giovedì 19 gennaio 2017

L’estate diabolika / scritto da Thierry Smolderen; disegnato da Alexandre Clerisse

L’estate diabolika / scritto da Thierry Smolderen; disegnato da Alexandre Clérisse. Milano: Bao Publishing, 2015.

Il fumetto scritto da Smolderen e disegnato da Clérisse costituisce un prodotto piuttosto originale nel panorama dei graphic novel. In un certo senso, L’estate diabolika è una specie di gioco narrativo che gli autori ingaggiano con i lettori. Dopo il frontespizio vero e proprio troviamo infatti un secondo frontespizio fittizio a firma di Antoine Lafarge, il protagonista del racconto, il cui retro riporta un copyright del 1987 e una nota dell’editore che avvisa il lettore del fatto che, dopo la prima edizione del racconto, l’autore ha voluto aggiungere una seconda parte in quanto ha nel frattempo acquisito informazioni che hanno permesso di spiegare gli eventi di vent’anni prima.

La prima parte della storia si svolge infatti nell’estate del 1967, l’estate durante la quale il quindicenne Antoine si trova al centro di una serie di eventi più o meno misteriosi che vedono protagonisti suo padre, l’amico Erik, mister De Noè e coloro che frequentano la sua ricca casa, la giovane Joan e molti altri.

L’estate diabolika sarà un momento determinante per la vita di Antoine, che farà la sua prima esperienza sessuale, prenderà i suoi primi acidi, vivrà la sua prima delusione amorosa, si ritroverà al centro di un vero e proprio intrigo internazionale e perderà suo padre che – dopo lo scontro con l’uomo mascherato – sparirà.

Nella seconda parte, un Antoine ormai adulto prova a ricostruire come sono andate effettivamente le cose, anche grazie a una serie di informazioni ed eventi intervenuti nel frattempo.

Quello di Smolderen e Clerisse è un vero e proprio omaggio agli anni Sessanta, e lo è sia dal punto di vista narrativo, per la storia raccontata e la presenza della figura dell’uomo mascherato (di cui si racconta la storia e il significato nelle ultime pagine dell’albo), sia dal punto di vista visivo, non solo per acconciature, abbigliamento, automobili e ambientazioni, ma anche per il tipo di disegni e l’utilizzo dei colori.

Tutta la prima parte dell’albo tratteggia un mondo fortemente psichedelico che raggiunge ovviamente il suo culmine nel momento in cui Antoine prende l’acido, cosicché il trip nel quale il lettore è stato risucchiato diventa pieno. La seconda parte assume invece colorazioni e forme più realistiche ad eccezione che nei ricordi e nelle ricostruzioni.

L’estate diabolika è un divertissement a fumetti tramite il quale il lettore può lasciarsi andare a un puro godimento senza pretese intellettuali, esattamente come quando da adolescenti si andava puntuali a comprare il fumetto preferito in edicola per trascorrere un paio d’ore in un mondo parallelo e tutto nostro.

Voto: 3,5/5

martedì 17 gennaio 2017

Qualcuno volò sul nido del cuculo /regia di Alessandro Gassman. Teatro Eliseo, 14 gennaio 2017

Devo premettere – e so di suscitare le espressioni scandalizzate di molti – che non ho visto il film di Miloš Forman interpretato da Jack Nicholson. Il che è certamente una grossa mancanza, che non mi permette di fare un confronto con una trasposizione più fedele del testo del romanzo di Ken Kesey pubblicato nel 1962, ma forse allo stesso tempo rappresenta un vantaggio perché mi permette di approcciare l’adattamento teatrale scritto da Maurizio De Giovanni e diretto da Alessandro Gassman senza preconcetti né immagini mentali già costituite.

Questa trasposizione sposta la storia del protagonista originale, Randle Patrick McMurphy, ambientata nell’ospedale psichiatrico di Salem in California, presso l’ospedale psichiatrico di Aversa nel 1982 e il nome del protagonista diventa Dario Denise (ottimamente interpretato da Daniele Russo), così come conseguentemente tutti gli altri protagonisti vengono riletti in questa ottica.

