martedì 8 settembre 2020

TuttInsieme

Il documentario di Marco Simon Puccioni è il secondo capitolo di un progetto cinematografico iniziato nel 2012 con Prima di tutto.

Si tratta di una serie di documentari nei quali il regista racconta la propria esperienza personale nella costruzione di una famiglia arcobaleno insieme al compagno Giampietro, a partire dalla nascita dei due figli Denis e David.

Mentre nel primo capitolo ci si concentrava sulla loro nascita in America grazie a due donatrici (una che ha donato gli ovuli e l’altra che ha portato avanti la gravidanza) e sui primissimi anni di vita dei bambini, in questa seconda puntata – come ci dice lo stesso regista presente in sala – l’intento è quello di mettere al centro della narrazione i bambini, ormai arrivati a un’età (circa 9-10 anni) in cui sono soggetti attivi di azione e di riflessione.

Puccioni ci dice che avrebbe voluto fare un film interamente ad altezza di bambino, raccordando pezzi di girato riguardante esclusivamente loro, o comunque tenendo genitori e adulti sullo sfondo, ma alla fine durante la realizzazione si è reso conto che poteva essere opportuno e significativo inserire la vita dei due bambini all’interno di un contesto più ampio, dando spazio anche ad eventi importanti come l’approvazione della legge sulle unioni civili.

Il film è la somma di un girato casalingo che documenta la quotidianità dei bambini e di un girato realizzato appositamente per il film, che - grazie al buon lavoro in fase di post produzione e montaggio - riescono a convivere in maniera coerente sia sul piano visivo che sul piano dei contenuti. La struttura narrativa è puramente cronologica ed è organizzata in momenti temporali successivi i cui stacchi sono immagini di fiori che sbocciano.

Puccioni non cerca virtuosismi e acrobazie, bensì costruisce un racconto in fondo semplice e senza pretese, che propone al pubblico il ritratto di una famiglia normale, o meglio di una famiglia che ricerca quotidianamente la propria normalità, e che lo fa in maniera consapevole e problematica anche nei confronti dei bambini.

Del film ho apprezzato proprio questo aspetto: di fronte a un tema certamente controverso e su cui l’opinione pubblica si divide – direi in modo particolare rispetto alla scelta di ricorrere alla gestazione per altri – Puccioni non punta al quadretto idilliaco e senza sfumature, cosa che in fondo avrebbe indebolito il suo punto di vista inevitabilmente interno. Sceglie invece di mostrare sullo schermo i propri dubbi, gli interrogativi, la ricerca quotidiana del miglior equilibrio possibile per i propri figli, che certamente non è scontata, com’è inevitabile che sia per tutto quello che cambia un istituto che per millenni ha sempre avuto le medesime caratteristiche.

Credo che questa problematicità insieme alla semplicità dell’amore che unisce questa famiglia e che ogni giorno si costruisce non solo tra genitori e figli ma anche con le figure “esterne” che hanno contribuito alla sua costituzione sia l’elemento di forza di questo racconto, per il quale va reso certamente merito a un regista umile, consapevole e capace.

Voto: 3/5

domenica 6 settembre 2020

Residenza Arcadia / Daniel Cuello

Residenza Arcadia / Daniel Cuello. Milano: Bao Publishing, 2017.

Dopo aver letto Mercedes avevo adocchiato l'opera prima di Daniel Cuello e già pianificavo di comprarla. Poi per il mio compleanno me l'hanno regalata i miei amici A. e I. e non ho resistito nemmeno una settimana prima di affrontarne la lettura.

Residenza Arcadia è un condominio abitato in prevalenza da anziani. Di per sé si tratta di un condominio come molti altri, i cui abitanti hanno ciascuno le proprie ossessioni e frustrazioni che sfogano, a seconda dei casi, nei confronti dell'amministratore o degli altri condomini. I dispetti tra condomini e le piccole meschinità sono all'ordine del giorno, ma tutti gli abitanti del condominio sono uniti nel loro rifiuto verso estranei o diversi che arrivino a turbare la folle quiete della loro casa.

Cuello ambienta la storia in uno spazio e un tempo indefiniti. Potrebbe trattarsi dell'Italia e potrebbe essere il presente (tutti dispongono di smartphone e altre tecnologie) ma del mondo esterno non sappiamo né vediamo quasi niente. Sappiamo solo che nel mondo di residenza Arcadia vige una sorta di totalitarismo che non tollera opposizioni e ha ridotto alcune libertà dei suoi cittadini, come quella di acquistare quanti libri si vogliono.

