Siamo in Cina, a Chixia, una città alle estreme propaggini del deserto del Gobi. È il 2008. La Cina si prepara alla grande cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino, occasione per dimostrare la grandezza del dragone al mondo intero.
Lang Yonghui (Eddie Peng) sta tornando con un pulmino verso la sua città dopo aver trascorso diversi anni in prigione, accusato - come scopriremo dopo - dell'omicidio colposo del nipote del macellaio Hu. Prima di finire in prigione Lang era una celebrità come cantante e per le sue acrobazie con la moto, ma al suo rientro a Chixia tutto è cambiato.
Suo padre, che gestisce lo zoo della città dove ormai sono rimasti pochissimi animali, è un alcolista con grossi problemi di salute.
La città è in uno stato di semiabbandono ed è invasa da cani randagi, mentre vengono annunciati interventi del governo volti ad abbattere gli edifici vecchi per costruire quartieri più moderni e funzionali.
Perseguitato dal macellaio Hu che vuole vendicare il nipote, Lang accetta di far parte della squadra di accalappiacani al soldo di un boss locale, zio Yao. È così che incontra il cane nero a cui tutti danno la caccia e che si pensa sia rabbioso.
Lang e il cane diventano inseparabili, accomunati nel tentativo di sopravvivere a un mondo in rovina.
Il film di Guan Hu è un oggetto cinematografico difficile da classificare. Un po' film post-apocalittico, un po' western, un po' slapstick, un po' disneyano nel rapporto uomo-animale, un po' surreale e fiabesco.
La storia di Lang, un protagonista che sembra quasi muto viste le pochissime parole che pronuncia, e il suo rapporto con il cane sono quasi un pretesto - capace però di conferire densità emotiva - per raccontare una realtà lontana dai riflettori, un'area remota e marginale della Cina dove la ruralità e l'arretratezza sociale e culturale si mescolano con i segni di una urbanizzazione e industrializzazione forzata e dissonante, producendo un effetto straniante che il regista amplifica con le sue scelte, in termini di sguardo e narrazione.
In sottofondo costante il rapporto tra uomo e natura, che in un contesto estremo e remoto come questo appare sempre in equilibrio incerto, con una natura che è sempre pronta a riprendere il sopravvento e l'essere umano che cerca di sottometterla ai suoi obiettivi.
Black dog ha vinto il premio Un certain regard a Cannes, ed è certamente un film solo apparentemente semplice, ma che invece si presta a molteplici letture e interpretazioni, oltre a portarci con sé in un mondo per noi sconosciuto riuscendo in qualche modo ad avvicinarcelo emotivamente. Che è poi la forza del cinema.
Voto: 3,5/5
venerdì 28 marzo 2025
mercoledì 26 marzo 2025
Follemente
Non era nei miei programmi cinematografici ma chiamata a raccolta da I. decido di dedicare una domenica sera al film di Paolo Genovese, di cui avevo apprezzato a suo tempo Perfetti sconosciuti (diventato poi un successo mondiale) e non mi era dispiaciuto, pur con qualche riserva, The place.
Questa volta Genovese, autore del soggetto e coautore della sceneggiatura insieme a Isabella Aguilar, Lucia Calamaro, Paolo Costella e Flaminia Gressi, di ispira a Inside out, il cartone della Pixar, per raccontare quello che accade nella testa di un uomo e una donna, Piero (Edoardo Leo) e Lara (Pilar Fogliati), a un primo appuntamento.
A differenza che in Inside out, qui i soggetti che abitano le menti dei due protagonisti non sono le loro emozioni, ma le loro differenti personalità, quella romantica, quella razionale, quella folle, quella istintiva.
Le personalità di Piero sono incarnate da Maurizio Lastrico, Marco Giallini, Rocco Papaleo e Claudio Santamaria, quelle di Lara invece sono rappresentate da Vittoria Puccini, Claudia Pandolfi, Maria Chiara Giannetta e Emanuela Fanelli.
L’intero film ha un impianto fortemente teatrale (e non ho dubbi che diventerà anche uno spettacolo per il teatro, visto lo straordinario successo che il film sta avendo): tutto avviene nella casa di Lara, mentre le diverse personalità di ciascuno stanno gli uomini in una stanza e le donne in un’altra.
Il film ha una sceneggiatura brillante e credibile, oltre che godibile e a tratti decisamente divertente, ed è ben interpretato da tutti gli attori; il tema indagato è quello della relazione tra uomini e donne che da un lato ha dei tratti universali e perduranti, dall’altro fa i conti con i cambiamenti sociali e l’evoluzione del concetto di maschile e femminile, con tutto quello che comporta.
