mercoledì 21 maggio 2025

Filippo Timi live. Non sarò mai Elvis Prestley. Argot studio, 12 aprile 2025

Come già un po’ si capisce dal titolo dello spettacolo, Filippo Timi torna a teatro con una performance anomala, difficile da definire, un po’ concerto, un po’ flusso di coscienza, un po’ divertissement.

Sul piccolo palco del Teatro Argot Studio il pavimento è coperto dal telone a strisce bianche e rosse di un circo e ai lati campeggiano due grandi cartonati che rappresentano un rinoceronte e un gorilla. Sullo sfondo vanno le immagini di trasmissioni televisive degli anni Ottanta e Novanta, in negativo.

Sul palco il giovane Lorenzo Minozzi, che accompagna musicalmente la performance di Timi.

È già da un po’ di tempo che Timi sembra attraversare un momento particolare della sua vita: io lo interpreto come una crisi di mezza età, in cui da un lato cominci a vedere all’orizzonte e ad essere ossessionato dalla paura della malattia e della morte, dall’altro – nell’idea di non avere tempo – non ne puoi più di fingere, di tenerti le cose dentro, di non dire al mondo le tue verità.

Ebbene, i suoi spettacoli ultimamente oscillano tra cose molto belle e riuscite e altre un po' strane, perché sembrano sempre di più l’occasione per tirare fuori verità e quasi “sfogarsi” davanti al pubblico, producendo un effetto che è divertente ma anche angosciante, in alcuni casi addirittura cringe.

In questo caso, Timi innanzitutto si esibisce in un repertorio di canzoni scritte da lui stesso e che sono accompagnate dall’handpan (due modelli diversi) che suona in prima persona e dagli arrangiamenti musicali di Minozzi, mentre sulla parete di fondo del teatro vengono proiettati i video che supportano le musiche.

Tra una canzone e l’altra racconti di episodi allegri e meno allegri della propria vita, riflessioni sull’esistenza, commenti sulla società, su sé stesso, sui propri colleghi, piccoli scambi di battute col pubblico.

Come tutto questo si tenga insieme non è dato saperlo, e soprattutto quando lo spettacolo termina ci guardiamo tutti un po’ spaesati, con un groppo in gola e un peso sullo stomaco, sperando che Filippo Timi, senza perdere tutto quello che una crisi di mezza età aiuta a maturare, possa ritrovare una strada artistica e personale che gli corrisponda in questa seconda parte della sua vita.

Glielo auguro di cuore, sia umanamente che professionalmente, perché in qualche modo mi sembra quasi di comprendere come si sente e forse proprio per questo l’impatto emotivo di questa fase della sua vita su di me è particolarmente pesante.

Voto: 2,5/5

lunedì 19 maggio 2025

The last showgirl

Siamo a Las Vegas. Shelly Gardner (Pamela Anderson) va ormai verso i sessanta, e da circa quarant’anni si esibisce come ballerina per Le Razzle Dazzle, uno spettacolo ispirato a quelli tutti strass e piume dei locali di rivista come il Lido di Parigi.

Shelly, che non ha mai completamente dismesso il suo approccio adolescenziale alla vita, ha sacrificato tutto per Le Razzle Dazzle, persino la possibilità di coltivare un rapporto con sua figlia Hannah (Billie Lourd) che ha avuto molto giovane e ha affidato a una famiglia di Tucson.

Purtroppo però Le Razzle Dazzle ha sempre meno seguito e il manager Eddie (Dave Bautista) comunica a Shelly e alle altre ballerine che lo spettacolo sta per essere chiuso e sarà sostituito da uno spettacolo circense.

Il mondo di Shelly è dunque destinato ad andare in frantumi e la donna non solo deve prendere atto del tempo che passa e del corpo che invecchia, ma deve anche fare i conti con le scelte che ha fatto e le inevitabili conseguenze.

Il personaggio di Shelly, nella sua apparente leggerezza e/o superficialità, si rivela presto un personaggio dolente, una donna che – come l’amica Annette (una cringissima Jamie Lee Curtis) – avendo costruito la propria vita e la propria carriera sulla giovinezza e la bellezza si ritrovano a un certo punto espulse dallo showbiz e con un pugno di mosche in mano, disperate, e senza una prospettiva né economica né affettiva.