La storia degli abitanti del condominio procede quasi per sketch ciascuno dei quali getta luce sulle caratteristiche di ognuno portando all'evidenza la meschinità diffusa che sa fare fronte comune solo contro i diversi.

In realtà il prologo - definendo fin da subito il tono tra il grottesco e il drammatico che caratterizza l'intero albo - rivela immediatamente che anche all'interno dei singoli nuclei familiari e delle singole abitazioni le situazioni non sono meno tese e conflittuali, e a poco a poco si scopre che ognuno si porta dietro dal passato dolori e sofferenze con cui in molti casi non è riuscito a scendere a patti o che hanno condizionato l'intera sua esistenza.

Ne viene fuori un affresco sicuramente un po' parodistico e grottesco, come rivela anche lo stile dei disegni con cui Cuello rappresenta i personaggi, ma anche ricco di pietas e in fondo di comprensione umana verso queste persone che forse in un mondo diverso avrebbero potuto sviluppare la versione migliore di loro stessi e invece vivono nella solitudine e nella incomunicabilità e si alimentano solo della propria cattiveria, perpetuandola nel tempo.

Un albo di grande impatto.

Voto: 4/5

giovedì 3 settembre 2020

Tenet

Visto che Christopher Nolan è tra quei registi che suscitano o grandi amori o profondi disprezzi, devo premettere che io lo considero uno dei migliori della nostra epoca, di quelli che possono anche fare qualche film un po' meno riuscito ma sono capaci di pensare in grande e di costruire spettacoli cinematografici nuovi e originali, destinati a lasciare un segno nella storia del cinema.

E infatti, nell'esprimere il mio modesto giudizio sul suo ultimo lavoro, Tenet, su cui si sono già versati e si verseranno fiumi di inchiostro (o meglio si consumeranno centinaia di tastiere), il mio sguardo non si concentrerà tanto su di esso e sulla sua contortissima trama (di cui potremmo continuare a discutere per giorni) quanto su come questo film si inserisca all'interno del percorso cinematografico del regista inglese.

Mi affascina sommamente (suscitando in me sentimenti a volte controversi) che di film in film (ovviamente anche grazie al successo via via ottenuto), Nolan coltivi ambizioni sempre più grandi e aumenti la scala delle sue realizzazioni: da Memento a Insomnia a Inception a Interstellar a Dunkirk fino ad arrivare a Tenet il processo di blockbusterizzazione dei suoi film è stato inarrestabile, sebbene la sua interpretazione del concetto di "blockbuster" resti originale e persino Tenet - che è fin qui ciò che più assomiglia a un blockbuster, film di spionaggio con budget megagalattico - è comunque qualcosa che sfugge a una categorizzazione ben precisa.

I film da me citati non sono tutti quelli realizzati dal regista, ma la mia scelta non è casuale perché a me pare che questi si collochino su una linea di continuità sia realizzativa - nei termini che ho prima esplicitato - sia contenutistica. Su questo secondo fronte tutti questi film appartengono alla narrazione di un tema che per Nolan appare quasi un'ossessione, ossia il tempo, in tutte le sue sfaccettature: la memoria, l'alternarsi del giorno e della notte, i salti temporali del subconscio, la diversa misura del tempo nello spazio, la corsa contro il tempo, per arrivare infine all'inversione del tempo e alla sua non linearità.

Personalmente di temi come questi ci capisco poco, ma condivido con Nolan questa curiosità quasi morbosa nei confronti di una dimensione della nostra vita che è fondamentale e che segna l'inizio e la fine della nostra esistenza, ma che in buona parte ci sfugge nella sua complessità che va ben al di là di quanto segnano i nostri orologi e i nostri calendari.

In Tenet siamo all'apoteosi sia del tema sia dei mezzi utilizzati per raccontarlo.

La storia è quella di un agente della CIA, di cui non sapremo mai il nome ma che più volte si autoidentifica come il Protagonista (interpretato da John David Washington, già visto e apprezzato in BlacKkKlansman di Spike Lee), che - dopo aver partecipato a un'azione durante un'azione terroristica in Ucraina - viene reclutato per un progetto segreto, Tenet, finalizzato a salvare l'umanità da un attacco che il futuro sta muovendo contro il passato (o presente che dir si voglia). Tutto ciò è possibile perché in questo futuro è stata inventata una tecnologia che consente l'inversione del tempo, ossia permette di far viaggiare oggetti e persone indietro anziché in avanti sull'asse temporale. Il cattivo del presente cui il futuro ha consegnato la chiave per realizzare questo intento distruttivo è Sator (un trafficante di armi russo, magnificamente interpretato da Kenneth Branagh), il quale - poiché sta per morire - vede positivamente la possibilità di trascinare nella sua distruzione quella del mondo intero (idea megalomane, ma certamente affascinante).

