martedì 16 gennaio 2018

La notte poco prima delle foreste / con Pierfrancesco Favino. Teatro Ambra Jovinelli, 11 gennaio 2018

Un uomo con un marcato accento dell'Est Europa è alla ricerca di una stanza dove dormire per la notte. Nel frattempo vaga per un'anonima città, tra periferie, strade, ponti e metropolitane, bagnato dalla pioggia. In questo viaggio notturno incontra degli interlocutori cui racconta le sue vicissitudini, le sue ansie, le sue paure, le sue aspirazioni, cercando conforto e complicità, forse anche impietosendo per ottenere subdolamente un aiuto.

Chi è quest'uomo? Certamente uno straniero per la terra dove vive. Certamente un diseredato che vive arrangiandosi e sopravvive come può. Il suo mondo è fatto di altri emarginati come lui, prostitute, neri, piccoli delinquenti, ognuno impegnato nella sua lotta per sopravvivere, ognuno pronto ad approfittare della debolezza altrui per prevaricare.

Questo mondo ha le sue leggi e le sue dinamiche interne che ne fanno una specie di universo parallelo, quasi trasparente rispetto alla società "ordinaria" e "ordinata".

L'uomo che racconta se stesso in questo monologo, La notte poco prima delle foreste, scritto da Bernard-Marie Koltès e portato in scena all'Ambra Jovinelli per la regia di Lorenzo Gioielli e la magistrale interpretazione di Pierfrancesco Favino, ci chiama in causa, perché l'interlocutore sul palco non c'è e dunque gli interlocutori siamo tutti noi.

Ad ogni spettatore questa chiamata in causa trasmetterà sensazioni diverse, secondo le proprie esperienze e il proprio modo di essere, e produrrà certamente dei conflitti interiori tra la reazione istintiva e quella ragionata.

Personalmente di fronte a quest'uomo e alle sue parole provo alternativamente compassione, senso di colpa, diffidenza, perplessità, meraviglia. A volte mi sento presa in gira e penso che certamente mi sta raccontando un sacco di fandonie per farsi compatire, altre volte sono colpita dalla profondità del suo pensiero e dalla poeticità delle storie sgangherate che fluiscono dalla sua bocca, altre volte ancora sono combattuta tra l'istintiva diffidenza e l'empatia verso una condizione che lui riesce a farmi sentire sotto la pelle e rispetto a cui vorrei fare qualcosa.

Penso che là fuori, fuori da quel mondo ordinato e protetto nel quale viviamo, esiste un mondo parallelo con cui cerchiamo di avere il minor numero di contatti possibili, tenendocene il più possibile a distanza. Ma quando quel mondo - dal palco di un teatro - ci parla e si racconta siamo spiazzati. Non abbiamo le parole, i modi, gli strumenti per interpretare quest'uomo; o meglio, lo capiamo perfettamente e allo stesso tempo non ne comprendiamo le intenzioni e i sentimenti profondi, perché siamo vittime dei nostri pregiudizi e delle nostre esperienze di distanza.

Nel mondo reale questi incontri non avvengono, o avvengono solo raramente e certamente in modo rapido e superficiale. Koltès ci consente di sperimentare un ascolto e di comprendere quanto siamo impreparati come interlocutori.

Voto: 3,5/5

sabato 13 gennaio 2018

Le colline incantate del Senese

E, per concludere un anno - il 2017 - tutto all'insegna della Toscana, anche per l'ultimo dell'anno scelgo - su iniziativa di alcune amiche - questa splendida regione come mia meta.

Dopo la solita procedura per il noleggio auto a stazione Termini e un viaggio tranquillo con autostrade piuttosto sgombre, arrivo alla stazione di Chiusi-Chianciano dove recupero S. che sarà mia compagna di viaggio per questi giorni, oltre alle altre amiche che incontreremo direttamente a Montepulciano.

Il nostro agriturismo, Le Rondinelle, è stato scelto perché molto vicino a quello dove alloggia un'altra parte del gruppo, in zona Acquaviva, una frazione di Montepulciano. Il nostro agriturismo sta su una strada piuttosto trafficata a fondo valle, ma le stanze sono sul retro della casa principale quindi sono piuttosto silenziose, nonostante le Frecce che passano tutto il giorno lungo la non lontana ferrovia. I proprietari, una coppia in pensione, sono accoglienti e molto prodighi, anche di consigli, come spesso accade in queste situazioni.

