venerdì 16 ottobre 2020

Festival del cinema spagnolo. Cinema Farnese, 4-6 ottobre 2020

Il tradizionale appuntamento con il festival del cinema spagnolo e latinoamericano è ospitato anche quest'anno - nonostante le misure anti-COVID - dal cinema Farnese e offre - come ogni anno - una panoramica molto interessante sul cinema di lingua spagnola, andando ben al di là di quello che la distribuzione riesce a portare nella programmazione ordinaria delle sale italiane. 

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Els dies que vindran

Il primo film che riesco a vedere è Els dies que vindran del regista catalano Carlos Marqués-Marcet, già noto al pubblico del festival per il precedente film presentato nell'ambito della stessa manifestazione, 10.000 km, che io però avevo perso.

Il focus di Marqués-Marcet è ancora una volta quello delle relazioni di coppia, in questo caso l'attenzione è rivolta al modo in cui una coppia, Vir (Maria Rodriguez Soto) e Lluís (David Verdaguer), affronta una gravidanza non programmata e come questi nove mesi di attesa impattano sulla relazione.

Vir e Lluís vivono insieme e sono una coppia felice: dopo un ritardo e un test di gravidanza, Vir scopre di essere incinta. La prima reazione dei due giovani è quella di scoppiare a ridere di fronte a qualcosa di più grande di loro e di non preventivato e rispetto al quale non sanno quale decisione prendere. Dopo qualche tentennamento, la coppia decide di portare avanti la gravidanza e di affrontare tutto quello che la scelta di avere un figlio porta con sé. Ci saranno momenti di condivisione e felicità, momento di allontanamento e incomprensione, schermaglie su piccole e grandi cose, scelte faticose e non sempre condivise, fino al momento tanto atteso del parto con tutta l'emozione che porta con sé e le aspettative di futuro sulla piccola Zoe.

Non c'è forse nulla di particolarmente originale nella storia raccontata da Carlos Marqués-Marcet, e personalmente faccio fatica a empatizzare con i sentimenti forti e controversi che attraversano due genitori e soprattutto una mamma durante l'attesa di un figlio. È però interessante da un lato la visione non edulcorata della gravidanza che il regista vuole portare all'attenzione del pubblico, e dall'altro l'inserto di realtà che caratterizza il film e che scaturisce dal fatto che l'attrice che intepreta Vir sia realmente incinta e l'attore che interpreta Lluís sia effettivamente il suo compagno, al punto da creare quasi un effetto docu-fiction.

Una nota di merito per la colonna sonora, quasi interamente catalana, in cui spicca la canzone Tú que vienes a rondarme di Maria Arnal sui titoli di coda.

Voto: 3/5 




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Tony driver

Ascanio Petrini ci racconta la storia di Pasquale Donatone, nato a Bari nel 1963 e trasferitosi a nove anni insieme alla famiglia a Chicago.

In America Pasquale si fa chiamare Tony, si sposa, ha due figli, si separa dalla moglie e si trasferisce a Yuma dove vive facendo il coyote tra il Messico e gli Stati Uniti per i migranti irregolari (e facendo dei trasporti di droga).

Tutto ciò fino a quando un giorno Pasquale viene arrestato e per non rimanere in galera accetta l'estradizione in Italia, paese di cui ha ancora la cittadinanza.

L'uomo torna così in provincia di Bari, dove vive in una roulotte e sbarca il lunario attaccando manifesti. Pasquale vuole però tornare in quella che considera la sua patria e, con l'aiuto di don Gaetano, dopo circa 5 anni di permanenza in Italia vola in Messico, a ridosso del muro che divide i due paesi, con l'intenzione di attraversare illegalmente il confine e ricostruire la propria vita.

Cosa ne sarà di Pasquale? Petrini ci lascia con questo interrogativo, essendo interessato non tanto alla narrazione, bensì da un lato all'originalità del personaggio e dall'altro alle contraddizioni delle politiche migratorie. Pasquale è un uomo spavaldo e volitivo, ma anche ingenuo, attento alla propria fisicità, molto simpatico, americano nel profondo, perfetto rappresentante di quel melting pot che ha fatto grande l'America, ma che l'America non considera parte del suo corpo sociale.

Un film che ci dà l'occasione di conoscere e approfondire senza pregiudizi un uomo e la sua storia, ma anche di interrogarsi su cosa significhi appartenere a un luogo ma esserne espulsi come estranei.

Voto: 3,5/5 

 


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O que arde

O che arde è il film del talentuoso regista francese di origini galiziane, Oliver Laxe, che già si era fatto notare alla critica cinematografica con alcuni suoi lavori precedenti.

Il suo nuovo film, tutto recitato in galiziano, ha fatto incetta di premi in Spagna, dopo aver vinto il Premio della giuria nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes del 2019, e così io e F. siamo arrivate al cinema piene di aspettative.

La storia è quella di un uomo, Amador (Amador Arias), che - una volta uscito di prigione dove ha scontato una pena per aver appiccato un incendio - torna a casa della madre (Benedicta Sanchez), una donna anziana che vive in una casa in pietra sprofondata tra le montagne e i boschi della Galizia occupandosi delle sue tre mucche e dell'orto.

