mercoledì 2 aprile 2025

A real pain

L’opera seconda da regista di Jesse Eisenberg era stata presentata all’ultima festa del cinema di Roma, ma a suo tempo l’avevo persa. Nel frattempo non solo il film è arrivato in sala, ma Kieran Culkin ha vinto il premio Oscar come miglior attore non protagonista, quindi l’aspettativa verso il film è cresciuta ulteriormente.

A real pain (espressione che in inglese può avere un significato letterale, quello appunto di un dolore reale, ma può anche essere usata per fare riferimento a un rompiscatole) racconta di due cugini di origini ebraica, David (lo stesso Jesse Eisenberg) e Benji (Kieran Culkin), che, dopo la morte dell’amata nonna Dory, fanno insieme un viaggio in Polonia per andare in visita alla casa dove la donna è vissuta prima di emigrare in America per sfuggire alla persecuzione nazista. I due giovani, molti legati nell’infanzia pur essendo molto diversi, si sono un po’ persi di vista perché le loro vite hanno preso direzioni differenti. David è introverso, complessato e ossessivo, Benji è estroverso, empatico, diretto ed esuberante, ma anche decisamente rompiscatole. In Polonia i due condividono questo tour dell’Olocausto con altre persone che per qualche motivo sono particolarmente sensibili al tema o hanno vicende familiari che li collegano alla storia degli ebrei.

Il film di Eisenberg si sviluppa dunque su una doppia dimensione: quella personale che passa attraverso il rapporto tra David e Benji, e quella collettiva che mette loro, gli altri partecipanti al tour e noi spettatori di fronte non solo alla vicenda dell’Olocausto ma anche al modo in cui quella memoria viene gestita e vissuta oggi. In sostanza, Eisenberg si muove continuamente tra il piano del dolore collettivo e quella del dolore individuale, offrendo allo spettatore la libertà di coglierne i rimandi ma anche di leggerli secondo la propria sensibilità.

La maggior parte delle recensioni che ho letto mi sembra si concentrino sul contesto, ricordando che Eisenberg aveva già esplorato il rapporto con le sue origini ebraiche in uno spettacolo teatrale.

Certamente questa dimensione è importante, e non è un caso che tra i pochi momenti in cui la musica di Chopin - onnipresente in questo film - si ferma lasciando il posto al silenzio è durante la visita alle camere a gas, ai forni crematori e alle stanze con le migliaia di scarpe degli ebrei uccisi.

Però, per quanto mi riguarda – forse anche per effetto della sovraesposizione a questo tipo di narrazioni – l’aspetto che mi ha colpito di più e mi è entrato di più sottopelle è quello del rapporto tra i due protagonisti, e solo di riflesso quello con gli altri componenti del gruppo che partecipa al tour (che secondo me restano sullo sfondo).

Con un linguaggio e una cifra emotiva che oscillano tra scanzonato e leggero, ma anche sopra le righe, spiazzante, e infine in alcuni casi drammatico, Eisenberg ci racconta il rapporto tra un David che, pur essendo una persona ansiosa e con qualche difficoltà nel rapporto con gli altri, ha trovato un suo posto nel mondo (ha un lavoro, una moglie e un figlio che ama), e un Benji che, pur essendo naturalmente empatico, estroverso, capace di affascinare gli interlocutori, vive un tormento interiore, un senso di solitudine, di mancanza di affetto, di angoscia che lo hanno lasciato al palo.

Personalmente ho empatizzato moltissimo con David, in cui mi sono riconosciuta sia nel suo essere ansioso e nervoso sia nel suo essere razionale sia nel suo tentativo di essere assennato e rispettoso verso gli altri, e ho trovato abbastanza insopportabile Benji. A distanza di 24 ore dalla visione del film ho capito quanto questo rapporto abbia toccato alcune mie corde sensibili. Il rapporto e lo stato d’animo di David verso Benji mi ha ricordato il mio verso alcune persone a cui sono molto legata e a cui voglio bene, ma rispetto alle quali nel tempo ho avuto sentimenti e atteggiamenti contraddittori: io che vengo da un passato di persona fortemente introversa e socialmente inabile, ho sempre sentito – soprattutto durante l’adolescenza e la giovinezza - una specie di ammirazione e quasi di invidia, a volte di astio, nei confronti di persone in grado di trovarsi bene rapidamente e in qualunque compagnia, ammaliando gli interlocutori e facendosi accettare anche nei loro aspetti più insopportabili, mentre io per quanti sforzi facessi sembravo trasparente agli occhi degli altri. Ora che ho oltre 50 anni e mi guardo indietro, mi rendo conto di quanto sono stata fortunata a riuscire a fare i conti con la me stessa di allora e a costruirmi una vita professionale e affettiva che con tutti i suoi limiti mi corrisponde, mentre persone che mi sembravano molto meglio attrezzate di me si sono aggrovigliate nei loro buchi interiori e non si sono più liberate di tormenti e dolori apparentemente invisibili, ma assolutamente reali.

