martedì 23 maggio 2017

Play Strindberg / di Friedrich Dürrenmatt. Teatro Eliseo, 18 maggio 2017

Come è tipico della mia "superficialità" intellettuale, vado a vedere questo spettacolo a teatro solo perché c'è Maria Paiato (del resto ormai vado a vedere qualunque cosa in cui lei reciti); per il resto non solo non so nulla, ma quando leggo qualcosa sullo spettacolo non c'è niente che risuoni con il mio bagaglio conoscitivo.

Non conosco il testo originale di August Strindberg, Danza macabra, né conosco l'adattamento di Friedrich Dürrenmatt ad esso ispirato e intitolato appunto Play Strindberg.

Quando arrivo a teatro mi trovo di fronte a una scenografia che rappresenta una stanza arredata che però è sistemata all'interno di un ring con tanto di corde e di gong.

La rappresentazione è infatti articolata in undici riprese segnate dal suono del gong e da un breve momento di riposo e di riflessione all'interno di quello che è un vero e proprio combattimento senza esclusione di colpi.

I protagonisti sono Alice (una Maria Paiato sempre strepitosa soprattutto nei ruoli fortemente cinico-ironici come questo), Edgar (Franco Castellani, che interpreta il capitano nonché marito di Alice) e Kurt (Maurizio Donadoni, cugino e amante di Alice).

Il tema è una riflessione fortemente sarcastica e amara sull'istituto del matrimonio, legame nel quale - secondo gli autori - sono inevitabili frustrazioni e recriminazioni reciproche, qui espresse in modo spietato al punto da suscitare spesso un amaro sorriso.

Alice ed Edgar trascorrono la vita ad accusarsi reciprocamente della propria infelicità e a rinfacciarsi la propria pochezza, i propri difetti e alfine la propria inutilità. L'ingresso sul ring di Kurt sembra inizialmente apportare un tocco di umana compassione a questa dinamica perversa e senza esclusione di colpi, finché lo stesso Kurt, risucchiato nella tenzone tra Alice ed Edgar, rivela il suo vero volto di lestofante e manipolatore.

Nel rileggere Strindberg Dürrenmatt porta all'attenzione del pubblico quanto la vita familiare - nella totale innaturalità che la caratterizza - possa scatenare i sentimenti più beceri e gli istinti più bassi dell'individuo, producendo sul palco un effetto tra il comico e il drammatico.

Bella la prova degli attori.

Peccato per un teatro Eliseo semivuoto e con un pubblico mediamente piuttosto molesto che non ha contribuito a un'immersione piena nello spettacolo.

Voto: 3,5/5

domenica 21 maggio 2017

Il prezzo del sogno / Margherita Giacobino

Il prezzo del sogno / Margherita Giacobino. Milano: Mondadori, 2017.

In un certo senso posso dire che questo libro mi ha salvata. In un momento di umore veramente sotto i piedi e di letture più o meno deprimenti iniziate e poi mollate lì dopo qualche decina di pagine, l'incontro con la Patricia Highsmith raccontata da Margherita Giacobino mi ha riconciliata con la lettura e mi ha offerto un'occasione di piacere vero, così poco frequente in questo periodo della mia vita.

Attenzione, quello della Giacobino non è un capolavoro, però è una bella operazione di scrittura che si muove avanti e indietro tra realtà e finzione, ossia tra il grosso lavoro d'archivio fatto dall'autrice sulle carte della grande scrittrice americana e una ricostruzione della sua vita e soprattutto del suo modo di essere che è inevitabilmente filtrato dagli occhi e dalla sensibilità della Giacobino.

Ne viene fuori una Patricia Highsmith con un rapporto mai risolto con la madre, volubile e incostante nei rapporti con le numerose donne della sua vita, alla ricerca del grande amore e nello stesso tempo incapace di crederci veramente, un po' misogina e asociale, con una punta di sadismo e tirannia che abita soprattutto sogni e pensieri e si traduce in scrittura nei suoi libri, offrendole una via di sfogo alle situazioni di rabbia e di frustrazione.

Attraverso la lettura de Il prezzo del sogno scopriamo una donna per la quale la scrittura informa la vita e che sarebbe disponibile a rinunciare a tutto fuorché al sogno di scrivere. Ma che non per questo si è sottratta alla possibilità di vivere la vita nella sua pienezza e l'ha vissuta senza mai cedere a compromessi rispetto alla propria identità, senza mai accettare di sottomettersi alle convenzioni sociali.

In un'epoca in cui il suo essere omosessuale avrebbe condizionato la sua possibilità di essere una scrittrice a tutto tondo ha scelto di mantenere apparentemente separate la scrittura e la vita, la sua immagine pubblica e quella privata, senza però rinnegare se stessa e in qualche modo trasfigurando se stessa e il suo mondo nei suoi romanzi.

Il libro della Giacobino è un racconto biografico appassionante, a tratti doloroso, a tratti divertente, in cui si alternano una narrazione in terza persona e le lettere della stessa Highsmith, non vere, ma verosimili come dice l'autrice. Al proseguire delle pagine, la Highsmith ci appare un personaggio al cui fascino non possiamo sfuggire come molte delle persone che ha incontrato nella sua vita, ma anche dispotica e burbera, non certo simpatica in alcune manifestazioni, ma profondamente umana nel mix di forza e di debolezza che la caratterizza.

E nella scoperta di lei scopriamo anche un contesto sociale, un pezzo di mondo, una cultura che - pur se solo tratteggiati - ci appaiono vividi e riconoscibili, per quanto lontani dalla nostra contemporaneità.

Voto: 3,5/5

venerdì 19 maggio 2017

Song to song

Un film che è un tripudio di bellezza che quasi si fa fatica a descriverla.

