lunedì 10 dicembre 2018

Un cuore di vetro in inverno / di e con Filippo Timi. Teatro Ambra Jovinelli, 1 dicembre 2018

Dalla tenda che chiude il palco si affaccia una donna in abito da sposa; ah no, non è una donna, è lo stesso Timi, che si guarda intorno e poi scompare. Dopo poco, ricompare – sempre in abito da sposa – portando con sé una sedia e una chitarra, e comincia a suonare una canzone d’amore un po’ strampalata. Poi di nuovo scompare dietro la tenda.

Quando la tenda si apre, sulla scena, a sinistra la silhouette di cartone di una nuvola, a destra una casa sul cui ingresso campeggia la parola BAR fatta di lettere luminose. Lo spettacolo inizia raccontando dell’impresa che ha spinto l’uomo a esplorare la luna e poi a raggiungerla, il sogno tutto umano di superare i propri limiti, di sfidare continuamente sé stesso per raggiungere sempre nuovi obiettivi.

Poi sul palco c’è lui: Filippo Timi, scanzonato e picaresco, che parla con un curioso accento umbro, circondato da personaggi altrettanto buffi e stralunati: un menestrello triste che porta palloncini (Andrea Soffiantini), uno scudiero napoletano, ingenuo e malfidato (Michele Capuano), una prostituta sguaiata che parla con accento romagnolo (Elena Lietti), infine un angelo che vive su un trabiccolo che porta in giro una luna illuminata e che assomiglia e si atteggia un po’ come Marilyn Monroe (Marina Rocco).

In questo universo improbabile, il nostro antieroe si trova a un bivio della sua esistenza, quei momenti della vita in cui si fa un bilancio e ci si ritrova insicuri e in crisi, terrorizzati dal futuro, assaliti dai dubbi, paralizzati dalla paura. Che fare? Tocca partire per affrontare i propri mostri e sconfiggerli.

Ma quello di Timi è un viaggio donchisciottesco venato di follia e di nonsense, in cui ciascuno dei personaggi in scena incarna una sfaccettatura di un io multidimensionale, in cui convivono tante componenti, quella intellettuale, quella carnale, quella triviale, quella infantile, quella ridicola, quella seria, quella depressa, quella stupidamente allegra.

Ne viene fuori una narrazione che molte parentele ha col teatro dell’assurdo, sia per la totale destrutturazione della coerenza narrativa e spazio-temporale, sia per il modo in cui, in diversi momenti dello spettacolo, viene infranta la barriera invisibile tra gli attori e il pubblico, e quest’ultimo viene coinvolto e chiamato a partecipare ai pensieri del protagonista dello spettacolo, e persino alle difficoltà di chi sta dietro il personaggio, lo stesso Timi. Non è chiaro se, durante il momento di lungo silenzio in cui Timi dice di non ricordare la battuta, tutto ciò faccia parte dello spettacolo in una sofisticata operazione di destabilizzazione dello spettatore, ovvero stia accadendo nella realtà giustificando l’imbarazzo che si coglie nell’aria.

Lo spettacolo di Timi sembra fatto apposta per togliere all’uditorio qualunque certezza e aspettativa, costringendolo a lasciarsi andare a un nonsense in cui tutto si mescola: Lucio Battisti e Gigi D’Alessio, le barzellette e la poesia, i riferimenti colti e quelli popolari.

Lo spettacolo sembra dirci che, mentre noi tutti ci prendiamo sul serio in questi nostri percorsi di autoanalisi, la verità è che quello che possiamo fare è solo ridere di noi stessi, perché forse è la stessa vita umana a essere un pazzesco scherzo del destino, di cui accanto al lato profondo e tragico dovremmo cogliere anche quello ridicolo e leggero.

Non posso dire che lo spettacolo di Timi lì per lì abbia risuonato con il mio modo di essere. Sono uscita alquanto perplessa e ho cercato nelle ore successive di razionalizzare il senso di quello che ho visto, senza riuscirci mai del tutto.

Però in qualche modo qualcosa mi è rimasto dentro e ha agito su un piano che non è razionale e non è neanche emotivo, ma che ha lasciato qualche sedimento indecifrabile in angoli sconosciuti del mio cervello.

