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giovedì 4 maggio 2017

Quaderni giapponesi / Igort - Viaggio a Tokyo / Vincenzo Filosa

Quaderni giapponesi / Igort. Roma: Coconino Press, 2015.

Viaggio a Tokyo / Vincenzo Filosa. Bologna: Canicola, 2015.

La società giapponese mi ha sempre incuriosita, ma non ho mai avuto la spinta - a parte gli incontri più o meno casuali con questa cultura (soprattutto attraverso il cinema) - ad approfondirne seriamente la conoscenza.

Fino a quando qualche mese fa sono venute a trovarci in biblioteca due funzionarie giapponesi, e l'incontro con loro, sia in presenza, sia poi per i contatti a distanza, mi ha offerto l'occasione di toccare con mano alcune caratteristiche di tale cultura e ha sollevato tanti interrogativi senza risposta rispetto a usi e abitudini per me quasi incomprensibili.

Da quel momento il mio interesse per il Giappone è molto cresciuto, tanto da essere diventato anche un'idea possibile di viaggio, e nel frattempo oggetto di letture e approfondimenti di vario genere. Come spesso mi accade, ho cominciato dai graphic novel.

Avevo a casa i lavori di Igort, Quaderni giapponesi, e di Vincenzo Filosa, Viaggio a Tokyo.

In entrambi i casi si tratta sostanzialmente di racconti di viaggio relativi a periodi di permanenza più o meno lunghi in terra giapponese. Igort, dopo essere stato una prima volta in Giappone negli anni Ottanta, ci è tornato nel 1994 per iniziare una lunga collaborazione con una casa editrice di manga, Kodansha, che gli ha pubblicato la serie Yuri.

Nei suoi Quaderni Igort (o Igoruto San come lo chiamano in Giappone) ci racconta la sua esperienza di contatto con il mondo giapponese, innanzitutto con la sua casa editrice, poi con i grandi maestri giapponesi di manga e anime che ha avuto l'occasione di incontrare o di conoscere meglio, Jiro Taniguchi, Hayao Miyazaki, Yoshiharu Tsuge. Ma l'albo è anche l'occasione per parlare di tanti aspetti della cultura giapponese più o meno noti, tra cui la storia dei bumrakin, l'antica casta dei reietti, la vera storia di Sada Abe, la geisha resa celebre dal film L'impero dei sensi, il rapporto del Giappone con la guerra e il coinvolgimento dei bambini, il teatro kabuki.

La lettura di Quaderni giapponesi è una miniera di stimoli per chi come me è partito alla scoperta di un mondo affascinante e inafferrabile come quello giapponese, e di cui oggettivamente continuo a capire molto poco. È Igort per esempio che mi fa scoprire il libro Il crisantemo e la spada che fu commissionato a Ruth Benedict dall'Office of War Information degli Stati Uniti e pubblicato all’indomani di Hiroshima, e che poi divenne il manuale-breviario delle forze americane di occupazione in Giappone. L'ho prontamente acquistato online e certamente costituirà una delle mie prossime letture.

Da un punto di vista grafico, poi, il fumetto a colori di Igort è un bellissimo viaggio visivo in Giappone, grazie alla riproduzione non solo degli ambienti (il suo appartamento, i templi, le strade), ma anche delle stampe, della grafica, del design propriamente giapponese che l'autore disegna con una precisione e una bravura straordinarie.

Dall'altro lato il libro di Vincenzo Filosa racconta del viaggio da lui fatto in Giappone, anche in questo caso all'inseguimento dei suoi miti, in particolare Tadao Tsuge, scoperto per caso mentre andava alla ricerca dei lavori di Yoshiharu Tsuge. Il viaggio di Filosa è però molto meno calligrafico di quello di Igort, più espressionistico, direi, allucinato, come riporta la quarta di copertina.

