lunedì 20 febbraio 2017

Le nostre anime di notte / Kent Haruf

Le nostre anime di notte / Kent Haruf; trad. di Fabio Cremonesi. Milano: Enne Enne Editore, 2017.

Eccoci finalmente di nuovo a Holt, lì da qualche parte tra le case e le fattorie di un paesino americano in mezzo al nulla delle praterie. Ci era mancato questo mondo così lontano geograficamente e culturalmente, eppure così vicino emotivamente, al punto tale che quando ci torniamo sembra di essere tornati a casa, con tutto quel groviglio di sentimenti che ciò comporta.

Ci era mancata la scrittura sottotraccia, quasi sussurrata eppure incredibilmente diretta, di Kent Haruf, così come la totale mancanza di epicità del mondo che ci racconta, la delicatezza infinita delle sue piccole storie intrise di quel sapore agrodolce che è proprio della vita.

In Le nostre anime di notte Haruf ci racconta di Addie e Louis. Due anziani, che abitano non lontano l’una dall’altro, entrambi vedovi, entrambi soli e in fondo senza alcuna prospettiva nella vita se non quella di trascorrere serenamente gli anni che gli rimangono.

E invece un giorno Addie ha un guizzo inaspettato: va dal suo vicino di casa e gli propone di trascorrere le notti future insieme, per sentirsi meno soli, per parlare, per condividere i propri pensieri e un po’ di calore umano.

Comincia così un rapporto che sfugge a qualunque categorizzazione, e che non ha alcun interesse a essere definito, ma che inevitabilmente suscita le reazioni, in parte scandalizzate, in parte invidiose, degli abitanti del paese nonché delle rispettive famiglie.

Haruf ci racconta con i suoi tenui acquerelli un percorso di rinascita, di espansione, di speranza: l’inatteso che in qualunque momento nella vita può portarci fuori dai binari previsti. Ma quando ormai il cuore ha preso l’abbrivio, ci respinge indietro a fare i conti con tutto il resto.

Nella vita di Addie e Louis c’è una sorta di rassegnazione al fatto che le cose non vanno quasi mai come avremmo voluto, ma che questo non rappresenta una sconfitta, un fallimento, bensì il risultato di un processo di adattamento attraverso il quale ognuno di noi insegue il compromesso migliore possibile nelle diverse circostanze. Però c’è anche l’urgenza di un’incoscienza che a volte è l’unica cosa capace di regalarci prospettive nuove, anche se per un periodo limitato.

Bello anche il gioco metaletterario con cui Haruf fa parlare i suoi personaggi di quei romanzi ambientati nella cittadina di Holt e che qualcuno sta portando in scena, le cui storie appaiono a loro così improbabili. Forse a dirci che la vita di tutti in fondo potrebbe essere il soggetto di un romanzo, solo che noi in quanto protagonisti non ne siamo consapevoli, perché le nostre vite dall’interno ci appaiono ordinarie e banali.

E probabilmente è questo che Haruf in fondo vuole comunicarci. Che la vita – anche la più banale – è a suo modo straordinaria, perché ogni vita richiede un incredibile forza nell’essere vissuta attraverso le scelte che ci impone di fare e quella che altrettanto inevitabilmente ci richiede di accettare.

In definitiva, Le nostre anime di notte è un perfetto epilogo della trilogia della pianura e della vita di Haruf, forse meno equilibrato e meditato dei romanzi precedenti, ma certamente altrettanto sincero nella contraddittorietà dei sentimenti che rappresenta e suscita.

Voto: 3,5/5

sabato 18 febbraio 2017

Maremma!!!

Il titolo di questo post non è solo un'esclamazione di stupore che potrebbe anche diventare più colorita, bensì anche il luogo dove quest'anno ho trascorso una parte delle vacanze natalizie. Tutto comincia il 31 gennaio, quando andiamo a ritirare l'auto a noleggio e, anche questa volta, per qualche motivo che non ci è ben chiaro allo stesso prezzo ci viene data un'auto di categoria superiore, ossia una fichissima Golf diesel.

Partiamo così alla volta dell'Aurelia (strada che alla fine del viaggio avremo percorso in su e in giù non si sa quante volte!) e in poco più di due ore arriviamo al nostro agriturismo, San Giusto, per il quale non abbiamo trovato indicazioni e che ha solo un cartello pochissimo visibile davanti alla stradina da cui ci sia arriva (cosicché senza il navigatore mi sa che non ci saremmo arrivati!). Siamo tra Montiano e Magliano in Toscana, dove andiamo la sera stessa per un primo, ottimo e abbondante aperitivo con Morellino di Scansano alla Cantina di Cecco. La sera ci attende il cenone alla tavolata unica con tutti gli ospiti, cucinato dalla signora che gestisce l’agriturismo e che è una vera forza della natura.

