mercoledì 4 agosto 2021

I WeirDO

Chen Po-Ching (Austin Lin) soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), che tra le altre cose si manifesta sotto forma di una pesante misofobia. Questo fa sì che il ragazzo segua ogni giorno una scrupolosa procedura che rende le sue giornate tutte perfettamente identiche le une alle altre e in buona parte occupate dalla pulizia personale e della casa nella quale vive. Ogni 15 giorni, Po-Ching - bardato come un palombaro - va al supermercato per la spesa. È proprio in una di queste sue uscite che conosce Chen Ching (Nikki Hsin-Ying Hsieh), che immediatamente riconosce come affetta dal suo stesso disturbo.

Quasi inevitabilmente i due giovani sono attirati l'uno verso l'altra e iniziano una storia, fino a decidere di andare a vivere insieme a casa di Po-Ching. Il loro disturbo e le loro idiosincrasie sono talmente simili e in parte complementari da renderli una coppia praticamente perfetta, con le medesime esigenze e i medesimi problemi.

Un giorno però accade che Po-Ching si sveglia e, attirato da un colombo nel giardino, si accorge che il suo disturbo ossessivo-compulsivo è sparito. Da lì in poi i suoi bisogni cambiano e ciò che lo legava a Ching diventa motivo di progressivo allontanamento.

La commedia taiwanese, che tanto successo ha avuto al Far East Film Festival, inizia con un ritmo divertente e divertito e poi si fa romantica; vira infine verso un tono sempre più malinconico e drammatico. Parallelamente a questi cambiamenti di tono si modifica anche il formato del girato, che nella prima parte è quello dell'iPhone e poi nella scena in cui Po-Ching scopre improvvisamente di non soffrire più del DOC diventa 16:9 con un artificio che ricorda un po' quello utilizzato da Xavier Dolan in Mommy.

Il film (che sicuramente è nel complesso più vicino al mondo cinematografico occidentale che a quello cinese) è interessante sia dal punto di vista strettamente cinematografico (inquadrature, scenografia, montaggio), sia dal punto di vista narrativo e dell'orizzonte di senso, in quanto apre a una serie di riflessioni non del tutto banali, soprattutto se si va un po' oltre la superficie di quello che viene raccontato.

Apparentemente il regista Liao Ming-yi ci racconta la normale parabola di una storia d'amore, facendone emergere le contraddizioni grazie a due personaggi estremi e anomali come Po-Ching e Ching.

In realtà, proprio per effetto all'iperbole ottenuta grazie ai due protagonisti, ci sta parlando di qualcosa di più, ossia ci invita a riflettere sul fatto che le somiglianze e la comunanza di interessi ed esigenze sono un collante strepitoso e a suo modo molto semplice, però non tiene conto del fatto che gli esseri umani non restano per sempre uguali a sé stessi. Ognuno di noi cambia ed evolve nel corso della vita, e insieme a questi cambiamenti si modificano anche le nostre esigenze e le preferenze.

Due esseri umani che si incontrano - tanto più se all'interno di un rapporto d'amore - devono dunque essere consapevoli che non è sulle somiglianze che si costruisce la possibilità della durata, bensì sulle differenze, e che un rapporto che va avanti lo fa solo al prezzo di una continua ricerca di compromessi e forme di compensazione tra le differenze. A me il film ha comunicato questo - se vogliamo semplice - messaggio: se accettiamo fin dal principio il cambiamento e lo mettiamo nel conto, è molto più probabile che lo sapremo affrontare e metabolizzare all'interno del rapporto. Se invece pensiamo che tutto rimarrà uguale al primo giorno la storia è inevitabilmente destinata a finire, da qualunque  parte arrivi il cambiamento.

Una serata gradevole. Un film agrodolce, piacevole a vedersi e non superficiale. Attori molto in parte. 

Voto: 3,5/5


lunedì 2 agosto 2021

La città dei vivi / Nicola Lagioia

La città dei vivi / Nicola Lagioia. Torino: Einaudi, 2020.

La scrittura ombrosa e sottilmente inquietante di Nicola Lagioia – che già avevo avuto modo di conoscere attraverso il suo romanzo vincitore del Premio Strega, La ferocia – si mette questa volta al servizio di un fatto di cronaca nera tra i più efferati avvenuti a Roma nel corso degli ultimi anni.

Parliamo del delitto di Luca Varani, un giovane di famiglia umile della periferia romana, torturato e ucciso senza un movente specifico da altri due giovani di buona famiglia, Manuel Foffo e Marco Prato, dopo giorni di sballo a base di sesso e cocaina nella casa del primo, nel quartiere Collatino.