Il nostro Protagonista - per realizzare questa impresa - dovrà imparare a gestire i meccanismi dell'inversione temporale, anche con l'aiuto del suo collaboratore Neil (Robert Pattinson) e trascinato dall'affezione (perché si fa fatica a chiamarlo amore) verso Kat (Elizabeth Debicki), la moglie infelice di Sator.

Per chi ha già visto il film e non teme più spoiler, il Post offre uno straordinario spiegone su tanti aspetti e scioglie molti dei dubbi che la sua visione potrebbe suscitare. Del resto, i film di Nolan sono fatti così: pieni di dettagli di cui ti accorgi solo a una seconda e a una terza visione, e di robe contorte e cervellotiche su cui puoi continuare a interrogarti per giorni senza riuscire a venirne fuori o comunque senza riuscire a far emergere tutti i "tricks" di cui il regista dissemina il percorso.

Come molti hanno già detto, dentro il titolo TENET (termine palindromo che insieme ad altri riferimenti contenuti nel film rimanda al cosiddetto quadrato del Sator) c'è già molto del film e della sua costruzione temporalmente "a tenaglia", motivo per cui la "quasi conclusione" di fatto è il centro della tenaglia temporale.

Di per sé Tenet non è certamente il mio genere di film e complessivamente non penso che sia tra i più riusciti di Nolan, nonostante e forse anche a causa dell'enorme dispiegamento di mezzi economici, e però lo spettacolo cinematografico e la molteplicità di stimoli di cui è disseminato sono una combinazione che per me resta di grandissimo valore.

Voto: 3,5/5

martedì 1 settembre 2020

La strada di casa / Kent Haruf

La strada di casa / Kent Haruf; trad. di Fabio Cremonesi. Milano: Enne Enne Editore, 2020.

Ed eccoci di nuovo a Holt, purtroppo per l'ultima volta, anche se per Kent Haruf si è trattato in realtà del primo incontro con la cittadina che poi è diventata protagonista della sua epopea.

La strada di casa è infatti il primo romanzo dello scrittore americano, ma l'ultimo a essere tradotto in Italia.

Mi piace immaginare Kent Haruf che comincia a scrivere di questo paesino (da lui inventato) in Colorado e a delinearne la topografia e la composizione sociale che, romanzo dopo romanzo, si faranno sempre più ricche e dettagliate. Si potrebbe costruire un plastico della cittadina di Holt e identificare le abitazioni dei protagonisti dei suoi romanzi nonché l'ubicazione degli spazi della vita aggregativa e pubblica.

In questo libro - come accade anche in Vincoli - la storia è raccontata in prima persona da Pat Arbuckle, un cittadino di Holt nonché uno dei protagonisti.

Pat conosce dall'infanzia Jack Burdette, l'uomo che, dopo essere sparito da Holt con la cassa della locale cooperativa agricola, torna molti anni dopo, portando scompiglio nella vita della cittadina e soprattutto - come scopriremo - in quella di Pat.

Non intendo rivelare di più di una trama che - rispetto ad altri lavori di Haruf - contiene certamente maggiori punti di svolta e risulta piuttosto avvincente anche sul piano puramente narrativo.

Come sa chi ha letto gli altri suoi romanzi, Kent Haruf non racconta l'eccezionalità ma la normalità della vita con tutto quello che porta con sé, gioie semplici e dolori inevitabili, nel compiersi del destino che ognuno di noi ha avuto in sorte.

La comunità di Holt, pur con tutte le sue specificità e l'aura dolente di cui Haruf l'ammanta, è in realtà un vero e proprio micromondo in cui tutti i sentimenti che caratterizzano l'umanità albergano. E Haruf ancora una volta ci dimostra che nessuna vita è veramente semplice o così banale da non poter essere raccontata, e al contempo che nessun dramma è tale da non poter essere riassorbito nel flusso degli eventi.