Come mi piace dire ultimamente, il cinema ha ricominciato (o cominciato) a interessarsi sempre di più dell’età che avanza, in particolare in riferimento alle donne, sulle quali l’aspettativa sociale di continuare a risultare giovani e belle è sempre più pressante. Da questo punto di vista, il film si ricollega idealmente, fatte le dovute differenze, a The substance, e per altri aspetti a The wrestler di Aronofsky (che però non ho visto).

La Shelly di Pamela Anderson è un personaggio sfaccettato e contraddittorio: un po’ bambina nell’incapacità di assumersi le proprie responsabilità e di accettare di essere un punto di riferimento emotivo per altre persone, ma anche a suo modo a tratti generosa, con una dedizione e una passione per quello che fa sincere, sebbene ingenue, ma anche incapace di rinunciare all’adrenalina e al ritorno emotivo dei riflettori e di pensare razionalmente al proprio futuro.

La decadenza di una persona si specchia nella decadenza di una città e in fondo di un’epoca, gli anni Ottanta, che proprio nella città di Las Vegas hanno forse trovato la loro massima rappresentazione.

Ma la parabola di Shelly va oltre il declino di una forma di intrattenimento o il superamento di un momento storico, e si fa tema universale e che nella sua essenza riguarda le vite di tutti noi. È esperienza comune quella di investire le proprie energie giovanili in una prospettiva professionale a cui affidiamo il senso di tutta la nostra esistenza, spesso lasciando per strada altre cose, salvo poi accorgerci che la nostra identità non può dipendere da una sola dimensione e che sta a noi e alla nostra crescita personale imparare ad accettare i cambiamenti della vita e reinventarsi, anche accettando l’idea che il trascorrere del tempo ci spinge lontano dalla ribalta, verso la platea o addirittura dietro le quinte. Ma che anche in queste posizioni ben più defilate si può ancora vivere bene, ed avere un’esistenza piena.

Shelly – e Annette – ci muovono a compassione, la loro disperazione ci scuote, ma al contempo costringe a farci i conti. Che una giovane regista (Gia Coppola ha meno di 40 anni) sia stata in grado di proporre uno sguardo così delicato e profondo (e non scontato) sul passare del tempo è al contempo sorprendente ed encomiabile.

Voto: 3,5/5


giovedì 15 maggio 2025

Boomers / di e con Marco Paolini, e con Patrizia Laquidara. Teatro Brancaccio, 1 aprile 2025

Mah.

Il mio post potrebbe terminare qua, visto che questo è lo scarno pensiero che mi ha attraversata durante tutta la visione dello spettacolo e anche al termine.

Il fatto è che negli ultimi anni mi sta succedendo con Paolini la stessa cosa che sta accadendo con Celestini, ossia che faccio sempre più fatica a trovare interessanti i loro spettacoli e la cosa mi intristisce molto, visto che in entrambi i casi avevo amato moltissimo alcuni loro lavori più risalenti nel tempo.

Non so da cosa dipenda, se dall’età che avanza (la loro e anche la mia), da un contesto profondamente trasformato (in cui il teatro di parola deve in parte reinventare sé stesso ma non sa bene in quali direzioni), o da altro che non sono in questo momento in grado di identificare.

Con Boomers per me Paolini realizza uno spettacolo privo di nerbo e di identità: la narrazione è sfilacciata e a tratti affastellata, il tono non riesce a trovare un equilibrio tra l’ironico e il drammatico, tra il leggero e il malinconico, gli obiettivi sono un po’ confusi e poco focalizzati, e il contenuto non riesce a trovare un vero centro di interesse.

Tutto inizia dal bar della Jole in quella lunga notte del 1969 in cui l’uomo toccò per la prima volta la superficie lunare; e da lì la narrazione vorrebbe seguire la complessa e articolata storia dell’Italia, soprattutto dei suoi sviluppi sociali e tecnologici, da quel piccolo ma significativo punto di vista che è un piccolo bar della provincia veneta. E invece a un certo punto irrompe il dialogo con il figlio e il gioco che, attraverso un casco per la realtà virtuale, permette al protagonista da un lato una galoppata fantastica nel tempo e nello spazio, dall’altro la memoria nostalgica di un tempo passato.

Persino le musiche cantate dal vivo dalla brava Patrizia Laquidara e suonate da altrettanto bravi musicisti non riescono a risollevare lo spettacolo dalla sua medietà, e devo dire che anche la selezione musicale risulta alla fine fin troppo nazional-popolare e si chiude con il coro del pubblico su Figli delle stelle di Alan Sorrenti.