La storia è appunto quella di Dario, un piccolo delinquente che per sfuggire al carcere si finge pazzo e finisce appunto in un reparto dell’ospedale psichiatrico. Qui a poco a poco si rende conto della disumanità dell’ambiente che lo circonda, sottoposto alle rigide regole di suor Lucia (la capo infermiera interpretata da Elisabetta Valgoi) e incapace - anzi senza alcun desiderio - di comprendere realmente e di riportare alla vita le persone che qui dentro sono rinchiuse in parte volontariamente: il professore che non riesce a convivere con il suo essere gay, il ragazzo schiacciato dal ruolo della madre, il romagnolo ossessionato dal sesso, l’artista folle che disegna in aria, lo schizofrenico e Ramon, un omone sudamericano che è una presenza silenziosa sul palcoscenico, ma ai cui sogni è affidata la tristezza e l’aspirazione all’affrancamento che accomuna tutte queste persone.

In breve tempo, Dario – che è fumantino e giocatore d’azzardo e all’inizio vede nei suoi compagni una possibilità di fare soldi – si lega di amicizia vera a questa persone e inizia una personale battaglia contro la capo infermiera che lo porterà a rinunciare alla sua libertà e a mettere a rischio la sua stessa esistenza.

Il palco è allestito in modo efficace con una scenografia che si articola su due piani: quello della sala comune dell’ospedale psichiatrico con il gabbiotto del personale da una parte e il bagno dall’altra, e il secondo piano dove ci sono solo porte chiuse con ombre di persone che si agitano e si lamentano. Solo in un momento dello spettacolo i nostri protagonisti usciranno all’aperto sul tetto dell’ospedale trovandosi davanti al panorama del golfo di Napoli.

Alessandro Gassman, che è sempre più spostato sulla regia teatrale ma è certamente uomo di cinema e di televisione, anche in questo caso – come già avevo visto in 7 minuti – utilizza il telo trasparente calato davanti alla scena su cui, quando la scena è buia vengono proiettate immagini che sono sogni o distorsioni della realtà.

Il risultato è uno spettacolo molto coinvolgente in cui si ride e in alcuni momenti si piange, e ci si arrabbia e si fa il tifo esattamente come i nostri protagonisti davanti alla finale dei mondiali di calcio in cui l’Italia sconfigge la Germania.

Durante le oltre 2 ore e mezza di spettacolo non c’è un momento di stanchezza e il ritmo si mantiene alto e serrato. Cosicché quando il telo si solleva finalmente per portarci a contatto diretto con gli attori il pubblico  dell’Eliseo (non numerosissimo) dimostra di aver apprezzato molto e io pure batto le mani convintamente.

A luci spente poi mi rendo conto di aver assistito a uno spettacolo certamente intelligente e coraggioso, che porta l’attenzione su un tema ancora attuale, ossia la condizione di difficoltà pratica e psicologica dei malati di mente e la difficoltà sociale di affrontare queste situazioni, ma all’interno di un testo che mostra i suoi anni, in particolare nel manicheismo con cui i buoni, su tutti Dario, si contrappongono ai cattivi, la capo infermiera, senza che nessuna sfumatura intervenga a stimolare una lettura più complessa e a comprendere il groviglio psicologico che si crea in questo tipo di contesti.

Ma, del resto, capisco che questo è un testo di denuncia e mantiene questa caratteristica anche nella trasposizione di De Giovanni e Gassman e, in un’opera di denuncia, il messaggio deve essere forte e chiaro e non c’è spazio per sfumature che producano scappatoie.

Dunque, un plauso a regista e adattatore che hanno avuto il coraggio di confrontarsi con un testo cult senza timori reverenziali e conferendo alla rappresentazione una identità al contempo rispettosa dell’originale ma anche assolutamente personale.

Voto: 3/5

giovedì 12 gennaio 2017

La fine dell’estate / Giulio Macaione

La fine dell’estate / Giulio Macaione. [Autoprodotto], 2016.