E così ho capito perché Benji mi suscitava una naturale repulsione, ma subito dopo ne ho anche sentito in profondità il dramma, racchiuso magnificamente nell’ultima scena del film.

Voto: 3,5/5


lunedì 31 marzo 2025

Le cinque rose di Jennifer / di Annibale Ruccello; regia di Geppy Gleijeses. Teatro India, 5 marzo 2025

A distanza di poco meno di due anni da quando avevo potuto vedere per la prima volta a teatro Le cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello, messo in scena al Teatro Vascello da Gabriele Russo e interpretato da Daniele Russo, ho la possibilità di assistere a una seconda messa in scena al Teatro India.

In questo caso la regia è di Geppy Gleijeses, che ne è anche interprete insieme al figlio Lorenzo Gleijeses che interpreta il ruolo minore ma cruciale della vicina di casa Anna.

In generale, pur nella fedeltà di entrambi gli spettacoli al potentissimo testo di Ruccello, mi sembra che la messa in scena di Gleijeses sia più tradizionale, sia sul piano della scenografia che su quello drammaturgico.

Se lo spettacolo di Russo giocava sullo sdoppiamento della protagonista con la figura “esplicita” in primo piano e quella fatta di pensieri consci e inconsci in secondo piano, e utilizzava anche la colonna sonora sia sul piano diegetico che extradiegetico, nello spettacolo di Gleijeses tutto è più lineare, ma non per questo meno efficace.

La Jennifer di Geppy Gleijeses viene in un certo senso normalizzata: una donna che cucina, si trucca, ascolta la radio, risponde al telefono e attende prima la telefonata e poi l’arrivo del suo uomo, Franco, e che oltre a questo presente ha anche un passato di matrimonio e figli da raccontare.

Dietro questa presunta normalità niente è però quello che sembra: Jennifer è un travestito e vive in un quartiere di Napoli abitato da travestiti, dove le linee telefoniche funzionano male e la radio continua a dare notizia di omicidi degli abitanti ad opera di un fantomatico serial killer; Franco è un uomo conosciuto una sera in discoteca, diversi mesi prima, che aveva detto che si sarebbe fatto risentire ma non ha mai chiamato; il passato raccontato da Jennifer evidentemente è un’invenzione e chissà da quale storia personale la protagonista arriva realmente.

Quella che comincia come una commedia leggera e grottesca, a tratti esilarante, si fa sempre più malinconica, dolente e infine tragica, man mano che la verità si rivela e la solitudine della protagonista esplode in direzioni inattese.

La Jennifer di Geppy Gleijeses è a sua volta estremamente naturalistica nel rappresentare una veracità da basso napoletano, ma risulta altrettanto efficace nella virata dolente e tragica, comunicando attraverso viso e corpo quel senso di frustrazione, sconfitta, assenza di prospettive che il suo personaggio – come molti altri personaggi di Ruccello – riassume in sé.

Il lungo applauso finale di un pubblico davvero numeroso conferma il successo di questa messa in scena nonché ancora una volta – se ce ne fosse stato bisogno – la grandezza intramontabile dei testi di Ruccello.

Ed è a lui “che ci guarda da lassù” che – a mio modo di vedere – Gleijeses rivolge lo sguardo e il gesto delle mani al termine dello spettacolo mentre si prende i meritati applausi, perché il teatro napoletano di oggi, che affonda le radici proprio in quegli anni, ha un grosso debito nei confronti di questo ragazzo dal grande talento, ma dal destino tragico come i suoi personaggi.

Voto: 3,5/5

venerdì 28 marzo 2025

Black dog

Siamo in Cina, a Chixia, una città alle estreme propaggini del deserto del Gobi. È il 2008. La Cina si prepara alla grande cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino, occasione per dimostrare la grandezza del dragone al mondo intero.