Quello di Nicola Lagioia non è un romanzo - e forse avremmo preferito che lo fosse – ma un’inchiesta giornalistica scritta in forma letteraria, da uno che i romanzi li sa scrivere e che sceglie di evitare il linguaggio freddo e distaccato degli atti giudiziari così come il tono scandalistico e sopra le righe dei giornali.

L’autore ricostruisce la vicenda di questi tre giovani, e di tutti coloro che più o meno direttamente sono stati coinvolti in questa vicenda, con un’empatia e una partecipazione di alto profilo, scegliendo anche di mettere a nudo una fase non edificante della propria vita per far comprendere i motivi per cui il caso di cronaca lo ha coinvolto emotivamente e psicologicamente in maniera così profonda.

L’omicidio Varani viene inserito nella cornice di un altro racconto, quello di una città, Roma, che svolge un ruolo importante nel far comprendere il contesto nel quale l’evento si consuma: una città dove la cocaina scorre a fiumi, dove il sindaco è stato destituito, dove l’immondizia invade le strade, dove sono in corso due altre indagini diciamo di tipo sistemico: quella, nota anche con il nome di Operazione Mondo di Mezzo (e poi passata “alla storia” come Mafia capitale), che porta alla scoperta di un sistema di corruzione così ampio e diffuso nel sistema città da non riuscire nemmeno a intravederne i confini, e quella che porta alla scoperta di un vasto giro di pedofilia che si sviluppa intorno alla stazione Termini.

La città di Roma è dunque il girone infernale nel quale si muovono i protagonisti di questa vicenda, nonché lo stesso scrittore che proprio in quegli anni decise di lasciare la città alla volta di Torino, salvo poi farvi ritorno.

Roma diventa così simbolicamente la massima incarnazione dell’attrazione quasi morbosa per il male che ognuno si porta dentro, mescolata a quei frammenti di bellezza pura e assoluta che pure albergano nell’essere umano.

La rappresentazione di Roma come città in decomposizione capace di contagiare chiunque ci viva abbastanza, da cui tutti attendono l’occasione per fuggire salvo poi provarne nostalgia, mi ha ricordato a tratti quella, persino più cupa, certamente più cinica, di Francesco Pecoraro ne Lo stradone, e ha confermato la mia teoria ormai pluridecennale su Roma, una città che odi per mille motivi ma che si fa perdonare tutto con brevi esplosioni di straordinaria bellezza.

Il racconto dell’omicidio di Luca Varani da parte di Manuel e Marco, la ricostruzione dei profili psicologici di ciascuno dei protagonisti e in parte dei comprimari, è a sua volta una discesa agli inferi, in quelle profondità di noi stessi che tutti noi celiamo sotto una spessa coltre di razionalità, umanità e buon senso, e che difficilmente siamo in grado di riconoscere come parte di noi. Come dice Lagioia, di fronte a vicende come queste è quasi automatico guardare alla vittima nel cercare di allontanare da noi stessi una possibilità simile. È un po’ come quando per strada incontriamo la scena di un incidente: nessuno di noi passa indifferente, tutti rallentiamo, tutti vorremmo fermarci a capire che cosa è successo, tutti temiamo e al contempo allontaniamo da noi la possibilità di essere al posto del malcapitato.

Quasi mai pensiamo invece che potremmo essere al posto del “carnefice”, essere noi gli autori del male, con la debole autogiustificazione che noi siamo diversi e che a noi non sarebbe mai successo.

In fondo Manuel Foffo e Marco Prato, pur essendo ragazzi a loro modo problematici – ma come ce ne sono moltissimi -, erano persone normali, venivano da famiglie normali, e probabilmente – come più volte viene ventilato nel libro e anche dagli atti giudiziari – se non si fossero incontrati nulla mai sarebbe successo di quello che è accaduto.

Forse Marco Prato, una personalità probabilmente narcisistica e manipolatrice, si sarebbe lo stesso suicidato a un certo punto della sua vita (del resto ci aveva già provato in precedenza), forse Manuel Foffo avrebbe avuto una vita grigia e anonima, ma nessuno dei due sarebbe diventato un assassino efferato.

Nel leggere la loro storia è tornata a galla nei miei ricordi una vicenda che ha segnato profondamente la mia giovinezza, l’omicidio di un ragazzo poco più grande di me, Valerio Gentile, che frequentava il mio stesso liceo. Il suo corpo senza vita (morto soffocato), con la testa fracassata dalle pietre, fu trovato nel marzo del 1993 in un bosco sulla Selva di Fasano. Quando ebbi questa notizia ne rimasi sconvolta: avevo conosciuto, sebbene non in maniera personale, Valerio; aveva partecipato a una gita scolastica in cui c’ero anche io. Era un ragazzo brillante e dalla personalità esuberante, forse mentalmente più avanti della sua età, non faceva mistero del suo orientamento omosessuale in un’epoca in cui esserlo era una vergogna senza fine e qualcosa di cui nessuno poteva parlare apertamente. E mi colpisce che ancora oggi se si cercano notizie su di lui questo aspetto viene quasi sottaciuto, come se fosse una colpa della vittima. Probabilmente dietro il suo omicidio c’era un diverbio dovuto a un debito non pagato per prestazioni sessuali e forse i coinvolti erano ragazzi come lui e di buona famiglia, ma dopo un lungo processo l’omicidio è rimasto senza colpevoli, perché probabilmente l’omertà e la paura che attraversano una piccola comunità conservatrice hanno reso impossibile fare giustizia.