Per tutti questi motivi il pubblico, di qualunque età e di qualunque condizione sociale, non farà fatica a immedesimarsi e a riconoscere pensieri e situazioni con cui si è confrontato almeno una volta nella vita, direttamente o indirettamente.
Alcune trovate sono davvero riuscite ed esilaranti, come la rappresentazione dell’orgasmo di lei attraverso l’esecuzione da parte di tutte le personalità in coro, maschili e femminili, di Somebody to love dei Queen. Meno mi ha convinto il momento dell’incontro, verso la fine, tra tutte le personalità, quando invadono la casa di Lara e si confrontano direttamente e non attraverso i due protagonisti.
Nel complesso, un film piacevole per una serata di relax e senza troppi pensieri, una commedia italiana che sa mantenersi perfettamente in equilibrio tra leggerezza e intelligenza, ma certamente non un film che farà la storia del cinema italiano.
Voto: 3/5
Questa volta Genovese, autore del soggetto e coautore della sceneggiatura insieme a Isabella Aguilar, Lucia Calamaro, Paolo Costella e Flaminia Gressi, di ispira a Inside out, il cartone della Pixar, per raccontare quello che accade nella testa di un uomo e una donna, Piero (Edoardo Leo) e Lara (Pilar Fogliati), a un primo appuntamento.
A differenza che in Inside out, qui i soggetti che abitano le menti dei due protagonisti non sono le loro emozioni, ma le loro differenti personalità, quella romantica, quella razionale, quella folle, quella istintiva.
Le personalità di Piero sono incarnate da Maurizio Lastrico, Marco Giallini, Rocco Papaleo e Claudio Santamaria, quelle di Lara invece sono rappresentate da Vittoria Puccini, Claudia Pandolfi, Maria Chiara Giannetta e Emanuela Fanelli.
L’intero film ha un impianto fortemente teatrale (e non ho dubbi che diventerà anche uno spettacolo per il teatro, visto lo straordinario successo che il film sta avendo): tutto avviene nella casa di Lara, mentre le diverse personalità di ciascuno stanno gli uomini in una stanza e le donne in un’altra.
Il film ha una sceneggiatura brillante e credibile, oltre che godibile e a tratti decisamente divertente, ed è ben interpretato da tutti gli attori; il tema indagato è quello della relazione tra uomini e donne che da un lato ha dei tratti universali e perduranti, dall’altro fa i conti con i cambiamenti sociali e l’evoluzione del concetto di maschile e femminile, con tutto quello che comporta.
Per tutti questi motivi il pubblico, di qualunque età e di qualunque condizione sociale, non farà fatica a immedesimarsi e a riconoscere pensieri e situazioni con cui si è confrontato almeno una volta nella vita, direttamente o indirettamente.
Alcune trovate sono davvero riuscite ed esilaranti, come la rappresentazione dell’orgasmo di lei attraverso l’esecuzione da parte di tutte le personalità in coro, maschili e femminili, di Somebody to love dei Queen. Meno mi ha convinto il momento dell’incontro, verso la fine, tra tutte le personalità, quando invadono la casa di Lara e si confrontano direttamente e non attraverso i due protagonisti.
Nel complesso, un film piacevole per una serata di relax e senza troppi pensieri, una commedia italiana che sa mantenersi perfettamente in equilibrio tra leggerezza e intelligenza, ma certamente non un film che farà la storia del cinema italiano.
Voto: 3/5
lunedì 24 marzo 2025
Diciannove
Siamo nel 2015. Leonardo (Manfredi Marini) ha 19 anni e parte da Palermo per fare l'università a Londra dove vive già sua sorella. Il periodo londinese è però molto breve, perché Leonardo vuole studiare letteratura e non business, e dunque decide di trasferirsi all'università di Siena. Qui Leonardo trascorre questo anno non facile della sua vita, tra grandi passioni letterarie, grande isolamento sociale, e altrettanto grande confusione sessuale.
Il dialogo finale - alquanto surreale - con un conoscente in una grande casa torinese piena di arte contemporanea è il momento per mettere a fuoco il percorso fatto e guardare avanti con più fiducia.
Vedo questa opera prima di Giovanni Tortorici - per sua stessa ammissione un'opera autobiografica e del resto i conti tornano - in un cinema Troisi gremito di gente, in particolare giovani che hanno più o meno l'età del protagonista del film.
Al termine della proiezione, il regista, l'attore protagonista e il produttore Luca Guadagnino sono a disposizione del pubblico per un Q&A in cui emerge che questo racconto, molto personale e che non vuole in nessun modo essere generazionale, risuona invece con i sentimenti e le emozioni di molti che hanno quella età o che se la ricordano.