Lang Yonghui (Eddie Peng) sta tornando con un pulmino verso la sua città dopo aver trascorso diversi anni in prigione, accusato - come scopriremo dopo - dell'omicidio colposo del nipote del macellaio Hu. Prima di finire in prigione Lang era una celebrità come cantante e per le sue acrobazie con la moto, ma al suo rientro a Chixia tutto è cambiato.

Suo padre, che gestisce lo zoo della città dove ormai sono rimasti pochissimi animali, è un alcolista con grossi problemi di salute.

La città è in uno stato di semiabbandono ed è invasa da cani randagi, mentre vengono annunciati interventi del governo volti ad abbattere gli edifici vecchi per costruire quartieri più moderni e funzionali.

Perseguitato dal macellaio Hu che vuole vendicare il nipote, Lang accetta di far parte della squadra di accalappiacani al soldo di un boss locale, zio Yao. È così che incontra il cane nero a cui tutti danno la caccia e che si pensa sia rabbioso.

Lang e il cane diventano inseparabili, accomunati nel tentativo di sopravvivere a un mondo in rovina.

Il film di Guan Hu è un oggetto cinematografico difficile da classificare. Un po' film post-apocalittico, un po' western, un po' slapstick, un po' disneyano nel rapporto uomo-animale, un po' surreale e fiabesco.

La storia di Lang, un protagonista che sembra quasi muto viste le pochissime parole che pronuncia, e il suo rapporto con il cane sono quasi un pretesto - capace però di conferire densità emotiva - per raccontare una realtà lontana dai riflettori, un'area remota e marginale della Cina dove la ruralità e l'arretratezza sociale e culturale si mescolano con i segni di una urbanizzazione e industrializzazione forzata e dissonante, producendo un effetto straniante che il regista amplifica con le sue scelte, in termini di sguardo e narrazione.

In sottofondo costante il rapporto tra uomo e natura, che in un contesto estremo e remoto come questo appare sempre in equilibrio incerto, con una natura che è sempre pronta a riprendere il sopravvento e l'essere umano che cerca di sottometterla ai suoi obiettivi.

Black dog ha vinto il premio Un certain regard a Cannes, ed è certamente un film solo apparentemente semplice, ma che invece si presta a molteplici letture e interpretazioni, oltre a portarci con sé in un mondo per noi sconosciuto riuscendo in qualche modo ad avvicinarcelo emotivamente. Che è poi la forza del cinema.

Voto: 3,5/5


mercoledì 26 marzo 2025

Follemente

Non era nei miei programmi cinematografici ma chiamata a raccolta da I. decido di dedicare una domenica sera al film di Paolo Genovese, di cui avevo apprezzato a suo tempo Perfetti sconosciuti (diventato poi un successo mondiale) e non mi era dispiaciuto, pur con qualche riserva, The place.

Questa volta Genovese, autore del soggetto e coautore della sceneggiatura insieme a Isabella Aguilar, Lucia Calamaro, Paolo Costella e Flaminia Gressi, di ispira a Inside out, il cartone della Pixar, per raccontare quello che accade nella testa di un uomo e una donna, Piero (Edoardo Leo) e Lara (Pilar Fogliati), a un primo appuntamento.

A differenza che in Inside out, qui i soggetti che abitano le menti dei due protagonisti non sono le loro emozioni, ma le loro differenti personalità, quella romantica, quella razionale, quella folle, quella istintiva.

Le personalità di Piero sono incarnate da Maurizio Lastrico, Marco Giallini, Rocco Papaleo e Claudio Santamaria, quelle di Lara invece sono rappresentate da Vittoria Puccini, Claudia Pandolfi, Maria Chiara Giannetta e Emanuela Fanelli.

L’intero film ha un impianto fortemente teatrale (e non ho dubbi che diventerà anche uno spettacolo per il teatro, visto lo straordinario successo che il film sta avendo): tutto avviene nella casa di Lara, mentre le diverse personalità di ciascuno stanno gli uomini in una stanza e le donne in un’altra.

Il film ha una sceneggiatura brillante e credibile, oltre che godibile e a tratti decisamente divertente, ed è ben interpretato da tutti gli attori; il tema indagato è quello della relazione tra uomini e donne che da un lato ha dei tratti universali e perduranti, dall’altro fa i conti con i cambiamenti sociali e l’evoluzione del concetto di maschile e femminile, con tutto quello che comporta.