Voto: 3/5

giovedì 6 dicembre 2018

Le brio – Quasi nemici

Avevo puntato questo film di Yvan Attal già da diverse settimane, senza riuscire a vederlo. Poi mi accorgo che è presente nel programma dei film in lingua originale dell’Institut Français Centre Saint Louis e finalmente ci vado. Tra l’altro, in un film come questo - tutto incentrato sulla parola e su come la diversa provenienza etnica, culturale e sociale incida profondamente anche sul suo utilizzo -, la visione in lingua originale non è solo un vezzo snobistico – come a volte potrebbe sembrare – bensì una condizione essenziale per comprenderne il senso (mi taccio del ruffianissimo e inappropriato titolo in italiano).

L’impianto del film è piuttosto classico. Al centro ci sono due personaggi: la giovane matricola di origine algerina della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Paris 2, Neila Salah (Camélia Jordana), e il professor Pierre Mazard (Daniel Auteuil), un provocatore indomito e cinico. I due si incontrano a una prima lezione di retorica in un’aula gremita di studenti e il leggero ritardo di Neila produce la reazione del professore che la attacca e la mette alla berlina di fronte a tutti gli altri studenti. Apparentemente si tratta di un attacco razzista che rapidamente finisce su YouTube e porta il professor Mazard di fronte al Consiglio di disciplina. Per potersi riscattare, prima che il Consiglio emani il suo verdetto, il preside della scuola spinge Mazard a preparare la giovane allieva per il concorso di retorica che ogni anno mette in competizione le università francesi e che la Paris 2 non vince da tempo.

Inizia così un rapporto difficile, e quasi contronatura, in cui sia Neila che il professore sono piuttosto reticenti. Ma nella migliore tradizione pigmalionesca, l’irritante professor Mazard riesce – attraverso una vera e propria pratica maieutica - a trasmettere a Neila la passione per la parola e il contenzioso verbale, trasformando una ragazza emotiva e con le insicurezze tipiche della giovane età in una donna capace di sfidare sé stessa e il mondo, per andare incontro al proprio destino.

Il fatto è che dietro questo rapporto alligna una bugia, ossia il motivo per cui il professor Mazard si è offerto di preparare una ragazza della banlieu per un concorso così importante, e prima o poi professore e allieva dovranno fare i conti con questa bugia e darle un posto e un significato nel loro rapporto.

L’arringa finale di Neila di fronte al Consiglio di disciplina che dovrà giudicare il professor Mazard è una dimostrazione piena non solo del fatto che l'operazione maieutica ha funzionato ma anche del fatto che il rapporto tra queste due persone è passato alla fase adulta; e la scena commuove quasi quanto quella degli studenti che salgono sui tavoli nell’Attimo fuggente.

Nel film di Attal però non c’è solo l’ennesima variante del rapporto tra insegnante e allievo, un topos classico della cinematografia (e non solo) mondiale; c’è anche una riflessione divertita (è pur sempre una commedia), ma profonda sul potere della parola. Non a caso il film comincia - sui titoli di testa - con dei brevi estratti da interviste a grandi intellettuali francesi che della parola hanno fatto un loro segno distintivo (Jacques Brel, Claude Lévi-Strauss, Serge Gainsbourg, Romain Gary) e prosegue andando a sviscerare cosa possono fare le parole e cosa si nasconde dietro di esse.

La tirata provocatoria del professor Mazard a partire dalla lettura de Les fleurs du mal di Baudelaire sulla parola “indignarsi”, ormai un passepartout utilizzato per esprimersi contro qualunque cosa, dal riscaldamento globale all’uso dei leggings, è in qualche modo un richiamo a recuperare e riflettere sul peso delle parole, a non utilizzarle in modo leggero e superficiale, come accade in quest’epoca di esternazioni collettive senza soluzione di continuità.