Più che generazionale in effetti il film di Tortorici rappresenta molto bene un'età della vita che per molti è un momento di transizione molto delicato, quello nel quale abbiamo la libertà di decidere finalmente in quale direzione andare ma ancora non abbiamo la maturità e la consapevolezza per farlo, condizionati dalla lunga fase della vita che ci ha visti dipendere completamente dai nostri genitori.
Nel modo di essere un po' estremo di Leonardo e in alcuni comportamenti propriamente suoi è difficile non riconoscere - fatte le dovute differenze - alcune modalità che sono appartenute anche a noi a quell'età. Forse non eravamo appassionati di letteratura trecentesca e collezionisti di libri, forse non ci ubriacavamo per non dover fare i conti con la nostra identità sessuale ecc. ecc., però probabilmente eravamo massimalisti, insicuri, scontenti e al contempo appassionati come lui.
E Manfredi Marini riesce benissimo a trasmetterci tutte queste sensazioni contraddittorie, rafforzate da uno stile cinematografico molto originale, che mescola al racconto elementi onirici e utilizza anche l'elemento disegnato e animato. Anche l'uso della cinepresa è molto ardito con punti di ripresa vari e inaspettati.
Un esordio che, pur mostrando qualche elemento di naiveté (che secondo me fa molto parte della personalità del regista a quanto si può intuire dall'intervista), risulta decisamente diverso dalla cifra stilistica di certi esordi cinematografici italiani e per questo colpisce.
Dopo questo primo lavoro di scavo interiore nel proprio sé del passato, attendiamo a questo punto Tortorici alla seconda prova cinematografica e personalmente sono molto curiosa di sapere della direzione che prenderà il suo cinema.
Voto: 3,5/5 (voto sulla fiducia futura!)
Il dialogo finale - alquanto surreale - con un conoscente in una grande casa torinese piena di arte contemporanea è il momento per mettere a fuoco il percorso fatto e guardare avanti con più fiducia.
Vedo questa opera prima di Giovanni Tortorici - per sua stessa ammissione un'opera autobiografica e del resto i conti tornano - in un cinema Troisi gremito di gente, in particolare giovani che hanno più o meno l'età del protagonista del film.
Al termine della proiezione, il regista, l'attore protagonista e il produttore Luca Guadagnino sono a disposizione del pubblico per un Q&A in cui emerge che questo racconto, molto personale e che non vuole in nessun modo essere generazionale, risuona invece con i sentimenti e le emozioni di molti che hanno quella età o che se la ricordano.
Più che generazionale in effetti il film di Tortorici rappresenta molto bene un'età della vita che per molti è un momento di transizione molto delicato, quello nel quale abbiamo la libertà di decidere finalmente in quale direzione andare ma ancora non abbiamo la maturità e la consapevolezza per farlo, condizionati dalla lunga fase della vita che ci ha visti dipendere completamente dai nostri genitori.
Nel modo di essere un po' estremo di Leonardo e in alcuni comportamenti propriamente suoi è difficile non riconoscere - fatte le dovute differenze - alcune modalità che sono appartenute anche a noi a quell'età. Forse non eravamo appassionati di letteratura trecentesca e collezionisti di libri, forse non ci ubriacavamo per non dover fare i conti con la nostra identità sessuale ecc. ecc., però probabilmente eravamo massimalisti, insicuri, scontenti e al contempo appassionati come lui.
E Manfredi Marini riesce benissimo a trasmetterci tutte queste sensazioni contraddittorie, rafforzate da uno stile cinematografico molto originale, che mescola al racconto elementi onirici e utilizza anche l'elemento disegnato e animato. Anche l'uso della cinepresa è molto ardito con punti di ripresa vari e inaspettati.
Un esordio che, pur mostrando qualche elemento di naiveté (che secondo me fa molto parte della personalità del regista a quanto si può intuire dall'intervista), risulta decisamente diverso dalla cifra stilistica di certi esordi cinematografici italiani e per questo colpisce.
Dopo questo primo lavoro di scavo interiore nel proprio sé del passato, attendiamo a questo punto Tortorici alla seconda prova cinematografica e personalmente sono molto curiosa di sapere della direzione che prenderà il suo cinema.
Voto: 3,5/5 (voto sulla fiducia futura!)
sabato 22 marzo 2025
Come sabbia tra le dita / Matsumoto Seichō
Come sabbia tra le dita / Matsumoto Seichō. Milano: Mondadori, 2018.
In una visita pre-estiva da Feltrinelli per fare il pieno per le vacanze estive (ormai un ricordo lontano) scopro questo titolo di Matsumoto Seichō che non conoscevo. E quindi lo compro insieme all'ultimo libro pubblicato da Adelphi che era il mio obiettivo iniziale.