Nella storia di Luca Varani e dei suoi assassini ho riconosciuto, a distanza di oltre vent’anni, alcune dinamiche simili, che forse sono proprie dell’essere umano, ossia la necessità per tutti di prendere le distanze, di scavare nel torbido delle vite di queste persone per marcare la differenza e per gridare – in primis a noi stessi – che a noi non sarebbe accaduto.

Eppure, fatta la tara della distanza della nostra dalle vite di queste persone, negli interstizi della ricostruzione di Lagioia riconosciamo alcuni dettagli e sensazioni che non possiamo non sentire familiari. A me per esempio ha molto impressionato lo scambio di messaggi tra Marco Prato e l’amico Damiano, perché in quell’amicizia tossica e manipolatoria non ho potuto non riconoscere alcune cose che – seppure con un’intensità inferiore – ho vissuto in passato.

E così il libro di Lagioia ti rimane appiccicato addosso con la sua consistenza vischiosa da cui si fa fatica a liberarsi anche dopo la fine della lettura. Vorremmo viverlo come un horror – di quelle storie che abbiamo letto nei romanzi o visto in tanti film – ma in realtà La città dei vivi parla della complessità della nostra umanità, di quanto il male sia radicato nella profondità di ciascun essere umano, di quanto le nostre vite camminino in equilibrio su un filo sottile della cui fragilità dobbiamo essere consapevoli. L’invito che personalmente ho colto è quello di non aderire ad autoassolutorie contrapposizioni manichee che mettono i giusti da una parte e gli sbagliati dall’altra, ma anche di non abdicare a quel principio di responsabilità cosicché ciascuno di noi deve assumere su di sé le conseguenze delle proprie azioni, senza cercare facili capri espiatori e giustificazioni esterne.

Voto: 4/5

venerdì 30 luglio 2021

Da Assisi a Spoleto in bicicletta

Anche quest'anno, considerata l'emergenza sanitaria ancora in corso, decidiamo di restare in Italia per la nostra tradizionale vacanza in bicicletta, però rispetto allo scorso anno torniamo a programmare il viaggio per il nostro periodo più classico, ossia la seconda metà di giugno.

La scelta del percorso non è facile. Ci sono infatti pochissimi viaggi che abbiano tutte le caratteristiche che stiamo cercando: durata di circa una settimana, percorso facile facile, partenza in qualunque giorno della settimana, possibilmente mezza pensione.

Alla fine ci indirizziamo verso un viaggio che avevamo già adocchiato lo scorso anno, ossia il percorso da Assisi a Spoleto, passando nella valle umbra.

Nelle settimane precedenti alla partenza molti dubbi ci assalgono: molti ci fanno notare che l'Umbria non è affatto piatta e moltissimi paesi sono in cima a collinette più o meno scoscese. E noi - che siamo completamente fuori forma - cominciamo a essere preoccupate.

Alla fine invece il viaggio si rivela perfetto per le nostre esigenze, e se non avessimo dovuto fare i conti con un caldo micidiale sarebbe stato ancora più gradevole! 

Perugia
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Perugia

Prima di iniziare il viaggio in bicicletta, decidiamo di fare una tappa a Perugia, città che né io né S. conosciamo. Arriviamo in treno da Roma e alla stazione di Perugia prendiamo il minimetrò che ci porta direttamente al centro storico, una specie di vagoncino tipo luna park molto divertente e comodo.

Il nostro b&b è in pieno centro, a piazza della Repubblica.

Sul fronte "delizie del palato" apprezziamo la cena all'osteria "Civico 25" (ottimi i ravioli ripieni di agnello e la variazione di polpette), la colazione del giorno dopo con maritozzo perugino con panna all'Antica Latteria e il pranzo/merenda con panino con porchetta al chiosco di piazza Matteotti.

Perugia
A livello storico-artistico, giriamo in lungo e in largo la città: piazza IV novembre, la cattedrale, la splendida fontana maggiore, il palazzo dei priori e la sala dei notai, poi la bellissima via delle volte, piazza cavallotti, e lì vicino teatro morlacchi e università. Ma la cosa che ci entusiasma di più è la passeggiata sull'acquedotto romano che passa attraverso un quartiere molto bello e su cui si affacciano molte deliziose casette.