Per tutti questi motivi il pubblico, di qualunque età e di qualunque condizione sociale, non farà fatica a immedesimarsi e a riconoscere pensieri e situazioni con cui si è confrontato almeno una volta nella vita, direttamente o indirettamente.

Alcune trovate sono davvero riuscite ed esilaranti, come la rappresentazione dell’orgasmo di lei attraverso l’esecuzione da parte di tutte le personalità in coro, maschili e femminili, di Somebody to love dei Queen. Meno mi ha convinto il momento dell’incontro, verso la fine, tra tutte le personalità, quando invadono la casa di Lara e si confrontano direttamente e non attraverso i due protagonisti.

Nel complesso, un film piacevole per una serata di relax e senza troppi pensieri, una commedia italiana che sa mantenersi perfettamente in equilibrio tra leggerezza e intelligenza, ma certamente non un film che farà la storia del cinema italiano.

Voto: 3/5


lunedì 24 marzo 2025

Diciannove

Siamo nel 2015. Leonardo (Manfredi Marini) ha 19 anni e parte da Palermo per fare l'università a Londra dove vive già sua sorella. Il periodo londinese è però molto breve, perché Leonardo vuole studiare letteratura e non business, e dunque decide di trasferirsi all'università di Siena. Qui Leonardo trascorre questo anno non facile della sua vita, tra grandi passioni letterarie, grande isolamento sociale, e altrettanto grande confusione sessuale.

Il dialogo finale - alquanto surreale - con un conoscente in una grande casa torinese piena di arte contemporanea è il momento per mettere a fuoco il percorso fatto e guardare avanti con più fiducia.

Vedo questa opera prima di Giovanni Tortorici - per sua stessa ammissione un'opera autobiografica e del resto i conti tornano - in un cinema Troisi gremito di gente, in particolare giovani che hanno più o meno l'età del protagonista del film.

Al termine della proiezione, il regista, l'attore protagonista e il produttore Luca Guadagnino sono a disposizione del pubblico per un Q&A in cui emerge che questo racconto, molto personale e che non vuole in nessun modo essere generazionale, risuona invece con i sentimenti e le emozioni di molti che hanno quella età o che se la ricordano.

Più che generazionale in effetti il film di Tortorici rappresenta molto bene un'età della vita che per molti è un momento di transizione molto delicato, quello nel quale abbiamo la libertà di decidere finalmente in quale direzione andare ma ancora non abbiamo la maturità e la consapevolezza per farlo, condizionati dalla lunga fase della vita che ci ha visti dipendere completamente dai nostri genitori.

Nel modo di essere un po' estremo di Leonardo e in alcuni comportamenti propriamente suoi è difficile non riconoscere - fatte le dovute differenze - alcune modalità che sono appartenute anche a noi a quell'età. Forse non eravamo appassionati di letteratura trecentesca e collezionisti di libri, forse non ci ubriacavamo per non dover fare i conti con la nostra identità sessuale ecc. ecc., però probabilmente eravamo massimalisti, insicuri, scontenti e al contempo appassionati come lui.

E Manfredi Marini riesce benissimo a trasmetterci tutte queste sensazioni contraddittorie, rafforzate da uno stile cinematografico molto originale, che mescola al racconto elementi onirici e utilizza anche l'elemento disegnato e animato. Anche l'uso della cinepresa è molto ardito con punti di ripresa vari e inaspettati.

Un esordio che, pur mostrando qualche elemento di naiveté (che secondo me fa molto parte della personalità del regista a quanto si può intuire dall'intervista), risulta decisamente diverso dalla cifra stilistica di certi esordi cinematografici italiani e per questo colpisce.

Dopo questo primo lavoro di scavo interiore nel proprio sé del passato, attendiamo a questo punto Tortorici alla seconda prova cinematografica e personalmente sono molto curiosa di sapere della direzione che prenderà il suo cinema.

Voto: 3,5/5 (voto sulla fiducia futura!)


sabato 22 marzo 2025

Come sabbia tra le dita / Matsumoto Seichō

Come sabbia tra le dita / Matsumoto Seichō. Milano: Mondadori, 2018.

In una visita pre-estiva da Feltrinelli per fare il pieno per le vacanze estive (ormai un ricordo lontano) scopro questo titolo di Matsumoto Seichō che non conoscevo. E quindi lo compro insieme all'ultimo libro pubblicato da Adelphi che era il mio obiettivo iniziale.

L'estate per me i gialli sono una componente essenziale del relax.