L'estate per me i gialli sono una componente essenziale del relax.
Lo leggo durante il viaggio in treno verso la Puglia e la mia permanenza a casa di mio padre.
Con Matsumoto Seichō si va sempre piuttosto sul sicuro anche se ovviamente non tutti i libri sono allo stesso livello.
Qui ci troviamo di fronte a un poliziesco classico in quanto l'ispettore Imaneshi di Tokyo è chiamato a scoprire l'assassino di un uomo il cui corpo è stato trovato sui binari. L'indagine è lunga e faticosa e si intreccia con le vicende di un gruppo di intellettuali di avanguardia che nel Giappone degli anni Sessanta sta attirando molte attenzioni. Man mano che le indagini vanno avanti, al primo omicidio seguono altre morti sospette apparentemente naturali che l'ispettore ritiene siano tutte collegate all'omicidio iniziale.
Non andrò oltre perché con i gialli è vietato farlo.
In merito invece alle mie impressioni posso dire che, rispetto ad altri libri di Seichō, pur apprezzando sempre il racconto che lo scrittore fa del Giappone di quegli anni e, in particolare, in questo caso, delle ferite lasciate dalla guerra e dai bombardamenti, ho trovato la storia meno appassionante e soprattutto meno approfondita sul piano psicologico per quanto riguarda sia gli investigatori sia le vittime sia l'assassino.
Resta un giallo piacevole e di facile lettura, ma temo che mi rimarrà meno impresso di altri suoi romanzi.
Voto: 3/5
In una visita pre-estiva da Feltrinelli per fare il pieno per le vacanze estive (ormai un ricordo lontano) scopro questo titolo di Matsumoto Seichō che non conoscevo. E quindi lo compro insieme all'ultimo libro pubblicato da Adelphi che era il mio obiettivo iniziale.
L'estate per me i gialli sono una componente essenziale del relax.
Lo leggo durante il viaggio in treno verso la Puglia e la mia permanenza a casa di mio padre.
Con Matsumoto Seichō si va sempre piuttosto sul sicuro anche se ovviamente non tutti i libri sono allo stesso livello.
Qui ci troviamo di fronte a un poliziesco classico in quanto l'ispettore Imaneshi di Tokyo è chiamato a scoprire l'assassino di un uomo il cui corpo è stato trovato sui binari. L'indagine è lunga e faticosa e si intreccia con le vicende di un gruppo di intellettuali di avanguardia che nel Giappone degli anni Sessanta sta attirando molte attenzioni. Man mano che le indagini vanno avanti, al primo omicidio seguono altre morti sospette apparentemente naturali che l'ispettore ritiene siano tutte collegate all'omicidio iniziale.
Non andrò oltre perché con i gialli è vietato farlo.
In merito invece alle mie impressioni posso dire che, rispetto ad altri libri di Seichō, pur apprezzando sempre il racconto che lo scrittore fa del Giappone di quegli anni e, in particolare, in questo caso, delle ferite lasciate dalla guerra e dai bombardamenti, ho trovato la storia meno appassionante e soprattutto meno approfondita sul piano psicologico per quanto riguarda sia gli investigatori sia le vittime sia l'assassino.
Resta un giallo piacevole e di facile lettura, ma temo che mi rimarrà meno impresso di altri suoi romanzi.
Voto: 3/5
venerdì 21 marzo 2025
Il tempo del futurismo. Galleria Nazionale di arte moderna e contemporanea, 23 febbraio 2025
E così sono riuscita ad andare a vedere anche la mostra su cui ci sono state più polemiche – di natura squisitamente politica – negli ultimi tempi, e ho potuto fare la visita con Vincenzo Spina di Rome Guides, che è ormai diventato il mio assoluto punto di riferimento per le visite guidate.
Vincenzo ci dice che questa mostra, che nei primi tempi è stata piuttosto disertata forse proprio per effetto delle polemiche succitate, proprio nelle ultime settimane di apertura si è enormemente popolata, probabilmente grazie allo sgonfiarsi delle polemiche e al passaparola. Del resto è notizia di qualche settimana fa che la mostra è stata prorogata fino al 27 aprile.
Al netto di tutto il dibattito, che personalmente mi interessa poco, si tratta di un imponente allestimento che occupa ben 24 sale (in pratica la quasi totalità della Galleria Nazionale), e che si propone di guardare al futurismo da molteplici punti di vista (principalmente attraverso le opere pittoriche, ma anche – secondariamente – attraverso la produzione di libri, opuscoli e manifesti, nonché in misura ancora inferiore attraverso la scultura, l’architettura, il cinema). Non mancano, a riempire le sale, automobili, motociclette, la copia di un aeroplano di quegli anni, ma anche oggetti, mobili, arazzi e molto altro.