Poi risaliamo verso l'università per stranieri e l'arco etrusco. Andiamo a visitare il pozzo etrusco e ci allunghiamo fino alla cappella San Severo dove ci sono gli affreschi di Raffaello, ma è chiusa per lavori. Allora torniamo verso piazza Matteotti e andiamo al belvedere e ai giardini Carducci. L'ultima tappa di questa visita della città in 24 ore è quella alla rocca Paolina, fortezza dalle volte altissime che fa parecchio impressione.

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Verso Santa Maria degli Angeli
Prima tappa: Assisi - Spello - Assisi (38,50 km)

Il nostro viaggio in bicicletta inizia da Assisi (dove siamo alloggiate nella bellissima country house 3 Esse, quasi un borghetto ai piedi di Assisi da dove si vede il campanile della basilica e la rocca).

La prima tappa in realtà è un giro circolare che ci porta prima a Santa Maria degli Angeli, la gigantesca basilica dove è possibile visitare la porziuncola, la cappella del transito e il roseto, tutti luoghi legati alla vita di San Francesco.

La seconda importante tappa è Spello, dove lasciamo le bici e saliamo a piedi. La nostra meta è innanzitutto la Cappella Baglioni, dove ci sono gli affreschi di Pinturicchio. Peccato che ci sono delle riprese televisive per cui la cappella non è visitabile fino al pomeriggio inoltrato. Dopo l'inevitabile incavolatura, ci dirigiamo verso la chiesa di Santa Maria Maggiore e ci consoliamo con la Madonna con bambino, sempre del Pinturicchio. Bella anche la passeggiata lungo il belvedere. Pranzo da Vinosofia, buono ma parecchio caro.

Spello
Il ritorno è facile, ma i 40° si fanno sentire tutti. Sulla strada del ritorno ci fermiamo al tugurio di Francesco presso la basilica di Rivotorto.

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Seconda tappa: Da Assisi a Torgiano (30 km)

Visto che la tappa è breve e che sarebbe un delitto andar via senza vedere Assisi, prima di prendere la bicicletta, andiamo a piedi verso il centro storico, dove visitiamo prima di tutto la grandiosa Basilica di San Francesco con i famosissimi cicli di affreschi di Giotto e giotteschi. Poi facciamo una passeggiata nel gradevole centro storico del paese.

Partiamo poi in bici verso Torgiano. Il primo tratto non è molto diverso da quello della tappa di ieri, poi curva verso l'interno attraversando campagne con distese di cereali e girasoli, e affiancando piccoli corsi d'acqua. Per fortuna il cielo è coperto (sembra quasi che debba piovere) e dunque pedaliamo per buona parte del percorso senza essere massacrate dal sole. Il sole arriva solo verso la fine e picchia. E la salita finale in arrivo a Torgiano ci uccide nonostante abbiamo fatto solo 30 km.

Verso Torgiano

A Torgiano, un paese piccolissimo, andiamo a visitare il Muvit, il museo del vino realizzato dalla fondazione Lungarotti, famiglia di viticoltori del luogo. Il museo è una via di mezzo tra un museo storico-artistico e uno delle tradizioni popolari. Dentro ci sono tantissime cose, anche molto diverse tra loro e collezioni veramente originali, come quella dei ferri per fare le ostie e i brigidini. All'uscita ci offrono anche un calice di vino all'osteria del museo.

La sera abbiamo la cena prenotata al ristorante dell'hotel Siro, da cui non ci aspettiamo molto e che invece si rivelerà uno dei posti più buoni dove avremo mangiato (porzioni abbondanti, ottimi primi piatti, e ancora più buoni la grigliata mista e le costolette di agnello fritte).

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Bevagna
Terza tappa: Torgiano - Bevagna (30 km)

Il percorso di oggi si sviluppa quasi interamente in campagna e lungo gli argini di fiumi e corsi d'acqua. I due contachilometri hanno smesso entrambi di funzionare. Comunque per le 11.30 siamo a Bevagna (dopo che è caduta la catena della mia bici sull'unica salita, in arrivo al paese.

Bevagna è uno dei paesi più belli sul nostro percorso: Piazza Filippi, l'anfiteatro romano su cui sono state costruite le case medievali, le porte di accesso alla città, i mosaici, il fiume. Nonostante il caldo, facciamo una bella passeggiata nel pomeriggio e ancora un altro giro in serata, dopo la gradevole cena nel bel cortile all'aperto del Grottino.

