martedì 16 luglio 2019

Arti Vive Festival: Sharon Van Etten (+ Any Other, + Malihini). Soliera (MO), 7 luglio 2019

A conclusione di un bel weekend trascorso a inseguire un po' di fresco su per l'Appennino, il ritorno al caldo della bassa padana è quantomeno allietato dalla partecipazione a una bella serata di musica dal vivo.

Si tratta della serata finale di Arti Vive Festival (l'evento musicale che si tiene nella piazza del centro storico di Soliera, in provincia di Modena), la cui ospite d'onore è Sharon Van Etten, che ha scelto questa come una delle pochissime location del suo tour italiano.

Ma il live musicale prevede altre partecipazioni importanti che sarebbe riduttivo chiamare semplici opening. Su un palco affollatissimo di strumenti sale alle 20 Any Other, aka Adele Nigro, con la band che la sta accompagnando in questo lungo tour seguito alla pubblicazione del lavoro Two, Geography e che già avevo avuto modo di ascoltare a Roma allo Spazio Diamante. La band è formata dall'inseparabile Marco Giudici, dalla bravissima batterista Clara Romita e dal bassista Giacomo di Paolo.

Any Other ci offre una quarantina di minuti di galoppata attraverso le sue canzoni, cantandole con la solita grinta e determinazione, e manifestando il consueto affetto nei confronti di un pubblico ancora non folto, ma sicuramente attento. Ascoltiamo, tra le altre, Walkthrough, Mother goose, Something, Traveling hard, Capricorn No, e - nonostante qualche piccolo problema iniziale con i volumi degli strumenti - il breve live riesce perfettamente a trasmettere tutta la forza e la tenerezza che emana da questa ragazza, molto giovane per tanti versi, eppure incredibilmente matura per la sua età e il suo modo di stare sul palco.

Il tempo di un breve cambio di palco ed ecco salire il duo Malihini, formato da Giampaolo Speziale e Thony (nome d'arte della musicista e attrice Federica Caiozzo). Thony la conosco da moltissimo tempo: l'avevo sentita cantare già nel 2010 nell'opening di Joan as Police Woman al Circolo degli artisti, quando ancora non aveva fatto alcun film e nessuno la conosceva. A quel tempo ne avevo intuito le qualità e non a caso il successo sarebbe arrivato di lì a poco con la colonna sonora e il ruolo da co-protagonista nel film di Virzì Tutti i santi giorni. Proprio nell'anno di uscita del film, l'avevo rivista dal vivo al Lanificio in una serata nel complesso non del tutto soddisfacente, ma in cui Thony aveva confermato le sue qualità di cantautrice e interprete.

Da allora l'avevo un po' persa di vista e in generale ho avuto l'impressione che la carriera di Thony non avesse preso una direzione chiara e oscillasse tra cinema e musica senza una precisa convinzione. Poi, non molto tempo fa, scopro che Thony - insieme a Giampaolo Speziale, conosciuto per caso e diventato suo partner di vita e musicale - ha avviato un nuovo progetto musicale che si chiama Malihini e che ho l'occasione di ascoltare dal vivo qui a Soliera.

I due (Speziale alla chitarra e Thony alle tastiere) sono accompagnati da un bassista e anche loro - come Any Other - ci propongono una quarantina di minuti di live durante il quale ci fanno ascoltare diverse canzoni di questo ultimo lavoro, tra cui Hopefully, again (che dà il titolo all'album), Michael e Drum Rock and Roll. Difficile classificare la loro musica che mescola pop ed elettronica, e in alcuni momenti ricorda persino sonorità anni Ottanta e Novanta (ma non so se sono influenzata in questo dai jeans a vita alta e dalla camicia a fiori di Giampaolo Speziale). Mentre Thony manifesta apertamente una certa qual timidezza, Speziale fa l'uomo della situazione ostentando sicurezza e parlando con il pubblico, ma è evidente che anche lui è un timido e che in fondo entrambi sono a loro agio solo quando suonano e cantano. Nel finale Speziale si avvicina alle tastiere e i due cantano in duetto guardandosi romanticamente negli occhi. Staremo a vedere se questo progetto musicale e di vita metterà le ali e dove porterà questi due musicisti e le loro esistenze.

Ma intanto si sono fatte quasi le dieci, ed è tempo di preparare il palco per Sharon Van Etten, che non si fa attendere e sale sul palco elegantissima con i suoi pantaloni attillati e la sua camicia di lamé. Intorno a lei, ognuno su un proprio palchetto sopraelevato, i suoi musicisti; innanzitutto la sua collaboratrice di lunga data, Heather Broderick Woods (che già avevo visto suonare con lei nel concerto di qualche anno fa al Circolo degli artisti), poi un batterista, un esperto bassista e un polistrumentista di grande livello.

Sharon inizia solo voce, per poi imbracciare la chitarra (anzi le chitarre, ne utilizza due diverse) e proporci anche un paio di brani al piano, tra cui una cover della canzone Black Boys on Mopeds di Sinéad O'Connor, che lei dice di aver scelto perché, da quando è diventata madre (di un bimbo di due anni), condivide le inevitabili preoccupazioni delle madri per la situazione in cui versa il mondo intero.

Il tour ovviamente punta a portare all'attenzione del pubblico l'ultimo album di Sharon, Remind me tomorrow, arrivato a oltre quattro anni di distanza dal precedente Are we there, che io avevo amato particolarmente. Nel frattempo tante cose sono successe nella sua vita e anche la sua musica è in parte cambiata; dagli esordi folk (in particolare in Tramp) e dalle atmosfere più intimistiche e drammatiche di Are we there si è passati a sonorità più variegate che spaziano dal rock all'elettronica, ma che complessivamente - a mio modesto parere - risultano meno personali e riuscite. Non a caso il pezzo che mi è piaciuto di più di questo nuovo lavoro è Seventeen in cui la Van Etten torna a uno stile per lei più classico com'è quello della ballata. Questa è appunto una delle canzoni del nuovo album che ci propone insieme ad altre tra cui No one's easy to love e Comeback kid. Ma - nonostante l'impianto rock del live - fanno capolino anche canzoni provenienti dai lavori precedenti come Tarifa, Every time the sun comes up, You shadow, One day.