Che dire? Credo che se ci fossi andata da sola o comunque con una guida meno in gamba di Vincenzo la mostra sarebbe risultata dispersiva, una carrellata giocata sui grandi numeri e sulla quantità di cose in esposizione, ma in cui sarebbe stato difficile costruire un percorso, e dunque destinata a essere dimenticata in men che non si dica.
Grazie al fatto di avere una guida come lui non ho nemmeno prestato troppa attenzione all’apparato illustrativo ed esplicativo della mostra, e dunque non sono in grado di dire se fosse adeguato a spiegare le cose e a consentire ai visitatori di farsi un’idea del contesto e dei contenuti del futurismo.
Lo stesso Vincenzo salta alcune sale che considera meno significative e forse anche meno appropriate, ed esprime qualche critica ad alcune scelte di allestimento.
Ciò detto, io ho potuto ripercorrere, grazie alle sue spiegazioni, la storia del futurismo attraverso i suoi principali protagonisti, Filippo Tommaso Marinetti, Giacomo Balla, Umberto Boccioni, e più avanti Fortunato Depero e Gerardo Dottori, e ho potuto apprezzare ancora una volta – qualora ce ne fosse stato bisogno – che non c’è niente di più libero dell’arte, che a volte può incontrare le ideologie ma che difficilmente riesce a rimanere nei confini che i compromessi e gli opportunismi della politica richiedono. Anche perché l’arte e gli artisti evolvono, scompaginando le carte e mettendo in discussione anche le alleanze politiche apparentemente più solide.
E dunque basta parlare di appropriazione culturale, perché la verità è che l’arte e la cultura appartengono alla storia dell’umanità, in quanto - pur nascendo dentro una temperie storica e politica - sono poi in grado di trascenderla e di diventare patrimonio condiviso, spazio comune e non divisivo.
Almeno sulla storia culturale cerchiamo di sottrarci alla polarizzazione (e anche per questo non darò un voto a questa mostra).
Vincenzo ci dice che questa mostra, che nei primi tempi è stata piuttosto disertata forse proprio per effetto delle polemiche succitate, proprio nelle ultime settimane di apertura si è enormemente popolata, probabilmente grazie allo sgonfiarsi delle polemiche e al passaparola. Del resto è notizia di qualche settimana fa che la mostra è stata prorogata fino al 27 aprile.
Al netto di tutto il dibattito, che personalmente mi interessa poco, si tratta di un imponente allestimento che occupa ben 24 sale (in pratica la quasi totalità della Galleria Nazionale), e che si propone di guardare al futurismo da molteplici punti di vista (principalmente attraverso le opere pittoriche, ma anche – secondariamente – attraverso la produzione di libri, opuscoli e manifesti, nonché in misura ancora inferiore attraverso la scultura, l’architettura, il cinema). Non mancano, a riempire le sale, automobili, motociclette, la copia di un aeroplano di quegli anni, ma anche oggetti, mobili, arazzi e molto altro.
Che dire? Credo che se ci fossi andata da sola o comunque con una guida meno in gamba di Vincenzo la mostra sarebbe risultata dispersiva, una carrellata giocata sui grandi numeri e sulla quantità di cose in esposizione, ma in cui sarebbe stato difficile costruire un percorso, e dunque destinata a essere dimenticata in men che non si dica.
Grazie al fatto di avere una guida come lui non ho nemmeno prestato troppa attenzione all’apparato illustrativo ed esplicativo della mostra, e dunque non sono in grado di dire se fosse adeguato a spiegare le cose e a consentire ai visitatori di farsi un’idea del contesto e dei contenuti del futurismo.
Lo stesso Vincenzo salta alcune sale che considera meno significative e forse anche meno appropriate, ed esprime qualche critica ad alcune scelte di allestimento.
Ciò detto, io ho potuto ripercorrere, grazie alle sue spiegazioni, la storia del futurismo attraverso i suoi principali protagonisti, Filippo Tommaso Marinetti, Giacomo Balla, Umberto Boccioni, e più avanti Fortunato Depero e Gerardo Dottori, e ho potuto apprezzare ancora una volta – qualora ce ne fosse stato bisogno – che non c’è niente di più libero dell’arte, che a volte può incontrare le ideologie ma che difficilmente riesce a rimanere nei confini che i compromessi e gli opportunismi della politica richiedono. Anche perché l’arte e gli artisti evolvono, scompaginando le carte e mettendo in discussione anche le alleanze politiche apparentemente più solide.
