giovedì 23 marzo 2017

Family Business / Bastien Vivès

Family Business / Bastien Vivès. Milano: Bao Publishing, 2016.

Ed eccoci alla nuova raccolta di storie brevi disegnate da Bastien Vivès sul suo blog. Questa volta il tema è la famiglia.

Come è tipico di queste raccolte, il tono e l'approccio sono sempre fortemente ironici e dissacranti, e Vivès non si smentisce neppure in questa circostanza, portando allo scoperto gli imbarazzanti retroscena dell'immagine idealizzata della famiglia "Mulino Bianco" che spesso i mezzi di comunicazione di massa vogliono trasmetterci.

Siamo dalle parti della serie del Diario del cattivo papà di Guy Delisle, anche se nel caso di Vivès il sarcasmo è molto più feroce e il giovane fumettista francese calca la mano sulla scabrosità del privato che sta dentro una famiglia.

Come spesso mi accade con queste raccolte di Vivès, alcune storie mi risultano divertentissime, altre mi colpiscono per la ferocia dell'ironia che contengono, altre ancora le trovo totalmente indifferenti, e in alcuni casi non riesco proprio a capire che cosa ci voleva dire l'autore.

Alla fine però considero queste letture non solo un gradevole passatempo da divorare in un'oretta di tempo libero o comunque quando ci si vuole davvero distrarre, ma anche un'occasione per leggere in modo più completo la poliedricità di Vivès e le sue mille sfaccettature, che si manifestano in filoni molto diversi tra di loro (da quello più poetico e intimista, a quello avventuroso, a quello ironico ecc.).

Difficile inquadrare sotto un'etichetta Bastien Vivès, se non per dire che - qualunque cosa faccia - questo ragazzo dimostra di essere tutto fuorché superficiale.

Voto: 3,5/5

lunedì 20 marzo 2017

Il diritto di contare

Siamo all'inizio degli Sessanta in un'America in cui vige ancora la segregazione razziale.

Kennedy è diventato da poco presidente degli Stati Uniti. La sfida tra America e Russia per la corsa allo spazio è aperta e il nuovo presidente punta molto su questo settore per dimostrare la potenza americana.

Il diritto di contare (Hidden figures secondo il titolo originale) è la storia vera di tre donne afroamericane, Katherine Johnson (Taraji P. Henson), Dorothy Vaughan (Octavia Spencer) e Mary Jackson (Janelle Monáe), che lavorano tutte alla NASA.

La prima è una matematica, la seconda la responsabile di un gruppo di calcolo con un talento per l'informatica, la terza un'aspirante ingegnere aerospaziale. Nonostante la segregazione razziale e il fatto di essere donne, tutt'e tre saranno determinanti per il successo del programma spaziale americano.

Katherine Johnson in particolare, certamente una mente matematica superiore, è stata insignita in tempi recenti della Medal of Freedom da Barack Obama e a lei è stato intitolato un importante centro di ricerca della NASA.

La cosa più incredibile del film di Theodore Melfi - tratto dal libro Hidden figures: The story of the African-American women who helped win the space race di Margot Lee Shetterly - è che si tratta di una storia vera, per quanto adattata alle necessità della narrazione cinematografica, e questo conferisce al film una forza e un impatto sullo spettatore che in caso contrario non avrebbe certamente avuto.

Il diritto di contare è l'ennesima variante di quel genere di film in cui il vero protagonista è il sogno americano, ossia la convinzione tutta americana che chiunque, anche in condizioni di pesante svantaggio sociale e personale, come nel caso delle tre protagoniste del film, purché dotato di determinazione e talento, possa realizzare i propri obiettivi all'interno di una società che alla fine - nonostante tutto - premia sempre il merito.

La storia è molto bella e motivante, come solo Hollywood è in grado di fare, il cast degli attori è molto azzeccato e le tre protagoniste sono davvero trascinanti, e alla fine la lacrimuccia non può che scappare, perché - diciamocelo - abbiamo bisogno di storie edificanti e piene di speranza come questa e gli americani sono dei maestri nel fare questo tipo di film, così interni al loro approccio culturale.

Però è inevitabile che, una volta riemersi dal turbine emotivo che la visione può ingenerare, ci si renda conto del processo di semplificazione da un lato e di mitizzazione della realtà dall'altro che il film mette in atto, mostrandoci un mondo in cui il buonismo (di fidanzati, mariti, figli e capi) è a volte un po' stucchevole, per quanto funzionale al discorso civile del regista. E alla mia sensibilità cinematografica molto ipercriticamente europea questa cosa finisce per sembrare un grosso limite.

Voto: 3/5

mercoledì 15 marzo 2017

Morte dei Marmi / Fabio Genovesi

Morte dei Marmi / Fabio Genovesi. Roma-Bari: Laterza, 2012.

Avevo già letto due libri di Genovesi, Chi manda le onde e Esche vive, che mi erano piaciuti entrambi moltissimo e che in momenti magari un po' faticosi o emotivamente pesanti della vita mi avevano rinfrancata, fatto fare qualche bella risata e anche allargato il cuore.

E così anche questa volta mi sono aggrappata a un suo libro, dopo le ultime faticose letture.

Morte dei Marmi, che non è propriamente un romanzo, bensì una specie di racconto semidocumentaristico e semiautobiografico di un luogo, una sorta di affresco personale di una cittadina e dei suoi abitanti, conferma le qualità di Genovesi come narratore, anzi meglio ancora affabulatore e raccontatore di storie.

La sua ironia e autoironia sono sempre apprezzabili e divertenti, e raccontano la realtà meglio di qualunque studio storico e/o sociologico.

