mercoledì 14 febbraio 2018

Gravity. Immaginare l'universo dopo Einstein. MAXXI, 11 febbraio 2018

Avevo avuto modo di visitare rapidamente la mostra al momento della sua inaugurazione e mi ero subito resa conto che Gravity. Immaginare l'universo dopo Einstein è una mostra affascinante che però richiede un tempo congruo per poter essere visitata.

Sapendo della passione di mio nipote per l'astronomia, ho deciso di tornarci con lui a febbraio e ci siamo presi una domenica mattina per gustarcela lentamente.

La mostra sostanzialmente racconta le conseguenze sulla nostra conoscenza dell'universo determinate dalla scoperta della teoria della relatività generale da parte di Albert Einstein, un viaggio di circa 100 anni che ci ha portato solo in tempi recenti a poter dimostrare scientificamente l'esistenza delle onde gravitazionali, già ipotizzate da Einstein.

La mostra è uno spazio interamente buio, tanto che all'ingresso si suggerisce di prendersi tutto il tempo necessario per abituare gli occhi all'oscurità. Questa scelta non solo rende la fruizione dei video e delle installazioni migliore, ma crea anche un'atmosfera molto suggestiva e appropriata al tema trattato.

In sala sono a disposizione del pubblico alcuni assistenti, facilmente riconoscibili per le magliette con le scritte visibili al buio, che offrono su richiesta spiegazioni su tutti i contenuti della mostra e riescono ad adattare le loro spiegazioni a pubblici diversi per età e competenze di fondo.

In particolare, l'assistente a cui ci avviciniamo ci spiega molto bene l'installazione più grande della mostra, quella che ha al centro un ragno con la sua ragnatela collegato a una serie di sensori sonori e visivi, e ci fa capire come funziona un interferometro, a partire dal modello in piccola scala che è anch'esso in mostra.

Grazie a lui capiamo anche che l'obiettivo della mostra è quello di dimostrare che nell'universo tutto è collegato e che il suo studio e la sua comprensione possono essere favoriti da un approccio che metta insieme scienza e arte.

Non a caso la mostra propone diverse installazioni che - proprio grazie all'apporto creativo dell'artista - consentono alla mente umana di comprendere e visualizzare cose che sono talmente al di fuori della nostra esperienza che facciamo fatica a interpretare razionalmente.

Per il resto, in mostra troviamo vetrine che propongono oggetti e documenti scritti che testimoniano alcuni passaggi fondamentali nel progresso della conoscenza dello spazio, nonché numerosi video di pochi minuti che spiegano concetti basilari come lo spazio-tempo, la materia oscura, la radiazione cosmica di fondo, ovvero altri concetti importanti che hanno contribuito a poco a poco a far comprendere il perché di alcuni fenomeni.

Mio nipote sa molto di più di me sulle cose che stiamo vedendo ma apprezza l'allestimento e ogni tanto mi fornisce anche qualche elemento aggiuntivo di comprensione.

Una visita affascinante che consiglio a tutti coloro che vogliono provare a capire il mistero più grande di tutti: com'è nato, com'è fatto e come evolverà l'universo nel quale viviamo.

Voto: 4/5

lunedì 12 febbraio 2018

Il grande prato / Roberto Grossi

Il grande prato / Roberto Grossi. Bologna: Coconino Press, 2017.

Il grande prato è la storia di due fratelli gemelli identici (la gente li chiama "siamesi") che vivono con lo zio in una baracca non lontano dal fiume, non lontano da un campo rom, alla periferia di una squallida periferia di città, fatta di palazzoni, di immondizia e di spaccio di droga.

Siamo dunque in un mondo marginale, che spesso chi ne è fuori percepisce come un tutt'uno indistinto, gente da ignorare e con cui non avere possibilmente niente a che fare.

Invece Roberto Grossi ci mostra che ci sono stratificazioni e gerarchie anche nella marginalità.

Lo zio dei gemelli non vuole che loro frequentino il campo rom, mentre i ragazzi di strada della periferia urbana li trattano come straccioni e ladri esattamente come i rom. E invece i gemelli - nella loro incoscienza di bambini e anche nella loro coraggiosa sfrontatezza che sconfina quasi nel cinismo - finiscono per diventare dei frequentatori assidui del campo rom, nonché per interferire anche nel mondo degli abitanti dei palazzoni.