Ora, sicuramente io sono troppo critica: intorno a me c’erano persone entusiaste in alcuni casi e contente in altri. Però, a me sembra che Paolini (un po’ come Celestini) stia facendo fatica a ritrovare la sua voce nel mondo di oggi e capisco che non è facile quando hai ormai un’età e sono 40 anni che fai lo stesso mestiere.

A me spiace molto, e spero davvero in un futuro guizzo che mi costringerà a rivedere il mio giudizio e a ribaltare le mie riflessioni.

Voto: 2/5

martedì 13 maggio 2025

We were dangerous

Nell’ambito della ventesima edizione di Immaginaria (International Film Festival of Lesbians & Other Rebellious Women) riesco solo a fare un salto sabato pomeriggio (nella prestigiosa location del cinema Nuovo Sacher) per vedere il film della regista neozelandese Josephine Stewart-Te Whiu, We were dangerous, sua opera prima.

Siamo in Nuova Zelanda nel 1954. La Te Motu School for Incorrigible and Delinquent Girls è una specie di collegio nel quale sono recluse ragazze devianti secondo gli standard dell’epoca, ma che quasi sempre provengono da famiglie difficili o abusanti da cui queste ragazze sono dovute scappare finendo per commettere qualche piccolo furto o altri piccoli crimini.

Tra queste ragazze, Nellie (Erana James) e Daisy (Manaia Hall), due giovani di origine maori, provano a un certo punto a scappare insieme ad un’altra giovane incinta. Il tentativo purtroppo non riesce e tutte le ragazze, insieme alla responsabile del collegio (Rima Te Wiata), vengono trasferite in un’isola remota, in baracche fatiscenti, per limitare al minimo i loro contatti con il mondo esterno e continuare con ancora maggiore determinazione l’opera di rieducazione morale e religiosa.

Sull’isola arriva a un certo punto anche Lou (Nathalie Morris), bianca e bionda, figlia di una famiglia benestante, che però è considerata sessualmente deviante. Lou solidarizza con Nellie e Daisy, e le tre ragazze insieme contrasteranno i piani della matrona e progetteranno la fuga.

Il film della regista neozelandese è un’ode all'energia eversiva dell’adolescenza contro il tentativo di schiacciare con la forza minoranze e diritti (in particolare delle donne) in nome della superiorità di un popolo, di una razza o di una religione.

Un film abbastanza convenzionale e prevedibile, ma tutto sommato – tanto più in questo momento storico – una storia che ci fa riflettere sul fatto che di fronte alla sopraffazione non bisogna mai abbassare la guardia, perché la guerra non è mai vinta completamente, e per combatterla serve l’energia, il desiderio di libertà e la sfrontatezza della gioventù.

Voto: 3/5


domenica 11 maggio 2025

Maus. Racconto di un sopravvissuto / Art Spiegelman

Maus. Racconto di un sopravvissuto / Art Spiegelman. Torino: Einaudi, 2000.

Maus è l’acclamatissimo graphic novel che Art Spiegelman ha dedicato al racconto della vicenda di suo padre Vladek, ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento.

La narrazione si svolge su due piani temporali: il presente, ambientato in America, che vede Vladek ormai anziano e di non facile gestione e Art che ci deve fare i conti, sia come figlio che si prende cura del padre, sia come artista che ha bisogno di raccogliere informazioni sulla sua storia passata.

La scelta di fondo del fumettista, che spiega anche il titolo del graphic novel, è di rappresentare gli ebrei con volti di topi, e a cascata anche gli altri con fattezze animalesche: i nazisti come gatti, i polacchi come maiali, i francesi come rane, gli americani come cani.

Maus uscì inizialmente in due volumi, intitolati rispettivamente Mio padre sanguina storia e E qui sono cominciati i miei guai, che sono poi stati raccolti in un volume unico, come quello dell’edizione Einaudi che ho letto io.

La prima parte si concentra sul periodo antecedente alla guerra: inizia raccontando della visita di Vladek alla famiglia a Sosnowiec in Polonia, dell’incontro con la giovane Anja, del matrimonio con lei. Quando scoppia la guerra, inizia per Vladek e Anja una vita di espedienti e di nascondimenti, ed è solo grazie alla ricchezza familiare che i due riescono ancora a sopravvivere.