Il professor Mazard – che è un essere a suo modo abietto, cinico e insopportabile, e forse anche disadattato rispetto al tempo nel quale si trova a vivere – gioca con le parole, le usa come strumento di potere, ma ne conosce anche i significati nascosti, e ne governa il sottotesto. Cosicché la scena di Neila e del professor Mazard che camminano per strada insultandosi reciprocamente è una bellissima metafora del fatto che le parole sono uno strumento di comunicazione complesso le cui sfumature e i cui significati sono infiniti, soprattutto se utilizzate tra persone che hanno sviluppato un’intimità e una conoscenza profonda.

Più o meno tra le righe c’è anche in questo film una storia di riscatto sociale e una riflessione sulla contrapposizione tra città e banlieu e sul fatto che la cultura resta lo strumento più potente di superamento dei confini, strumento che però va utilizzato con consapevolezza per evitare nuove contrapposizioni.

Voto: 3,5/5


mercoledì 5 dicembre 2018

Il giorno del mio compleanno (So here we are). Piccolo Eliseo, 27 novembre 2018

Pic, Puh, Noce, Dani, Frankie e Cri hanno 25 anni. Si conoscono da una vita, essendo nati e cresciuti tutti nello stesso posto. I cinque ragazzi vanno regolarmente a giocare a calcetto insieme, Frankie e Cri stanno insieme da sempre e tutti si aspettano che si sposino da un momento all'altro.

Noi però incontriamo questo gruppo di ragazzi in un momento di svolta delle loro vite: sono appena stati al funerale di Frankie.

I quattro ragazzi chiacchierano, affrontando ed esorcizzando ognuno a suo modo il dolore della perdita: Pic è l'ignorante e il buffone del gruppo, quello che ha sempre una battuta per tutto e parla in continuazione dei suoi bisogni fisici; Noce è il ciccione infantile; Puh fa un po' il saggio e l'adulto della situazione, quello che deve riprendere gli altri per i loro comportamenti; Dani, quello con il lavoro in banca, piange in silenzio. I quattro stanno aspettando l'arrivo di Cri per una cerimonia simbolica di saluto a Frankie e nel frattempo rievocano il passato, si fanno domande, ma soprattutto parlano d'altro pur di non affrontare la verità.

Non sappiamo - e non sapremo durante tutta la narrazione - com'è morto Frankie (un incidente? O un suicidio?), ma ci verrà raccontato cosa è accaduto nell'ultima giornata della sua vita che è poi anche il giorno del suo compleanno, dal mattino presto quando Cri lo sveglia per fargli gli auguri alla notte in cui, dopo aver incontrato Dani, andrà incontro alla morte.

Man mano che - in questa seconda parte dello spettacolo - vanno avanti gli incontri uno a uno tra i personaggi, diventa evidente che in questo gruppo affiatato esistono numerosi malesseri e frustrazioni, e Frankie in particolare si sente in qualche modo ingabbiato in una vita che non è la sua e rispetto alla quale non vede una via d'uscita, né trova alcuna sponda né nella fidanzata né negli amici.

Il testo di Luke Norris parla di una situazione universale e in cui tutti possono a loro modo riconoscersi: è la fatica, a un certo punto della vita - di solito nel passaggio definitivo all'età adulta -, di trasformare lo stare in una compagnia di amici d'infanzia in un'esperienza di autenticità e sincerità. Le amicizie di lunga data sono una straordinaria risorsa a cui attingere e un porto sicuro a cui tornare, però inevitabilmente ingabbiano e cristallizzano ciascuno nel proprio ruolo, non concepiscono né possono accettare l'evoluzione dei singoli, così come il singolo vive come un tradimento verso gli altri la necessità di un cambiamento. Si finisce così tutti per far finta di non capire, non chiedere, non parlare di quello che può essere pericoloso, nel tentativo di chiudere gli occhi di fronte al fatto che le cose possono cambiare e che questo cambiamento può sconvolgere i vecchi equilibri.

Di fronte a questo meccanismo perverso c'è chi - come Dani - fugge, scegliendo di ripartire daccapo altrove liberandosi dal peso del passato, e chi - come Frankie - sembra non trovare una via d'uscita e finisce schiacciato da questo fardello.

Gli altri vanno avanti, come possono, il più delle volte facendo finta di niente e rifiutando la verità, perché questo è oggettivamente l'unico modo per sopravvivere. Chiudere gli occhi per non vedere intorno a sé alcun cambiamento.