I loro occhi - disegnati da Grossi in modo quasi inquietante - scrutano il mondo, tutto, cercando di capirlo, di trovare delle risposte e una loro collocazione, una salvezza, un senso. Fino a quando l'ordine che hanno cercato di dare a questo mondo non salta completamente, in un rigurgito di questa endemica lotta tra poveri e diseredati, in cui c'è continuamente il bisogno di prendersela con qualcuno che sta più in basso di te nella scala sociale e delle condizioni materiali.

L'albo di Grossi racconta un mondo duro, e l'effetto è ancora più duro perché passa attraverso gli occhi di due bambini, categoria che noi siamo abituati - forse erroneamente - ad associare all'innocenza e alla purezza.

C'è qualcosa di spettrale nelle atmosfere disegnate da Roberto Grossi, che dà una patina a tratti quasi horror a un racconto sociale.

Per fortuna c'è anche lo spazio per la speranza, che fa capolino attraverso una zattera sul fiume tenuta ancorata a un albero. Il messaggio è che esiste sempre un modo per ricominciare e provare a costruire un mondo con meno brutture, dove poter vivere e non solo sopravvivere.

Voto: 3/5

venerdì 9 febbraio 2018

Quasi Grazia. Teatro India, 2 febbraio 2018

Sempre per la serie degli esperimenti. Vado a vedere al Teatro India lo spettacolo tratto dal libro di Marcello Fois, Quasi Grazia, sulla vita di Grazia Deledda, interpretato da una Michela Murgia in un ruolo alquanto inedito.

Lo spettacolo si articola in tre momenti, che si susseguono senza soluzioni di continuità, con cambi di scena facilitati da pareti mobili e dall'ingresso sul palcoscenico di figure mitiche della cultura arcaica sarda, che in un certo senso rappresentano l'inevitabile confronto – in parte inconscio – di Grazia Deledda con le sue radici e il rapporto irrisolto con il mondo dal quale proviene.

E questo è in fondo anche il fil rouge dell'intera rappresentazione.

La prima parte dello spettacolo si svolge nella casa materna e racconta il momento doloroso e inevitabilmente caratterizzato da sensi di colpa dell'addio di Grazia alla Sardegna per seguire il marito Palmiro e le sue aspirazioni di scrittrice sul continente, nell'incomprensione e nel quasi disprezzo della madre che non ne accetta la scelta e nel dolore dei fratelli, in particolare Andrea, che non riescono e forse non vogliono affrancarsi dalle loro origini.

La seconda parte si svolge in una stanza d'albergo. Grazia e Palmiro sono in Svezia perché la Deledda è la prima – e a tutt'oggi unica – donna italiana a vincere il Nobel per la letteratura. Grazia è ormai una scrittrice affermata, ma nonostante questo non è amata né dai suoi conterranei che non le perdonano il modo in cui li rappresenta né dai colleghi letterati spesso molto critici nei confronti della sua scrittura e delle sue opere. E però dentro Grazia – in questo fortemente supportata dal marito – arde il fuoco della letteratura che è più forte di qualunque critica.

Infine, la terza parte è ambientata in un ospedale. Il dottore comunica a Grazia e a suo marito che le metastasi sono troppo diffuse e alla donna rimane poco da vivere. Palmiro è inconsolabile, ma Grazia è pronta ad affrontare il suo destino.

La Murgia è brava nell'interpretare una donna forte e fragile al contempo, una donna che ha dovuto lottare contro i suoi stessi fantasmi per seguire la propria vocazione. L'adattamento del testo di Fois pone l'accento in modo particolare sulle figure antitetiche della madre, avara di parole e di riconoscimenti, fortemente critica verso una figlia che ha scelto la lontananza e una strada lontana dalla tradizione e che dunque ha tradito la sua terra, e del marito, sempre affettuoso e pieno di attenzioni, pronto a sostenere Grazia nei momenti di difficoltà, quasi dipendente dalla sua esistenza e dal suo affetto.