Al termine di più di un'ora di musica Sharon e i suoi musicisti ci salutano, ma è evidente che il pubblico non ne ha ancora abbastanza cosicché i cinque tornano sul palco per proporci ancora alcuni pezzi tra cui I told you everything e Stay.

Personalmente, resto affezionata alla Sharon Van Etten ascoltata quattro anni fa, alla sua vena più drammatica e sofferente, e considero questo un momento di transizione che sicuramente porterà in un prossimo futuro a un recupero delle sonorità del passato in una forma più corrispondente alla fase attuale - e sicuramente più positiva - che Sharon sta vivendo. Detto ciò, dal vivo Sharon Van Etten resta una forza della natura capace di creare un'atmosfera speciale e di trascinare il pubblico nel suo mondo, qualunque esso sia.

Voto: 3,5/5

domenica 14 luglio 2019

La mia vita con John F. Donovan

La prima produzione hollywodiana di Xavier Dolan, regista ancora giovane ma già cult, di cui ho visto quasi tutti i film e che amo molto, ha alle spalle una realizzazione travagliata il cui risultato è probabilmente il compromesso migliore che il regista canadese è riuscito a trovare dopo i tagli (tra cui quello importante del ruolo di Jessica Chastain) e le ricuciture.

L'idea di fondo - come sempre nei film di Dolan - è molto personale: Rupert Turner (Jacob Tremblay) è un bambino di 11 anni che ha una passione smisurata per l'attore John F. Donovan (Kit Harington), all'apice del successo all'inizio degli anni Duemila quando il bambino decide di scrivergli una lettera da cui inaspettatamente inizierà una corrispondenza sorprendente e a certi occhi scandalosa.

Questa storia viene raccontata dieci anni dopo dallo stesso Rupert, ormai adulto e attore, dopo la pubblicazione di un libro che contiene le loro lettere, durante una intervista con una giornalista inizialmente scettica e disinteressata (Thandie Newton). Ne vengono fuori due vite per certi versi diversissime e lontane anni luce, ma incredibilmente accomunate - nonostante le differenze di età - da condizioni e sentimenti che permettono ai due di capirsi e di aprirsi.

Il film si apre sulla morte (forse il suicidio?) di John F. Donovan nel 2006 e il modo in cui il piccolo Rupert ne viene a conoscenza; poi si torna al presente e all'incontro tra Rupert adulto e la giornalista; quindi si prosegue per tutto il film in questo andirivieni temporale, spostandosi a seconda dei casi dalla vita di Donovan a quella di Turner.

Certamente il film vuole essere una riflessione sulla tossicità della fama (e della solitudine affettiva che spesso porta con sé), ma anche sull'importanza dei modelli, da quelli più vicini (mamme, fratelli e insegnanti) a quelli più lontani (come sono appunto i nostri idoli).

Nella confezione si riconosce lo stile dolaniano sia nel modo di girare (telecamere attaccate ai volti dei protagonisti, gioco di sfuocato e messa a fuoco ecc.), sia nell'apparato musicale (con un tripudio di canzoni pop, la cui scelta invero in questo caso mi è sembrata più banale del solito), sia nella narrazione (che alterna accelerazioni e rallentamenti, momenti sincopati ad altri più distesi, e che viaggia sempre un po' sopra le righe). Anche nei contenuti i temi cari a Dolan ci sono tutti: i rapporti madre-figlio, le figure di madri isteriche, l'assenza dei padri, l'omosessualità, l'adolescenzialità ecc..

Il fatto è che questo stile e questi temi che hanno reso i film di Dolan unici e riconoscibili qui appaiono quasi di maniera e il cast di stelle non serve a compensarne i difetti: come se qualcuno avesse fatto un film alla maniera di Dolan, utilizzando i suoi stilemi e le tematiche da lui preferite, ma senza ottenere lo stesso risultato di verità e sincerità che di solito traspare dai film del giovane regista.

Nel complesso dunque un film un po' rattoppato da ogni punto di vista, che finisce per risultare un po' legnoso e poco credibile, e dunque lascia l'amaro in bocca. Consideriamolo una tappa di crescita, un passaggio in qualche modo necessario che certamente non resterà alla storia come uno dei suoi migliori film ma che non costituirà un impedimento al percorso di crescita del regista che sono sicura ci sorprenderà ancora grazie alle molte frecce al suo arco.

Voto: 2,5/5


venerdì 12 luglio 2019

Anna Calvi. Social Park, 3 luglio 2019

Ormai sono diventata praticamente un'habitué dei concerti di Anna Calvi. In questo caso specifico la vado ad ascoltare per la seconda volta dal vivo nell'ambito del medesimo tour, quello che da più di un anno sta portando la cantautrice in giro per l'Europa e per il mondo per presentare il suo lavoro Hunter.

Poiché la Calvi è una delle artiste che io considero a maggior valore aggiunto nell'esecuzione live, non mi lascio sfuggire l'opportunità di assistere a un suo nuovo concerto e mi dico che la musicista sarà definitivamente promossa se sarà in grado di stupirmi a così breve distanza di tempo!