Nella seconda parte, dopo che Vladek e Anja hanno tentato di fuggire in Ungheria per scampare alla persecuzione nazista, traditi dagli stessi che hanno pagato per attraversare la frontiera, finiscono ad Auschwitz, dove vengono separati e affrontano l’orrore della vita nel campo di concentramento, tentando in ogni modo di sfuggire ai forni crematori.

Sopravviveranno entrambi, ma gli orrori vissuti, le persone morte, tra cui il loro primo figlio, lasceranno un segno indelebile sulle loro vite, tanto che molto più avanti Anja morirà suicida (vicenda questa raccontata sempre da Spiegelman in un altro graphic novel a limitatissima diffusione, alcune pagine del quale vengono riproposte in Maus, quando il padre ne scopre l’esistenza).

La forza del fumetto di Spiegelman sta nella profonda sincerità che attraversa le sue pagine: Art non nasconde niente delle fatiche del rapporto col padre, taccagno in modo quasi patologico e sempre più burbero a causa dell’età che avanza, né si sottrae all’esposizione dei propri stessi sentimenti, non facili, a fronte della storia dei suoi genitori e della morte di un fratello che non ha mai conosciuto. La stessa sincerità attraversa il racconto dell’esperienza di Vladek prima e durante la guerra, e proprio grazie a questa sincerità emerge con grande forza la disperata lotta per la sopravvivenza di cui è stato protagonista suo padre, che alla fine si è salvato anche perché ha saputo ben giocarsi le sue carte ma anche e soprattutto perché è stato più fortunato di altri.

È vero che ormai della persecuzione degli ebrei sappiamo moltissimo e l’Olocausto è stato raccontato in tanti modi diversi, e in molti casi con grandissima efficacia, ma non c’è dubbio che l’opera di Spiegelman si colloca tra gli esempi più luminosi e meglio riusciti all’interno dell’ampio catalogo di questo tipo di narrazioni.

Da non perdere.

Voto: 4/5

giovedì 8 maggio 2025

Rendez-vous: festival del nuovo cinema francese. Nuovo Sacher, 2-6 aprile 2025

Ed eccoci alla nuova edizione del Rendez-vous, il festival del nuovo cinema francese che nasce dall’iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia, è realizzato dall’Institut français Italia, co-organizzato con Unifrance, e ospitato da anni dal Cinema Nuovo Sacher. Peccato che quest’anno Nanni Moretti non possa essere presente, essendo purtroppo ricoverato in ospedale, ma in più occasioni alla presenza dei registi e degli attori manda un saluto telefonicamente.

Non so se in questa edizione del festival sia stata fatta una specifica scelta, o caso ha voluto che io abbia fatto praticamente una selezione a tema, ma tutti i film che ho visto ruotavano intorno al tema del rapporto genitori-figli, affrontando questa relazione nei contesti e nelle maniere più varie. Interessante anche che alcuni dei film in programma fossero ambientati in luoghi diversi dalla Francia, pur avendo protagonisti francesi, ma inseriti in contesti altri rispetto a quello di origine.

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Quand vient l’automne = Sotto le foglie

Quand vient l’automne è l’ultimo film di François Ozon, uscito anche nelle sale italiane con il titolo Sotto le foglie.

Il regista francese, particolarmente prolifico negli ultimi anni, prende spunto da un episodio della sua infanzia (o almeno questo ci riferisce il distributore italiano) per un racconto familiare che vira verso il noir.

Siamo in un paesino rurale della Borgogna: in una bella casa con un grande giardino abita Michelle (Hélène Vincent), una ex prostituta che trascorre le sue giornate dividendosi tra le funzioni religiose, la cura del giardino, la raccolta dei funghi e le chiacchiere con l’amica ed ex prostituta Marie-Claude (Josiane Balasko).

Michelle ha una figlia Valérie (Ludivine Sagnier, ospite al festival) che vive a Parigi con il figlioletto Lucas e si sta separando dal marito; Marie-Claude ha un figlio, Vincent (Pierre Lottin), che è appena uscito dal carcere.

Un’intossicazione da funghi di Valérie durante una visita dalla madre innesca una serie di eventi, non necessariamente concatenati in maniera causale, visto che Ozon sceglie di lasciare dei buchi nella narrazione per affidare allo spettatore il compito di riempirli secondo la propria sensibilità e punto di vista.