La nostra prima passeggiata (la prima di numerose) la facciamo a Montepulciano, dove giriamo in lungo e in largo per le stradine in salita del centro storico e facciamo un giro al mercatino natalizio che si svolge nella piazza principale. Saliamo anche sulla torre del palazzo municipale, da dove si gode una vista sul paese e sulla Val di Chiana davvero spettacolare, e resa ancora più magica dalla nebbiolina che avvolge tutto fino al tramonto. Poi passiamo a casa di L. che ospita un'altra parte del gruppo.

Il nostro cenone si svolge al B&B La casa di Assunta, dove convergiamo tutte dalle nostre sistemazioni, per mangiare gli splendidi piatti che la padrona di casa, una cuoca bravissima, nonché una persona davvero gradevole, ci prepara. Dopo una cena tutta a base di pesce, si chiacchiera amabilmente, si brinda all'arrivo del nuovo anno e poi si spostano i tavoli e si comincia a ballare fino a quando il sonno prende il sopravvento.

Il giorno dopo è d'obbligo alzarsi con calma ed è altresì inevitabile la lunga trattativa per decidere che cosa fare. Dopo estenuanti confronti di punti di vista, intanto decidiamo di andare tutte insieme alla chiesa di San Biagio, ai piedi di Montepulciano. Da lì una parte del gruppo si avvia a piedi verso Montefollonico, nonostante il tempo non sia granché e ci sia il serio rischio di pioggia, e un'altra parte (in cui ci sono io) si dirige in macchina verso Monticchiello, un altro paese arroccato in cima a una collinetta che sta esattamente a metà strada tra la Val d'Orcia e la Val di Chiana. Già per strada dunque ci godiamo panorami splendidi, resi speciali da un cielo minaccioso, in cui ogni tanto si aprono squarci di azzurro e di sole.

A Monticchiello, paese del "teatro povero", facciamo un giro in centro e poi cerchiamo un punto panoramico da cui si possa ammirare la Val d'Orcia. Quando stiamo per rinunciare perché i punti migliori sono tutti privati, una signora dal balcone - vedendoci vagare - ci chiede cosa stiamo cercando e ci consente di entrare in un giardino privato da cui si apre una vista spettacolare sulla valle.

Prima di andar via dal paese, facciamo poi una sosta alla Guardiola, un posticino dove beviamo un buon rosso Orcia e facciamo uno spuntino.

A Montefollonico raggiungiamo il resto del gruppo e poi tutte facciamo ritorno alle rispettive sistemazioni.

La sera siamo a cena alla Trattoria di Cagnano, dove apprezziamo gli antipasti, la minestra di castagne, il vino delle cantine Dei e poco altro.

Il giorno successivo le nubi hanno lasciato il posto a un cielo azzurro molto bello. Io sono decisa a fare un giro in Val d'Orcia, perché mi è rimasto il desiderio di vedere alcuni luoghi che la prima volta che ci ero stata non avevo visto. Così in macchina puntiamo alla Cappella della Madonna di Vitaleta, uno dei luoghi iconici della Val d'Orcia. Da qui facciamo una piccola passeggiata tra i campi, senza calcolare che la pioggia dei giorni precedenti ci riempirà le scarpe di fango.

Dopo questa suggestiva passeggiata, riprendiamo la macchina e percorriamo una strada sterrata dove ci sarebbe da fermarsi a fare foto ogni 2 minuti... Il percorso verso San Quirico d'Orcia diventa dunque incredibilmente lungo. A San Quirico facciamo un giro nel centro storico e uno spuntino in enoteca, poi sulla strada verso l'azienda di Pianporcino che ci è stata consigliata per il pecorino, ci fermiamo alla quercia delle checche, un altro punto topico della valle.

Il nostro giro in Val d'Orcia termina a Pienza, con la magnifica vista al tramonto sulla valle e la sosta alla suggestiva pieve di Corsignano.

Raggiungiamo poi il resto del gruppo a San Casciano dei Bagni, dove loro stanno facendo il bagno termale all'aperto sotto la luce della luna, ma noi non ci pensiamo nemmeno.

Le cena da Assunta (a ranghi ridotti perché qualcuno è già rientrato) sarà memorabile: oltre a preparare insieme a lei i pici, potremo mangiare fegatini di pollo e salsicce fatti in casa, due varianti dei pici, con carciofi e con mollica, il fagiano con giardiniera e verdure varie di contorno, nonché il panettone con la panna. D'altra parte, oggi è il compleanno di C., quindi l'occasione è buona per l'ennesimo brindisi.