La location questa volta è uno dei luoghi dell'estate romana, una novità del 2019, il Social Park, nella zona di Tor di Quinto, che sulla carta promette molto, anche se alla prova dei fatti dimostra non poche carenze: oltre al fatto che il posto si trova in una zona non facilmente raggiungibile - si tratta di un circolo sportivo riadattato per i mesi estivi - l'organizzazione non sembra perfettamente rodata e mentre su FB promettono un'area food & beverage di fatto c'è solo un bar sfigatissimo che vende focaccia con prosciutto cotto. Inoltre, pur essendo prassi normale che i concerti non inizino mai all'orario annunciato, in questo caso la comunicazione lascia molto a desiderare perché solo negli ultimissimi giorni viene comunicato che ci sarà un opening degli RBSN e che la Calvi salirà sul palco alle 23, cosa che suscita le reazioni velenose di molti.

Quindi, a stomaco vuoto, mi posiziono sotto il palco, quasi in prima fila, come al mio solito, per poter fotografare. Alle 22.15 puntualissimi salgono sul palco per l'opening gli RBSN, il cui nome e la cui anima è Alessandro Rebesani, un giovane musicista e cantautore romano con una formazione e un'apertura alla musica internazionale, la cui ispirazione è un originale mix di folk e jazz. Rebesani, che è voce e chitarra del gruppo, è accompagnato sul palco da tre ottimi musicisti: Elia De Benedictis alla batteria, Piero Conte alla chitarra e Benjamin Ventura alle tastiere.

Nel pubblico ci sono loro amici, sostenitori e fans, mentre il resto degli spettatori all'inizio sembra più che altro impaziente di ascoltare Anna Calvi. Gli RBSN si conquistano però a poco a poco l'attenzione e l'interesse del pubblico con una musica allo stesso sofisticata e orecchiabile, molto ben cantata e arrangiata. Personalmente ne sono abbastanza colpita e sono già intenzionata a comprare i loro EP appena tornata a casa. Credo che questi ragazzi faranno strada.

Al termine dell'opening, il tempo di un cambio di palco ed ecco alle 23 in punto entrare i due musicisti Molly Harpaz e Daniel Maiden-Wood, che accompagnano ormai Anna da molti anni e che si confermano una certezza assoluta. Mentre i due cominciano a suonare, dall'oscurità del retropalco arriva Anna Calvi, con pantaloni neri e maglia bordeaux dalla foggia elegantissima e rossetto super rosso come è nel suo stile.

Mentre nel concerto di novembre l'atmosfera si era surriscaldata nel giro di pochi minuti con un'Anna Calvi dirompente, in questo caso la cantautrice inglese sceglie un tono più sommesso e intimo, e sembra puntare più che alla potenza e all'energia all'accuratezza dell'esecuzione musicale, lasciando spazio - ancor più che in altre circostanze - agli assoli di chitarra.

In realtà - com'è tipico di Anna Calvi - il ritmo e l'intensità della performance crescono nel corso del concerto e così, mentre si passa attraverso successi vecchi e nuovi - Susanne and I, Swimming pool, As a man, Hunter, Wish, Indies or Paradise, I'll be your man, Desire, Don't beat the girl out of my boy -, la voce si fa più potente e il rapporto con l'amata chitarra sempre più fisico e quasi orgasmico, fino a quando - sulla cover finale di Ghost rider dei Suicide - Anna fa un assolo di chitarra in ginocchio sul palco e alla fine della canzone lancia la chitarra lontano da lei, quasi per liberarsi di questo oggetto di amore/odio.

Poi - svestiti i panni diabolici della performer - ci ringrazia con la sua voce quasi timida e scompare dietro le quinte, senza più ricomparire nonostante il pubblico la richiami a gran voce. Ma in fondo il climax del bis lo abbiamo in qualche modo vissuto già alla fine del concerto, quindi anche questa volta possiamo dirci pienamente soddisfatti.

E - nonostante la scomodità della location e forse una sensazione complessiva meno forte rispetto all'ultimo live - ne è valsa interamente la pena. Vedere e sentire Anna Calvi dal vivo è un'esperienza che non è mai ridondante.

Voto: 3,5/5

mercoledì 10 luglio 2019

Il traditore

Con quest'ultimo film, presentato con successo al Festival di Cannes, Marco Bellocchio racconta un momento importante della storia recente dell'Italia e lo fa attraverso uno dei protagonisti più importanti e controversi di questa vicenda, Tommaso Buscetta (Pierfrancesco Favino), affiliato di Cosa nostra e poi collaboratore di giustizia determinante per le indagini condotte da Giovanni Falcone e per gli esiti del maxiprocesso.

Il film prende l'avvio a Palermo all'inizio degli anni Ottanta, quando - in occasione della festa di Santa Rosalia - si celebra un accordo di non belligeranza tra la mafia palermitana e l'emergente mafia corleonese, capeggiata da Totò Riina. In realtà si tratta solo del prologo di una sanguinosa guerra cui Buscetta inizialmente si sottrae espatriando in Brasile. Durante questa guerra, però, molti suoi familiari, tra cui i suoi figli Antonio e Benedetto, vengono assassinati, mentre lo stesso Buscetta viene arrestato in Brasile e poi estradato in Italia. Qui decide di collaborare con il giudice Falcone (Fausto Russo Alesi) contribuendo a svelare l'organizzazione di Cosa nostra e in un secondo momento i suoi collegamenti con il mondo politico.

Di fronte a una figura complessa come quella di Buscetta e a un periodo recente, doloroso e ancora in parte oscuro della storia d'Italia, Marco Bellocchio decide di mettere da parte il suo approccio onirico e surreale (con l'eccezione della rappresentazione di alcuni sogni del protagonista) scegliendo invece una narrazione asciutta e rigorosa delle vicende storiche.