Lo spettacolo diretto da Silvio Peroni (su un testo tradotto e adattato da Enrico Luttmann) è ben interpretato da cinque giovani: Giovanni Arezzo, Antonio Bandiera, Laurence Mazzoni, Federico Gariglio, Grazia Capraro e Luca Terracciano. Bella anche la scenografia (ma non sedetevi in prima fila! ;-) ).

Ottimo testo, che suscita molte domande e riflessioni. Bella messa in scena, ottimamente adattata al contesto italiano.

Voto: 3,5/5

lunedì 3 dicembre 2018

Troppa grazia

Lucia (una bravissima Alba Rohrwacher) è una giovane donna con una figlia già adolescente, Rosa, avuta a 18 anni. È una geometra, ma con il lavoro si arrangia come può e a malapena riesce a portare a casa i soldi necessari per vivere e per consentire a Rosa di continuare le sue lezioni di scherma. Lucia ha appena chiuso una storia con il compagno Arturo (uno scanzonato Elio Germano), perché quest'ultimo l'ha tradita e non ha potuto fare a meno di raccontargli che anche lei lo ha tradito, ma solo per due giorni.

In questa vita faticosa e scombinata arriva come una manna dal cielo un lavoro: Lucia deve fare i rilevamenti catastali in un terreno dove stanno per costruire un edificio chiamato "L'onda" (un centro commerciale?).

In una campagna dai colori fortemente saturi e brillanti, vero e proprio paesaggio da favola dove tutto può succedere, Lucia vede una giovane donna con un velo azzurro che scambia per una profuga. Ben presto però si accorge che questa donna la vede solo lei e sarà la donna stessa a presentarsi come la madre di Dio.

Per Lucia è il panico: lei è una donna profondamente razionale e soprattutto non ha nessuna intenzione di ascoltare questa voce esterna che le impone di fare delle cose e che a volte lo fa in maniera anche violenta. Lucia scappa con la figlia a casa di un'amica, poi prova a fare finta di niente, a un certo punto crede di stare impazzendo e va da uno psichiatra. Ma dovrà infine fare i conti con questa presenza e, per farlo, dovrà confrontarsi innanzitutto con le persone che gli sono vicine, suo padre (un jazzista un tempo famoso), il suo compagno Arturo, la figlia Rosa, e poi soprattutto con sé stessa.

Il soprannaturale che invade - non richiesto e non voluto - la vita di Lucia è una chiamata all'autenticità, alla bellezza e alla responsabilità, rappresenta l'urgenza e la necessità di non perdere il contatto con sé stessi, travolti dalla fatica della vita e del quotidiano.

Lucia - come le dice lo psichiatra - è una donna che pretende molto ed è poco indulgente prima di tutto con sé stessa, e per questo non è mai all'altezza delle sue stesse aspettative. Investe tutte le sue energie nel portare avanti la quotidianità, ritenendo di non avere tempo per credere in qualcosa o per portare avanti delle battaglie che vadano al di là di sé stessa.

Gianni Zanasi continua con questo film la sua personale esplorazione di un tema che - a mio modesto parere - si ritrova trasversale in tutta la sua cinematografia (o quantomeno negli ultimi tre film): la responsabilità della sua generazione. Di fronte a questa generazione che per necessità o egoismo tende a rinchiudersi nel proprio privato, che non ha la forza o non ritiene di doversi fare carico dei problemi del mondo circostante, impegnata com'è a sopravvivere, Zanasi auspica una presa di coscienza, un riscatto, un'assunzione di responsabilità per non lasciare che il mondo scivoli indisturbato sul piano obliquo che lo porta al declino.

E per farlo abbiamo bisogno di credere, innanzitutto in noi stessi, e di non lasciarci sopraffare dalla fatica e dalla rassegnazione.

Il film di Zanasi è un caleidoscopio di colori, di dialoghi e di situazioni, e alla fine non tutto torna e non tutto produce un senso di armonia. Però tra risate, sorrisi, pensieri e riflessioni si abbraccia con Lucia la speranza della bellezza e dunque anche del futuro.