Il primo giorno è dedicato a una passeggiata alla Feniglia, la riserva naturale che occupa uno dei rami della laguna di Orbetello. Durante questa lunga passeggiata gli episodi memorabili saranno l’incontro con i daini (ne vediamo uno tra gli alberi e pensiamo che sia finto, imbalsamato, poi ci accorgiamo che si muove e si sprecano espressioni di meraviglia, salvo accorgersi poi che il parco ne è pieno e che si avvicinano tranquillamente alle persone per mangiare) e le sabbie mobili in cui finisco io per fare una foto bellissima (!) alla laguna (e mi dovranno tirare fuori a forza). In serata facciamo un giro a Montemerano, un caratteristico paesino medievale dove ci concediamo il secondo aperitivo della vacanza in un posticino gestito da una famiglia italo-tedesca.

La sera ceniamo al ristorante da Aurora, dove più di tutto apprezziamo una crema di burrata con alici di antipasto e una carne che chiamano “peposa” e che non è uno stracotto, ma un filetto alla griglia ricoperto di pepe: buonissimo!

Il 2 gennaio prima di accompagnare S. a Grosseto a prendere l’autobus per tornare a casa, facciamo un giro al parco della Maremma, nella zona di Marina di Alberese. È pieno di cavalli e di mucche con le cornone, nonché di alte pale a vento, che in certi momenti sembra davvero di stare in Texas. Al mare c’è una facciona fatta di sabbia lungo la riva e tantissimi rami sulla sabbia, alcuni dei quali sono stati usati per fare dei piccoli ripari. Ma eccoci a Grosseto dove, dopo un rapido giro in centro e un’occhiata alla bella cattedrale, siamo in stazione per la partenza di S.

Nel pomeriggio ci dirigiamo verso Roccatederighi. Ci fermiamo qualche chilometro prima del paese e imbocchiamo il sentiero per il castello di Sassoforte. La giornata è un po’ coperta, ma il bosco è molto bello soprattutto quando qualche raggio di sole sfuggito alle nuvole lo illumina di una luce dorata. Non arriviamo alle rovine del castello perché dopo un po’ che camminiamo sono stanca e, prima che io cominci a dare i numeri, decidiamo di tornare indietro. A Roccatederighi arriviamo esattamente all’ora del tramonto cosicché possiamo ammirare il sole che cala dietro l’orizzonte tra le nuvole, sedute sullo sperone di roccia che sta in fondo al centro storico, proprio dietro la chiesa e dove si è raccolto un piccolo gruppo di persone che, come noi, è venuto ad ammirare lo spettacolo.

La serata si conclude a Massa Marittima, dove sono abbacinata dalla bellezza della cattedrale e del centro storico e sarò conquistata dalla cucina dell’osteria slow food La tana dei brilli, un posto piccolissimo dove però mangiamo davvero molto bene.

Il giorno seguente il cielo è coperto, ma noi siamo decise ad andare alle terme di Petriolo, dove ci sono delle vasche di acqua sulfurea libere vicino al fiume. Superando la resistenza a togliersi cappotto e vestiti, ci mettiamo a mollo e la sensazione è così piacevole che non vorremmo più uscire. Per me era la prima volta di un’esperienza di questo tipo e sono rimasta davvero estasiata!

Una volta rivestite e rifocillate ci dirigiamo verso l’Abbazia di San Galgano (quella di cui sono rimaste le mura ma non il tetto) e l’Eremo di Montesiepi (dove c’è la spada piantata nella roccia da San Galgano appunto). Un posto magico e bellissimo dove faccio tantissime foto e dove passeggiamo a lungo nonostante l’aria gelida.

All’ora del tramonto torniamo a Massa Marittima a vedere la cattedrale illuminata dalla luce del sole, poi – distrutte – torniamo a cena al nostro agriturismo, dove la cucina della signora non ci fa rimpiangere osterie slow food e ristoranti Michelin.

Ed eccoci purtroppo già al penultimo giorno di vacanza. Siamo decise a portare a casa un po’ di vino, ma la Fattoria di Magliano di cui abbiamo assaggiato un ottimo rosso è chiusa! Per fortuna che negli scorsi giorni avevamo già comprato un po’ di formaggi e salumi a Massa Marittima!

In questa giornata decidiamo di esplorare meglio la zona di Orbetello, innanzitutto l’oasi del Lago di Burano che nel tardo pomeriggio si accende di una luce speciale ed è popolata da tantissimi uccelli, poi la laguna di Orbetello passandoci in mezzo attraverso il paese di Orbetello, infine Porto Ercole e Capalbio, dove però non c’è praticamente nessuno (evidentemente posto gettonato solo d’estate).

La sera facciamo la nostra cena di pesce al ristorante Il cavaliere ad Orbetello scalo dove mangiamo tanto e bene spendendo il giusto e, al ritorno, i due carabinieri che ci fermano molto opportunamente ci lasciano andare senza farci l’alcol-test ;-)

L’ultimo giorno prima di partire riusciamo finalmente a fare scorta di vino a Magliano, dove un alimentari ha una buona selezione di vini locali (compresi quelli della Fattoria di Magliano), poi dopo aver fatto ancora su e giù per queste magnifiche colline dai colori sorprendenti salutiamo i nostri ospiti (non senza aver comprato dell’olio e delle marmellate) e ci dirigiamo verso casa.