Il risultato è potente nell'impatto sullo spettatore, anche e soprattutto grazie alla grande prova attoriale di Pierfrancesco Favino, capace di rappresentare don Masino in tutte le sue età e le sue facce, e di riportarlo in vita anche a livello linguistico grazie a una notevole mimesi sonora che funziona quando parla in italiano e in siciliano, e persino in portoghese. L'interpretazione di Favino è ben supportata anche dal resto del cast in cui spiccano Fausto Russo Alesi (che dimostra grande misura nell'intepretare Falcone) e Luigi Lo Cascio nella parte di Totuccio Contorno.

Bellocchio cerca di sfuggire per quanto possibile alla trappola del giudizio sul protagonista, evitando di presentarlo come un eroe ma anche riconoscendone la coerenza in un personale sistema di valori. Ne viene fuori un ritratto forse un po' troppo morbido e condiscendente che produce un'identificazione empatica dello spettatore nella figura del mafioso. Bellocchio sembra dar credito all'idea che Buscetta fosse un uomo d'onore nel significato che questo termine aveva in Cosa nostra prima dell'avvento dei Corleonesi e di aver deciso di collaborare con la giustizia proprio a seguito del cambiamento di natura di Cosa nostra e del suo tradimento verso questo sistema di valori. Vero è che questo è anche l'unico momento nel film in cui Falcone reagisce stizzito alle parole di Buscetta, commentando che quella di una mafia buona è una favola che non è mai esistita, e che per fortuna come tutti i fenomeni umani anche la mafia è destinata a finire.

Ne viene fuori il ritratto di un uomo sicuramente innamorato della vita e sprezzante del pericolo, ma anche messo di fronte all'uccisione di molti parenti e familiari e al dolore delle persone amate, un uomo inevitabilmente costretto a vivere un'esistenza in allerta o in fuga che però - proprio per questo (o forse nonostante questo) - ha contribuito enormemente a dare allo Stato gli strumenti per combattere una mafia in cui non credeva più.

Resta aperta una domanda con un punto interrogativo enorme: di chi è il tradimento richiamato nel titolo? Di Buscetta verso Cosa nostra - che sarebbe la risposta più scontata - ovvero dei Corleonesi verso la mafia delle origini, o ancora dello Stato verso Buscetta e in fondo verso la società tutta, che avrebbe sperato in una sconfitta definitiva di Cosa nostra che invece non c'è stata? Perché, qualunque fossero le finalità e gli intenti di don Masino, lo Stato ha avuto grazie a lui un'occasione irripetibile cui l'uccisione di Falcone e Borsellino - i cui mandanti restano in parte ignoti - ha in parte messo una pietra tombale sopra.

Voto: 3,5/5

lunedì 8 luglio 2019

Sorry, we missed you. Alice et le maire. Portrait of a lady on fire. Da Cannes a Roma, 12-16 giugno 2019

Anche quest'anno non mi lascio scappare l'opportunità di vedere qualcuno dei film presentati al festival di Cannes in anteprima e in lingua originale. Perdo il film vincitore perché la sera che ci posso andare la sala è sold out già dal giorno prima (sebbene poi mi dicano che il cinema abbia deciso di aggiungere un'altra proiezione in una seconda sala), ma nel weekend riesco a invece a vedere tre film, e con grande soddisfazione. In particolare, in tutti e tre ho riconosciuto e apprezzato la componente "politica", in alcuni casi più esplicita, in altri meno evidente, ma sempre molto forte e portatrice di riflessioni per lo spettatore.

**********************

Sorry, we missed you

Quando esco dal cinema dopo aver visto un film di Ken Loach la domanda che mi pongo è sempre la stessa: "Come faremo quando non ci sarà più lui a sbatterci sotto il naso le storture del nostro sistema economico-sociale e a costringerci a riflettere sulla china che abbiamo imboccato?". Per qualcuno i film di Ken Loach tendono a essere un po' ripetitivi; a mio modesto avviso, il grande vecchio del cinema britannico non sbaglia un colpo e riesce ad alzare l'asticella mantenendo il senso della misura.

Questo suo ultimo film ha innanzitutto un titolo bellissimo: Sorry, we missed you è la dicitura che compare sugli avvisi che i corrieri lasciano sulla porta quando non trovano il cliente, ma in fondo è anche l'atto di scuse che la società tutta dovrebbe fare a tante categorie di lavoratori. Il film parla di Ricky Turner (Kris Hitchen) che - dopo aver fatto molti lavori - decide di mettersi "in proprio" accettando un lavoro di consegna pacchi. Ricky vuole cogliere questa opportunità perché intravede in essa la possibilità di mettere da parte i soldi sufficienti per sottoscrivere il mutuo di una casa e smettere di pagare un affitto. Ricky ha una moglie, Abbie (Debbie Honeywood) che fa la badante per un'agenzia di servizi, e due figli, Liza Jane (Katie Proctor) di una decina d'anni, e Seb (Rhys Stone) che ha quindici anni e marina la scuola per andare a fare graffiti sui muri.

Ricky convince la moglie a vendere la sua macchina per comprare un furgone e massimizzare i guadagni, ma ben presto la scelta di questo lavoro, solo apparentemente autonomo ma in realtà governato dai tempi imposti dallo scanner che registra tutti i tempi e tutte le transazioni e i cui rischi sono completamente a carico del lavoratore, si dimostrerà una bomba a orologeria destinata a mandare in frantumi i già precari equilibri familiari. Mentre i due genitori si ammazzano di lavoro rinunciando a qualunque cosa, compreso il tempo insieme e con i loro figli, la presunta prospettiva di un futuro migliore non compensa la solitudine e lo spaesamento dei due ragazzi, la piccola sempre più inquieta e il grande sempre più oppositivo e sfidante.

In un climax di tensione che tira fuori il peggio da persone che con ogni evidenza hanno cuori buoni e intenzioni positive, viene fuori il ritratto di una società che si è svenduta a un'economia disumana che crea solitudine e disperazione, e non fa stare meglio nessuno se non pochissimi.