Dopo aver letto Basilicò di Giulio Macaione sono andata a spulciare nel blog del fumettista e un po’ su Internet in generale per conoscere un po’ meglio questo artista e magari provare a leggere qualcos’altro.

Mi ha incuriosita il fatto che Giulio Macaione si è autoprodotto un fumetto che vende su Etsy e così ho deciso di sostenere questa sua interessante iniziativa e l’ho comprato. Sono stata tra le fortunate persone che hanno potuto avere la loro copia con un disegno e una dedica personalizzati, che mi sono piaciuti molto.

La fine dell’estate è un piccolo albo a colori, tutto virato sul giallo e sul blu, con dei disegni molto belli e ricchi di dettagli (come è tipico di Macaione) e che racconta una piccola storia: un weekend di fine estate in cui Carlo torna nella sua Sicilia per passare del tempo con due amici di infanzia, Elena e Matteo. Il weekend sarà l’occasione per ritrovare tutto quello che Carlo si è lasciato indietro, il mare, il vento, le piccole follie, la spensieratezza, le colonne sonore dell’adolescenza, ma anche per capire che il tempo passa per tutti e che – se l’amicizia resta – la vita va avanti e ognuno è chiamato a costruire il proprio se stesso adulto.

Carlo ha qualcuno o qualcuna che lo aspetta nel luogo dove ha scelto di vivere, Matteo si sta per sposare ma non sappiamo niente della futura moglie, Elena ha da sempre un debole per Matteo ma un segreto da nascondere. Per tutti loro questo weekend è una parentesi nel flusso degli eventi, ma la vita va avanti, non sempre esattamente nella direzione che vogliamo e non tutti i nostri sogni di adolescenti sono destinati a realizzarsi; però – pur senza voltare le spalle al passato, a quello che eravamo, ai nostri affetti, al mondo dal quale veniamo – ognuno sceglie come essere pienamente se stesso, come corrispondere il più possibile all’immagine che ha di se stesso e dove è la propria casa.

Alla fine dell’albo trovate anche la playlist che attraversa questo ultimo weekend d’estate. E Giulio Macaione si conferma autore capace di mescolare continuamente il mondo interno ed esterno ai suoi fumetti in modo intelligente e stimolante.

Un autore da seguire con attenzione.

Voto: 3,5/5

martedì 10 gennaio 2017

Letizia Battaglia. Per pura passione. – The Japanese house. Architettura e vita dal 1945 a oggi. MAXXI, 6 gennaio 2017

In una Epifania che più fredda non si può, io e C. decidiamo di uscire in motorino per andare al MAXXI a vedere due mostre. Torneremo surgelate, ma contente di aver passato qualche ora nel bellissimo museo progettato da Zaha Hadid.

La prima mostra che abbiamo puntato è quella dedicata alla fotografa Letizia Battaglia, per me praticamente sconosciuta, cosa che mi rende l’occasione particolarmente ghiotta. Letizia Battaglia è palermitana ed è arrivata al fotogiornalismo dopo i 40 anni, nel pieno della stagione della guerra di mafia in Sicilia.

Per decenni, tra gli anni Settanta e Novanta, la Battaglia è stata, con la sua macchina fotografica, una delle testimoni più presenti nella cronaca siciliana, soprattutto quella relativa agli assassini di mafia. Sua è una famosissima fotografia di Leoluca Bagarella al momento dell’arresto.

La mostra propone un primo pannello che, su una pianta della città di Palermo, localizza una serie di fotografie della Battaglia in piccolo formato (10x15), per testimoniare quanto la città è appartenuta a questa donna e quanto questa donna è appartenuta – in un rapporto di amore e odio – a questa città. Seguono un paio di sale con selezioni delle sue foto, sia quelle dei fatti di cronaca e utilizzate dai giornali, sia quelle che documentano la gente della città di Palermo, gli sconosciuti, i poveri, ma anche i nobili e gli artisti. In queste sale ci sono anche due schermi che mandano dei video con interviste alla fotografa, un’occasione sempre imperdibile che aiuta a comprendere l’umanità dell’artista al di là della macchina fotografica. Ne viene fuori l’immagine di una donna piena di energia, una combattente, che tardi ha consentito alla sua personalità di esprimersi appieno, ma quando lo ha fatto si è espansa in tante direzioni, non solo la fotografia, ma anche l’editoria e il teatro, cui sono dedicate le due sale successive della mostra.