Dentro il film di Ozon – in cui non manca nemmeno l’elemento onirico – ci sono molte tematiche diverse, ma tutte ruotano intorno a due temi principali: le dinamiche tipiche delle piccole comunità rurali che accolgono e stigmatizzano al contempo, e la complessità delle relazioni familiari che spesso vanno al di là dei legami propriamente di sangue.

Come altri hanno fatto notare, alcune atmosfere e ambiguità del film di Ozon richiamano il recente L’uomo nel bosco di Alain Guiraudie, anche nell’uso del registro noir e per l’attenzione alle dinamiche familiari in un contesto piccolo e rurale, ma ciascun regista ci mette del proprio e fa virare la narrazione nelle direzioni più congeniali alla propria sensibilità.

Voto: 3/5




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Le royaume

Il regista Julienne Colonna, ospite al festival, decide di ambientare il suo film Le royaume in Corsica, una terra che è a suo modo estranea alla Francia per storia, tradizioni e lingua. Al centro del racconto, che si svolge a metà anni Novanta, il rapporto tra una figlia, Lesia (Ghjuvanna Benedetti) e suo padre, Pierre Paul (Saveriu Santucci). Nella classica estate del passaggio dall’infanzia all’età adulta, Lesia, che vive con gli zii, partecipa ai lavori in campagna, alla cura degli animali e alla caccia, mentre vive i suoi primi amori. Un giorno viene prelevata da casa degli zii e portata nel luogo dove suo padre è latitante, circondato dai suoi uomini. Da questo momento, Lesia si troverà da un lato a condividere del tempo con suo padre e ad avere la possibilità di conoscerlo e rafforzare il legame con lui, dall’altro a essere coinvolta nella brutale guerra di mafia che metterà l’uno contro l’altro i clan mafiosi dell’isola.

Il film di Colonna, pur mescolando generi diversi, riserva un’attenzione particolare alla componente intima del racconto, e dunque all’aspetto della relazione padre-figlia e anche alle dinamiche proprie del romanzo di formazione in cui Lesia è completamente immersa. Come ci dice il regista, il film prende spunto da una memoria individuale – una vacanza passata con suo padre in un camping in Corsica per poi scoprire che in quel momento il padre era latitante – per diventare una narrazione che va al di là dello spazio e del tempo.

Il film è molto ben scritto (come molti film francesi), ottimamente interpretato da attori non professionisti e corsi doc, e tiene alta la tensione fino all’ultima scena.

Voto: 3,5/5



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Hiver à Sokcho

A Sokcho, una piccola cittadina portuale della Corea del Sud, quasi al confine con la Corea del Nord, vive con la madre la giovane Soo-Ha (Bella Kim), franco-coreana, ma che non è mai stata in Europa e non ha mai conosciuto suo padre. Lavorando in una piccola pensione della città, la ragazza conosce un misterioso disegnatore di fumetti (Roschdy Zem) arrivato dalla Normandia in Corea alla ricerca di ispirazione per il suo lavoro. Questo incontro attiva nella ragazza una serie di sentimenti rimossi che la spingono da un lato a ricercare la verità su suo padre, dall’altro a rimettere in discussione le sue scelte di vita e le prospettive per il futuro. Anche in questo caso siamo di fronte alle dinamiche scatenate dall’assenza di un rapporto padre-figlia, che si riversano sull’interazione tra il fumettista, completamente concentrato su sé stesso e sui propri obiettivi, e la ragazza che deve a un certo punto lasciar andare il passato per guardare avanti.

Il film di Koya Kamura è ispirato all’omonimo romanzo di Elisa Shua Dusapin, a sua volta in parte autobiografico, ed è impreziosito da alcune sequenze animate realizzate da Agnès Patron. Dentro il film molti altri elementi: la difficoltà di essere meticci in una società come quella coreana, il rapporto con il proprio corpo, la dinamica tra città e provincia, la storia passata della Corea del Sud, il rapporto con l’Occidente e con la Corea del Nord. Non sono sicura che tutti questi elementi si amalgamino bene, ma certamente Hivér à Sokcho è un interessante occasione per gettare lo sguardo su un mondo che conosciamo poco o che conosciamo solo nelle sue manifestazioni più evidenti ed esportate.