Lo leggo durante il viaggio in treno verso la Puglia e la mia permanenza a casa di mio padre.

Con Matsumoto Seichō si va sempre piuttosto sul sicuro anche se ovviamente non tutti i libri sono allo stesso livello.

Qui ci troviamo di fronte a un poliziesco classico in quanto l'ispettore Imaneshi di Tokyo è chiamato a scoprire l'assassino di un uomo il cui corpo è stato trovato sui binari. L'indagine è lunga e faticosa e si intreccia con le vicende di un gruppo di intellettuali di avanguardia che nel Giappone degli anni Sessanta sta attirando molte attenzioni. Man mano che le indagini vanno avanti, al primo omicidio seguono altre morti sospette apparentemente naturali che l'ispettore ritiene siano tutte collegate all'omicidio iniziale.

Non andrò oltre perché con i gialli è vietato farlo.

In merito invece alle mie impressioni posso dire che, rispetto ad altri libri di Seichō, pur apprezzando sempre il racconto che lo scrittore fa del Giappone di quegli anni e, in particolare, in questo caso, delle ferite lasciate dalla guerra e dai bombardamenti, ho trovato la storia meno appassionante e soprattutto meno approfondita sul piano psicologico per quanto riguarda sia gli investigatori sia le vittime sia l'assassino.

Resta un giallo piacevole e di facile lettura, ma temo che mi rimarrà meno impresso di altri suoi romanzi.

Voto: 3/5

venerdì 21 marzo 2025

Il tempo del futurismo. Galleria Nazionale di arte moderna e contemporanea, 23 febbraio 2025

E così sono riuscita ad andare a vedere anche la mostra su cui ci sono state più polemiche – di natura squisitamente politica – negli ultimi tempi, e ho potuto fare la visita con Vincenzo Spina di Rome Guides, che è ormai diventato il mio assoluto punto di riferimento per le visite guidate.

Vincenzo ci dice che questa mostra, che nei primi tempi è stata piuttosto disertata forse proprio per effetto delle polemiche succitate, proprio nelle ultime settimane di apertura si è enormemente popolata, probabilmente grazie allo sgonfiarsi delle polemiche e al passaparola. Del resto è notizia di qualche settimana fa che la mostra è stata prorogata fino al 27 aprile.

Al netto di tutto il dibattito, che personalmente mi interessa poco, si tratta di un imponente allestimento che occupa ben 24 sale (in pratica la quasi totalità della Galleria Nazionale), e che si propone di guardare al futurismo da molteplici punti di vista (principalmente attraverso le opere pittoriche, ma anche – secondariamente – attraverso la produzione di libri, opuscoli e manifesti, nonché in misura ancora inferiore attraverso la scultura, l’architettura, il cinema). Non mancano, a riempire le sale, automobili, motociclette, la copia di un aeroplano di quegli anni, ma anche oggetti, mobili, arazzi e molto altro.

Che dire? Credo che se ci fossi andata da sola o comunque con una guida meno in gamba di Vincenzo la mostra sarebbe risultata dispersiva, una carrellata giocata sui grandi numeri e sulla quantità di cose in esposizione, ma in cui sarebbe stato difficile costruire un percorso, e dunque destinata a essere dimenticata in men che non si dica.

Grazie al fatto di avere una guida come lui non ho nemmeno prestato troppa attenzione all’apparato illustrativo ed esplicativo della mostra, e dunque non sono in grado di dire se fosse adeguato a spiegare le cose e a consentire ai visitatori di farsi un’idea del contesto e dei contenuti del futurismo.

Lo stesso Vincenzo salta alcune sale che considera meno significative e forse anche meno appropriate, ed esprime qualche critica ad alcune scelte di allestimento.

Ciò detto, io ho potuto ripercorrere, grazie alle sue spiegazioni, la storia del futurismo attraverso i suoi principali protagonisti, Filippo Tommaso Marinetti, Giacomo Balla, Umberto Boccioni, e più avanti Fortunato Depero e Gerardo Dottori, e ho potuto apprezzare ancora una volta – qualora ce ne fosse stato bisogno – che non c’è niente di più libero dell’arte, che a volte può incontrare le ideologie ma che difficilmente riesce a rimanere nei confini che i compromessi e gli opportunismi della politica richiedono. Anche perché l’arte e gli artisti evolvono, scompaginando le carte e mettendo in discussione anche le alleanze politiche apparentemente più solide.