Voto: 3,5/5

venerdì 30 novembre 2018

Anna Calvi. Largo Venue, 23 novembre 2018

Avevo già avuto modo di ascoltare Anna Calvi dal vivo nell'ormai lontano 2012: allora ero arrivata al concerto senza grandi aspettative (anche perché, dopo aver ascoltato il suo primo album, ne avevo concluso che, a parte alcune canzoni, non è musica perfettamente nelle mie corde); però poi al concerto ero rimasta quasi folgorata dall'energia di questa musicista.

Questa volta - all'uscita del nuovo lavoro Hunter e all'annuncio del nuovo tour - compro subito l'album e il biglietto del concerto previsto a Roma per il 23 novembre e trascino anche un po' di amici - alcuni un po' titubanti - a fare lo stesso.

E così, dopo tanta attesa, il 23 novembre arriva e, nonostante le defezioni di alcuni dei miei compagni di avventura (peccato per loro!), eccoci puntualissime - dopo esserci rifocillate con un ottimo ramen da Waraku - all'ingresso di Largo Venue.

Il tempo di entrare e di posizionarci in un buchetto libero a sinistra del palco (per darmi la possibilità di fare qualche foto) e alle 22.30 Anna Calvi sale sul palco. La sala rapidamente si riempie in ogni centimetro e mi colpisce vedere un pubblico in cui l'età media si aggira tra i 35 e i 45 anni, a testimonianza del fatto che quella di Anna Calvi è una musica per palati non troppo giovani.

Come è nel suo stile, Anna ha un trucco piuttosto marcato, e veste di rosso e nero. Le luci sul palco sono gestite in modo tale che si alternino momenti in cui la musicista è illuminata da una luce chiara mentre il resto del palco sprofonda nell'oscurità e momenti in cui tutto si tinge di rosso.

Senza preliminari e senza chiacchiere, accompagnata dalla polistrumentista Mally Harpaz e dal batterista Alex Thomas, Anna Calvi scalda subito l'atmosfera con As a man, brano tratto dall'ultimo album, e da qui in poi inanella, senza soluzione di continuità e per circa un'ora di fila, canzoni tratte da tutti e tre i suoi lavori (con una prevalenza dell'ultimo ovviamente). Tra una canzone e l'altra soltanto qualche timido grazie e la presentazione dei suoi musicisti; ma la timidezza scompare non appena Anna inizia a cantare, guardando dritto davanti a sé, ipnotica e ipnotizzante, conturbante nel modo in cui si fa tutt'uno con la sua chitarra, quasi un'estensione del suo corpo, coccolata e maltrattata al contempo.

Le canzoni sono state riarrangiate per l'esecuzione dal vivo e in alcuni casi si fa quasi fatica a riconoscerle, ma in questa operazione Anna Calvi e i suoi musicisti trasformano il concerto in un'esperienza unica, che niente ha a che vedere con l'ascolto in cuffia e che si trasforma in puro e vibrante godimento musicale.

La potenza di Anna aumenta di canzone in canzone e la cantante sembra quasi giocare con il lato luciferino di sé e della sua musica, al punto tale che ci si aspetta da un momento all'altro di vedere saettare una coda dietro di lei e che il palco venga avvolto da infernali fiamme.

In realtà, sarà solo la sua chitarra a fare le spese dell'energia dirompente della musicista fino all'epilogo in cui la Telecaster viene prima sollevata e poi messa a terra e "soggiogata" con un piede.

Quando la Calvi e i suoi musicisti escono dal palco, è evidente che il pubblico non è ancora sazio; cosicché dopo un po' di urli e applausi, la band torna per regalarci ancora tre canzoni e concludere questo strepitoso live con la cover di Ghost Writer dei Suicide.

Anna Calvi appartiene a quella categoria di musicisti per i quali un live vale sempre la pena, qualunque cosa si pensi della sua musica, perché ti mette addosso energia pura e ti lascia un'eredità che ti porti dietro a lungo.