Ovviamente, avendo io conosciuto Genovesi a partire dai libri più maturi e articolati (a dire la verità ho cominciato dall'ultimo e sto facendo il percorso a ritroso) questo libro mi è sembrato più sempliciotto e forse ho anche avuto qualche sensazione di deja vu, perché - quando ero andata a Padova alla presentazione del suo libro nell'ambito della Fiera delle parole - nella conversazione con la presentatrice e il pubblico lo scrittore aveva raccontato molte delle storie che sono presenti in questo volumetto.

Nonostante questo, leggere questo libro mi ha ancora una volta riconciliato con la lettura, risollevato da alcune pesantezze e ridato l'energia e la spinta per buttarmi in letture più impegnative.

Una vera pausa rigenerante. E di questo non posso che essere grata a Genovesi.

Voto: 3/5

lunedì 13 marzo 2017

L'ora di ricevimento (banlieu) / di Stefano Massini. Teatro Eliseo, 9 marzo 2017

Un testo di Stefano Massini (di cui avevo già visto a teatro 7 minuti) e l'interpretazione di Fabrizio Bentivoglio mi sono sembrati due motivi più che sufficienti per andare all'Eliseo a vedere L'ora di ricevimento (banlieu).

Siamo in una imprecisata banlieu francese, nella stanza ricevimenti di una scuola. La storia si svolge nel corso di un intero anno scolastico, scandito dal trascorrere delle stagioni testimoniate dall'albero visibile dietro la finestra, e vede protagonista un insegnante di francese, il professor Philippe Ardeche (interpretato appunto da Fabrizio Bentivoglio) nei suoi rapporti con allievi e genitori delle più diverse provenienze etniche, culturali e religiose.

Dopo il bel monologo di apertura in cui Philippe ci racconta la sua classe e ci spiega il perché di soprannomi che si ripetono anno dopo anno, assistiamo agli incontri - singoli o collettivi - con i genitori degli alunni che hanno per oggetto episodi specifici avvenuti in classe, la gita scolastica, i compiti assegnati, in un tentativo sempre più faticoso di far dialogare e mantenere in equilibrio mondi diversi.

I ragazzi sono assenti e vengono rievocati solo attraverso le parole del professore e quelle dei loro genitori, entrambi portatori di una propria visione del mondo e impegnati a comprendere - non sappiamo quanto efficacemente - questi ragazzi.

Il testo di Massini vede dunque alternarsi registri molto diversi che vanno dal drammatico al comico (come nella scena del supplente di matematica spernacchiato), e oscilla tra guizzi illuminanti e luoghi comuni (non necessariamente falsi), restando nel complesso piuttosto didascalico. Anche la scelta di questa ambientazione - pur interessante - appare in qualche misura un po' forzata, nel senso di non pienamente naturalistica per chi non è immerso in quel mondo, e rischia talvolta di trasformarsi in farsa, come nel caso della riunione in vista della gita scolastica.

La regia - come mi è già capitato di osservare con Michele Placido - risulta un po' piatta, e lascia la sensazione che la messa in scena non aggiunga granché al testo, se non per la recitazione sorniona e a tratti intensa di Bentivoglio.

In definitiva, uno spettacolo che non ha centrato pienamente le aspettative e mi ha lasciata con un po' di amaro in bocca.

Voto: 3/5

venerdì 10 marzo 2017

Un uomo solo / Christopher Isherwood

Un uomo solo / Christopher Isherwood. Milano: Adelphi, 2009.

Non so se ho completamente toppato il momento per leggere questo romanzo. Ce lo avevo sullo scaffale dei libri da leggere da un po' e lo avevo comprato per due motivi: innanzitutto perché mi era piaciuto moltissimo il film di Tom Ford ispirato al romanzo, in secondo luogo perché alcune persone me ne avevano parlato benissimo.

Quando ho aperto il libro alla prima pagina mi sono detta che ne sarei stata conquistata. L'inizio del romanzo è folgorante e ci fa entrare immediatamente nel mood del suo protagonista, il professor George Falconer.

George insegna letteratura inglese a Los Angeles. Siamo nel 1961: sullo sfondo gli eventi politici e sociali legati alla vicenda della Baia dei Porci. Ma Isherwood si concentra sul racconto di una normale giornata nella vita di George, dal momento in cui si sveglia a quello in cui va a dormire. Nel mezzo la lezione all'università, l'incontro con l'amica Charlotte, la visita in ospedale a un'amica malata terminale, la cena, la sbronza, il bagno nell'oceano con lo studente Kenny. E soprattutto la solitudine, quella che non ha niente a che vedere con ciò che facciamo e con quante persone incontriamo, ma ha a che fare con una specie di sensazione di ineluttabilità, con l'impossibilità di superare una perdita (che nel caso di George è quella di Jim, il suo compagno morto in un incidente stradale) e, al contempo, con una potente voglia di vivere.

Personalmente ho attraversato queste pagine in maniera parzialmente indifferente e sentendomene partecipe solo a tratti. Ho apprezzato enormemente la scrittura di Isherwood, nella sua laconicità e ruvidezza, ma anche nella sua ironia e delicatezza; ma il "cuore in inverno" di George non ha risuonato col mio, che pure in questo momento vive una fase parzialmente inerziale come esito della lotta tra tristezza e vitalità.

Quando mi succede così nella lettura dei libri mi spiace sempre molto, perché so di aver incontrato un testo importante, ma io per qualche motivo non mi sono fatta attraversare.

È la sensazione di un dialogo mancato, di un'omissione, di un'azione abortita che mi lascia inevitabilmente una sensazione di amaro in bocca.

Voto: 3/5