L'albo - in bianco e nero - conferma l'impianto espressionistico anche nel tratto e nell'organizzazione delle tavole, spesso una vera e propria sfida visiva per il lettore.

Il volume è strutturato come un manga e dunque si legge al contrario, a partire da quella che per noi sarebbe la quarta di copertina, e anche l'organizzazione interna delle tavole va da destra verso sinistra, cosa che richiede un attimo di tempo di ambientazione. Il fumetto è organizzato per momenti o suggestioni del viaggio. Anche in questo caso vengono raccontate molte particolarità e soprattutto stranezze della società giapponese, però la narrazione di Filosa è a tratti ben poco realistica e più immaginifica, ispirata appunto ai personaggi e al mondo visivo dei mangaka, anche approfittando del fatto che il suo "io" protagonista ha sempre pasticche a portata di mano.

Non tutto è dunque comprensibile per i neofiti della cultura giapponese e del mondo dei manga come me, eppure l'albo trasmette comunque un'atmosfera che paradossalmente nella sua stranezza appare in qualche modo quasi realistica.

Insomma Igort e Filosa mi hanno incuriosito. E state certi che la mia ricerca non finirà qui.

Voto: 3,5/5

lunedì 12 febbraio 2024

Viaggio in Giappone

E dire che ho inseguito questo film a più riprese, assolutamente desiderosa di vederlo, anche in vista di un futuro mio viaggio in Giappone! Poi però quando finalmente sono riuscita a vederlo è arrivata una sostanziale delusione.

La storia è molto minimale. Sidonie Perceval (Isabelle Huppert) è una scrittrice di successo in partenza, controvoglia, per il Giappone dove l'editore che ha curato la riedizione di un suo romanzo ha organizzato una serie di presentazioni. La riluttanza della donna deriva dal fatto che da poco ha perso l'amato marito ed è ancora in piena fase di elaborazione del lutto. All'arrivo in Giappone troverà ad attenderla Kenzo Mizugochi (Tsuyoshi Ihara), il suo editore in persona, che prenderà personalmente in carico Sidonie accompagnandola in questi giri promozionali che li porteranno in vari luoghi del Giappone, tra cui Kyoto e Naoshima.

Durante questo tempo, Sidonie dovrà fare i conti da un lato con il fantasma del marito, che non riesce a lasciar andare, e dall'altro con le difficoltà di adattamento a una cultura molto diversa e per lei molto difficile da comprendere. Entrambi questi nodi si scioglieranno a poco a poco attraverso la relazione con Kenzo, relazione prima imbarazzata e rigida, poi sempre più personale e intima.

L'idea della regista Elise Girard (che non conoscevo) di associare un viaggio fisico a un viaggio interiore non è certamente nuova, sebbene in questo caso la distanza non sia solo spaziale ma ancora di più culturale.

Ma non è certamente la non originalità della tematica a lasciarmi perplessa, bensì la modalità della narrazione e il senso complessivo del racconto. Ho trovato il film lento e piuttosto artificioso (in particolare le scene con il fantasma del marito di Sidonie, e la scena del bacio sotto i ciliegi in fiore), e ho fatto molta fatica a empatizzare con i due protagonisti (sebbene abbia trovato molto delicato il personaggio dell'editore). Il progressivo riaprirsi alla vita della donna attraverso il contatto con Kenzo e il Giappone è un processo che ho fatto fatica a seguire, trovandolo in qualche modo semplicistico e un pochino banale.

Mi ha un po' destabilizzata anche il registro che oscilla tra il drammatico, l'ironico e il poetico, senza che questi diversi approcci si integrino del tutto.

Ma forse sono io che ormai sono un cuore di pietra e per questo non sono riuscita ad apprezzare a pieno il film.

Voto: 2,5/5


mercoledì 1 aprile 2020

Kokoro. Il suono nascosto delle cose / Igort

Kokoro. Il suono nascosto delle cose / Igort. Quartu Sant’Elena: Oblomov Edizioni, 2019.