Per altre foto del concerto vedi qui

Voto: 4/5

mercoledì 28 novembre 2018

Paolo Pellegrin. Un'antologia - Zerocalcare. Scavare fossati nutrire coccodrilli. MAXXI, 25 novembre 2018

Dedichiamo una piovosissima domenica di novembre a visitare le mostre attualmente in corso al MAXXI, quella dedicata alle fotografie di Paolo Pellegrin e quella che racconta Zerocalcare dai suoi esordi a oggi. Entrambe le mostre sono in programmazione fino al 10 marzo 2019 e meritano certamente una visita non frettolosa.

La mostra di Pellegrin, fotografo italiano in forza a una delle più importanti agenzie fotografiche del mondo, la Magnum Photos, è allestita al terzo piano dell'edificio, e si articola sostanzialmente in tre parti: un'area più ampia immersa nell'oscurità e che propone foto in cui prevalgono i neri, una saletta piccola completamente bianca e piena di luce in cui trovano spazio alcune foto in cui i bianchi e la luce la fanno da padroni, infine un corridoio di collegamento tra le due sezioni in cui una grande parete è tappezzata di ritagli di giornale, foto, quaderni di schizzi e appunti, lettere e materiali di lavoro, tutte cose che danno conto da un lato dello scrupoloso e complesso metodo di lavoro del fotografo, dall'altro dell'ampiezza e dell'importanza della sua produzione fotografica.

L'allestimento delle foto nelle diverse sezioni è molto curato e variegato, e ogni scelta sembra fatta per valorizzare al meglio lo spirito delle foto. All'ingresso si trova una grande parete su cui sono stampate in sequenza due grandi foto fatte nella zona di Mosul; su queste stampe a parete ci sono da una parte foto di vario formato, che parlano della guerra nelle sue diverse sfaccettature; sull'altra c'è un piccolo schermo con un video girato nello stesso luogo della fotografia di sfondo. Seguono gruppi di fotografie che antologicamente ci propongono delle selezioni di foto che raccontano vicende che, in alcuni momenti della storia recente, hanno caratterizzato determinati luoghi del mondo (Palestina, Rochester, Kos, Libano ecc.). Alcune fotografie, nello specifico i ritratti fatti in Giappone, sono stampati su grandi teli di stoffa che scendono dal soffitto; altre fotografie sono invece stampate in formato più piccolo e organizzate in gruppi, a rappresentare un unico messaggio espresso con molteplici facce.

Nel percorso si apprezza la maturità di questo fotografo, la cui capacità di raccontare i luoghi e di farlo in modo totalmente personale ed emotivamente forte ha le sue radici in una grande perizia tecnica, una straordinaria chiarezza mentale e un rigoroso metodo di lavoro. Come dice la presentazione della mostra, e come è chiaro ai suoi visitatori grazie e soprattutto alla grande parete tappezzata che illustra il fotografo a tutto tondo e non solo nel risultato finale del suo lavoro, Paolo Pellegrin non cerca la singola foto iconica - anche se alcune lo diventano suo malgrado (penso a quella scattata a Beirut o a quella di Roma) - bensì utilizza le fotografie per raccontare la sua personale visione dei mondi con cui viene a contatto. E la cosa straordinaria è che il suo linguaggio, di volta in volta scelto e calibrato a seconda dei soggetti, ci arriva e ci parla in modo forte e chiaro.

L'antologica di Paolo Pellegrin vale una visita, soprattutto per gli aspiranti fotografi e i fotografi amatoriali come me, perché permette di capire che la fotografia non è puro istinto da applicare sul campo, bensì richiede un'attenta preparazione e, in fondo, anche un lavoro di discernimento e di scavo interiore per comprendere quello che di un luogo e di una realtà vogliamo raccontare, nonché la capacità di tradurre tutto questo in un linguaggio fotografico coerente e significativo.

La seconda parte del pomeriggio la dedichiamo alla mostra di Zerocalcare, Scavare fossati nutrire coccodrilli, che è ospitata nello spazio Extra del MAXXI, fuori dall'edificio principale, e che è quella maggiormente presa d'assalto, vista la popolarità del fumettista e anche la novità di una mostra a lui dedicata.