Bellezza dei paesaggi naturali e urbani, fotografati in modo impeccabile e poetico da Emmanuel Lubezki. Bellezza degli ambienti e degli oggetti: case meravigliose da rivista patinata, abiti di alta moda, jet privati e macchine di lusso. Bellezza degli attori, innanzitutto i protagonisti, il quartetto d'assi formato da Michael Fassbender, Ryan Gosling, Rooney Mara e Natalie Portman, nonché i comprimari tra cui Cate Blanchett e Berenice Marlohe. Bellezza dei camei di Patti Smith soprattutto (che ha anche un ruolo chiave nella trama) e di Iggy Pop. Bellezza della colonna sonora, scelta con un attenzione al dettaglio quasi maniacale e totalmente integrata nel film. Bellezza dei luoghi e delle ambientazioni, dagli Stati Uniti urbani e rurali al Messico. Bellezza delle inquadrature in cui il grandangolo la fa da padrone anche quando la telecamera sta vicinissima al soggetto umano. Bellezza delle interazioni, delle parole e dei pensieri che si mescolano in un montaggio discontinuo che illumina i protagonisti in sequenze da pochi minuti non necessariamente ordinate cronologicamente, ubriacando e disorientando lo spettatore.

Eppure, dopo tutta questa bellezza da rimanere a bocca aperta, non posso dire che il film mi sia piaciuto.

Malick usa questa ubriacatura di bellezza per raccontare il vuoto morale dello showbiz che ruota intorno al mondo della musica, del quale il manovratore nel film è Cook (Michael Fassbender), un impresario senza scrupoli e manipolatore, totalmente immerso nel mondo delle apparenze e alla ricerca di esperienze sempre nuove che spesso comportano la distruzione della vita di altri. Intorno a lui ruotano Faye (Rooney Mara), entrata in questo mondo da piccola al seguito di Cook e sedotta dalle possibilità e dall'esperienzialità senza fine che lo caratterizzano, BV (Ryan Gosling), un aspirante musicista di buoni principi che si innamora di Faye, Rhonda (Natalie Portman), una cameriera che Cook sposa portandola poi all'autodistruzione.

La bellezza e la ricchezza seducono tutti intrappolandoli in vite ed esperienze superficiali e alla fine poco soddisfacenti, ma l'amore di BV per Faye aprirà la strada per un ritorno a sentimenti più sinceri e a una vita più semplice ma non meno piena di bellezza.

Se questo è il senso del film - ma può essere che io non abbia capito qualcosa essendo una persona intellettualmente semplice - a me sembra un po' pochino per giustificare una confezione così pretenziosamente intellettualistica che sfocia in un manierismo che - ripeto - è visivamente e cinematograficamente più che godibile, ma sinceramente non molto più di questo.

A me alla fine Song to song fa l'effetto "film americano di regista americano intellettuale e un po' moralista" in cui - come in The tree of life - a partire da suggestioni autobiografiche (Malick ha anche fatto l'operaio presso i pozzi di petrolio!) - si propongono riflessioni filosofiche sul senso della vita, sulla ricerca della felicità, sulle contraddizioni dei nostri bisogni.

Io però di fronte questo mix tra un documentario del National Geographic, un reportage di viaggio da rivista patinata e un allegato video a un numero di Vogue America faccio fatica a empatizzare; sicuramente non sono all'altezza di comprendere intellettualmente i riferimenti intellettuali ma mi aspetto che un film come questo - toccando corde emotive oltre che intellettuali - dica qualcosa di importante a tutti. E con me non l'ha fatto.

Voto: 3/5

mercoledì 17 maggio 2017

Washington Square. Teatro La comunità, 7 maggio 2017

Per questa soleggiata domenica di maggio accetto la proposta di F. di andare a vedere uno spettacolo teatrale tratto dal romanzo di Henry James, Washington Square, in un piccolissimo teatro di Trastevere, il teatro La comunità.

Prima di andare a vedere lo spettacolo, un po' per scelta un po' per necessità non sono riuscita a prepararmi per nulla. So solo che sarà recitato in inglese da attori italiani, ma non so nemmeno - se non per sommissimi capi - di cosa parla la storia.

Il teatro è poco più di un seminterrato, con le file di sedie attaccatissime, che quasi le gambe non ci stanno. Il palco però è molto grande e quando si apre il sipario entriamo nella casa di Washington Square.

La lettura del romanzo di James da parte del regista Giancarlo Sepe è fatta attraverso brevi scene (con una sceneggiatura essenziale) di cui - prese singolarmente - non è chiarissimo il significato, ma che nella composizione finale trasmettono il senso e gli elementi essenziali della storia, anche grazie alla costruzione complessiva che molto punta sulle musiche, sull'uso delle luci, sulla scenografia e sulle coreografie animate dai singoli e dall'intero gruppo di attori.

Al centro della storia Catherine Sloper, una donna minuta e ingenua che si innamora di Morris, interessato più ai suoi soldi che a lei, e che deve per questo affrontare la contrarietà del padre. Intorno ai personaggi principali si muovono i fantasmi della madre di lei e del fratello, le zie, una parente di Morris e un nuovo pretendente.

Sullo sfondo la storia americana e soprattutto l'ideologia di un paese fondato sul mito di un popolo che ha conquistato una terra e l'ha resa grande, anche se sulla base della violenza e del denaro, e - come in questo caso - della negazione del riscatto dei soggetti più deboli, soprattutto quelli femminili.

Il risultato è visivamente molto bello e godibile. Gli attori sono bravi nel tenere in equilibrio le varie componenti dello spettacolo.

Un piccolo lavoro che mi ha colpito per la trasformazione della narrazione da parole in suoni, luce e movimento.

Voto: 3,5/5