Voto: 3/5



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Une part manquante = Ritrovarsi a Tokyo

Il festival del nuovo cinema francese si chiude con questo film di Guillaume Senez (presente in sala), che racconta ancora una volta la storia di un padre e di una figlia. In questo caso siamo in Giappone, dove Jay (Romain Duris) vive da molti anni e fa il tassista, sperando da ormai nove anni di poter incontrare la figlia Lily (Mei Cirne-Masuki) di cui dopo la separazione dalla moglie giapponese ha perso le tracce. Un giorno, inaspettatamente, sale sul suo taxi una ragazzina con le stampelle che Jay riconosce come sua figlia. Da qui in poi il suo tentativo di aprire un canale di dialogo con la figlia e creare le condizioni per un rapporto duraturo. Il film di Senez parla ancora di figli meticci, con genitori provenienti da mondi e culture differenti, ma soprattutto parla di una società giapponese che non prevede l’affido condiviso dei figli nel caso di divorzio dei genitori, con l’inevitabile innescarsi di guerre che spesso allontanano un genitore dal figlio fino alla maggiore età e trasformano la vita di queste persone in un incubo, con conseguenze sulla salute mentale e sulla situazione economica. Questa condizione può ovviamente riguardare anche genitori entrambi giapponesi, ma assume risvolti ancora più drammatici nel caso in cui uno dei genitori non sia giapponese, come nel caso di Jay. Tra l’altro, nel film il personaggio di Jessica (Judith Chemla) fa da specchio del protagonista, in quanto pur trovandosi nella stessa situazione rispetto al proprio figlio, non intende rassegnarsi in alcun modo alla situazione né assecondare i modi imposti dalla società giapponese, come Jay che invece è più giapponese dei giapponesi, eppure resta uno straniero emarginato e non integrato veramente.

Il film di Senez, magnificamente interpretato da Romain Duris che dimostra anche di saper parlare un perfetto giapponese, si focalizza sul rapporto tra padre e figlia, su quanto sia necessario per entrambi e impossibile da rimuovere forzatamente, ma parla anche dell’essere stranieri anche quando si accettano completamente le regole del paese che ci ospita e porta all’evidenza un tratto davvero disumano della società giapponese che personalmente non conoscevo. Anche grazie a una colonna sonora di grande impatto, il film riesce a far leva sulle emozioni dello spettatore, senza essere mai melodrammatico.

Voto: 4/5


martedì 6 maggio 2025

A mirror: uno spettacolo falso e NON autorizzato / di Sam Holcroft; regia di Giancarlo Nicoletti. Teatro Sala Umberto, 29 marzo 2025

Un po’ al volo inseriamo questo spettacolo nella nostra programmazione teatrale di quest’anno. Sulla carta lo spettacolo della drammaturga britannica Sam Holcroft (già conosciuta per quest'altro spettacolo) appare piuttosto interessante, nella sua struttura narrativa metateatrale di ambito distopico.

Quando arriviamo a teatro, l’atmosfera è quella confusa che precede la celebrazione di un matrimonio: lo sposo, la sposa e il testimone si aggirano per la platea, ma tra i corridoi si aggirano anche inquietanti individui vestiti con abiti militari e armati.

Quando si è pronti alla celebrazione, ci viene detto che in realtà il matrimonio è solo una copertura finalizzata a mettere in scena uno spettacolo che il Ministero della cultura del regime nel quale ci si trova ha censurato.

Questo spettacolo racconta la storia di un aspirante drammaturgo il cui primo lavoro – fortemente ispirato alle sue esperienze reali – viene attenzionato da un dirigente del Ministero della cultura che punta a diventare Ministro e con modalità subdole e manipolatorie vuole ricondurre il tutto nell’alveo del regime, esattamente come in passato ha fatto con un altro drammaturgo.

Di tanto in tanto un segnale d’allarme costringe a interrompere la messa in scena dello spettacolo, e a riprendere la finzione del matrimonio, fino al rivelatorio finale che permette di ricostruire il puzzle.

Il tema non è nuovo, e a tratti mi ha anche ricordato un graphic novel di Daniel Cuello, Le buone maniere. Ma di opere letterarie, cinematografiche e di altro genere sul tema della censura, della libertà di parola, della manipolazione nei regimi non democratici se ne potrebbero citare a iosa.

In questo caso il gioco drammaturgico è ben costruito e sicuramente l’impianto è brillante e a suo modo divertente, nonostante il suo risvolto amaro, se non addirittura tragico.

La regia e l’adattamento in italiano del testo sono di Giancarlo Nicoletti, le scene sono di Alessandro Chiti, nel cast troviamo Ninni Bruschetta, Claudio "Greg" Gregori, Fabrizio Colica, Paola Michelini e Gianluca Musiu.