Quando Igort si mette al lavoro vale sempre la pena di seguirlo, in modo particolare quando l’oggetto del suo lavoro è l’amatissimo Giappone. Per questo motivo ero stata una dei sottoscrittori di questo albo quando ancora non era uscito e ho avuto il privilegio di riceverne una copia a casa personalizzata con un disegno dello stesso Igort.

Kokoro si può considerare una specie di fratello maggiore dei Quaderni giapponesi già pubblicati, il primo volume con Coconino press e il secondo con la casa editrice fondata dallo stesso Igort, Oblomov. Parlo di fratello maggiore perché da un lato questo albo si pone in continuità con i precedenti: anche in questo caso la narrazione riguarda infatti il Giappone e, com’è tipico del fumettista sardo, si tratta di un’originale “racconto di viaggio” in cui non si segue un ordine cronologico, bensì le suggestioni che l’autore fissa nei suoi disegni e accompagna con i suoi appunti. Dall’altro lato, però, in questo lavoro Igort sceglie una strada al contempo più rarefatta e ambiziosa: l’albo si presenta in un formato orizzontale con copertina rigida ed è impostato in modo da avere quasi sempre sulla pagina di destra disegni e acquerelli a piena pagina, mentre nella pagina di sinistra trovano spazio le note scritte a mano dall’autore accompagnate da disegni più piccoli e schizzi. La scelta del formato, come ci dice lo stesso Igort, è finalizzata a proporre i disegni nelle dimensioni originali, senza tagli e adattamenti.

Se l’ambizione dell’opera è chiara, non è invece ancora evidente in cosa consista quella che ho chiamato “rarefazione”. Se già negli albi precedenti dedicati al Giappone la narrazione non era quasi mai lineare, in questo caso l’autore segue un filo narrativo del tutto interiore, in cui disegni e scrittura sembrano inseguirsi, rendendo difficile stabilire cosa venga prima o dopo.

Potremmo dire che l’albo si strutturi intorno ad alcune rilevanti figure della cultura giapponese che hanno rivestito e rivestono per Igort un particolare significato e che spesso – più o meno casualmente – ne hanno incrociato il percorso. Si va dal regista Yasujiro Ozu (mi è venuta voglia di vedere il suo film Viaggio a Tokyo) al musicista Ryuichi Sakamoto, dal fumettista Tadao Tsuge, uno dei massimi rappresentanti insieme a suo fratello Yoshiharu del genere gekiga, allo scrittore Osamu Dazai, dalla regina del manga Rumiko Takahashi, creatrice di Ranma ½ e Lamu, al fumettista Katsuhiro Otomo.

Tra un ricordo e l’altro, Igort si sofferma a spiegare il suo incontro con alcuni fenomeni tipicamente giapponesi, come il kawaii e il ganguro, nonché il complesso mondo degli spiriti e dei mostri giapponesi, gli Yōkai.

Insieme all’autore, ci addentriamo in un universo culturale affascinante e contraddittorio, in cui è sempre in atto il conflitto tra matrice orientale e influenza occidentale, nonché tra rispetto delle regole e necessità di contravvenirle.

Nessuno come Igort è in grado di raccontarci il Giappone con tale passione e umile disponibilità a immergersi e a comprendere un sistema culturale così particolare e lontano dal nostro. Nessuno come Igort sa trasmetterci un interesse così puro e attento verso questa società e cultura, suscitando nel lettore una corrispondente curiosità e volontà di approfondire.

Difficile a volte seguire il percorso mentale dell’autore e i suoi voli pindarici, meglio abbandonarsi al flusso dei pensieri e dei ricordi e provare ad avvicinarsi per questa via meno razionale all’essenza nascosta delle cose, quella che i giapponesi chiamano appunto Kokoro e che lo scrittore irlandese Lafcadio Hearn, naturalizzato con il nome giapponese di Koizumi Yakumo, aveva tradotto come “ il cuore delle cose”.

