Un testo di Stefano Massini (di cui avevo già visto a teatro 7 minuti) e l'interpretazione di Fabrizio Bentivoglio mi sono sembrati due motivi più che sufficienti per andare all'Eliseo a vedere L'ora di ricevimento (banlieu).
Siamo in una imprecisata banlieu francese, nella stanza ricevimenti di una scuola. La storia si svolge nel corso di un intero anno scolastico, scandito dal trascorrere delle stagioni testimoniate dall'albero visibile dietro la finestra, e vede protagonista un insegnante di francese, il professor Philippe Ardeche (interpretato appunto da Fabrizio Bentivoglio) nei suoi rapporti con allievi e genitori delle più diverse provenienze etniche, culturali e religiose.
Dopo il bel monologo di apertura in cui Philippe ci racconta la sua classe e ci spiega il perché di soprannomi che si ripetono anno dopo anno, assistiamo agli incontri - singoli o collettivi - con i genitori degli alunni che hanno per oggetto episodi specifici avvenuti in classe, la gita scolastica, i compiti assegnati, in un tentativo sempre più faticoso di far dialogare e mantenere in equilibrio mondi diversi.
I ragazzi sono assenti e vengono rievocati solo attraverso le parole del professore e quelle dei loro genitori, entrambi portatori di una propria visione del mondo e impegnati a comprendere - non sappiamo quanto efficacemente - questi ragazzi.
Il testo di Massini vede dunque alternarsi registri molto diversi che vanno dal drammatico al comico (come nella scena del supplente di matematica spernacchiato), e oscilla tra guizzi illuminanti e luoghi comuni (non necessariamente falsi), restando nel complesso piuttosto didascalico. Anche la scelta di questa ambientazione - pur interessante - appare in qualche misura un po' forzata, nel senso di non pienamente naturalistica per chi non è immerso in quel mondo, e rischia talvolta di trasformarsi in farsa, come nel caso della riunione in vista della gita scolastica.
La regia - come mi è già capitato di osservare con Michele Placido - risulta un po' piatta, e lascia la sensazione che la messa in scena non aggiunga granché al testo, se non per la recitazione sorniona e a tratti intensa di Bentivoglio.
In definitiva, uno spettacolo che non ha centrato pienamente le aspettative e mi ha lasciata con un po' di amaro in bocca.
Voto: 3/5
lunedì 13 marzo 2017
venerdì 10 marzo 2017
Un uomo solo / Christopher Isherwood
Un uomo solo / Christopher Isherwood. Milano: Adelphi, 2009.
Non so se ho completamente toppato il momento per leggere questo romanzo. Ce lo avevo sullo scaffale dei libri da leggere da un po' e lo avevo comprato per due motivi: innanzitutto perché mi era piaciuto moltissimo il film di Tom Ford ispirato al romanzo, in secondo luogo perché alcune persone me ne avevano parlato benissimo.
Quando ho aperto il libro alla prima pagina mi sono detta che ne sarei stata conquistata. L'inizio del romanzo è folgorante e ci fa entrare immediatamente nel mood del suo protagonista, il professor George Falconer.
George insegna letteratura inglese a Los Angeles. Siamo nel 1961: sullo sfondo gli eventi politici e sociali legati alla vicenda della Baia dei Porci. Ma Isherwood si concentra sul racconto di una normale giornata nella vita di George, dal momento in cui si sveglia a quello in cui va a dormire. Nel mezzo la lezione all'università, l'incontro con l'amica Charlotte, la visita in ospedale a un'amica malata terminale, la cena, la sbronza, il bagno nell'oceano con lo studente Kenny. E soprattutto la solitudine, quella che non ha niente a che vedere con ciò che facciamo e con quante persone incontriamo, ma ha a che fare con una specie di sensazione di ineluttabilità, con l'impossibilità di superare una perdita (che nel caso di George è quella di Jim, il suo compagno morto in un incidente stradale) e, al contempo, con una potente voglia di vivere.
Personalmente ho attraversato queste pagine in maniera parzialmente indifferente e sentendomene partecipe solo a tratti. Ho apprezzato enormemente la scrittura di Isherwood, nella sua laconicità e ruvidezza, ma anche nella sua ironia e delicatezza; ma il "cuore in inverno" di George non ha risuonato col mio, che pure in questo momento vive una fase parzialmente inerziale come esito della lotta tra tristezza e vitalità.