Per me la lettura dei romanzi di Kent Haruf - con la sempre ottima traduzione di Fabio Cremonesi che ormai conosce Haruf meglio di tutti - è ancora una volta l'occasione per un'immersione totale in un mondo lontano, polveroso e senza tempo, ma anche nelle virtù e nei vizi universali dell'essere umano a qualsiasi latitudine.

Una lettura che consiglio sempre con grande piacere.

Voto: 3,5/5

lunedì 24 agosto 2020

Il grande passo

Ed è ancora l’Arena del Sacher che in questa strana estate mi offre la possibilità non solo di godere del cinema sul grande schermo, ma anche di vedere l’anteprima di un film alla presenza del regista e degli attori.

Si tratta de Il grande passo, il secondo film di Antonio Padovan, che – come lui stesso ci spiega – doveva uscire qualche mese fa, ma come molti altri film è stato bloccato dal lockdown. Il regista elogia la scelta dei produttori di non aver ceduto il film alle piattaforma online e di aver atteso la possibilità di farlo uscire in sala. E noi pure ringraziamo.

Il regista ci dice inoltre che questo secondo film è molto più personale del primo, Finché c’è prosecco c’è speranza, la cui sceneggiatura era infatti basata sull'omonimo romanzo. In questo caso invece egli ha potuto muoversi più liberamente a livello di sceneggiatura, aiutato da Marco Pettenello. Il film è un omaggio a una categoria di persone sempre meno rappresentata e sempre più bistrattata, quella dei sognatori, persone spesso espulse dal corpo sociale in quanto etichettate come folli. Così è per uno dei protagonisti del film, Dario (Giuseppe Battiston), che vive in un casolare di campagna nel Polesine e sta costruendo un razzo per andare sulla luna. Quando – in uno dei suoi tentativi falliti – provoca un incendio, suo fratello Mario (Stefano Fresi) viene chiamato dall’avvocato per prendere in mano la situazione.

Mario vive a Roma con la mamma con cui gestisce una ferramenta: è un uomo molto concreto e generoso, cosicché decide di partire per il Polesine per occuparsi del fratello, che pure ha incontrato solo una volta e con cui non ha niente in comune, a parte un padre assente. L’incontro ne metterà inizialmente in evidenza la distanza, e Mario non potrà fare a meno di constatare che Dario è un outsider, forse ben oltre i limiti del borderline, sebbene anche gli abitanti del paese-fantasma vicino a cui vive scontino gli effetti di marginalità, isolamento e ignoranza.

Secondo uno schema narrativo classico e sostanzialmente prevedibile, Mario – che era arrivato per stare solo una notte sistemando il fratello in un centro specializzato – finisce per rimanere molto di più fino a conoscere, condividere e sostenere il sogno folle ma poetico del fratello.

In questa fiaba ironica e commovente al contempo, Padovan mette anche i propri sogni d’infanzia, nonché gli omaggi al cinema e ai registi più amati, da Mazzacurati a Spielberg. Al termine della proiezione ci spiega che ha voluto travasare nel film, anche a livello visivo, il senso della meraviglia dello sguardo di chi è spettatore, cosa che ho sinceramente trovato molto bella.

In definitiva, pur muovendosi all’interno di binari non del tutto originali, il film di Padovan, anche grazie all’ottima intesa e alla bella performance dei due attori, è uno spettacolo godibile e apprezzabile e conferma le buone doti di Padovan rispetto al linguaggio della commedia.

Voto: 3/5

mercoledì 12 agosto 2020

Non stancarti di andare / testi di Teresa Radice; disegni e colori di Stefano Turconi

Non stancarti di andare / testi di Teresa Radice; disegni e colori di Stefano Turconi. Milano: Bao Publishing, 2017.

Dopo il successo dell'albo Il porto proibito, che anche io avevo sommamente apprezzato, Teresa Radice e Stefano Turconi, collaudatissima coppia nella vita e nel lavoro, lei autrice dei testi, lui autore dei disegni e del colore, è tornata in libreria con un altro graphic novel pubblicato da Bao Publishing, in una veste editoriale importante, vista la scelta del grande formato e della copertina rigida.

Da un punto di vista grafico, non si può far altro che ammirare la perizia di Stefano Turconi e godere la meraviglia dei disegni, dei colori e della costruzione del racconto. Anche solo sfogliando l'albo si comprende di trovarsi di fronte a un lavoro molto ambizioso con cui i due autori hanno deciso di osare di più e di fare un passo ulteriore nella direzione della complessità. Parte di questa ambizione consiste anche nel fatto che con questo lavoro Turconi e Radice decidono di allontanarsi dalle storie di immaginazione e di avventura, per raccontare vicende molto concrete e personali.