E Loach non ci dà delle risposte, perché forse non ne ha e perché le cose sono andate talmente oltre che le risposte non sono affatto facili, lasciandoci invece con un grande interrogativo: "Quand'è che ci siamo distratti fino al punto da aver consegnato le nostre vite a un sistema economico così brutale e abbiamo abdicato ai diritti così faticosamente conquistati dai lavoratori?". Forse è il momento di aprire gli occhi di fronte al fatto che il capitalismo finanziario e l'economia digitale hanno trovato il modo di creare nuove e ampie sacche di schiavitù lavorativa anche nei paesi apparentemente civilizzati ed evoluti, dandoci persino l'impressione di avere ancora la possibilità di scegliere e che tutto questo si possa chiamare progresso.

Voto: 4/5




***********************************

Alice et le maire

E dopo Ken Loach non poteva esserci migliore seguito di Alice et le maire, il film di Nicolas Pariser che vede protagonisti Fabrice Luchini nei panni di Paul Theraneau, il sindaco di Lyon, e Anaïs Demoustier in quelli di Alice, una giovane letterata/filosofa che lascia il suo lavoro di insegnamento a Oxford per lavorare per il sindaco e il suo Gabinetto.

In forma di commedia - anche piuttosto divertente, come i francesi riescono a fare molto bene - il film di Pariser propone una riflessione raffinata e molto attuale sul rapporto tra politica e filosofia, e anche tra politici e intellettuali, e forse - per dirla in maniera ancora più precisa - tra politica e pensiero di sinistra. Thereneau è un politico con la P maiuscola, uno che alla politica ha dedicato la vita intera ma che ora vive una specie di crisi esistenziale e di carenza di idee incisive per la società, svuotato nella sua carica innovativa e schiacciato tra gli effetti perversi del populismo da una parte e i vetusti meccanismi partitici dall'altra. Alice è giovane e relativamente disillusa sulla politica, com'è proprio della sua generazione, mentre crede molto nell'importanza della riflessione teorica e nella forza delle idee.

Quando Alice arriva al Comune di Lyon si trova catapultata in un ambiente schizofrenico, che è il contrario della riflessione e dello studio, in cui tutti corrono e tutto è urgente. Alice osserva sorniona e decisamente divertita questo mondo, percependo il non-senso dei meccanismi della politica. Poiché è lì per aiutare il sindaco a ritrovare stimoli e idee, parla con Thereneau - di persona o al telefono - nei brevi momenti di pausa tra un impegno e l'altro, in un viaggio in macchina, durante un pranzo di lavoro o la sera prima di andare a dormire (o persino dopo, quando lei è già a dormire ma il sindaco no).

Nel confronto tra queste due persone, molto lontane per esperienza e formazione, ma in realtà accomunate dall'interesse per il futuro della società nella quale viviamo e dell'umanità tutta, emergeranno questioni centrali del dibattito contemporaneo (il significato del progresso, il rapporto col capitalismo, la questione dell'ecologia) e i due protagonisti impareranno la necessaria complementarietà tra politica e filosofia, l'una inevitabilmente destinata a svuotarsi senza i principi morali che informano idee e teorie, l'altra destinata a restare vuota retorica senza un confronto con la complessità del reale e con la quotidianità dell'azione e della presenza.

Alice comprenderà che le convulse giornate del sindaco non sono solo un vezzo elettorale da politico, bensì l'esito dei compiti e delle responsabilità sempre più ampie attribuite alla politica; Theraneau imparerà ad andare al cuore dei problemi mettendo da parte le operazioni di puro marketing politico e i tatticismi partitici. Il discorso mai pronunciato che i due scriveranno insieme è un'assunzione di coraggio sulla necessità di parlare dei veri temi della contemporaneità, come è quello di un sistema economico globale che produce effetti perversi e devastanti sul piano sociale.

È questa la strada per la rinascita di una politica di sinistra che torni a parlare alle persone? Pariser non sembra particolarmente ottimista, raccontando una storia che vira dal potenziale cambiamento a livello sistemico verso un processo di consapevolezza individuale, ma anche di ripiegamento nel privato.

Siamo destinati a non avere alternative a un mondo intellettuale che - come dice Theraneau - di fronte a una questione importante sa al massimo organizzare convegni e a un mondo politico trasformato in un circolo mediatico in cui a fare la differenza sono le strategie di marketing?

Al di là della risposta - che mi inquieta non poco - tanto di cappello al film di Pariser perché c'è ancora speranza se c'è ancora chi riesce a parlare di politica e di idee in questo modo alto e leggero, senza indugiare sul marcio e sul morboso. Grazie.

Voto: 4/5



********************************

Portrait of a lady on fire

L'ultimo film della mia personale selezione della rassegna "Da Cannes a Roma" è quello di Céline Sciamma, regista e sceneggiatrice che seguo dai tempi di Water Lilies e che ho apprezzato particolarmente con Tomboy.

Non si può certo dire che Portrait of a lady on fire sia un film che parla di politica, come per i film di Loach e Pariser, eppure non è sbagliato - come dicono la regista e le attrici in alcune interviste - riconoscerne una componente politica in senso più ampio. Il film - ambientato nel Settecento e interpretato tutto al femminile - parla della condizione femminile, dell'impossibilità di scegliere per la propria vita, della situazione di minorità della donna nelle arti e anche della solidarietà femminile come unico supporto nelle situazioni di difficoltà.

Tutto inizia in un'aula in cui Marianne (Noémie Merlant) sta posando per le sue giovani allieve e impartendo loro degli insegnamenti sul ritratto, quando una delle allieve ritrova un quadro che raffigura una donna parzialmente voltata di spalle con la parte bassa del vestito in fiamme che cammina su una spiaggia di notte. È appunto il ritratto di una donna in fiamme, che riporta alla mente di Marianne in un lungo flusso di ricordi la storia da cui quel quadro è nato.