E dunque basta parlare di appropriazione culturale, perché la verità è che l’arte e la cultura appartengono alla storia dell’umanità, in quanto - pur nascendo dentro una temperie storica e politica - sono poi in grado di trascenderla e di diventare patrimonio condiviso, spazio comune e non divisivo.
Almeno sulla storia culturale cerchiamo di sottrarci alla polarizzazione (e anche per questo non darò un voto a questa mostra).
mercoledì 19 marzo 2025
Setak (+ Marco Scipione). Monk, 22 febbraio 2025
Dopo quel giorno ho comprato un paio di album di Setak e l’ultimo, Assamanù, l’ho decisamente consumato nell’ascolto. Cosicché vedendolo nel cartellone del Monk e questa volta non ad aprire un altro artista ma con un concerto tutto suo, e per di più nel mio ormai orario preferito dei concerti, ossia alle 19, non mi sono fatta sfuggire l’occasione di tornare ad ascoltarlo dal vivo.
Dopo pochissimi secondi e quando in sala c’è ancora pochissima gente, inizia a suonare Marco Scipione, un sassofonista per me ignoto, che all’inizio suona uno strumento che è una via di mezzo tra un sassofono e un basso tuba (ammetto la mia ignoranza!) e con cui ci suona una musica che sembra arrivare direttamente dalla savana e richiamare i versi dei grandi animali selvatici. Passa poi al sassofono vero e proprio con cui esegue – arricchendoli con l’uso di una pedaliera - una serie di brani strumentali che sarebbero perfetti come colonna sonora di un film e che trovo molto suggestivi.
Sono davvero curiosa di ascoltare questa volta Setak non in versione semiacustica, ma con questi arrangiamenti importanti e ricchi.
Il concerto si apre con la canzone che dà il titolo all’ultimo album, Assamanù, e poi si sviluppa spaziando attraverso i suoi lavori che – per chi non lo sapesse – a parte pochissime eccezioni sono tutti scritti e cantati in dialetto abruzzese.
Tra una canzone e l’altra Setak presenta la sua band, scherza con i musicisti ospiti, chiacchiera con il pubblico, che tra l’altro vede una folta presenza di abruzzesi e di persone che conoscono tutte le canzoni di Nicola Pomponi e non si sottraggono ai singalong che il cantante propone.
Anche gli amici che mi sono trascinata dietro e che sono venuti a sentire Setak a scatola chiusa sono parecchio entusiasti, il che mi conferma l’impressione di un concerto davvero riuscito.
Voto: 4/5
lunedì 17 marzo 2025
Toccando il vuoto / di David Greig. Argot Studio, 21 febbraio 2025
Per la mia prima volta ad Argot Studio, un piccolo teatro nel cuore di Trastevere che ha una programmazione piuttosto interessante, scelgo questo spettacolo suggerito da un’amica.
Toccando il vuoto è tratto dal testo del drammaturgo scozzese David Greig, portato per la prima volta sui palchi italiani con la regia di Silvio Peroni che ha lavorato sulla traduzione di Monica Capuani.
Lo spettacolo racconta la storia vera di due alpinisti, Joe Simpson e Simon Yates (interpretati rispettivamente da Lodo Guenzi e Giovanni Anzaldo) che, durante un’escursione sulle Ande peruviane, in fase di discesa si trovano in una situazione critica: Joe cade in un dirupo e Simon a un certo punto non può che tagliare la corda.
Il testo di Greig è a sua volta l’adattamento teatrale del libro omonimo (Touching the void) scritto da Joe Simpson, da cui è stato tratto un film di Kevin McDonald che in Italia è stato distribuito con il titolo La morte sospesa.
Tutte queste cose in realtà le realizzo dopo la visione dello spettacolo, a cui arrivo completamente impreparata, tanto che per tutta la sua durata resto convinta che lo sfortunato protagonista, Joe, sia morto nell’incidente, che è quasi certamente l’effetto voluto dal testo di Greig e dalla messinscena di Silvio Peroni.
Quindi, tutto sommato, meno male che non sapevo del libro e non ricordavo di aver visto il film (cosa che mi ha ricordato il giorno dopo la mia amica S.) perché questa mia dimenticanza mi ha consentito di vivere lo spettacolo nel modo giusto, inseguendo le tracce narrative per cercare di capire cosa fosse realmente avvenuto e cosa invece sogno e/o allucinazione.
Rispetto a quanto mi aspettavo leggendo la presentazione, lo spettacolo mi è parso molto meno incentrato sul tema etico – che è ovviamente presente, ma secondo me non così centrale – e molto più sull’approfondimento della psicologia degli alpinisti e dell’insieme di relazioni che ruotano intorno a questa storia.