Una figura - quella di Grazia Deledda - che conosco pochissimo, così come le sue opere, ma che certamente dopo questo spettacolo mi è venuta voglia di approfondire. Ci vorrebbero due o tre vite per acquisire la conoscenza di tutte le cose interessanti con cui entriamo in contatto nella vita :-)

Voto: 3,5/5

mercoledì 7 febbraio 2018

I pesci non hanno gambe / Jón Kalman Stefánsson

I pesci non hanno gambe. Storia di una famiglia / Jón Kalman Stefánsson; trad. di Silvia Cosimini. Milano: Iperborea, 2015.

Eccomi alla mia seconda volta con Jón Kalman Stefánsson. Dopo Paradiso e inferno avrei potuto continuare con la trilogia del villaggio, e invece ho scelto di passare alla saga familiare raccontata ne I pesci non hanno gambe.

Il desiderio di leggere questo libro è nato dal commento di un’amica che lo aveva così sintetizzato: "il libro di uno scrittore un po’ filosofo che riflette su come si passi metà della vita a cercare l’amore e l’altra metà a sopravvivergli".

In questo romanzo di Stefánsson siamo sempre in una periferia dimenticata dell’Islanda, precisamente a Keflavìk, dove la maggior parte della popolazione vive della pesca e del suo indotto (questo almeno fino all’introduzione delle quote ittiche) e della ricchezza che arriva dalla presenza della base americana (almeno fino a quando non viene smantellata).

Tutto comincia con una lettera che Ari, emigrato (o forse meglio sarebbe dire scappato?) a Copenhagen dopo aver rotto con sua moglie a causa di un tradimento, riceve da suo padre Jakob, ormai al termine della sua vita, lettera cui è allegata l’onorificenza che era stata assegnata al nonno Oddur per i suoi meriti in mare.

Questa è l’occasione per raccontare – andando avanti e indietro nel tempo – la storia di tre generazioni, quella di Oddur e Margret (e del fratello di questa Triggvy), quella di Jakob appunto, e quella di Ari e del suo amico di cui non conosciamo il nome e che è la voce narrante di questo romanzo, testimone dei tempi dell’adolescenza, di quelli del passato prossimo e dell’oggi.

Nella storia bella, dolorosa e malinconica di questa famiglia – come è tipico dello stile di Stefánsson – si aprono squarci per raccontare tante altre storie di persone che in qualche modo hanno incrociato le loro strade con quella di Oddur, di Jakob e di Ari.

Ne viene fuori – come già avevo avuto modo di osservare in Paradiso e inferno – il ritratto di un’umanità dolente i cui tratti sono in parte universali e capaci di trascendere il luogo geografico di appartenenza, in parte assolutamente propri di questa terra aspra e difficile che sfida continuamente gli esseri umani alla sopravvivenza fisica e psicologica.

Una lettura intensa, non sempre e non necessariamente coinvolgente, ma capace di aprire al lettore orizzonti interpretativi nuovi o di scoprirne di già noti ma dimenticati sotto la spessa coltre della quotidianità.

Voto: 3/5

lunedì 5 febbraio 2018

Il diavolo, certamente. Teatro Vittoria, 23 gennaio 2018

Sono stata molto indecisa se scrivere questa recensione. La filosofia che normalmente sottende a questo blog (e che avevo a suo tempo spiegato qui) è che i miei post sono dedicati a cose che mi sono piaciute o comunque a cose che - anche se non mi sono piaciute - ritengo che possa valere la pena segnalare.

Ebbene, non sono del tutto convinta che in questo caso ne valga davvero la pena.

Sono andata a vedere questo spettacolo teatrale, interpretato dalla compagnia Attori & Tecnici del Teatro Vittoria, incuriosita dall'idea di un testo di Camilleri portato a teatro e da una struttura narrativa che prevede una storia cornice all'interno della quale si sviluppano altri racconti.

Il fil rouge è rappresentato dal dialogo tra sei personaggi che si incontrano nello scompartimento di un treno per un lungo viaggio che li porterà dalla Sicilia fino in nord Italia. Il tema dei loro discorsi è il modo in cui a volte gli eventi prendono un corso inatteso: perché il diavolo ci mette lo zampino, secondo alcuni, o per un insieme di sfortunate coincidenze, secondo altri.

Ciascuno di loro porta a supporto della propria idea il racconto di una vicenda personale o conosciuta che a turno racconta. Lo schema - volendo fare un paragone azzardato - ricorda quello del Decameron e delle sue novelle, e i racconti di questi viaggiatori vogliono essere altrettanto divertenti, arguti, salaci e inquietanti.