Diversi anni prima una barca porta Marianne su un'isola dove è stata chiamata da una contessa (Valeria Golino) per farle realizzare un ritratto di sua figlia Héloïse (Adèle Haenel), appena uscita dal convento per sposare un pretendente milanese, dopo la morte (quasi certamente un suicidio) di sua sorella.

Héloïse rifiuta di farsi ritrarre perché non accetta la decisione della madre di farla sposare, cosicché Marianne sarà presentata come una dama di compagnia e dovrà dipingere la giovane donna di notte e facendo affidamento sulla sua capacità di osservazione e di memoria.

L'inganno sarà presto svelato e Marianne, insoddisfatta del risultato ottenuto, chiederà alla contessa una seconda possibilità da portare a termine prima del suo ritorno, dopo qualche giorno di assenza.

In questi pochi giorni, la casa diventa il regno dove le due donne, Marianne e Héloïse, insieme alla domestica Sophie, riscrivono tutte le regole sociali che valgono all'esterno, in una condizione di sospensione dalla realtà eccezionale e irripetibile. In questo spazio di straordinaria libertà, le due donne si avvicinano progressivamente e la tensione tra di loro si trasforma in attrazione amorosa, facendo loro scoprire la gioia dell'amore e della condivisione delle passioni proibite alle donne.

La realtà ripiomberà bruscamente in questo mondo capovolto con il rientro della contessa, che porterà alla partenza di Marianne e ai preparativi per il matrimonio di Héloïse.

In quella che potrebbe apparire come una storia tutto sommato convenzionale Céline Sciamma riesce a infondere un senso di mistero e di magico che passa attraverso la ritrosia, i silenzi e gli sguardi delle due donne e che si svela a poco a poco senza mai sciogliersi completamente.

La sequenza in cui Héloïse e Marianne escono per la prima volta insieme per una passeggiata è un capolavoro "pittorico": Marianne (e la telecamera) segue Héloïse che è di spalle con il capo coperto dal cappuccio della sua mantella fino a quando questo cade scoprendo i capelli biondi raccolti sulla nuca e la giovane donna si gira mostrando il suo volto e i suoi occhi chiari.

In The portrait of a lady on fire c'è - sia dal punto di vista visivo che emotivo - una fortissima impronta artistica, che funziona perfettamente anche e soprattutto grazie al fascino magnetico ed enigmatico di Adèle Haenel e a quel misto di stupore e confusione che attraversa lo sguardo di Noémie Merlant.

Per tutti questi motivi sono perfettamente d'accordo con il commento che ne ha fatto su Instagram Xavier Dolan - anche lui in concorso a Cannes - subito dopo averlo visto.

Voto: 3,5/5

giovedì 4 luglio 2019

When in London: alla scoperta della Londra quotidiana e l’All Points East Festival

Una sintesi della città
In inglese esiste l'espressione "When in Rome", che è in realtà la prima parte di una frase che recita: "When in Rome, do as the Romans do", in pratica un monito ad assumere le abitudini dei locali quando si è in un posto che non è il proprio. Da qui il titolo di questo post, perché noi che da Roma ci veniamo, nel partire per questo viaggio ci siamo date il compito di fare come fanno i londinesi e sentirci "quasi" londinesi per 4 giorni.

Con la sempre ottima scusa di fare a me stessa un regalo per il compleanno e avendo scoperto mesi fa che a fine maggio, a Londra, al Victoria Park si svolge l'All Points East Festival, un grosso festival musicale all'aperto, propongo a S. e F. di trascorrere qualche giorno nella capitale inglese.

E così siamo in partenza. Per me è - credo - la quarta volta a Londra, il che vuol dire che le mete turistiche più classiche le ho viste tutte, sebbene a modo mio, ossia senza accurate visite ai musei e ai monumenti!

Regent's Canal
Appena messo piede a Londra, mentre aspettiamo il treno che dall'aeroporto ci porta a centro città veniamo accolte con una sorpresa. Sul sedile vicino al nostro c'è una busta abbandonata che contiene una bottiglia di vino bianco appena comprata con tanto di scontrino (che portiamo via e che poi alla fine lasceremo in omaggio alla casa che ci ospita).

A dormire siamo in un tipico appartamento londinese a tre piani nella zona dell'East End londinese, al confine sud di Victoria Park (del resto questa è la mia zona preferita della città): l'ingresso dà su un corridoietto che porta alla cucina e alla sala con le grandi vetrate, poi invece a sinistra scendendo e salendo le scalette si va nelle due camere da letto che danno entrambe sul backyard.

Casa nella zona dell'East End londinese
Per la prima sera - che è anche quella del mio compleanno - decidiamo di fare le "giovani" e andiamo al Boxpark di Shoreditch, un edificio a due piani composto di box che si aprono su corridoi e spazi di conviviali dove la gente si ferma a chiacchierare, a bere e a mangiare. I box ospitano infatti piccoli esercizi commerciali che preparano e vendono cibo, soprattutto street food da tutto il mondo. C'è tantissima gente e il volume tra voci e musica è così alto che si fa fatica a scambiare due chiacchiere, però l'atmosfera è bella e tutto sommato rilassata. Noi optiamo per un ottimo panino con pastrami, un bibimbap coreano e delle patatine fritte greche, tutto molto buono e ben innaffiato da birra alla spina.

Il Tower Bridge visto dai St. Katherine's docks
Per il post-cena facciamo una passeggiata a Brick Lane, trascorrendo un bel po' di tempo al Rough Trade East, una delle sedi londinesi della mitica etichetta discografica che è anche un grande negozio di dischi e un luogo di eventi musicali.