Alla fine una grande sala propone un’installazione chiamata “Anthologia”, in cui campeggiano sospese e disposte in modo perfettamente simmetrico un centinaio di foto della Battaglia, che ne documentano tutte le anime e tutte le espressioni fotografiche. Lo spazio così allestito è bellissimo e invita a passeggiare attraverso le foto in modo sia ordinato, ma anche disordinato, per cogliere tutte le sfumature di una fotografa istintiva e difficile da racchiudere in schemi precisi.

Una mostra bellissima. Una fotografa da scoprire.

La successiva tappa – dopo una breve visita alla sezione dedicata a Carlo Scarpa e il Giappone – è la mostra dedicata alla Japanese house, che è una vera e propria immersione non solo nell’architettura residenziale di questo paese così come si è evoluta nel tempo, ma anche nella vita e nella cultura di un popolo che nel rapporto con lo spazio ha sempre definito se stesso.

La lotta perenne contro la ristrettezza degli spazi, l’evoluzione del concetto di famiglia, il rapporto con le tradizioni sono gli elementi che hanno influenzato nel tempo il modo in cui gli architetti, spesso in dialogo stretto con i committenti, hanno progettato le case: dalle piccolissime abitazioni di minuscoli lotti a Tokio alle ville residenziali in zone a più bassa densità abitativa. L’elemento comune resta però sempre il desiderio di realizzare, attraverso il gioco delle cubature e delle volumetrie, dei vuoti per consentire la presenza di piccoli spazi di natura e connettere le persone con il mondo esterno.

Se ne esce convinti ancora di più della particolarità e della complessità della cultura giapponese, che questa mostra contribuisce in parte a portare in luce, ma che – credo – sia davvero difficile da comprendere a fondo per chi non vi appartiene.

Comunque una mostra ricchissima e bellissima che fa sognare viaggi in mondi lontani e ci fa immaginare seduti sui tatami di queste case affascinanti e misteriose al contempo.

Voto: 4/5

sabato 7 gennaio 2017

Lion – La strada verso casa

Saroo è un bambino indiano che vive in un piccolo villaggio con la madre, il fratello maggiore Guddu e la sorella minore. Sua madre fa la bracciante e raccoglie pietre in una cava, mentre Guddu fa piccoli lavoretti e piccoli furti per sostenere la famiglia. Un giorno Guddu esce per lavorare di notte e Saroo vuole andare con lui, ma arrivati a destinazione con il treno, Saroo ha sonno e il fratello gli dice di aspettarlo sulla panchina fino al suo ritorno. Ma Saroo si sveglia nel cuore della notte e, non trovando il fratello, sale su un treno e si addormenta. Quando si sveglia il treno è in viaggio per una destinazione lontanissima, a oltre 1600 chilometri da casa.

Qui inizia la sua avventura tra le folle di Calcutta, i bambini di strada, gli approfittatori, i riformatori, fino all'adozione da parte di una famiglia australiana che vive in Tasmania e che oltre a lui adotta un altro bambino indiano, molto più problematico.

Quando Saroo (Dev Patel) diventa grande e va a studiare a Melbourne, grazie alla sua fidanzata Lucy (Rooney Mara) e ad alcuni amici comincia a coltivare il sogno di ricostruire da dove arriva e ritrovare la sua famiglia d'origine. Inizierà a questo punto una nuova avventura che diventerà per Saroo una vera e propria ossessione e lo allontanerà temporaneamente da tutti gli affetti che si è costruito.

Lion ha il fascino tipico delle storie vere e che è tanto maggiore quanto più incredibile è la storia cui stiamo assistendo, come nel caso qui raccontato.