Quando mi succede così nella lettura dei libri mi spiace sempre molto, perché so di aver incontrato un testo importante, ma io per qualche motivo non mi sono fatta attraversare.
È la sensazione di un dialogo mancato, di un'omissione, di un'azione abortita che mi lascia inevitabilmente una sensazione di amaro in bocca.
Voto: 3/5
Non so se ho completamente toppato il momento per leggere questo romanzo. Ce lo avevo sullo scaffale dei libri da leggere da un po' e lo avevo comprato per due motivi: innanzitutto perché mi era piaciuto moltissimo il film di Tom Ford ispirato al romanzo, in secondo luogo perché alcune persone me ne avevano parlato benissimo.
Quando ho aperto il libro alla prima pagina mi sono detta che ne sarei stata conquistata. L'inizio del romanzo è folgorante e ci fa entrare immediatamente nel mood del suo protagonista, il professor George Falconer.
George insegna letteratura inglese a Los Angeles. Siamo nel 1961: sullo sfondo gli eventi politici e sociali legati alla vicenda della Baia dei Porci. Ma Isherwood si concentra sul racconto di una normale giornata nella vita di George, dal momento in cui si sveglia a quello in cui va a dormire. Nel mezzo la lezione all'università, l'incontro con l'amica Charlotte, la visita in ospedale a un'amica malata terminale, la cena, la sbronza, il bagno nell'oceano con lo studente Kenny. E soprattutto la solitudine, quella che non ha niente a che vedere con ciò che facciamo e con quante persone incontriamo, ma ha a che fare con una specie di sensazione di ineluttabilità, con l'impossibilità di superare una perdita (che nel caso di George è quella di Jim, il suo compagno morto in un incidente stradale) e, al contempo, con una potente voglia di vivere.
Personalmente ho attraversato queste pagine in maniera parzialmente indifferente e sentendomene partecipe solo a tratti. Ho apprezzato enormemente la scrittura di Isherwood, nella sua laconicità e ruvidezza, ma anche nella sua ironia e delicatezza; ma il "cuore in inverno" di George non ha risuonato col mio, che pure in questo momento vive una fase parzialmente inerziale come esito della lotta tra tristezza e vitalità.
Quando mi succede così nella lettura dei libri mi spiace sempre molto, perché so di aver incontrato un testo importante, ma io per qualche motivo non mi sono fatta attraversare.
È la sensazione di un dialogo mancato, di un'omissione, di un'azione abortita che mi lascia inevitabilmente una sensazione di amaro in bocca.
Voto: 3/5
mercoledì 8 marzo 2017
Lambchop. Auditorium Parco della Musica, 5 marzo 2017
I Lambchop salgono sul palco della Sala Petrassi in perfetto orario. La formazione con cui portano avanti questo tour dedicato all'ultimo album Flotus è costituita dall'anima del gruppo, Kurt Wagner, che ne è il cantante ma anche il chitarrista, nonché l'utilizzatore di un aggeggio elettronico con cui realizza una serie di loop vocali molto caratteristici del gruppo, dal pianista Tony Crow, che è il più loquace ed è l'unico che interrompe la sequenza tutta musicale per parlare un po' con il pubblico e farlo sorridere, il bassista Matt Swanson e il batterista Andy Stack.
Personalmente mi ero innamorata dei Lambchop ai tempi dell'album Is a woman (per me una specie di rivelazione) e avevo continuato ad apprezzarli con gli album successivi, Aw Cmon, No You Cmon e Mr M tra gli altri. L'ultimo album l'ho comprato appena uscito e, pur riconoscendo il loro stile inconfondibile, sono rimasta un po' spiazzata dalla forte presenza dell'elettronica in questa evoluzione musicale dei Lambchop.
Quindi mi sono accostata alla loro esibizione dal vivo, evidentemente destinata alla promozione dell'ultimo lavoro, con una certa perplessità e preoccupazione, che per fortuna sono state totalmente superate dopo i primi minuti del concerto.
Dal vivo alcuni elementi di freddezza dell'elettronica registrata in studio si colorano di maggiori sfumature e il mix reinterpretativo dei Lambchop, nella cui musica si fondono l'alternative country delle origini (non dimentichiamo che vengono da Nashville), alcune sonorità jazz, swing e blues grazie agli apporti del pianoforte a coda e della batteria, e le invenzioni elettroacustiche, si fa avvolgente e a tratti trascinante.