Nei giorni successivi, andiamo alla scoperta e alla ricerca di chicche e tesori nascosti della città, che a una prima visita normalmente vengono bypassati. E così facciamo una passeggiata ai St. Katherine's docks, una darsena in cui sono ormeggiate decine e decine di barche e yacht e pure qualche veliero. Attraversando i docks sbuchiamo sul Tamigi da dove possiamo ammirare una vista inusuale del Tower Bridge.

Lo skyline della city vista dalla riva sud del Tamigi
Attraversandolo, ci spostiamo sulla riva sud del Tamigi dove facciamo una lunga passeggiata con soste prima alla Southwark Cathedral, dove ascoltiamo anche l'inizio dell'esibizione di un coro, e poi al Globe Theatre, dove passiamo metà del tempo nel fantastico shop. All'altezza del Millennium Bridge (che è in parte transennato per dei lavori di illuminazione che stanno facendo), ripassiamo dall'altra parte del Tamigi e ci allunghiamo fino a St. Paul. Ci rifocilliamo alla ottima Japanese Canteen, scelta dal numero delle persone (non turisti!) che erano lì in pausa pranzo.

Allo Sky Garden
Alle 13.30 siamo sotto l'ingresso di quello che i londinesi chiamano "cheese grater", il nuovo grattacielo (quando ero venuta l'ultima volta non c'era ancora) che all'ultimo piano ha il cosiddetto Sky Garden, il cui ingresso è gratuito ma a numero chiuso e dunque va prenotato. Il posto è molto bello ed è sempre emozionante vedere una città dall'alto.

Saint Dunstan East
La pausa ristoratrice del pomeriggio la facciamo invece alla chiesa di Saint Dunstan East, in realtà le rovine di una chiesa gotica su cui è nato un giardino, un'oasi di pace e tranquillità in mezzo ai grattacieli, dove ci sono molte persone che si riposano e chiacchierano, ed è in corso un servizio fotografico.

Ci dirigiamo poi verso Covent Garden, il grande mercato coperto con la struttura in ferro, e qui non ci facciamo scappare un ottimo pastel de nata appena sfornato, visto che da Santa Nata suonano la campanella quando i pasteis caldi (e preparati a vista) sono pronti. Ne mangeremmo una decina per ciascuna, ma ci conteniamo!

Nei pressi dell'Inner Temple
È a questo punto la volta di Neal's Yard, un angolo colorato della città che si sviluppa intorno ad alcune viuzze piene zeppe di negozi di rimedi naturali e posti per i massaggi.

Ci allunghiamo poi verso Forbidden Planet, un enorme negozio di fandom, dove è divertente anche solo perdersi tra scaffali dedicati a personaggi in parte per me sconosciuti. Uscendo ci imbattiamo in un altro buffo negozio, Angels Costumes, dove si realizzano e si vedono costumi di tutti i tipi, anche e soprattutto per il teatro e per il cinema. Ci sono cumuli di scarpe e cappelli di ogni epoca, e sulle grucce vestiti ordinati cronologicamente :-D

Il dragone alato vicino l'ingresso all'Inner Temple
Da qui scendiamo verso Seven dials, la piazza con al centro una meridiana e sette strade che vi convergono. In realtà è un punto molto trafficato della città, ma ha un suo fascino. Il pomeriggio termina su Charing Cross Road e una breve visita all'Inner Temple.

La sera facciamo veramente le londinesi, visto che siamo ospiti a casa di S. (collega e amico ormai da molti anni) e della sua famiglia, e trascorriamo una bellissima serata con squisita cena indiana, belle chiacchiere e un clima davvero internazionale.

Regent's Canal e gazometro
Il giorno dopo, mentre F. va in giro per musei (essendo la sua prima volta a Londra), io e S. esploriamo la zona di Hackney: il Roman road market (mercato autentico e veramente economico, e non acchiappaturisti come a Londra ce ne sono parecchi), gli Idea store (Bow e Whitechapel), ossia le biblioteche del comune di Tower Hamlets che S. non aveva mai visto, poi in compagnia di S. attraversiamo Victoria Park e poi il sentiero che corre lungo il Regent's Canal che in questa mattina soleggiata e calda è pieno di gente in bici o che fa jogging.

Un cortile a Notting Hill
Lungo il canale vediamo anche il gazometro (che mi fa sentire un po' a casa) e S. ci mostra come sta cambiando questo quartiere, dove molti edifici abbandonati sono stati riconvertiti in working space, sempre più richiesti. Salutato S. facciamo un giro al Broadway Market, dove già ero stata in una delle mie precedenti puntate londinesi, e che ora è diventato un posto super radical-chic nonché caro, anche se sempre molto affascinate. Mangiamo un riso indonesiano ai London Fields e poi facciamo una lunghissima passeggiata per Whitechapel Road, dove S. cerca sulle bancarelle una maglietta a maniche corte, ma è praticamente impossibile visto che il quartiere ha una presenza musulmana altissima e le donne hanno dal velo al burqa a seconda dei casi. Io mi sono fissata che vorrei andare da Fotografiska, la sede londinese di una galleria di fotografia svedese, ma quando siamo lì ci accorgiamo che non ha ancora aperto al pubblico, come del resto S. sospettava.

Little Venice
E così decidiamo di trascorrere il pomeriggio a Notting Hill, quartiere che io non ho mai visto. Dopo un rapidissimo giro a Portobello road (veramente niente di che!), seguendo un itinerario a piedi trovato su Internet, ci infiliamo nelle strade del quartiere alla scoperta degli angoli più nascosti e caratteristici. Il quartiere è davvero bello con le sue case vittoriane colorate con le scalette davanti, e i cortili interni curatissimi e verdissimi.