Gli elementi ci sarebbero tutti per farne un signor spettacolo.

Però a me non ha convinto, e non so se questo dipenda dal testo originale, ovvero dal suo adattamento italiano. Per quanto mi riguarda non ho apprezzato particolarmente l’oscillazione e l’integrazione – secondo me non perfettamente riuscita - tra un registro comico e uno drammatico, e in generale ho trovato alcune parti un po’ ripetitive, un po’ già sentite altre.

Esco dunque dallo spettacolo senza entusiasmi, ma forse è solo perché fisicamente non ero particolarmente in forma e questo ha accentuato il mio senso di insofferenza.

Voto: 2,5/5

domenica 4 maggio 2025

Joan as police woman. Circolo Angelo Mai, 4 aprile 2025

È praticamente dal 2010 che non perdo un appuntamento con i concerti romani di Joan as police woman (al secolo Joan Wasser). L’ho vista suonare in molteplici contesti (il rimpianto Circolo degli artisti, l’Auditorium Parco della Musica, il Monk), in tutte le formazioni, con band allargate, band minimali e in solo, e l’ho vista suonare tutti i suoi strumenti, pianoforte, chitarra, violino.

Che vi devo dire? A me Joan piace proprio. Stiamo praticamente invecchiando insieme. E oltre ad amare la sua musica in tutte le strade che prende (anche quelle che meno risuonano con me), apprezzo molto il suo atteggiamento sempre umile, come se dopo decenni di carriera ogni volta che sale sul palco si sottoponesse al giudizio del pubblico.

Questo atteggiamento risulta particolarmente evidente quando Joan propone dei “solo tour” come per il concerto al Monk del 2019 e di nuovo con questo concerto nella inedita (per lei) location dell’Angelo Mai.

Come allora al Monk, Joan ci propone il suo repertorio accompagnata dal pianoforte (in misura prevalente) e dalla chitarra. Sul palco si presenta con un vestito interamente bianco, degli stivali grigi e i capelli raccolti. Io come al solito sono in prima fila, e nel caso dell’Angelo Mai questo significa essere praticamente a un metro da chi canta.

Con questo concerto Joan si propone innanzitutto di presentarci il suo nuovo album Lemons, Lime and Orchids, che ho ascoltato diverse volte nelle scorse settimane e che dopo un primo ascolto che mi ha lasciata un po’ indifferente ho avuto modo a poco a poco di apprezzare di più.

Da quest’ultimo lavoro arriva la canzone con cui si apre il concerto, With Hope in My Breath, e saranno alla fine ben sette le canzoni nuove, tra cui la title track, la cui esecuzione intima al pianoforte ho particolarmente apprezzato.

Non mancano ovviamente canzoni degli album precedenti, tra cui alcune di quelle che l’hanno consacrata come Tell me e The magic, mentre nel bis al termine del concerto ci propone due suoi classici assoluti, Real life e The ride.

A metà concerto circa, Joan ci propone una cover di Guiltiness, canzone di Bob Marley & The Wailers.

Dopo un inizio di concerto in cui la cantante newyorkese sembra particolarmente tesa – ci dice che è il primo dei suoi concerti in solo – man mano che il tempo passa e anche grazie a un pubblico attento e partecipe, Joan si scioglie e comincia a dialogare via via di più, spiegando il retroterra di ciascuna canzone: ci dice così che la title track dell’ultimo album nasce da un episodio di smarrimento tra le strade di New York, che nella canzone Oh Joan si intreccia la storia di Giovanna d’Arco ma anche la sua personale visto che il suo nome è stato scelto proprio in onore della guerriera francese, che la canzone What was it like è dedicata a suo padre e che vorrebbe tanto che fosse lui il presidente americano in questo momento, anche se certamente lui non vorrebbe.

Qualche piccolo errore qua e là, che Joan non nasconde ma in qualche modo offre al pubblico, la rende ancora più umana e vulnerabile e in qualche modo rinforza l’amore tra lei e i suoi fan.

Alla fine del concerto, il tempo di uscire dalla sala e lei è già lì al tavolo del merchandising a firmare autografi sperando – come ci ha detto durante il concerto – di non doversi riportare indietro in America le grandi quantità di magliette e felpe che ha portato con sé per il tour.

Voto: 3,5/5