Gli attori sono tutti molto bravi, con una menzione particolare per Eleonora Giovanardi che interpreta la sorella di Joe e per Matteo Gatta che è il giovane viaggiatore un po’ naif a cui Joe e Simon affidano la custodia del campo base durante la loro escursione.
Interessantissima la messa in scena complessiva che, con una scenografia piuttosto minimale (una struttura in ferro che rappresenta la montagna da scalare e poco altro) e un uso appropriato di luci e suoni, riesce a rendere tutta la complessità di una vicenda che si svolge in parte sulla montagna e in parte nella mente del protagonista.
Sebbene a un certo punto non ne potessi più di questa specie di lotta estenuante per la sopravvivenza che vede protagonista Joe, devo dire che lo spettacolo è molto ben fatto e riesce ad essere molto efficace sia sul piano narrativo sia su quello emotivo.
Voto: 3,5/5
Toccando il vuoto è tratto dal testo del drammaturgo scozzese David Greig, portato per la prima volta sui palchi italiani con la regia di Silvio Peroni che ha lavorato sulla traduzione di Monica Capuani.
Lo spettacolo racconta la storia vera di due alpinisti, Joe Simpson e Simon Yates (interpretati rispettivamente da Lodo Guenzi e Giovanni Anzaldo) che, durante un’escursione sulle Ande peruviane, in fase di discesa si trovano in una situazione critica: Joe cade in un dirupo e Simon a un certo punto non può che tagliare la corda.
Il testo di Greig è a sua volta l’adattamento teatrale del libro omonimo (Touching the void) scritto da Joe Simpson, da cui è stato tratto un film di Kevin McDonald che in Italia è stato distribuito con il titolo La morte sospesa.
Tutte queste cose in realtà le realizzo dopo la visione dello spettacolo, a cui arrivo completamente impreparata, tanto che per tutta la sua durata resto convinta che lo sfortunato protagonista, Joe, sia morto nell’incidente, che è quasi certamente l’effetto voluto dal testo di Greig e dalla messinscena di Silvio Peroni.
Quindi, tutto sommato, meno male che non sapevo del libro e non ricordavo di aver visto il film (cosa che mi ha ricordato il giorno dopo la mia amica S.) perché questa mia dimenticanza mi ha consentito di vivere lo spettacolo nel modo giusto, inseguendo le tracce narrative per cercare di capire cosa fosse realmente avvenuto e cosa invece sogno e/o allucinazione.
Rispetto a quanto mi aspettavo leggendo la presentazione, lo spettacolo mi è parso molto meno incentrato sul tema etico – che è ovviamente presente, ma secondo me non così centrale – e molto più sull’approfondimento della psicologia degli alpinisti e dell’insieme di relazioni che ruotano intorno a questa storia.
Gli attori sono tutti molto bravi, con una menzione particolare per Eleonora Giovanardi che interpreta la sorella di Joe e per Matteo Gatta che è il giovane viaggiatore un po’ naif a cui Joe e Simon affidano la custodia del campo base durante la loro escursione.
Interessantissima la messa in scena complessiva che, con una scenografia piuttosto minimale (una struttura in ferro che rappresenta la montagna da scalare e poco altro) e un uso appropriato di luci e suoni, riesce a rendere tutta la complessità di una vicenda che si svolge in parte sulla montagna e in parte nella mente del protagonista.
Sebbene a un certo punto non ne potessi più di questa specie di lotta estenuante per la sopravvivenza che vede protagonista Joe, devo dire che lo spettacolo è molto ben fatto e riesce ad essere molto efficace sia sul piano narrativo sia su quello emotivo.
Voto: 3,5/5
venerdì 14 marzo 2025
Don Giovanni / Molière; con Arturo Cirillo. Bologna, Teatro Arena del Sole, 14 febbraio 2025
Approfitto di un weekend bolognese per andare a vedere l’ultimo spettacolo di Arturo Cirillo che nel suo tour – almeno per questa stagione – non tocca i teatri di Roma.
Che Cirillo avesse una passione per Molière lo sapevo da quando, un po’ di anni fa, avevo visto il suo adattamento de La scuola delle mogli.
A questo giro il regista e attore napoletano si cimenta con un’opera classica di Molière, il Don Giovanni, personaggio presente in diverse tradizioni culturali e che ha ispirato prodotti culturali diversi, tra questi particolarmente famosa è l’opera di Mozart, musicata a partire dal libretto di Lorenzo Da Ponte.