Sebbene di un genere completamente diverso, anche la mostra di Zerocalcare si segnala per la qualità dell'allestimento e dell'organizzazione: lungo le scale, mentre ci si avvicina all'ingresso vero e proprio, si possono leggere le tappe del percorso di Zero dai suoi esordi negli ambienti punk e underground romani fino al sorprendente successo di vendite e di pubblico fino ad arrivare ai progetti presenti e futuri, il tutto raccontato con la consueta ironia e autoironica mista a serietà e rigore che caratterizzano il fumettista romano.

Lo spazio espositivo vero e proprio è ricchissimo: c'è la possibilità di vedere e ascoltare le interviste a Michele Rech e ad alcune persone (Ascanio Celestini, Marco Damilano ecc.) che hanno voluto commentare questa mostra, nonché di guardare le tavole stampate su forex e raccolte dentro scatole di legno, vedere un piccolo video realizzato da Zerocalcare, scorrere su uno schermo una selezione dei disegnetti da lui fatti durante le presentazioni dei libri, e poi attraversare la sua produzione.

Un'intera parete raccoglie i manifesti da lui disegnati per gli eventi più vari e le cause che ha voluto sostenere, un'altra è dedicata a locandine, copertine di dischi e tutte le cose non mainstream e frutto di iniziative collettive in cui Zero è stato coinvolto. Le tavole originali delle strisce sono organizzate in quattro spazi, che hanno i seguenti titoli: Pop raccoglie le strisce più famose, tratte soprattutto dal blog, quelle che gli hanno dato la notorietà, Tribù racconta il mondo dal quale Zero proviene e a cui sente di appartenere, Non-Reportage si riferisce ai lavori in cui Zero racconta con i disegni dei luoghi e delle vicende reali, sebbene sempre con il suo stile inconfondibile, infine Lotte e Resistenze è un po' la sezione che spiega tutto il resto e soprattutto dice qual è l'anima del lavoro di Zerocalcare.

Si potrebbero passare le ore a leggere le tavole e le strisce, nonché i commenti scritti da Zero apposta per la mostra. Alcune storie sono famose e sicuramente ciascun visitatore ne troverà qualcuna che ha già letto e che conosce, ma la quantità di materiali da guardare e leggere resta ampia e significativa soprattutto nell'ottica di inquadrare il fenomeno Zerocalcare e capirne la sua natura, che pur essendo diventata mainstream, è invece profondamente antisistema. In un certo senso, trovo coraggioso che Zerocalcare, come dice anche nell'intervista, utilizzi questa mostra per raccontarsi senza infingimenti e per far vedere anche al grande pubblico che gli si è accostato in tempi recenti qual è la sua storia e la sua identità, cose a cui Zero resta fedele e con cui si mantiene profondamente coerente.

Da vedere entrambe.

Voto: 4/5

lunedì 26 novembre 2018

Toute première fois

Una programmazione da tenere d'occhio sulla piazza cinematografica romana è quella dell'Institut Français Centre Saint Louis, che nel suo auditorium propone una selezione di film francesi in lingua originale sottotitolati in italiano. Si tratta in parte di film che finiscono doppiati nel circuito cinematografico normale (ma che può valer la pena di vedere in lingua originale e a minor prezzo qui), in parte di film che non vedranno mai la luce nei nostri cinema, per i quali dunque questa rappresenta l'unica (o quasi) occasione di vederli sul grande schermo.

Il film visto l'altra sera appartiene alla seconda categoria.

Toute première fois (La prima volta) è una commedia molto divertente che affronta il tema dell'omosessualità in una prospettiva rovesciata che non solo si presta a una trattazione ironica, ma che permette di riflettere su molte cose: innanzitutto su quanta strada si è fatta su questo fronte, in secondo luogo sul fatto che non bisogna mai abbassare la guardia, perché un'integrazione che passa per una categorizzazione e una normalizzazione può essere altrettanto vincolante e opprimente.