Visto che si avvicina l'orario dell'aperitivo andiamo verso Little venice, altro luogo poco conosciuto della città. Si tratta del punto di confluenza di tre canali, dove ci sono parecchi barconi ormeggiati, alcuni dei quali trasformati in bar e luoghi di ristoro. Tentiamo di fermarci in uno di questi, ma tra posti che non vendono alcolici e altri superaffollati, decidiamo che è meglio allontanarsi il giusto dai canali per poterci bere la nostra birra in santa pace, cosa che facciamo a un pub carino, The Warwick Castle.

Uno dei concerti al Cafè OTO
Per la sera abbiamo l'obiettivo di andare a sentire i concerti in programma al Cafè OTO, che sta nel quartiere super giovanile e trendy di Dalston. Il posto ci è noto da quando a Roma io e F. siamo andate a sentire il concerto di Daniel Blumberg e abbiamo scoperto che il Cafè OTO è l'ambiente musicale che lui bazzica e che è la fucina di giovani talenti musicali portati alla sperimentazione. La cosa ci attira né abbiamo paura della sperimentazione musicale, però quando saremo lì ad ascoltare questi tre concerti ci renderemo conto che forse il Cafè OTO è troppo persino per noi.

Dalston, nei pressi del Cafè OTO
Nella sala del locale, dove non c'è un vero e proprio palco, si alternano Triple negative (un artista da solo che suona musica con il suo computer e oggetti vari che ha con sé, e lo fa nel buio completo rischiarato solo da un paio di candele), Sholto Dobie e Mark Haedwoo (che producono musica attraverso una consolle e uno sistema di produzione sonora a fiato realizzato con delle sacche di plastiche infilati in cannucce, che sembrano i sacchetti delle flebo) e i Parlour (che avendo strumenti normali - una chitarra, uno xilofono e un sax tenore - ci illudono che faranno musica ascoltabile, e invece anche in questo caso è una cacofonia cui a un certo punto ci sottraiamo).

Dalla terrazza panoramica della TATE Modern
L'ultima annotazione della serata è il fatto che aspettiamo il nostro autobus per più di 40 minuti e il suo percorso sarà anche deviato, senza che nessuno l'abbia annunciato. Questo almeno per non far sentire noi che viviamo a Roma troppo sfigati con i mezzi pubblici (va detto però che per il resto i mezzi pubblici a Londra, metro e autobus sono stati efficientissimi e quasi sempre non tanto affollati).

La domenica è il giorno del nostro festival al Victoria Park, ma la mattina abbiamo il tempo di tornare sulla Southbank, di fare colazione al bar interno del BFI (British Film Institute), dove una signora un po' fulminata ci attacca bottone, di fare una lunga passeggiata lungo il Tamigi (ammirando da più o meno lontano il London Eye, Westminster e il Big Ben impacchettato per i restauri), di fare un giro alla Tate Modern (dove hanno aperto un'ala che l'ultima volta non c'era ed è possibile accedere alla terrazza panoramica che offre un altro sguardo dall'alto sulla città). Del nostro giro all'interno delle sale ci colpiscono una specie di torre di radioline a transistor e un'installazione/scultura sospesa fatta con le tende veneziane, e ovviamente l'immancabile shop dove prendiamo un po' di ricordi e regalini.

Victoria Park
Il tempo di una breve pausa ristoratrice a casa ed eccoci al Victoria Park per l'All Points East. Ci studiamo rapidamente il calendario dei concerti dopo esserci scaricate l'app, e deciso il nostro programma, vediamo prima il concerto dei Phosphorescent sul palco grande (East stage), poi - mangiato un wrap ripieno di agnello - ci spostiamo al palco nord per il concerto di Ezra Furman.

Mentre al primo concerto siamo piuttosto lontane, nel caso di Ezra siamo vicinissime al palco e possiamo goderci la performance del musicista americano (vestito come una signora borghese negli anni Sessanta, con tanto di collana di perle), che spazia attraverso il suo repertorio più rock (del resto il contesto non è adatto al repertorio più intimo e malinconico), investendoci con la sua rabbia e dolcezza. Concerto secondo me divertente e di grande soddisfazione.

Ezra Furman
Appena Ezra Furman termina, corriamo di nuovo verso l'East Stage dove ha da poco cominciato il concerto John Grant, una specie di mito musicale per me e F., il nome per il quale abbiamo deciso di comprare i biglietti del festival. Non mi sarebbe dispiaciuto ascoltare Mac De Marco, così come Bill Ryder-Jones, ma la contemporaneità imponeva scelte anche dolorose. John Grant attinge a piene mani alla sua produzione più recente, che è quella virata all'elettronica che ci piace di meno, ma verso la fine ci premia regalandoci due splendide esecuzioni di The greatest motherfucker e soprattutto Queen of Denmark, che personalmente trovo quasi commovente.

John Grant
Alla fine del suo concerto, tutti coloro che erano dispersi tra i vari palchi convergono verso l'East stage dove sta per iniziare il concerto di Bon Iver (al secolo Justin Vernon). Siamo ormai sommersi dalla gente e purtroppo siamo inevitabilmente lontane dal palco, per cui seguiamo le esecuzioni soprattutto dai maxi-schermi. Intorno a noi tantissime persone appassionate - che conoscono le canzoni a memoria - per un signor concerto che dura oltre un'ora e che regala anche un bis.

Bon Iver
Per quanto quella del festival non sia la dimensione di live che preferisco (non farei per esempio mai a cambio con un concerto intimo in un piccolo club), non v'è dubbio che i festival sono occasioni per ascoltare dal vivo molti cantanti, anche di nome, senza essere costretti alla dimensione ancora più spersonalizzante degli stadi e similari.

La sera torniamo a casa distrutte ma felici. Il giorno dopo ci attende l'aereo di ritorno per l'Italia, ma Londra ci ha conquistate ancora, cosicché il nostro è solo un arrivederci.

Per una selezione più ampia di foto della gita londinese vedi qui. Per vedere un po' di foto del festival musicale All Points East clicca qui.