La mattina dopo siamo ormai solo in quattro e decidiamo di andare a visitare le cantine Dei, che stanno in un bellissimo tratto di campagna vicino Montepulciano. La nostra guida per la visita è molto attenta e preparata e ci illustra storia e filosofia della cantina, oltre a farci vedere gli spazi della cantina sotterranea in travertino e l'anfiteatro all'aperto realizzato dal fondatore. Ne usciamo con diverse bottiglie di vino (e io anche una scatola di legno che desideravo da tanto!).

Da qui ci muoviamo verso il lago di Montepulciano, dove facciamo una passeggiata lungo il sentiero in questa mattinata un po' coperta. La nostra vacanza si conclude con un ultimo, memorabile pranzo al ristorante, la Botte Piena, a Montefollonico che avevo puntato fin dal primo giorno. Prendiamo due menu tradizione che comprendono salumi di cinta senese con giardiniera, crostini di fegatini con cantucci salati, ribollita, tagliatelle con sugo finto, tagliata di chianina, e cantucci con vin santo.

Non possiamo che dirci ampiamente soddisfatte di questa vacanzina sia a livello di paesaggi, sia a livello enogastronomico.

Sulla strada del ritorno - sarà stato anche il vino - mi sento un po' filosofa e penso che l'autostrada in un giorno feriale è come la vita: non importa quanti camion hai già superato ne incontrerai sempre un altro da superare!

Per qualche altra foto del viaggio vi rimando al mio progettino "Hanging around Val di Chiana and Val d'Orcia" su Behance.

giovedì 11 gennaio 2018

La stanza di Giovanni / James Baldwin

La stanza di Giovanni / James Baldwin; trad. di Alessandro Clericuzio; postfazione di Colm Tóibín. Roma: Fandango Libri, 2017.

La stanza di Giovanni è un romanzo dalla classica struttura narrativa circolare. Inizia infatti dalla fine: David è alla finestra della sua casa nel sud della Francia e con un lungo flashback ci racconta la sua storia: dalla sua prima esperienza gay in adolescenza – poi rinnegata -, all’incontro con Hella, al loro temporaneo allontanamento, al trasferimento a Parigi, all’incontro con Jacques e la serata nel bar dove lavora Giovanni. Poi i pochi mesi della storia d’amore tra David e Giovanni che dividono la minuscola stanza di quest’ultimo nella periferia di Parigi. Infine, il ritorno di Hella, David che lascia Giovanni, quest’ultimo che perde il lavoro e impazzisce di dolore.

Fin dal principio sappiamo che questa non sarà una storia a lieto fine, e a poco a poco – scorrendo le pagine di James Baldwin – scopriamo che la vita di tutti i protagonisti nel giro di pochi mesi va incontro al suo infelice e fatale destino.

Avevo scoperto James Baldwin grazie al bellissimo film I am not your negro e mi aveva colpito il suo essere un personaggio interessante, anticonvenzionale, colto, fortemente impegnato nella sua battaglia per i diritti civili. Tra i suoi libri mi aveva incuriosito La stanza di Giovanni, che però fino a poche settimane fa risultava indisponibile nelle edizioni fin qui pubblicate. Per fortuna sono arrivati quelli di Fandango Libri che ne hanno fatto una nuova edizione!

Il libro è al contempo un po’ come me lo aspettavo e un po’ sorprendente. Non mi sorprende che Baldwin scriva un libro di una sincerità sconcertante e senza veli pur trattando un tema come l’omosessualità che ancora oggi suscita polemiche. Non mi aspettavo però un libro così diretto, con una scrittura così piana, modernissima, attraverso cui si sviluppano il monologo interiore e i ricordi di David, la voce narrante.

In questo libro Baldwin sembra abbandonare per un attimo il tema dei diritti dei neri - che gli è particolarmente caro e per il quale è riconosciuto dalla sua comunità - e fa un incursione in un altro ambiente umano per il quale il condizionamento sociale è talmente forte da rendere problematica e non scontata la possibilità di essere se stessi.

Di questo è vittima David il cui conflitto interiore gli impedisce di vivere serenamente la propria identità sessuale, facendo del male a se stesso e alle persone che lo circondano, impedendosi di lasciarsi andare all’amore fino in fondo, costruendosi un’identità alternativa che alla fine lo soffoca. Di questo è vittima anche Giovanni che vive la propria sessualità più liberamente di David ma viene respinto da quest'ultimo proprio perché rappresenta una strada che gli fa paura.

Nella postfazione Colm Tóibín ci racconta che quando Baldwin scrisse questo libro, in cui i protagonisti sono tutti bianchi, americani o europei, il suo editore lo mise in guardia dalla sua pubblicazione che probabilmente gli avrebbe alienato le simpatie della sua nicchia di mercato. Baldwin rispose che non poteva trattare nello stesso libro della questione dell’omosessualità e di quella dei neri, perché non ci sarebbe stato spazio a sufficienza; però non rinunciò a pubblicare questo libro, allergico come sempre a qualunque tentativo di essere ingabbiato o etichettato.