Voto: 3,5/5

lunedì 9 luglio 2018

Quaderni giapponesi. Il vagabondo del manga / Igort

Quaderni giapponesi. Il vagabondo del manga / Igort. Quartu Sant’Elena: Oblomov Edizioni, 2017.

Il Giappone resta uno dei paesi che maggiormente mi affascinano ed esercitano un’attrazione intellettuale ed emotiva su di me. Così, in attesa di riuscire a visitarlo, mi accontento di fare delle piccole immersioni nella cultura giapponese grazie ai pallidi riflessi che ne arrivano in Occidente attraverso mostre, libri e film.

Da questo punto di vista uno degli autori che più mi aiutano a capire questo mondo con parole e immagini, nonché numerosi suggerimenti di lettura, è Igort, il grande fumettista italiano (che da poco ha realizzato una propria casa editrice di fumetti, la Oblomov), il quale con la cultura giapponese ha un rapporto molto stretto, avendo vissuto a lungo in Giappone, come racconta nel primo volume dei Quaderni giapponesi che avevo letto a suo tempo.

In questo secondo volume, Il vagabondo del manga, Igort ci propone un nuovo racconto, quello relativo al viaggio da lui compiuto nel 2015 per incontrare Jiro Taniguchi, il grande maestro morto nel 2017 a cui questo albo è dedicato.

L’albo – com’è tipico di Igort – è un articolato mix di scrittura, disegni, fotografie, che in parte raccontano i luoghi e le persone incontrate con grande realismo e producendo un effetto fortemente immersivo, in parte costituiscono divagazioni più o meno lunghe su aspetti o personaggi della cultura giapponese che le esperienze di viaggio suggeriscono all’autore o ch'egli ritiene essenziale approfondire per comprendere questa cultura.

In questo viaggio, il primo – ci dice Igort – senza avere scadenze e veri appuntamenti e dunque caratterizzato da un vagare senza una meta precisa insieme a un amico fotografo paesaggistico, egli pone una particolare attenzione alla contraddizione e nello stesso tempo alla complementarità delle due anime del Giappone, quella caotica e in continuo cambiamento delle metropoli, in particolare di Tokyo, e quella silenziosa e immutabile dei posti lontani dalle città, dove basta allontanarsi poco dai flussi turistici per avere la sensazione che il tempo si sia fermato.

La profonda conoscenza che Igort ha della cultura giapponese – e che si vede anche dal modo incredibile con cui ne disegna tutte le componenti, dai paesaggi ai volti ai mostri – gli consente una immersione vera in questo mondo.

Del resto, nel caso del Giappone la caratteristica propriamente umana di trasformare dolore e tragedie in racconto per esorcizzarli e dargli un senso trova proprio nelle forme espressive composte di parole e immagini disegnate la sua massima rappresentazione (non a caso la scrittura giapponese è anche disegno), e in qualche modo Igort ce ne dà una dimostrazione pratica.

Non si può chiudere questo albo senza pensare di voler immediatamente partire e ripercorrere le tappe che Igort ci ha raccontato, ben sapendo che il viaggio è sempre un percorso interiore e dunque ognuno deve trovare il modo, i tempi e le tappe che più rispecchiano la propria ricerca intima.

E questo lo si può fare a volte solo perdendosi o lasciandosi guidare dal proprio istinto, senza avere fretta e senza forzare le tappe.