Il fatto è che - non so se per i limiti del testo originario o per quelli della trasposizione teatrale - le storielle rimangono davvero storielle, in alcuni casi del tutto inconsistenti e prive di interesse, in altri casi ravvivate soltanto dal ricorso a battute di basso profilo ovvero ad un immaginario molto popolare, che a tratti mi ha ricordato alcuni spettacoli del Bagaglino (e ho detto tutto).

Non si può dire che gli attori non siano bravi (del resto la Compagnia Attori & Tecnici è una garanzia da questo punto di vista e avevo già avuto modo di apprezzarla in altri spettacoli), però messi al servizio di un testo così "leggero" perdono essi stessi consistenza.

L'unica cosa apprezzabile sono le scenografie del sempre bravo Alessandro Chiti, che riesce nella difficile impresa di far convivere sullo stesso palco lo scompartimento di un treno insieme a interni di case, aeroporti, commissariati, aziende, nonché proiezioni e sovrascritture, rendendo il tutto intellegibile, dinamico e a suo modo credibile.

Ciò detto la delusione all'uscita è tale che tutto il programma di spettacoli teatrali per i prossimi mesi viene sottoposto a una ulteriore riflessione. Perché  - come dice qualche amica fuori dal teatro - la delusione di un film al cinema non è mai tanto cocente come quella di uno spettacolo a teatro.

Voto: 2/5

venerdì 2 febbraio 2018

Leggere / Steve McCurry. Mostra fotografica a cura di Biba Giacchetti. WEGIL, 21 gennaio 2018

La mostra di Steve McCurry dedicata al tema della lettura è l'occasione non solo per ammirare le foto del grande fotografo, ma anche per scoprire gli spazi da poco ristrutturati dell'ex-GIL (Gioventù Italiana del Littorio), l'edificio destinato durante gli anni del fascismo all'educazione fisica dei giovani.

Si tratta di un edificio dell'architettura razionalista disegnato e realizzato nel 1933 dall'architetto Luigi Moretti, che è stato recuperato anche grazie all'Art Bonus rispettandone le forme e le intenzioni originali, per farne uno spazio polifunzionale a disposizione della città. Peccato non poterlo visitare interamente, ma già gli spazi attualmente visitabili e percorribili danno l'idea di un edificio essenziale, funzionale e pieno di luce.

Al piano terra dell'edificio è stata allestita fino al 28 gennaio la mostra Leggere, curata da Biba Giacchetti, che presenta al pubblico romano una selezione di una quarantina di fotografie di McCurry realizzate in diverse parti del mondo durante la sua lunga carriera.

L'allestimento è piuttosto scenografico in quanto le foto sono fissate su dei pannelli organizzati secondo la logica del castello di carte da gioco, creando dunque un movimento e una visione filtrante su fotografie e persone piuttosto originale.

Certamente questo è uno degli aspetti migliori della mostra, insieme ovviamente alle fotografie di McCurry a cui forse abbiamo fatto l'abitudine, ma che - se ci soffermiamo ad osservarle attentamente - si rivelano in tutta la loro eccezionalità.

Per il resto, la mostra appare il risultato di un esercizio quasi semplificato. Le foto sono infatti banalmente accompagnate da citazioni sul libro e la lettura, scelte da Roberto Cotroneo, ma che io personalmente ho trovato piuttosto banali e per gran parte già ampiamente note.

Tra l'altro, sono personalmente piuttosto allergica alla roboante retorica sul libro e la lettura di cui questo Paese continua a fare sfoggio senza poi mettere in atto politiche a sostegno e in un contesto sociale in cui i livelli di lettura sono piuttosto bassi. Oltre al fatto che la premessa per cui leggere migliori le persone è un assunto ormai dato per scontato nella nostra cultura basata sulla parola scritta, ma in realtà tutto da verificare.

In conclusione, pur apprezzando la passeggiata attraverso le foto, ho trovato la mostra molto, forse troppo divulgativa, ai limiti della banalità, sostanzialmente priva di spunti veri di riflessione che possano in qualche modo stimolare pensieri nuovi e autonomi da parte del visitatore. Un'occasione dunque parzialmente sprecata.

Voto: 3/5