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Foligno
Quarta tappa: Bevagna - Foligno- Casco dell'acqua (26,25 km)


Da Bevagna a Foligno c'è davvero poca strada, cosicché abbiamo la sensazione che il percorso sia stato studiato per farci fare parecchi giri avanti e indietro per le campagne, in modo da goderci un po' la bicicletta. Comunque per le 11 siamo a Foligno, una delle poche città umbre completamente in piano (non a caso è nota agli umbri per le temperature più alte che nei paesi limitrofi, più collinari). A Foligno entriamo da Porta Todi e subito visitiamo la chiesa di Santa Maria Infraportas, con affreschi medievali molto belli e ben conservati. Da questa piazza, che si chiama piazza San Domenico perché su di essa si affaccia l'omonima chiesa, ci muoviamo verso il centro, fino alla piazza del Comune dove c'è Palazzo Trinci e il duomo. Non c'è tempo per visitare il museo di Palazzo Trinci, ma la passeggiata prosegue a scoprire le numerose chiese che presidiano i vari accessi alla città (San Niccolò, San Francesco ecc.). Verso ora di pranzo facciamo una sosta per la seconda colazione al Panificio Bar Beddini, dove mangiamo un'ottima pizza al taglio e dei bomboloni. 

Casco dell'Acqua

Una volta rifocillate, riprendiamo il percorso verso Casco dell'Acqua, un paesino piccolissimo che si sviluppa lungo le sponde del fiume Clitunno, attualmente un piccolo ruscello, un tempo fiume rinomato e importante, anche via di navigazione. Il posto dove dormiamo, la country house Casco dell'Acqua, è nuovissimo e molto curato: faccio un bagno nella piscina di acqua salata e la sera ci aspetta una cena nel fienile con focaccia fatta in casa, tagliolini zafferano e tartufo, tagliata con insalata e patate, gelato e due ottimi vini: un Trebbiano in purezza Anteprima Tonda e un sangiovese-sagrantino, Flame. Stasera è giorno di partita dell'Italia, quindi dopo qualche chiacchiera siamo in stanza per seguirla.

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Fonti del Clitunno
Quinta tappa: Casco dell'Acqua - Fonti del Clitunno - Spoleto (28 km)

Ci alziamo presto e, dopo l'ottima colazione alla nostra country house, partiamo di buonora, eppure fa già caldissimo. La pista ciclabile di oggi viaggia sempre a fianco di un corso d'acqua, e però è in pieno sole. Visto che il percorso di oggi è veramente breve, decidiamo di fare una deviazione per visitare le Fonti del Clitunno con il suo laghetto sistemato nell'Ottocento e cantato nella famosa poesia di Carducci. Io ci ero già stata, e per me è stata una conferma dei ricordi piacevoli che avevo; per S. invece è stata una bella sorpresa. 

Spoleto

Riprendiamo poi il percorso e arriviamo a Spoleto verso le 12, dove lasciamo le bici in pianura per poi salire a piedi al centro storico. È il periodo del Festival dei due mondi e la scalinata che scende al duomo è allestita con le sedie e in fondo con il palco. Entriamo a vedere gli affreschi di Pinturicchio e quelli di Filippo Lippi dell'abside. Poi saliamo alla fontana del mascherone e alla rocca degli Albornoz, le cui stanze sono in parte di per sé oggetto di visita, in parte sono allestite come sale di un museo con oggetti di varie epoche storiche in mostra. Personalmente apprezzo particolarmente "la stanza pinta", una sala ricoperta di affreschi dedicati alla vita cortese, che mi fanno tornare in mente i cicli di affreschi di Castel Roncol, visitato l'anno scorso a Bolzano, sempre al termine di un viaggio in bicicletta. Terminato il nostro giro della città e fatti un po' di acquisti di prodotti tipici da regalare e da tenere per noi, raggiungiamo il nostro ultimo albergo, La Macchia, che si trova a 4 km da Spoleto in mezzo al verde. Peccato solo per la cena, non proprio entusiasmante.

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E così anche per quest'anno il nostro viaggio in bicicletta è finito. Abbiamo sofferto un po' il caldo, ma anche dimostrato a noi stesse che, nonostante la totale assenza di allenamento, possiamo ancora fare a meno delle biciclette a pedalata assistita ;-) Certo, l'anno prossimo chissà!

Qui un altro po' di foto per gli estimatori!

martedì 27 luglio 2021

Celestia / Manuele Fior

Celestia / Manuele Fior. Quartu Sant’Elena: Oblomov, 2020.

Manuele Fior è un narratore per immagini sopraffino: lo ha ormai dimostrato da parecchio tempo e, man mano che la sua professionalità si consolida nel riconoscimento collettivo, sceglie di battere strade sempre più originali che si muovono nell'area del distopico e del fantascientifico.

Se dunque in Cinquemila chilometri al secondo (tra l'altro citato visivamente in una delle pagine di questo albo) l'ispirazione era fortemente realistica e la narrazione più tradizionale, con i lavori successivi Fior è andato sempre più allontanandosi da questa impostazione per sperimentare narrazioni più sfidanti e visionarie.