Voto: 4/5

domenica 24 gennaio 2016

Little sister

La storia - come spesso accade nei film giapponesi - è decisamente minimale. Tre sorelle, Sachi (Haruka Ayase), Yoshino (Masami Nagasawa) e Chika (Kaho), vivono in una vecchia casa con giardino nella città di Kamakura. Sachi, la più grande, fa un po' da mamma alle altre da quando il padre è andato via di casa con un'altra donna e la madre si è trasferita in un’altra città lasciandole da sole. Quando muore il padre, le tre sorelle vanno al suo funerale, dove incontrano Suzu (Suzu Hirose), la sorellastra nata dal secondo matrimonio del padre, e decidono di chiederle di andare a vivere con loro. Da qui in poi il film è un racconto - delicato e senza grandi scossoni - della vita di queste quattro ragazze, dei rapporti tra di loro e con i genitori, del loro modo di stare nel mondo, un racconto attraverso il quale vengono fuori i loro caratteri e modi di essere, ma anche una rappresentazione molto affascinante dello stile di vita giapponese, delle loro tradizioni culturali, delle dinamiche sociali e personali.

Per qualcuno queste due ore di film in cui - per i nostri parametri occidentali - non succede niente di eclatante se non la vita che scorre e i rapporti che si approfondiscono e talvolta cambiano potrebbero essere troppe. Personalmente invece ho apprezzato sia questo racconto di vita senza colpi di scena (che poi la vita non è per la maggior parte fatta così?) sia la possibilità di cogliere le differenze con una realtà che - per quanto per molti versi fortemente occidentalizzata - resta invece profondamente diversa dalla nostra.

Gli interni e gli esterni della bellissima casa giapponese dove vivono le quattro ragazze, la preparazione dei cibi e del liquore di prugne, gli scorci su questi panorami in cui la natura riesce ancora a prevalere sugli abitati urbani, le stradine di queste città in cui il treno passa vicinissimo alle case, i trenini con una sola carrozza che attraversano i boschi e le montagne, tutto ci restituisce quell'idea della provincia giapponese che ci è lontana, ma non estranea grazie ai manga e ai cartoni giapponesi.

E infatti scopro che questo film di Hirokazu Kore-Eda è liberamente ispirato appunto a un manga, Umimachi Diary (di cui vedete qui qualche tavola), che dal mio punto di vista spiega anche perché alcuni personaggi (ad esempio Chika e il suo fidanzato) e alcune situazioni sembrano la traduzione vivente di personaggi e scene disegnate.

Che poi mi chiedo sempre: ma sono i manga che imitano l'essenza più profonda del Giappone oppure sono i giapponesi che imitano i manga? Talvolta ho la sensazione che il Giappone abbia talmente introiettato il linguaggio dei manga che è diventato ormai difficile capire cosa è nato prima, come con l'uovo e la gallina.

Little sister è dunque un gradevole viaggio attraverso il Giappone, con i pochi sussulti che un treno con una sola carrozza può produrre, alla scoperta di quattro donne diversissime, che sarà difficile non amare e non voler abbracciare alla fine del film. Ma attenzione! Perché in tutto il film i contatti fisici tra le persone sono praticamente inesistenti, pur essendo forti le dinamiche emotive che si innescano tra i personaggi.

Anche questo è il Giappone.

Voto: 3/5


martedì 27 aprile 2021

L'infanzia giapponese di Miyo-Chan / Midori Yamane

L'infanzia giapponese di Miyo-Chan / Midori Yamane. Quartu Sant'Elena: Oblomov Edizioni, 2021.

Chi ama i racconti a fumetti e ha un interesse specifico nei confronti del Giappone troverà certamente nella casa editrice Oblomov, fondata da Igort, un punto di riferimento ineliminabile.

Nella produzione di questa casa editrice sono infatti numerose le opere dedicate al paese del Sol Levante, diverse delle quali realizzate dallo stesso Igort (penso ai Quaderni giapponesi e a Kokoro), ma - anche grazie alla conoscenza che il fumettista ha del mondo giapponese e ai suoi contatti - le uscite dedicate al Giappone e alla sua cultura sono in crescita.

L'ultimo nato è questo piccolo albo di Midori Yamane, L'infanzia giapponese di Miyo-Chan, che ci racconta alcune curiosità su usanze, tradizioni e doveri dei piccoli giapponesi, in relazione a specifiche ricorrenze o periodi dell'anno.