Come dice la mia amica F. all'uscita dal concerto, la loro grandezza sta nella capacità di non affogare la melodia dentro le loro sperimentazioni musicali, bensì di essere in grado di mantenere tutte queste componenti in un equilibrio fragile e sofisticato.
Il bis è d'obbligo e Tony Crow ci regala anche lo stacchetto musicale con la parodia di Facebook che ci strappa una genuina risata.
Usciamo con tanta straordinaria musica nelle orecchie e la sensazione di aver potuto ascoltare dal vivo uno di quei concerti che nessun ascolto registrato potrebbe sostituire.
Voto: 3,5/5
Personalmente mi ero innamorata dei Lambchop ai tempi dell'album Is a woman (per me una specie di rivelazione) e avevo continuato ad apprezzarli con gli album successivi, Aw Cmon, No You Cmon e Mr M tra gli altri. L'ultimo album l'ho comprato appena uscito e, pur riconoscendo il loro stile inconfondibile, sono rimasta un po' spiazzata dalla forte presenza dell'elettronica in questa evoluzione musicale dei Lambchop. Quindi mi sono accostata alla loro esibizione dal vivo, evidentemente destinata alla promozione dell'ultimo lavoro, con una certa perplessità e preoccupazione, che per fortuna sono state totalmente superate dopo i primi minuti del concerto.
Dal vivo alcuni elementi di freddezza dell'elettronica registrata in studio si colorano di maggiori sfumature e il mix reinterpretativo dei Lambchop, nella cui musica si fondono l'alternative country delle origini (non dimentichiamo che vengono da Nashville), alcune sonorità jazz, swing e blues grazie agli apporti del pianoforte a coda e della batteria, e le invenzioni elettroacustiche, si fa avvolgente e a tratti trascinante. Come dice la mia amica F. all'uscita dal concerto, la loro grandezza sta nella capacità di non affogare la melodia dentro le loro sperimentazioni musicali, bensì di essere in grado di mantenere tutte queste componenti in un equilibrio fragile e sofisticato.
Il bis è d'obbligo e Tony Crow ci regala anche lo stacchetto musicale con la parodia di Facebook che ci strappa una genuina risata.
Usciamo con tanta straordinaria musica nelle orecchie e la sensazione di aver potuto ascoltare dal vivo uno di quei concerti che nessun ascolto registrato potrebbe sostituire.
Voto: 3,5/5
lunedì 6 marzo 2017
Avventure di un uomo in pigiama / Paco Roca
Avventure di un uomo in pigiama / Paco Roca. Latina: Tunué, 2015.
Dopo Memorie di un uomo in pigiama torna l'alter ego di Paco Roca a raccontarci le sue avventure tragicomiche di fumettista alle prese con le piccole e grandi difficoltà della vita, e soprattutto con le gioie e i dolori di un lavoro che da un lato ti inchioda a una scrivania, dall'altro ti porta in giro per il mondo.
Come già nel precedente albo, si tratta di storie brevi che quasi sempre si esauriscono nello spazio di due pagine (tranne l'ultima in cui il protagonista si trova a fare i conti con i suoi se stessi del passato e del futuro) e che raccontano episodi divertenti, idiosincrasie del protagonista, brevi riflessioni sulla propria vita e sul mondo.
Rispetto al primo volume, queste nuove avventure - pur contenendo alcune strisce esilaranti e utilizzando sempre l'ironia (nei disegni e nei testi) come chiave di lettura di se stessi e del mondo - mi sono sembrate meno virate sulla comicità pura e più attente invece alla complessità delle cose.
Si alternano così episodi molto divertenti, come quello in cui il neopapà combina una serie di disastri con la piccolina (e che mi ha ricordato Diario del cattivo papà di Delisle), altri divertenti ed evocativi, come quello in cui il protagonista si chiede perché per chi scrive storie sia così difficile mettere la parola "fine" sotto di esse, e altre decisamente malinconiche, come quelle in cui si parla della felicità raccontandola con la metafora dell'attraversamento di una strada affollata.