Lo avevamo già osservato in particolare con L'intervista.

Ora con questo albo in due volumi, raccolti in un cofanetto, quell'ispirazione si consolida e si amplia, tra l'altro dichiarando esplicitamente il proprio legame con L'intervista, grazie alla presenza di un personaggio trasversale, Dora.

Se nel precedente albo Dora era la protagonista assoluta, in Celestia la donna diventa co-protagonista insieme a Pierrot. I due giovani vivono a Celestia, un'isola che è una rilettura visionaria di Venezia e che, dopo l'invasione, è abitata da un lato dagli invasori e saccheggiatori arrivati dalla terraferma, dall'altro da un manipolo di uomini che vorrebbe liberare la città, anche sfruttando le capacità telepatiche di alcuni di loro, tra cui proprio Dora. Nel mezzo tra questi due mondi in contrapposizione c'è una umanità derelitta e sofferente, riportata a uno stato "primitivo" e costretta a ricorrere a forme di baratto per soddisfare i propri bisogni. 

Pierrot, l'altro protagonista dell'albo, pur essendo il figlio del capo dei resistenti, non è interessato alla lotta, ma piuttosto alla poesia e alla serendipità. Quando incontra Dora che è scappata dal quartier generale dei resistenti, i due si uniscono in un'avventura che li porta alla scoperta non solo degli angoli più remoti di Celestia, ma soprattutto della terraferma, dove incontrano bambini sapienti, adulti confinati in castelli labirintici, vecchie protettive.

Alla fine di questa narrazione dai molti rivoli, che accanto ai personaggi principali vede molti comprimari interessanti e ben tratteggiati, si rimane un po’ con l’amaro in bocca perché forse ci si aspetta ancora altro, e invece Fior – com’è tipico delle sue trame – si ferma sempre prima di rispondere a tutte le domande e di sciogliere tutti gli intrecci.

Se dal punto di visto narrativo lo stile di Fior può piacere oppure no – dipende fondamentalmente dal nostro gusto soggettivo, visto che non è un fatto di qualità della narrazione – sul piano grafico non credo si possa trovare qualcuno in disaccordo nel riconoscere la bellezza e l’efficacia delle tavole a livello di disegni, di impressionismo ed espressionismo, nonché di scelte cromatiche, in particolare nella contrapposizione dell’oscurità bluastra o rossastra, ma pur sempre misteriosa, di Celestia, ai colori saturi e alla luce accecante della terraferma.

Manuele Fior si conferma autore a tutto tondo che sempre di più riesce a coniugare la sua vena artistica e grafica con un universo concettuale e narrativo coerente e di impatto.

Voto: 3,5/5

domenica 25 luglio 2021

Quel che resta del giorno / Kazuo Ishiguro

Quel che resta del giorno / Kazuo Ishiguro; trad. di Maria Antonietta Saracino. Torino: Einaudi, 2016.

Dopo l'entusiasmante lettura di Non lasciarmi, ho pensato di riprovare l'esperienza con un altro romanzo iconico di Kazuo Ishiguro, anche questo diventato la base per la sceneggiatura di un famoso film con protagonista Anthony Hopkins e Emma Thompson.

Quel che resta del giorno ha in comune con Non lasciarmi un'atmosfera rassegnata e malinconica, che comincio a pensare sia la cifra caratterizzante dello scrittore nippo-britannico.

Anche in questo caso la storia è raccontata in prima persona, quasi sotto forma di diario, e la voce narrante è quella di Stevens, maggiordomo nella residenza di Darlington Hall da molti decenni, prima al servizio di Lord Darlington e in tempi più recenti dell'americano Mr Farraday. È proprio su iniziativa di quest'ultimo che, verso la fine dell'estate del 1956, Stevens fa un viaggio in macchina nella campagna inglese, diretto verso il paese dove abita da diversi anni Miss Kenton, la governante che aveva a lungo prestato servizio presso la residenza e con cui Stevens ha mantenuto una corrispondenza.

Il viaggio in macchina non è solo l'occasione per riposarsi e incontrare gente nuova, bensì anche per ripensare al passato e contestualizzare il proprio lavoro e la propria abnegazione all'interno degli eventi svoltisi a Darlington Hall alla luce di quanto accaduto dopo.

Stevens è un maggiordomo infaticabile e con un livello altissimo di abnegazione e di fedeltà nei confronti del proprio datore di lavoro, alla cui vita aderisce con tutto sé stesso, a spese della propria vita privata e dei propri sentimenti.

A posteriori, dopo il passaggio di proprietà della residenza al gentiluomo americano e complice la distanza dalla quotidianità, Stevens si troverà a dover riconsiderare molte delle sue convinzioni e delle sue interpretazioni sia rispetto ai successi di Lord Darlington sia rispetto al rapporto con Miss Kenton.