Il volumetto è diviso in 12 capitoli, uno per ogni mese dell'anno, e per ogni capitolo Miyo-Chan, una timida bambina di 7 anni, ci racconta un'usanza o un gioco, descrivendo in alcuni casi - anche grazie a disegni molto dettagliati nonché estremamente aggraziati - come realizzare ad esempio un elmo di guerriero, oppure la maschera del leone, o ancora le polpette di riso.

Grazie a Miyo-Chan scopriamo così che la vita dei bambini giapponesi per certi versi non è molto diversa da quella dei bambini occidentali (alcuni dei giochi mi hanno ricordato quelli che facevo io stessa da bambina), mentre per altri è lontana anni luce. Entriamo dunque in contatto con rituali e feste di cui noi conoscitori superficiali del Giappone non sospettiamo nemmeno l'esistenza.

L'albo di Midori Yamane è una lettura delicata, che da un lato accende curiosità e stimola ad approfondire, dall'altro fa venire il desiderio di seguire le istruzioni fornite per produrre gli oggetti e i giochi di cui Miyo-Chan ci parla.

Una lettura imprescindibile per amanti e curiosi del Giappone in tutte le sue forme.

E grazie ancora una volta a Igort per aiutarci a conoscere i tanti volti e le mille sfaccettature di questo affascinante paese.

Voto: 3,5/5

mercoledì 3 febbraio 2021

Quaderni giapponesi. Moga, Mobo, Mostri / Igort

Quaderni giapponesi. Moga, Mobo, Mostri / Igort. Quartu Sant'Elena: Oblomov Edizioni, 2020.

Con questo terzo volume della serie dei Quaderni giapponesi (di cui erano già usciti il primo volume con Coconino Press e il secondo con Oblomov, la casa editrice fondata dallo stesso Igort), l'autore cagliaritano continua a farci scoprire i recessi meno noti della cultura giapponese, andando ben al di là dell'immagine stereotipata del Giappone che molte altre fonti occidentali privilegiano e ci propongono.

Come sa chi legge questo blog, il Giappone mi affascina particolarmente e buona parte del fascino risiede nelle sue profonde contraddizioni e soprattutto in una cultura e una società che solo apparentemente assomigliano a quelle occidentali, ma che invece hanno caratteristiche profondamente diverse al punto da risultare quasi incomprensibili a chi non vi appartiene.

Igort deve alla lunga frequentazione con il Giappone e con i giapponesi - e ad una passione smodata per questa cultura - una conoscenza non solo ampia e approfondita, ma anche ricca di sfaccettature e di contenuti.

In questo terzo volume, Moga, Mobo, Mostri, il fumettista si addentra nei meandri più oscuri di questa cultura, facendoci conoscere alcuni fumettisti e artisti giapponesi affascinati dal mondo del macabro e dell'osceno, e per questo da un lato tenuti ai margini della scena mainstream che spesso li ha disconosciuti e censurati, dall'altro lato diventati dei veri e propri cult all'interno di alcune nicchie sia all'interno del proprio paese che all'estero. Si tratta di nomi per me sconosciuti, alcuni appartenenti al passato, altri contemporanei (e incontrati dallo stesso Igort), di cui l'autore ci svela storia, aneddoti, complessità, e ci fa conoscere l'arte offrendoci anche dei saggi visivi, ossia delle sue reintepretazioni di loro opere o dei disegni ispirati al loro stile.

E, man mano che si procede in questa carrellata nel tempo, Igort ci rivela connessioni tra passato e presente, tra Oriente e Occidente, ed emerge prepotentemente la tensione sempre presente nella cultura giapponese tra un'apparenza molto pudica e puritana e un movimento più o meno sotterraneo di esplorazione delle perversioni e del limite, frutto di un rimosso collettivo che pesa come un macigno sui giapponesi, ma che trova - forse proprio per questo - strade e forme impensabili per il mondo occidentale.