Paco Roca ci mette in guardia dall'identificare semplicisticamente il protagonista di queste strisce, che resta comunque il prodotto di una mente creativa, con il suo autore; d'altra parte, è inevitabile che al termine della lettura dell'albo ci sembri di conoscere un po' Paco Roca e di esserne diventati un po' amici. Al contempo non possiamo non renderci conto che, raccontandoci le avventure di questo suo alter ego, Paco Roca è riuscito in realtà a parlarci non solo di se stesso ma anche di noi, ogni volta che ci siamo identificati con le ansie, i dubbi, le paure, le preoccupazioni, le felicità e le piccole cattiverie della vita del suo personaggio.
E questa è la migliore dimostrazione della qualità di un lavoro creativo: la capacità di inglobare l'universale anche all'interno di una piccola storia raccontata da un punto di vista particolare.
Sempre bravo Paco Roca.
Voto: 3,5/5
Dopo Memorie di un uomo in pigiama torna l'alter ego di Paco Roca a raccontarci le sue avventure tragicomiche di fumettista alle prese con le piccole e grandi difficoltà della vita, e soprattutto con le gioie e i dolori di un lavoro che da un lato ti inchioda a una scrivania, dall'altro ti porta in giro per il mondo.
Come già nel precedente albo, si tratta di storie brevi che quasi sempre si esauriscono nello spazio di due pagine (tranne l'ultima in cui il protagonista si trova a fare i conti con i suoi se stessi del passato e del futuro) e che raccontano episodi divertenti, idiosincrasie del protagonista, brevi riflessioni sulla propria vita e sul mondo.
Rispetto al primo volume, queste nuove avventure - pur contenendo alcune strisce esilaranti e utilizzando sempre l'ironia (nei disegni e nei testi) come chiave di lettura di se stessi e del mondo - mi sono sembrate meno virate sulla comicità pura e più attente invece alla complessità delle cose.
Si alternano così episodi molto divertenti, come quello in cui il neopapà combina una serie di disastri con la piccolina (e che mi ha ricordato Diario del cattivo papà di Delisle), altri divertenti ed evocativi, come quello in cui il protagonista si chiede perché per chi scrive storie sia così difficile mettere la parola "fine" sotto di esse, e altre decisamente malinconiche, come quelle in cui si parla della felicità raccontandola con la metafora dell'attraversamento di una strada affollata. Paco Roca ci mette in guardia dall'identificare semplicisticamente il protagonista di queste strisce, che resta comunque il prodotto di una mente creativa, con il suo autore; d'altra parte, è inevitabile che al termine della lettura dell'albo ci sembri di conoscere un po' Paco Roca e di esserne diventati un po' amici. Al contempo non possiamo non renderci conto che, raccontandoci le avventure di questo suo alter ego, Paco Roca è riuscito in realtà a parlarci non solo di se stesso ma anche di noi, ogni volta che ci siamo identificati con le ansie, i dubbi, le paure, le preoccupazioni, le felicità e le piccole cattiverie della vita del suo personaggio.
E questa è la migliore dimostrazione della qualità di un lavoro creativo: la capacità di inglobare l'universale anche all'interno di una piccola storia raccontata da un punto di vista particolare.
Sempre bravo Paco Roca.
Voto: 3,5/5
sabato 4 marzo 2017
Patience / Daniel Clowes
Patience / Daniel Clowes. Milano: Bao Publishing, 2016.
Avevo letto tempo fa il più famoso dei graphic novel di Daniel Clowes, Ghost world, e mi ero ritrovata catapultata all'interno di un mondo per me del tutto nuovo e originale, sia dal punto di visto dei disegni - quelli di Clowes sono una specie di marchio di fabbrica - sia dal punto di vista narrativo, per l'approccio dell'autore che si muove tra il piano realistico e quello onirico-psicologico senza soluzione di continuità.
E però, in qualche modo ne ero rimasta affascinata. Così ho pensato che non potevo perdere il grande ritorno di Daniel Clowes con questo Patience.