Una lettura interessante, un libro modernissimo, che conferma – qualora ce ne fosse stato bisogno – la statura di un intellettuale che, proprio grazie al suo anticonformismo, è sempre stato un passo avanti agli altri.

Voto: 3,5/5

lunedì 8 gennaio 2018

L'insulto

Il film del regista di origine libanese Ziad Doueiri inizia come un tipico film di provenienza mediorientale: un uomo, Tony Hanna (interpretato da Adel Karam), un cristiano maronita che vive a Beirut, assiste a un comizio politico, poi mentre torna in macchina a casa dalla moglie incinta e al suo lavoro di meccanico canta una canzone nella sua lingua. Un altro uomo, Yasser Salameh (Kamel El Basha, vincitore della Coppa Volpi a Venezia), è un palestinese rifugiato in Libano e a Beirut vive e dirige un cantiere proprio fuori dalla casa di Tony. Un giorno Yasser va a bussare alla porta di Tony perché lo scolo del suo balcone sgocciola sulla strada e vorrebbe risistemarlo. Da qui comincia una disputa destinata a finire nelle aule di un tribunale e sulle televisioni nazionali. E proprio quando la disputa – da essere puramente privata – assume un valore politico il film cambia marcia, fa proprio il linguaggio (a livello di sceneggiatura e di tecnica di ripresa) del cinema occidentale, in particolare quello dei legal movies, e acquista un respiro che va ben al di là dei due uomini e persino del Libano stesso, per diventare la rappresentazione quasi universale e tutta umana dell’origine dei conflitti e delle guerre.

Personalmente non so tanto della storia libanese. Nella mia testa ci sono echi lontani della guerra civile libanese di cui sulle nostre televisioni arrivavano le immagini di una Beirut quasi totalmente devastata (segni che la città porta ancora su di sé, come anche questo film mette bene in evidenza). So per sommi capi che la guerra libanese è stata uno dei tanti tasselli di un Medio Oriente perennemente instabile e attraversato da conflitti sia all’interno sia tra gli stati.

Non sapevo però che una parte centrale in questa guerra l'ha giocata il rapporto tra libanesi e palestinesi, né sapevo dell’ostilità libanese nei confronti dei palestinesi che si sono rifugiati nel loro paese a causa della diaspora dalla Palestina e che sono stati protagonisti della guerra civile degli anni Settanta e Ottanta.

Però nel film di Doueiri – pur essendoci tanta parte di storia libanese, scandagliata e documentata durante il processo che contrapporrà Tony a Yasser – c’è molto altro e di più. C’è una riflessione profonda sulle radici dei conflitti umani, conseguenza della propria storia individuale e delle proprie sofferenze, nonché dei propri pregiudizi e delle convinzioni profonde che ci siamo costruiti, e che vanno al di là della persona che abbiamo di fronte. Il regista sembra volerci dire che il conflitto è sempre l’esito di una sofferenza personale, un’azione volta a fare giustizia di tale sofferenza e a rivendicarla anche di fronte alla presunta sofferenza altrui. Il conflitto si nutre e non può fare a meno dell’ignoranza, intesa come non conoscenza dell’altro, perché questo consente di applicare all’altro i pregiudizi che ci portiamo dentro.

Come il conflitto ha le proprie radici a livello individuale, così la soluzione al conflitto esiste solo a livello individuale, in due uomini che a poco a poco si conoscono e alla fine si guardano negli occhi, senza più benzina che alimenti il rancore.

Apparentemente dunque il film di Doueiri sembra aprire una possibilità e una speranza. In realtà, non si esce dal cinema confortati perché l’escalation che trasforma uno screzio privato tra due persone in un caso di rilevanza politica nazionale e in uno stato di ostilità e sospetto crescenti tra fazioni opposte - proprio perché allontana il conflitto dalla dimensione individuale e lo trasforma in una bandiera da portare - rende difficile qualunque soluzione e non apre alcuna strada al suo superamento.

Ci sono tanti temi e tanti spunti di riflessione ne L’insulto, ma soprattutto c'è la lucida consapevolezza che di fronte a un conflitto la ricerca del colpevole è sempre una via fallimentare perché “nessuno ha il monopolio della sofferenza” e le posizioni ideologiche non rendono giustizia alle storie individuali.

Assolutamente da non perdere. Peccato solo non averlo visto in lingua originale.

Voto: 4,5/5