Nel racconto Igort è attento però anche a mostrarci come in tutti gli aspetti della cultura giapponese, anche quelli underground e più ai margini, il legame con la tradizione resti forte, aiutandoci così a comprendere e a interpretare meglio cose che altrimenti valuteremmo - sbagliando - solo con i nostri parametri occidentali.

Mi pare che con questo terzo albo della serie, che conferma la scelta di uno stile originale fatto di una mescolanza di contenuti diversi (disegni raffinatissimi, schizzi, appunti, fotografie e materiali i più vari) - stile che si ritrova anche nel recente Kokoro -, l'autore dimostri - una volta di più se ce ne fosse stato bisogno - di essere una delle voci (e delle matite e penne) più interessanti per tutti coloro che vogliano addentrarsi in maniera consapevole nella complessità del mondo giapponese.

Voto: 3/5

martedì 26 maggio 2020

Ramen heads

Ancora un film messo a disposizione dal Far East Film Festival per la rassegna #iorestoacasa di MyMovies. Questa volta siamo in Giappone, e il regista Koki Shigeno, con il suo docufilm Ramen heads, ci porta alla scoperta del mondo affascinante del ramen, uno dei piatti nazionali giapponesi ormai conosciuti in tutto il mondo. In particolare, il film si concentra sulla figura di Osamu Tomita, l’indiscusso re del ramen, il cui ristorante con soli 10 coperti è stato più volte premiato come quello che prepara il miglior ramen in tutto il paese.

Il ramen bar di Tomita si trova a Matsudo nella prefettura di Chiba, fuori da Tokyo, cosicché chi vuole assaggiare il suo famoso tsukemen (caratterizzato da un brodo densissimo alla cui preparazione lo chef pone una cura speciale) deve alzarsi molto presto la mattina e mettersi in fila davanti al negozio già dalle 7 per sperare di ricevere un biglietto di prenotazione per un qualunque orario nella giornata (in realtà pare che nel 2019 Osamu Tomita abbia aperto anche una sede a Tokyo, ma nel film, che è del 2017, non se ne accenna in alcun modo).

Sicuramente il personaggio di Osamu Tomita è molto interessante; colpisce molto noi occidentali il modo quasi ossessivo con cui lo chef ricerca la perfezione del suo ramen e cerca gli ingredienti perfetto per realizzarlo, nonché la rigidità con cui gestisce i suoi aiutanti e l’attenzione con cui segue tutte le fasi della preparazione. Quello di Tomita per il ramen è un amore che va al di là del lavoro e che impregna di sé anche la sua vita familiare e personale: ci si aspetterebbe che al di fuori del suo lavoro Tomita non voglia sentir parlare di ramen, e invece spesso porta la famiglia a mangiare fuori per assaggiare ramen di altri chef. Con due di questi famosi chef giapponesi Tomita organizza l’evento per il decimo anniversario del suo ramen bar, che vede la creazione di un ramen speciale, studiato dai tre chef appositamente per l’occasione e servito da loro in persona durante il giorno dell’anniversario.

Il film di Koki Shigeno però non parla solo del “re del ramen”, ma in generale del fenomeno ramen in Giappone: dal banco di strada del mercato di Tokyo che prepara in media oltre 1000 ciotole di ramen al giorno ad altri famosi ramen bar in cui vengono proposte tutte le varianti di questa famosa zuppa, il tonkotsu, lo shio, lo shoyu e molte altre, secondo l’inventiva e la creatività dello chef.