Il regista Garth Davis preme ripetutamente sul tasto emotivo, come forse era inevitabile, e dunque preparatevi a piangere a più riprese nel corso del film e a singhiozzare sui titoli di coda quando si vedono foto e video dei veri protagonisti.

Ovviamente, dal punto di vista cinematografico tutto è piuttosto scontato e prevedibile e sappiamo fin dall'inizio che stiamo assistendo a una storia a parziale lieto fine. Alcuni personaggi, che pure appartengono alla vera vicenda del protagonista, ad esempio il fratello adottivo, non vengono molto approfonditi, e altri, ad esempio la madre adottiva (interpretata da Nicole Kidman), appaiono piuttosto stucchevoli.

Comunque il risultato finale è garantito e il film – anche piuttosto lungo – si fa seguire senza sforzi.

Io sono al cinema con il mio nipote adolescente e durante la proiezione mi immagino che si stia rompendo tantissimo, o almeno così sembra. E invece all'uscita mi dice che tutto sommato gli è piaciuto, e si sofferma su alcuni dettagli narrativi che io nemmeno avevo notato!

Insomma, un perfetto film di Natale per farsi un bel pianto liberatorio in famiglia!

Voto: 3/5

giovedì 29 dicembre 2016

Ragazze di campagna / Edna O'Brien

Ragazze di campagna / Edna O'Brien; trad. di Cosetta Cavallante. Roma: Elliot, 2013.

Ragazze di campagna è un libro pubblicato in Irlanda all'inizio degli anni Sessanta da una Edna O'Brien poco più che ventenne. In realtà è il primo di una trilogia i cui successivi volumi sono La ragazza dagli occhi verdi (inizialmente tradotto con il titolo La ragazza sola) e Ragazze nella felicità coniugale.

A Elliot Edizioni va il merito di aver riportato sul mercato editoriale italiano questo vero e proprio classico che a suo tempo suscitò molto scandalo nella cattolicissima Irlanda (quell'Irlanda che in tempi relativamente recenti, con un referendum, si è espressa a favore dei matrimoni gay), in quanto dava voce al desiderio delle ragazze di sperimentare la propria libertà, anche di tipo sessuale.

Le protagoniste sono Caithleen e Baba, la prima - romantica e insicura - proviene da una famiglia modesta (con un padre alcolista e una madre dolce ma prematuramente scomparsa in un incidente), la seconda - sfrontata ed esuberante - appartiene a un contesto sociale ed economico più elevato.

Le due, che sono molto amiche sebbene in un modo molto conflittuale, soprattutto a causa dell'aggressività e della quasi cattiveria con cui Baba si rivolge a Caithleen, si trasferiranno prima insieme a un college di suore da cui si faranno presto espellere, e poi a Dublino, a pensione dalla signora Joanna.

In questi anni di passaggio dall'adolescenza all'età adulta, faranno le prime esperienze sentimentali e le loro strade inevitabilmente si divideranno. Arrivati all'ultima pagina non c'è un finale classico (anche perché - come detto - seguono altri due romanzi), ma in realtà a me il racconto è sembrato emotivamente compiuto, sebbene narrativamente restino aperti dei nodi.

La sensazione che si ha durante la lettura di questo romanzo è ambivalente e a tratti contraddittoria: da un lato è forte l'idea di stare leggendo una storia scritta più di 50 anni fa e che per certi versi ha acquisito i connotati di un vero e proprio classico, come potrebbe essere un Piccole donne, dall'altro si resta sorpresi dalla modernità e dal desiderio di libertà che queste giovanissime donne esprimono e in parte incarnano.

Ne viene fuori una verità a mio parere universale, ossia che le persone sono sempre molto più avanti della società e le società lo sono spesso rispetto alle istituzioni. E dunque anche in un mondo dai contorni certamente desueti come è quello di cui ci parla Edna O'Brien è interessante scoprire che - quando gli scrittori rappresentano senza filtri il cuore delle persone - i desideri, le aspirazioni e i bisogni sono gli stessi al di là dei luoghi e dei tempi. E in quelli sempre ci riconosciamo e ci riconosceremo attraverso la buona letteratura.

Voto: 3/5