Sarà dunque inevitabile la sensazione di aver perseguito una perfezione lavorativa che non solo non è stata esercitata a vantaggio - seppure indiretto - di azioni politiche meritevoli, ma che lo ha anche allontanato dalla possibilità di vivere con intensità e serenità sentimenti quali il dolore per la malattia e la morte del padre ovvero l'amore verso Miss Kenton.

Così, a poco a poco dai comportamenti e dalle parole di Stevens, pur senza mai rinunciare al basso profilo che ha sempre scelto come linea comportamentale, comincia a emergere il rammarico per le occasioni perse e per una vita "sprecata" all'inseguimento di una dignità che ha comportato il sacrificio della propria individualità e umanità.

Il libro di Kazuo Ishiguro è un libro compassato fino ai limiti dell'ingessato, esattamente come il suo protagonista e narratore, e proprio per questo ci trasporta in un mondo e in una società molto diversi da quelli a cui siamo abituati, un mondo nel quale gli ideali andavano perseguiti a spese della propria felicità e in cui solo il lavoro conferiva senso alla quotidianità.

Potrebbe sembrare una riflessione che non ci appartiene; eppure, la consapevolezza che viviamo in una società tutta orientata al soddisfacimento dei bisogni e al piacere effimero, ma nella quale il confine tra vita personale e lavoro è stato quasi azzerato, mi fa pensare che l'essere umano continui a essere incapace di stili di vita equilibrati e di scelte di effettivo e profondo benessere.

C'è tanto su cui riflettere, ognuno rispetto al proprio percorso di vita.

Voto: 3/5

mercoledì 21 luglio 2021

Romeo e Giulietta. Gigi Proietti Globe Theatre Silvano Toti, 8 luglio 2021

Approfitto della presenza a Roma di mio nipote F., che grazie alla sua innata curiosità è aperto alle proposte più diverse, per prendere i biglietti per lo spettacolo Romeo e Giulietta al Globe Theatre, da poco riaperto e da non molto dedicato - oltre che a Silvano Toti - alla memoria del suo animatore Gigi Proietti.

E questo spettacolo è proprio una delle ultime regie di Proietti, che la sua allora assistente alla regia, Loredana Scaramella, decide di portare sul palco anche per omaggiare il grande Gigi. Non a caso prima dell'inizio dello spettacolo, proprio la Scaramella introduce la proiezione di un breve video che mostra un po' di immagini rubate nel dietro le quinte dello spettacolo durante la preparazione di esso alla presenza dello stesso Proietti. L'applauso lungo e sentito scatta spontaneo.

Dopo una breve pausa, lo spettacolo inizia con la scena dell'incontro tra due gruppi di giovani, vestiti in abiti contemporanei e appartenenti a due bande contrapposte, che si scontrano e si sfidano, mentre il giovane Romeo, unico figlio di una delle due famiglie rivali, vaga per i boschi, perso nei suoi pensieri di amore per Rosalina.

Il Romeo e Giulietta di Proietti inizia contemporaneo con magliette e pantaloni strappati e accenni di rap; poi dopo la partecipazione alla festa in maschera che segna l'incontro tra i due protagonisti e l'inizio della loro storia d'amore si fa un salto nel passato sia a livello di abiti sia a livello di linguaggio, quasi fosse un sogno dopo il quale tutti si risvegliano amaramente con la morte di Romeo e Giulietta che riporta tutti al presente e alla realtà.

L'allestimento è semplice ma godibile, e l'opera di Shakespeare è davvero immortale e capace di conquistare spettatori di ogni età e formazione. Mio nipote apprezza, così come le due ragazzine sedute nella fila accanto alla nostra (sebbene facciano un po' di casino).

Soffriamo solo per il caldo umido che ci attanaglia nei palchi del Globe (e che le quattro gocce di pioggia che cadono a metà dello spettacolo fanno aumentare), per le sedie di legno dalla seduta scomodissima e che in prima fila sono troppo alte per appoggiare i piedi, e per la rumorosità di un pubblico che non sembra abituato al religioso silenzio del teatro.

Però, nonostante l'orario (lo spettacolo finisce a mezzanotte e mezza quasi), siamo contenti di essere venuti e ce ne torniamo a casa piacevolmente stanchi e soddisfatti.

Voto: 3/5

lunedì 19 luglio 2021

Mother = Madre

Poiché di nuove uscite il cinema in questo periodo ne offre davvero poche e anche le arene non hanno programmi appassionanti, io e F. decidiamo di andare a vedere Mother (=Madre), il film di Bong Joon-ho del 2009, molto prima che il regista coreano si facesse conoscere in tutto il mondo con Parasite, poi vincitore anche dell'Oscar.