Ramen heads mi ha ricordato a tratti un altro bel documentario a tema gastronomico, ambientato in Giappone, Jiro e l’arte del sushi, dedicato appunto a un altro piatto nazionale che ha una lunga tradizione e richiede una preparazione molto accurata. Pur essendo il sushi e il ramen in un certo senso agli antipodi nel range culinario giapponese, ciò che colpisce è il modo in cui questi chef votano l’intera loro vita alla ricerca della perfezione in quello che fanno, dimostrando una passione e una dedizione al lavoro che per noi ha quasi dell’incomprensibile e che molto racconta anche della cultura giapponese.

Comunque al termine della visione il primo pensiero è prendere un aereo e andare a Matsudo ad assaggiare lo tsukemen; peccato che quando vedo il film sono inchiodata in casa e non posso andare nemmeno al mio ristorante giapponese preferito di Roma (che nel frattempo ha riaperto), il cui ramen non sarà all’altezza di quello di Tomita ma è decisamente molto buono!

Voto: 3/5

martedì 2 settembre 2014

La nostalgia felice / Amélie Nothomb

La nostalgia felice / Amélie Nothomb; trad. di Monica Capuani. Roma: Voland, 2013.

La lettura dei libri di Amélie Nothomb può provocare le reazioni più disparate da persona a persona. Avevo comprato questo libro, La nostalgia felice, sulla base di un passaparola che mi aveva riportato il giudizio di lettori rimasti affascinati dal racconto, letto tutto d’un fiato senza mai potersi staccare dalle sue pagine.

Ebbene, non posso dire che la mia reazione sia stata questa. Anzi, dirò di più, praticamente una situazione del genere non mi è mai capitata con i libri di questa scrittrice, nonostante abbia amato moltissimo alcuni di essi, in particolare Metafisica dei tubi e Sabotaggio d’amore. Non posso però dire che quella della Nothomb sia una scrittura giocata principalmente sulla componente emotiva, tanto forte è al loro interno l’analisi – diciamo così – intellettualistica e - per questo - a volte cinica degli avvenimenti.

Probabilmente in questo caso molto ha contato anche il fatto che La nostalgia felice racconta del ritorno di Amélie in Giappone dopo moltissimi anni, allo scopo di ripercorrere le tappe della sua infanzia e della sua giovinezza, quelle in buona parte raccontate nei suoi romanzi precedenti, in particolare in Metafisica dei tubi, Stupore e tremori e Né di Adamo né di Eva. A me mancano all’appello questi ultimi due che non ho ancora letto, e forse questo mi ha almeno parzialmente impedito di cogliere non solo alcuni riferimenti ma soprattutto di rievocare le sensazioni e le impressioni sollevate dalla lettura di questi romanzi.

Così, personaggi come Rinri (l’ex fidanzato giapponese di Amélie) e la stessa Nishio-San (la tata della scrittrice, pur presente in Metafisica dei tubi) mi sono risultati privi di alcune dimensioni che probabilmente sarebbe stato possibile completare solo ricollegandosi ai racconti precedenti.

Devo anche aggiungere una cosa: questo romanzo è molto centrato sul rapporto tra Amélie e il Giappone, un rapporto evidentemente complesso per effetto non solo dell’esperienza particolare che la scrittrice ne ha fatto, ma anche dell’unicità e per certi versi dell’incomprensibilità della cultura giapponese, totalmente lontana da quella occidentale.

Io non conosco il Giappone (per quanto ne sia affascinata e speri un giorno di poterci entrare in contatto), e dunque faccio fatica a comprendere alcune riflessioni che Amélie propone in questo romanzo. Inoltre, personalmente la Nothomb mi intriga molto di più quando i suoi racconti diventano un pretesto per l’autoanalisi o per l’indagine di dinamiche relazionali che in qualche modo prescindono dalla specificità del contesto geografico e culturale. In quei casi mi risulta molto più facile l’identificazione e riesco a seguire la scrittrice nei meandri tortuosi di una mente non certo lineare ma decisamente capace di guardare le cose e la nostra umanità da un punto di vista non convenzionale.

Voto: 3/5