E dunque basta parlare di appropriazione culturale, perché la verità è che l’arte e la cultura appartengono alla storia dell’umanità, in quanto - pur nascendo dentro una temperie storica e politica - sono poi in grado di trascenderla e di diventare patrimonio condiviso, spazio comune e non divisivo.

Almeno sulla storia culturale cerchiamo di sottrarci alla polarizzazione (e anche per questo non darò un voto a questa mostra).

mercoledì 19 marzo 2025

Setak (+ Marco Scipione). Monk, 22 febbraio 2025

Setak, nome d’arte di Nicola Pomponi, era per me un emerito sconosciuto fino a qualche mese fa, quando nell’opening del concerto di Fink l’ho sentito cantare le sue canzoni e suonarle insieme al suo chitarrista Alessandro Chimenti.

Dopo quel giorno ho comprato un paio di album di Setak e l’ultimo, Assamanù, l’ho decisamente consumato nell’ascolto. Cosicché vedendolo nel cartellone del Monk e questa volta non ad aprire un altro artista ma con un concerto tutto suo, e per di più nel mio ormai orario preferito dei concerti, ossia alle 19, non mi sono fatta sfuggire l’occasione di tornare ad ascoltarlo dal vivo.

Trascino al concerto – non con qualche titubanza perché con la musica è difficilissimo indovinare i gusti degli altri – un’amica e altri suoi amici, che sono già al bar a bere una birra quando io arrivo intorno alle 18,30. Mentre loro mangiano un boccone, io mi fiondo in sala per prendere posizione, come al solito in prima fila, in modo da poter fare le mie amate foto.

Dopo pochissimi secondi e quando in sala c’è ancora pochissima gente, inizia a suonare Marco Scipione, un sassofonista per me ignoto, che all’inizio suona uno strumento che è una via di mezzo tra un sassofono e un basso tuba (ammetto la mia ignoranza!) e con cui ci suona una musica che sembra arrivare direttamente dalla savana e richiamare i versi dei grandi animali selvatici. Passa poi al sassofono vero e proprio con cui esegue – arricchendoli con l’uso di una pedaliera - una serie di brani strumentali che sarebbero perfetti come colonna sonora di un film e che trovo molto suggestivi.

Dopo un brevissimo cambio di palco, ecco arrivare Setak in formazione full band: con lui ci sono alle tastiere il fratello Nazareno Pomponi, al basso Fabrizio Cesare, alla batteria (e non solo) Emanuele Colandrea e alle chitarre il già noto per me Alessandro Chimenti.

Sono davvero curiosa di ascoltare questa volta Setak non in versione semiacustica, ma con questi arrangiamenti importanti e ricchi.

Il concerto si apre con la canzone che dà il titolo all’ultimo album, Assamanù, e poi si sviluppa spaziando attraverso i suoi lavori che – per chi non lo sapesse – a parte pochissime eccezioni sono tutti scritti e cantati in dialetto abruzzese.

Ascoltiamo così canzoni come Di chi ‘ssi lu fije?, Quanda sj 'fforte, Cumbà, Curre curre, Aspitte aspitte. A un certo punto del live, Setak invita sul palco un ospite, l’amico Bob Angelini, che si unisce alla band suonando la steel guitar e aggiungendo ulteriore fascino all’esecuzione delle canzoni. E così andiamo avanti ad ascoltare Figli della storia, Alé Alessa', ma anche Picché, suonata con l’accompagnamento del sassofono di Marco Scipione, e ancora Marije, suonata e cantata da solo sul palco, per finire in full ensemble con una versione molto coinvolgente di Pane e 'ccicorje.

Tra una canzone e l’altra Setak presenta la sua band, scherza con i musicisti ospiti, chiacchiera con il pubblico, che tra l’altro vede una folta presenza di abruzzesi e di persone che conoscono tutte le canzoni di Nicola Pomponi e non si sottraggono ai singalong che il cantante propone.

Né Setak né alcuno dei suoi musicisti si risparmia, in un concerto che diventa un grande abbraccio, un vero happening e in cui si sente forte l’affetto del pubblico verso i musicisti, e viceversa, e questo affetto passa attraverso un collettivo amore per la musica.

Anche gli amici che mi sono trascinata dietro e che sono venuti a sentire Setak a scatola chiusa sono parecchio entusiasti, il che mi conferma l’impressione di un concerto davvero riuscito.

Voto: 4/5