prima metà dello spettacolo passa in un lampo a suon di gag esilaranti e di scambi al fulmicotone tra le due sorelle, che non si risparmiano stoccate reciproche e che sembrano fare a gara per acidità, una gara vinta quasi sempre da Rosaria che, con il suo carattere dispotico, fa il bello e il cattivo tempo.

Nella seconda parte arriva la svolta: dopo il matrimonio del cugino Tonino con la badante moldava della madre, Rosaria si sente male e torna a casa dall'ospedale sulla sedia a rotelle, incapace di muoversi e di parlare. Addolorata coglierà l'occasione per inaugurare un nuovo corso in casa, tra rinnovamenti, spese pazze e appuntamenti galanti, ma questo cambio di registro avrà la sua inevitabile parabola amara.

Il testo di Gianni Clementi - pur non essendo particolarmente originale - ha però fatto propria la lezione dei grandi autori di teatro napoletani nel raccontare una storia in cui riso e malinconia si mescolano in modo inestricabile. La regia di Pierpaolo Sepe è pulita e fluida. Le due attrici offrono una performance di grandissimo livello, dimostrandosi capaci di tratteggiare le idiosincrasie delle due donne senza mai scadere nel macchiettistico o nel caricaturale, bensì comunicando le sfumature dei loro caratteri e la complessità del loro rapporto. Su Isa Danieli non avevo dubbi, per questo resto particolarmente colpita dall'interpretazione di Giuliana De Sio cui tra l'altro è affidato il personaggio forse più complesso perché più sfaccettato e imprevedibile.

Il lungo applauso finale del pubblico conferma l'apprezzamento per uno spettacolo di ottimo livello.

Voto: 3,5/5

venerdì 1 febbraio 2019

Il maestro e Margherita. Teatro Eliseo, 27 gennaio 2019

Devo confessarlo prima: non ho ancora letto il capolavoro di Bulgakov. È lì che mi guarda dallo scaffale da parecchio tempo e ho anche provato un paio di volte a iniziarlo ma non era mai il momento giusto. Del resto, così mi era capitato per Memorie di Adriano: lo avevo abbandonato varie volte e poi quando è arrivato il suo momento l'ho amato alla follia.

La mia manovra di avvicinamento a Il maestro e Margherita passa anche attraverso la scelta di andare a vedere lo spettacolo teatrale in scena al Teatro Eliseo, la cui regia è di Andrea Baracco, mentre l'impegnativo ed egregio lavoro di riscrittura del testo è di Letizia Russo.

Il palcoscenico si presenta come uno stanzone chiuso sui tre lati da muri di ardesia (l'effetto è simile a quella usata nell'allestimento di Copenhagen al Teatro Argentina), ricoperti di disegni (alcuni sembrano quasi dei graffiti di tipo preistorico) e scritte, in parte poi aggiunte nel corso dello spettacolo. Lungo le pareti numerose porte che si aprono e si chiudono alla bisogna, talvolta con un ritmo serrato e con una sincronia perfetta.

Il prologo vede sulla scena il maestro (Francesco Bonomo, che interpreta anche Ponzio Pilato) che - ormai alla disperazione - decide di bruciare il suo romanzo su Ponzio Pilato in quanto avversato e censurato dall'establishment russo, mentre Margherita (Federica Rosellini) cerca di salvare lui e il suo libro.

Da qui prendono l'avvio le storie parallele raccontate da Bulgakov, quella direttamente proveniente dal manoscritto del maestro, ambientata a Gerusalemme ai tempi del processo a Yeshua (Gesù) che vede Ponzio Pilato sempre più turbato per il fatto di non aver preso posizione contro la condanna a morte del predicatore, e quella ambientata a Mosca negli anni Trenta e che riguarda la storia del maestro e i tentativi di Margherita di ricongiungersi a lui.

Il trait d'union di queste due storie è la figura di Woland (un Michele Riondino luciferino e claudicante, sicuramente ispirato - com'è stato notato - al joker di Heath Ledger), in realtà Satana fatto persona, che ha assistito al processo a Yeshua e ora interviene, insieme ai suoi buffi e un po' inquietanti aiutanti, a sparigliare le carte della ingessata società moscovita offrendo infine a Margherita l'occasione di ricongiungersi al suo amato.

Il romanzo di Bulgakov nella reinterpretazione di Andrea Baracco e Letizia Russo si caratterizza per la sua potenza visionaria ed evocativa sia dal punto di vista del testo sia dal punto di vista visuale: si pensi all'ingresso in scena di Ponzio Pilato, a Ivan che nuota in un mare evocato da una corda tesa in mezzo al palcoscenico, a Margherita il cui volo è suggerito da un'altalena, alla passerella dei cattivi del mondo provenienti dall'Inferno durante la festa di Woland. Senza perdere la sua allure classica e la sua grandiosità, il romanzo diventa un'opera moderna, in cui questi due livelli si mescolano anche sul piano musicale, dove fanno capolino anche famosi brani rock come Sympathy for the devil dei Rolling Stones.

Se dalla prima parte lo spettatore a digiuno del romanzo come me esce un po' disorientato - anche per la complessità dell'intreccio narrativo - man mano è impossibile non farsi conquistare dalla bravura degli attori, dalle invenzioni registische, dalla sapienza nell'uso delle luci, dal tempismo perfetto delle azioni in scena. Così come man mano cresce - come nella canzone dei Rolling Stones - una simpatia per il diavolo, incarnazione di una profonda riflessione filosofica da parte di Bulgakov, quella sul rapporto tra l'uomo e il divino, ovvero tra l'uomo e la sua coscienza. In fondo il romanzo di Bulgakov è un grande omaggio alla libertà dell'uomo e alla sua capacità di autodeterminazione, radice di ogni grandezza e di ogni miseria.

E se all'inizio si teme di non reggere a uno spettacolo di 2 ore e 40 minuti, all'uscita si è carichi di un'energia luciferina e della certezza di aver assistito a un grande spettacolo teatrale.

Voto: 4/5