Il nuovo lavoro è la storia di una coppia come tante altre, Patience e Jack. I due sono innamorati e aspettano un figlio, ma ciascuno di loro porta dentro i propri demoni: Patience quelli del suo passato, Jack quelli di un presente in cui non lavora e non sa se sarà in grado di mantenere la sua famiglia. Fino a che una sera Jack tornando a casa trova Patience morta, assassinata. Viene sospettato dell'omicidio e, dopo che tutte le accuse su di lui si rivelano infondate, decide di scoprire la verità sulla morte della sua donna. L'incontro con un bizzarro inventore gli fornisce la chiave per la sua indagine, ossia la possibilità di viaggiare nel tempo, andando in avanti e poi indietro a scavare nel passato di Patience per scoprire quali fantasmi e quali segreti vi si nascondono e trovare degli indizi.
Jack rischierà non solo di rimanere intrappolato in questi mondi cronologicamente paralleli, ma farà anche i conti con i rischi dei paradossi temporali e delle possibili interferenze che la sua presenza nel passato può produrre con gli eventi del futuro.
Questo viaggio nel tempo è anche un'esplorazione dentro se stesso, nonché nel percorso psicologico di Patience, che cambierà in Jack la prospettiva del mondo quando tornerà finalmente al suo presente.
Come fanno notare molte recensioni, l'albo di Clowes è un viaggio psichedelico scandito dai disegni saturi e dalle citazioni a tanta parte della letteratura fantascientifica classica, che persino io - quasi totalmente ignorante in materia - riconosco non nel dettaglio ma in quel background culturale che in qualche modo abbiamo assorbito.
Personalmente, forse proprio perché mi mancano numerosi elementi dell'orizzonte di riferimento di Clowes e conosco solo molto parzialmente il percorso e il significato di questo autore nella storia del fumetto, non sono uscita entusiasta dalla lettura che mi è un po' scivolata addosso, senza lasciarmi grandi tracce.
In ogni caso, un graphic novel con cui vale la pena di confrontarsi.
Voto: 3/5
Avevo letto tempo fa il più famoso dei graphic novel di Daniel Clowes, Ghost world, e mi ero ritrovata catapultata all'interno di un mondo per me del tutto nuovo e originale, sia dal punto di visto dei disegni - quelli di Clowes sono una specie di marchio di fabbrica - sia dal punto di vista narrativo, per l'approccio dell'autore che si muove tra il piano realistico e quello onirico-psicologico senza soluzione di continuità.
E però, in qualche modo ne ero rimasta affascinata. Così ho pensato che non potevo perdere il grande ritorno di Daniel Clowes con questo Patience.
Il nuovo lavoro è la storia di una coppia come tante altre, Patience e Jack. I due sono innamorati e aspettano un figlio, ma ciascuno di loro porta dentro i propri demoni: Patience quelli del suo passato, Jack quelli di un presente in cui non lavora e non sa se sarà in grado di mantenere la sua famiglia. Fino a che una sera Jack tornando a casa trova Patience morta, assassinata. Viene sospettato dell'omicidio e, dopo che tutte le accuse su di lui si rivelano infondate, decide di scoprire la verità sulla morte della sua donna. L'incontro con un bizzarro inventore gli fornisce la chiave per la sua indagine, ossia la possibilità di viaggiare nel tempo, andando in avanti e poi indietro a scavare nel passato di Patience per scoprire quali fantasmi e quali segreti vi si nascondono e trovare degli indizi.
Jack rischierà non solo di rimanere intrappolato in questi mondi cronologicamente paralleli, ma farà anche i conti con i rischi dei paradossi temporali e delle possibili interferenze che la sua presenza nel passato può produrre con gli eventi del futuro. Questo viaggio nel tempo è anche un'esplorazione dentro se stesso, nonché nel percorso psicologico di Patience, che cambierà in Jack la prospettiva del mondo quando tornerà finalmente al suo presente.
Come fanno notare molte recensioni, l'albo di Clowes è un viaggio psichedelico scandito dai disegni saturi e dalle citazioni a tanta parte della letteratura fantascientifica classica, che persino io - quasi totalmente ignorante in materia - riconosco non nel dettaglio ma in quel background culturale che in qualche modo abbiamo assorbito.
Personalmente, forse proprio perché mi mancano numerosi elementi dell'orizzonte di riferimento di Clowes e conosco solo molto parzialmente il percorso e il significato di questo autore nella storia del fumetto, non sono uscita entusiasta dalla lettura che mi è un po' scivolata addosso, senza lasciarmi grandi tracce.
In ogni caso, un graphic novel con cui vale la pena di confrontarsi.
Voto: 3/5
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