Come si è detto, Mother è un thriller classico, di ispirazione hitchcockiana, primariamente focalizzato intorno alla figura di questa madre senza nome (magnificamente interpretata da Hye-ja Kim) che si trova a fare i conti con l'accusa di omicidio mossa nei confronti di suo figlio Do-joon (Bin Won), un ragazzo ritardato ma apparentemente inoffensivo.

Una giovane donna è stata trovata uccisa vicino a una casa abbandonata, e tutti gli indizi sembrano puntare verso Do-joon. Sua madre però è fermamente convinta della sua innocenza e, dopo aver provato a ingaggiare un avvocato per difenderlo e aver ricevuto solo una proposta di patteggiamento, decide di indagare senza paura in prima persona.

Dalle sue indagini viene fuori non solo che la ragazza uccisa aveva comportamenti parecchio libertini, forse per procurare soldi alla nonna alcolizzata, ma anche che in città molti hanno da nascondere qualcosa e dietro la facciata di una comunità tranquilla si nascondono ipocrisie e piccole e grandi perversioni.

Il racconto oscilla tra un realismo asciutto e cupo e un tono tragico-grottesco, che se da un lato porta a galla l'universalità dei temi trattati, dall'altro rende difficile l'identificazione e l'empatia con personaggi molto aderenti alla società sudcoreana.

Oltre al tema del rapporto madre-figlio, fatto di amore smisurato ma anche di reciproci e feroci condizionamenti, nelle pieghe del racconto emergono molti altri temi cari a Bong Joon-ho, tra cui le forti disuguaglianze sociali ed economiche della società sudcoreana, i metodi fascisti della polizia (già visti in Memorie di un assassino), la corruzione diffusa, le conseguenze dell'emarginazione sociale, la meschinità umana.

Nessuno dei personaggi che attraversano questa storia si può dire completamente innocente, ognuno ha i suoi piccoli segreti da nascondere ed è impegnato nel preservare sé stesso e il proprio sistema di valori piuttosto che nel ricercare la verità.

Quello della madre è in fondo una specie di percorso di consapevolezza, una parabola tragica di fronte alla quale la protagonista sceglie la strada della rimozione e della liberazione di sé stessa. La scena del ballo finale nel pulman chiude il cerchio narrativo che si era aperto con la scena di danza della stessa nel campo di grano con cui il film inizia. E in entrambi i casi questa danza avviene su musiche con sonorità occidentali che sembrano richiamare alla mente alcune canzoni degli anni Cinquanta.

Già in questo film, ben prima di Parasite, Bong Joon-ho dimostra di aver imparato molto bene la lezione del cinema occidentale, ma di essere capace di utilizzare alcune strategie narrative, di girato e di montaggio che sono proprie del mondo culturale e cinematografico cui appartiene.

Personalmente trovo che ogni film di Bong Joon-ho sia una immersione in una società complessa e stratificata come quella sudcoreana e un'esperienza molto appagante da molteplici punti di vista.

Voto: 4/5


lunedì 12 luglio 2021

La casa tonda / Louise Erdrich

La casa tonda
/ Louise Erdrich; trad. di Vincenzo Mantovani. Milano: Feltrinelli, 2012.

Questi romanzi di formazione, racconti di coming of age, mi attirano sempre. In questo caso leggendo la trama mi erano venuti in mente due romanzi che mi erano piaciuti molto, Il buio oltre la siepe e La sottile linea scura. Anche in questo caso siamo infatti nel cuore degli Stati Uniti d’America, il protagonista è una ragazzino tredicenne, Joe, che in un’estate vede cambiare la propria vita, anche qui si parla di una minoranza discriminata (i nativi americani) e di un caso giudiziario (lo stupro della madre di Joe, probabilmente da parte di un bianco).

Le premesse ci sarebbero tutte per una lettura appassionante, tanto più che l’autrice, Louise Erdrich, sembra conoscere molto bene la cultura indiana e infarcisce il racconto non solo di riferimenti ad essa, ma anche di componenti narrative che in essa affondano le radici (per esempio, le storie surreali che il vecchio Mooshum racconta mentre dorme).

Non si può dire che il romanzo non abbia meriti, ma – sarà anche perché non l’ho letto con la continuità che sarebbe stata necessaria – la sensazione di rimanere un po’ estranei al racconto è forte, così come quella di una narrazione un po’ discontinua e di un intreccio non proprio riuscitissimo in termini di credibilità.

Insomma, il libro avrà pure vinto uno dei più prestigiosi premi americani nel settore letterario (il National Book Award), ma a me non ha convinto, forse perché non ha saputo sfruttare al meglio i suoi elementi di originalità che probabilmente gli avrebbero permesso di staccarsi dai suoi illustri predecessori.

Personalmente non ne ritengo fondamentalmente la lettura.

Voto: 2,5/5