Anche la vacanzina invernale di quest’anno è finita.

giovedì 16 febbraio 2017

La terra dei figli / Gipi

La terra dei figli / Gipi. Roma: Coconino Press, 2016.

Siamo in un futuro distopico e apocalittico, in cui la terra e l’umanità sono state completamente distrutte e contaminate dai veleni e i pochi sopravvissuti sono regrediti a una specie di stato primitivo in cui persino il linguaggio si è corrotto.

Protagonisti di questa nuova storia di Gipi sono due fratelli che vivono in una capanna sul lago insieme al loro padre. I due vanno a caccia per portare il poco cibo commestibile a casa o alla ricerca di beni da scambiare con il “vicino” Aringo, che ha delle scorte. La vita dei due ragazzi è scandita dalle regole del padre (le cose che non si possono fare, le parole che non si devono pronunciare, le cose che non si devono conoscere), dalle punizioni e dai momenti in cui il padre si siede alla scrivania a scrivere su un quaderno cose che loro non possono sapere perché non sanno leggere.

Alla morte del padre i due giovani – educati a quelle che potremmo definire le regole della giungla – cominceranno ad esplorare il mondo al di là del lago alla ricerca di qualcuno che possa leggergli il quaderno del padre.

Con il suo tratto essenziale e sgraziato, ma che a volte si fa profondamente poetico e quasi commovente, Gipi coglie ancora una volta nel segno raccontandoci l’essenza di un’umanità che – nel bene e nel male – non può scampare dal proprio destino. Questi due ragazzi, che il padre vorrebbe rendere invincibili educandoli alla dura lotta della sopravvivenza e sottraendoli all’ambiguità dei sentimenti e alle conseguenze della conoscenza, non potranno sfuggire al desiderio tutto umano di conoscere e dovranno fare i conti con la forza dell’amore e con tutti i rischi che ciò comporta.

Gipi ancora una volta ci mette a parte del suo "pessimismo cosmico" e di questa formidabile e insensata coazione a ripetere che l’umanità vive nel susseguirsi delle generazioni, frutto di uno straordinario dono che possediamo in via quasi esclusiva (il sentire e il conoscere in funzione della proiezione sul futuro) e che è allo stesso tempo il seme del ciclo infinito di distruzione e rinascita.

Come per altri lavori di Gipi, un racconto potente e toccante, in cui c’è un desiderio fortissimo di speranza, un amore profondissimo per l’umanità e al contempo una sfiducia senza scampo, una tristezza inconsolabile che solo il coraggio dell’incoscienza dei figli è in grado di affrontare.

Voto: 4/5

martedì 14 febbraio 2017

Hacksaw Ridge

La storia raccontata nell’ultimo film di Mel Gibson è molto interessante ed è il motivo principale che mi ha portato al cinema, pur non amando moltissimo il Gibson regista. Hacksaw Ridge è la storia vera di Desmond Doss (Andrew Garfield), un giovane americano che allo scoppio della seconda guerra mondiale decide di arruolarsi nell’esercito come soccorritore, ma esercitando il suo diritto di non imbracciare alcuna arma in quanto obiettore di coscienza.

Il suo percorso di addestramento sarà caratterizzato sia dalle ostilità dei compagni di camerata che lo considerano un vigliacco, sia dai ripetuti tentativi dei superiori di convincerlo ad abbandonare l’esercito, fino all’udienza alla corte marziale. Doss riuscirà a partecipare alla guerra e in particolare sarà protagonista della battaglia di Hacksaw Ridge in Giappone, dove non solo riuscirà a salvarsi – nonostante il massacro del suo battaglione – ma porterà in salvo 75 soldati feriti sul campo di battaglia.

Prima dei titoli di coda scorrono le immagini del vero Desmond Doss, che è morto a 87 anni nel 2006, e degli altri protagonisti di questa incredibile storia.

Ora che vi è venuta la curiosità, devo però dirvi alcune altre cose. Innanzitutto il film ha lunghissime e molto realistiche scene di battaglia in cui – come ormai abbiamo imparato dagli altri film di Gibson – il livello di violenza delle immagini è altissimo e insistito. In secondo luogo, questa storia, che certo rappresenta un esempio di grandezza d’animo e di coraggio di un ragazzo sicuramente animato dalla sua fede e dalla sua esperienza di vita, viene trasformata da Gibson in una stucchevole celebrazione di eroismo all’interno di una retorica patriottica americana fortemente condita di valori cristiani, rispetto alla quale persino Clint Eastwood sembra un moderato e che a me sinceramente fa oscillare tra il fastidio e l’ironia.

In sala molti apprezzano e per qualcuno scatta l’applaudo. Personalmente, pur riconoscendo l'ottima fattura cinematografica del film, non posso non percepire la distanza da questo modo di leggere la storia e non avvertirlo come potenzialmente pericoloso per l’uso di una retorica che facilmente può essere messa al servizio di finalità molto meno nobili di quelle del soldato Doss.

Insomma, la prossima volta ci penserò due volte prima di tornare a vedere un film di Mel Gibson.

Voto: 2,5/5