Cirillo, dunque, tenta una specie di operazione impossibile, ossia mette in scena un Don Giovanni in cui si fondono i tratti dell’opera di Molière con le caratteristiche del libretto di Da Ponte, senza dimenticare il cantato e la musica di Mozart.
Ne viene fuori uno spettacolo che sulle prime potrebbe lasciare perplesso lo spettatore, soprattutto quello che conosce il Don Giovanni nella sua versione operistica e che dunque si ritroverà ad ascoltare le parti cantate in forma recitata o in una forma intermedia tra il recitato e il cantato su una partitura minimale che arriva direttamente da Mozart.
Io che l’opera di Mozart la conosco solo nell’adattamento dell’Orchestra di Piazza Vittorio e ricordo a malapena le arie più famose non ho particolari aspettative e sostanzialmente mi godo la storia di Don Giovanni, quest’uomo che ama il gioco della seduzione e che sull’altare della seduzione sacrifica qualunque remora religiosa e morale, fino a sfidare la morte.
Il suo alter ego è rappresentato dal servo Sganarello, che - pur obbedendo ai suoi ordini e pur manifestando di tanto in tanto le stesse debolezze - cerca di richiamare continuamente il suo padrone ai dettami sociali e religiosi.
Ne viene fuori una storia che ai miei occhi – come spesso mi accade di fronte alle opere musicali – mi appare un pastiche, in cui la narrazione è totalmente al servizio dell’intrattenimento, ma che – nella rilettura di Cirillo – riesce a mescolare sapientemente tragedia e commedia, dando spazio ad alcune forme ossessive che lo stesso regista riconduce addirittura a certo teatro dell’assurdo.
Personalmente – ma chi sono io per dirlo? – l’operazione appare pienamente riuscita e anche quel fastidio iniziale per una drammaturgia che mescola codici e linguaggi diversi via via si attutisce fino a risultare interessante e divertente.
Bravissimi gli attori, lo stesso Cirillo – che però per me non è una sorpresa – e soprattutto Giacomo Vigentini nei panni di Sganarello che si rivela una vera forza della natura.
Voto: 3,5/5
Che Cirillo avesse una passione per Molière lo sapevo da quando, un po’ di anni fa, avevo visto il suo adattamento de La scuola delle mogli.
A questo giro il regista e attore napoletano si cimenta con un’opera classica di Molière, il Don Giovanni, personaggio presente in diverse tradizioni culturali e che ha ispirato prodotti culturali diversi, tra questi particolarmente famosa è l’opera di Mozart, musicata a partire dal libretto di Lorenzo Da Ponte.
Cirillo, dunque, tenta una specie di operazione impossibile, ossia mette in scena un Don Giovanni in cui si fondono i tratti dell’opera di Molière con le caratteristiche del libretto di Da Ponte, senza dimenticare il cantato e la musica di Mozart.
Ne viene fuori uno spettacolo che sulle prime potrebbe lasciare perplesso lo spettatore, soprattutto quello che conosce il Don Giovanni nella sua versione operistica e che dunque si ritroverà ad ascoltare le parti cantate in forma recitata o in una forma intermedia tra il recitato e il cantato su una partitura minimale che arriva direttamente da Mozart.
Io che l’opera di Mozart la conosco solo nell’adattamento dell’Orchestra di Piazza Vittorio e ricordo a malapena le arie più famose non ho particolari aspettative e sostanzialmente mi godo la storia di Don Giovanni, quest’uomo che ama il gioco della seduzione e che sull’altare della seduzione sacrifica qualunque remora religiosa e morale, fino a sfidare la morte.
Il suo alter ego è rappresentato dal servo Sganarello, che - pur obbedendo ai suoi ordini e pur manifestando di tanto in tanto le stesse debolezze - cerca di richiamare continuamente il suo padrone ai dettami sociali e religiosi.
Ne viene fuori una storia che ai miei occhi – come spesso mi accade di fronte alle opere musicali – mi appare un pastiche, in cui la narrazione è totalmente al servizio dell’intrattenimento, ma che – nella rilettura di Cirillo – riesce a mescolare sapientemente tragedia e commedia, dando spazio ad alcune forme ossessive che lo stesso regista riconduce addirittura a certo teatro dell’assurdo.
Personalmente – ma chi sono io per dirlo? – l’operazione appare pienamente riuscita e anche quel fastidio iniziale per una drammaturgia che mescola codici e linguaggi diversi via via si attutisce fino a risultare interessante e divertente.
Bravissimi gli attori, lo stesso Cirillo – che però per me non è una sorpresa – e soprattutto Giacomo Vigentini nei panni di Sganarello che si rivela una vera forza della natura.
Voto: 3,5/5
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