Non stancarti di andare è un viaggio nel tempo e nello spazio che ha come protagonisti Iris e Ismail, due giovani, lei italiana che ha fatto del disegno e dell'illustrazione la sua professione, lui siriano, professore d'arte all'università. I due - come scopriremo dai numerosi flashback - si sono conosciuti e innamorati durante un viaggio di lei con l'amica Ale in Siria, per il quale Ismail faceva la guida. E un ruolo determinante nell'inizio della loro storia lo ha avuto Padre Saul, un sacerdote che ha realizzato in un remoto monastero in Siria un luogo di incontro, di scambio e di convivenza pacifica di culture e religioni.

La storia comincia però quando Ismail sta partendo per la Siria, dove ha alcune faccende da sbrigare, mentre subito dopo Iris scopre di essere incinta. La storia si snocciola dunque attraverso questi nove mesi di attesa: da un lato di quell'"amore minuscolo" - come lo chiama Iris - che sta nella sua pancia, dall'altro dello stesso Ismail di cui a un certo punto si perdono le tracce. Con questa vicenda si intrecciano le storie della madre di Iris, Maite, una donna ribelle che ha un rapporto difficile con sua figlia, di zia Tiz, un'amica cara di Maite che è per Iris come e più di una zia, di padre Saul, e di molte altre persone che hanno a che fare con il presente di Iris ma anche con la storia di sua madre.

Nel graphic novel di Turconi e Radice le parole e i disegni hanno la stessa importanza e viaggiano a volte paralleli, a volte divergenti, illuminandosi ovvero oscurandosi reciprocamente in un gioco cui sta al lettore stare appresso.

Il risultato è un albo molto sentito, cosa che forse è anche il suo maggiore limite. Il forte coinvolgimento emotivo degli autori (evidente nel corso della lettura e svelato pienamente nelle ultimissime pagine) crea probabilmente in loro l'imperativo di essere all'altezza della storia raccontata, di mantenere l'asticella alta, di viaggiare sempre un piano di elevata idealità. Tutto questo però - pur essendo a tratti molto coinvolgente e commovente - in diversi momenti si fa eccessivamente retorico, in particolare nel parlare di maternità. Inoltre, pur essendo i due autori evidentemente persone di grande apertura mentale e certamente con una visione allargata e onnicompresiva dell'umanità non v'è dubbio che i loro riferimenti intellettuali e spirituali vengano quasi interamente dal mondo cattolico "progressista", come è chiaro dai numerosi riferimenti e citazioni presenti in questo lavoro. Non che questo mi abbia fatto sentire il loro racconto meno vicino, ma certamente lo ha caratterizzato in maniera talmente esplicita e forte da conferirgli un'identità di cui sinceramente avrei fatto a meno. In realtà, in Turconi e Radice non c'è giudizio nei confronti di alcuno e tutti i personaggi, anche quelli allergici a qualunque forma di spiritualità e di smanceria sentimentale, come Maite, vengono compresi e accolti, in un modo che dal loro punto di vista è certamente sincero e non mediato, ma che può risultare un po' paternalistico.

Ciò detto, Non stancarti di andare resta un inno alla vita, in tutte le migliaia di modi in cui ognuno di noi la vuole leggere e interpretare, purché questi modi siano finalizzati alla ricerca della bellezza e della pacifica convivenza umana.

Voto: 3/5

mercoledì 5 agosto 2020

Le regole del fuoco / Elisabetta Rasy

Le regole del fuoco / Elisabetta Rasy. Milano: Rizzoli, 2017

Il libro di Elisabetta Rasy inizia dalla contemporaneità e dalla curiosità dell’io narrante di conoscere la storia di una donna, Alba Rosa, amica di famiglia che fin da piccola le è sembrata diversa dal modello di donna cui era abituata.

Da qui prende l’avvio un lungo racconto che ci riporta al 1917 quando Maria Rosa, figlia di una famiglia napoletana agiata, senza padre e con un rapporto difficile con la madre, decide di partire per il fronte come infermiera volontaria, senza sapere cosa la aspetta e con l’unico desiderio di andare lontano dalla famiglia.

Sul fronte del Carso ad aspettarla c’è un ospedale militare dove è un continuo andirivieni di feriti e moribondi e dove non c’è spazio per i cuori deboli e per le persone impressionabili.