Il film racconta - con tono leggero e divertito - la storia di Jeremie (Pio Marmaï), un ragazzo di 34 anni che convive con il suo compagno. La sua omosessualità è aperta e accettata da tutti; addirittura i suoi genitori hanno una spiccata preferenza per lui e il suo compagno che per la figlia sposata con un uomo e in attesa di un figlio, cui viene continuamente rinfacciato di essere troppo borghese. Jeremie, ormai alle soglie del matrimonio, si sveglia una mattina nel letto di una donna, una ragazza svedese incontrata a una festa. Questo episodio è destinato a sconvolgergli la vita, perché a poco a poco Jeremie si accorge - contro ogni previsione e in modo del tutto sorprendente per sé stesso e per i suoi amici, tra cui Charles, un adorabile playboy impenitente - di essersi innamorato di Adna (Adrianna Gradziel) e di voler imprimere una svolta alla sua vita. Prima però finirà sommerso da un castello di carta di bugie che gli allontaneranno sia il compagno Antoine che la stessa Adna. Jeremie dovrà trovare il coraggio di fare quello che il cognato definisce un coming out al contrario per essere fedele a quello che sente.

Il film dei registi Maxime Govare e Noémie Saglio è un concentrato di gag e di humour che però - a differenza di tante commedie di casa nostra - non sono mai triviali e fini a sé stessi, ma al servizio di un modo diverso di riflettere sulle contraddizioni della società e la complessità di ciascuno di noi.

La cinematografia è piena di storie perfettamente speculari a questa (donne o uomini etero che a un certo punto della vita si innamorano di una persona del loro stesso sesso e decidono di sfidare le convenzioni per inseguire la propria felicità). Toute première fois ci dice che la realtà è sempre più complessa e meno tranquillizzante di quello che immaginiamo: la nostra sessualità non è un'etichetta con cui siamo marcati a sangue, né una gabbia in cui essere rinchiusi.

Alla fine la grande conquista di una società dovrebbe essere che ciascuno possa amare chi vuole ed essere sempre libero di cambiare idea se questo lo rende più felice o lo fa sentire più a suo agio con sé stesso.

Voto: 3,5/5

sabato 24 novembre 2018

Pollock e la scuola di New York. Complesso del Vittoriano, 18 novembre 2018

E si va pure a vedere questa mostra in programma al Vittoriano fino al 24 febbraio 2019. Prenotiamo la visita guidata con l'associazione Roma Illustrata che ci consente innanzitutto di saltare una fila bella lunga nonché di apprezzare un'esposizione non certo di facile visione e lettura.

Come spesso accade per le mostre del Vittoriano (e non solo), il titolo va guardato con attenzione perché Pollock c'è ma solo come esponente di spicco della scuola di New York, quel gruppo di artisti che verranno anche identificati come "Gli irascibili", appellativo che trova una spiegazione alla fine del percorso espositivo.

La nostra guida si sofferma a lungo sulla prima parte del percorso, quella dedicata appunto a Jackson Pollock, per farci comprendere le specificità di questo artista che sono anche l'esito di un percorso biografico e personale molto particolare. Ci racconta inoltre l'evoluzione della tecnica di Pollock e le caratteristiche dell'action painting, di cui potremo poi ammirare in mostra le opere di alcuni dei maggiori esponenti oltre a Pollock, tra cui Willem De Kooning, Mark Rothko, William Baziotes, Robert Motherwell, Adolph Gottlieb e molti altri.

La denominazione di "espressionismo astratto" che viene normalmente utilizzato per identificare questa corrente artistica sviluppatasi negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra e animata in buona parte da americani di seconda generazione rende piuttosto bene l'idea delle caratteristiche delle opere che vedremo. Opere che sono molto diverse l'una dall'altra, ma che nello stesso tempo condividono la scelta di un allontanamento dal realismo, una tecnica pittorica nuova e la volontà di esprimere attraverso di essa il proprio inconscio.

Devo dire che se ci fossi andata senza guida - anche se magari con l'ausilio dell'audioguida - ne sarei uscita delusa o quantomeno avrei fatto fatica a comprendere il filo conduttore e il senso della mostra; con l'aiuto di una guida competente la logica sottostante alla selezione diventa più chiara, così come la possibilità di acquisire uno sguardo d'insieme, che consenta anche al profano (come sono io) di portarsi a casa una sensazione significativa e qualche conoscenza che non duri un battito di ciglia.

Voto: 3/5