Maria Rosa si rende conto di non essere perfettamente portata per questo lavoro, ma la fanno andare avanti la forza di volontà e l’esempio della sua compagna di stanza, Eugenia, una delle infermiere più brave che coltiva il sogno di diventare medico, in un’epoca in cui questa professione è praticamente preclusa alle donne.

Le due donne non potrebbero essere più diverse: tanto è imperturbabile Eugenia quanto Maria Rosa fa fatica a reggere le brutture della guerra, tanto è fredda Eugenia quanto Maria Rosa è alla ricerca di un contatto umano. Ma, pur nella diversità caratteriale e nella difficoltà di un contesto che disumanizza, Eugenia e Maria Rosa si incontrano e si riconoscono, fino a innamorarsi.

Sarà una storia evidentemente difficile, perché la guerra continua e quando si avvicina la sua fine inizia la fuga che disperde e allontana le persone.

Ma questo incontro forte e importante in qualche modo sarà determinante per entrambe, e cambierà per sempre le scelte di vita in particolare di Maria Rosa, che da un certo punto si farà chiamare col nomignolo con cui Eugenia l’aveva battezzata: Alba Rosa.

Il romanzo di Elisabetta Rasy è poco più di un racconto lungo; si legge rapidamente e “gradevolmente”, per quanto non sia questo il termine più adatto a un libro che ha come primo obiettivo quello di mettere in evidenza le brutture e l’inutilità della guerra, oltre che le conseguenze deleterie e a volte irreversibili che ha determinato.

Il libro è scritto bene e rende l’idea dell’ambiente, nonché il rapporto tra queste due donne, sebbene a mio parere non ne venga approfondita a sufficienza la psicologia individuale. Se dovessi usare un aggettivo per definire il romanzo lo direi “esile”, di una “leggerezza” che è al contempo il suo punto di forza ma anche la sua maggiore debolezza.

Voto: 3/5

lunedì 3 agosto 2020

Cry me a river / Alice Socal

Cry me a river / Alice Socal. Roma: Coconino Press, 2017.

Il graphic novel di Alice Socal racconta la storia di una crisi: quella del rapporto sentimentale tra due giovani che vivono insieme in un paese straniero. In particolare, l'autrice traduce in segno grafico (e secondariamente in parole) quel momento emotivamente difficile in cui ci si accorge di non essere più sulla stessa lunghezza d'onda e ci si sente sempre più lontani. In questo caso, la fatica emotiva è accentuata e in qualche modo esplicitata da un lato dal fatto che i due giovani vivono in un paese straniero, con tutte le difficoltà che una lingua e un alfabeto diverso comportano rispetto alla propria socialità e al proprio benessere, dall'altro dalla preoccupazione crescente per il cane Vuk che si rifiuta di mangiare dopo che è morto il suo compagno.

Alice Socal è una di quelle fumettiste che usano la loro arte non tanto per raccontare degli eventi, una narrazione esterna, bensì soprattutto dei sentimenti, delle emozioni, un mondo interiore e che attraverso il segno grafico compiono quel processo di metabolizzazione che molte altre persone realizzano in altre maniere, per esempio con le parole.

Qui il leitmotiv sono le lacrime della inconsolabile protagonista, lacrime che diventano fiumi e travolgono tutto quello che incontrano. Sembra che sia necessario piangere tutte le proprie lacrime prima di poter dare una svolta in un senso o nell'altro alla propria vita.

Il fatto è che io faccio un po' fatica a entrare in sintonia con una modalità narrativa di tipo ombelicale, che oscilla tra l'introspettivo e l'onirico, soprattutto quando riversa sulla pagina la confusione interiore anche attraverso un segno grafico che a sua volta si muove tra l'ipersemplificato e il sovraffollato.

È evidente che per una persona come me che cerca di gestire le emozioni confuse mettendo ordine e cercando la chiave di lettura, una modalità narrativa che necessità dell'elemento surreale e irrazionale risulta destabilizzante ed emotivamente poco consonante.

Ne esco non solo e non tanto depressa, quanto frustrata da uno sforzo di comprensione che per me resta piuttosto vano.

Del resto, si sa, la letteratura e l'arte in ogni loro forma sono così: ognuno le valuta o su un piano strettamente razionale (e in questo caso non ho sufficienti elementi per farlo) o sul grado di risonanza emotiva che producono per sé. Cry me a river con me purtroppo non ha risuonato né graficamente né contenutisticamente.

Voto: 2,5/5