Il reinserimento di Amador in questa comunità molto rude e di pochissime parole, i cui ritmi sono ancora dettati da quelli della natura - anche se qualche segnale di cambiamento e di rottura comincia a manifestarsi -, sarà lento e non certo facile, e i fragili equilibri che a poco a poco si vanno ricostituendo saranno mandati all'aria dal divampare - all'arrivo dell'estate - di un nuovo, enorme incendio che manda in fumo decine di ettari di foresta e mette a rischio la vita delle persone.

Il film di Laxe lavora per sottrazione, asciugando al massimo le parole e la trama narrativa, e puntando sulla forza delle immagini, alcune delle quali - penso in particolare alla sequenza iniziale con l'abbattimento degli eucalipti da parte delle ruspe ovvero al grande incendio nel bosco - sono effettivamente grandiose, e vanno decisamente al di là di un girato documentaristico fino a sfiorare il poetico e l'aulico.

Alla fine però allo spettatore comune (nel quale fondamentalmente mi riconosco) restano molti interrogativi e forse sfugge anche in parte il senso dell'intera operazione. Forse ero particolarmente stanca, oppure semplicemente è il tipo di film con cui non riesco a entrare del tutto in sintonia, soprattutto perché sui titoli di coda non riesco a trovare una qualche risposta alla domanda: "Cos'avrà voluto dirmi?".

Voto: 3/5


mercoledì 14 ottobre 2020

Immaginaria film festival. Cinema Aquila, 3-4 ottobre 2020

Carmen y Lola

Carmen y Lola è un film ambientato nella comunità gitana di Madrid e ha come protagoniste due giovani ragazze non ancora diciottenni, che sono nella fase della vita in cui devono decidere del proprio futuro. Carmen vede davanti a sé la prospettiva di tutte le ragazze gitane: il fidanzamento con un ragazzo che conosce a malapena, la casa, i bambini e, se va bene, un negozio da parrucchiera. Lola invece ama studiare, frequenta un'associazione che aiuta i bambini dopo la scuola, disegna sui muri con le bombolette colorate e non è interessata agli uomini. Tra le due ragazze che si incontrano spesso tra i banchi del mercato dove i loro genitori vanno a vendere frutta e oggetti nasce una intesa che per Lola ha immediatamente un nome, mentre Carmen farà fatica a riconoscere e ad accettare. 

In una società molto tradizionalista e fortemente patriarcale come quella gitana, la strada per le due ragazze sarà tutta in salita e richiederà molto coraggio per non soccombere a quello che le famiglie e la società si aspetta da loro. Il film di Arantxa Echevarrìa non è particolarmente originale sul piano narrativo - quella di Carmen e Lola è un po' una storia già vista e già sentita - però offre uno sguardo all'interno di una realtà come quella gitana che è al contempo poco conosciuta e oggetto di mille pregiudizi. Gli attori del film provengono effettivamente da questo mondo e sono quasi tutti attori non professionisti, ma questo non va a detrimento della credibilità della storia, anzi le conferisce maggiore freschezza e spontaneità.

Voto: 3/5

 

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Tell it to the bees

Tell it to the bees è il film che Annabel Jankel ha tratto dal romanzo omonimo di Fiona Shaw. La storia è quella di Lydia (Holliday Grainger) e Jean (Anna Paquin) ed è ambientata in un piccolo paese della Scozia negli anni Cinquanta. Lydia è stata lasciata dal marito per un'altra donna, e con il suo lavoro in fabbrica cerca di mantenere suo figlio Charlie e di pagare l'affitto della casa, ma a un certo punto si ritrova sotto sfratto. Jean Markham è figlia del fu dottore del paese ed è tornata nella casa paterna per esercitare la professione, dopo che anni prima se ne era allontanata a causa di uno scandalo.

La storia di queste due donne così anticonvenzionali e indipendenti, inevitabilmente ai margini di una società profondamente conservatrice, viene raccontata attraverso lo sguardo del figlio Charlie, che conosce la dottoressa Markham prima di sua madre e si appassiona all'allevamento di api ch'ella ha in giardino, api alle quali racconta i propri segreti.

Il legame che si creerà tra le due donne aiuterà entrambe ad affrontare i propri fantasmi e a fare un passo avanti nella vita, ma non potrà sopravvivere in un'epoca e in un contesto che non erano pronti ad accogliere un tale stravolgimento dello status quo.

Pur essendo nel complesso piuttosto gradevole e interessante, il film della Jankel risulta infine un po' convenzionale e ingessato, al punto da risultare emotivamente non del tutto coinvolgente nonostante la drammaticità di alcuni passaggi e a tratti semplicistico in alcune svolte narrative.

Voto: 3/5 

 
 

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Margen de error

Il film di Liliana Paolinelli è ambientato a Buenos Aires, dove Iris (Susana Pampin) vive e lavora. Iris è una donna ultracinquantenne che da oltre 25 anni sta con Jackie (Eva Bianco), sebbene le due non vivano insieme e non intendano sposarsi. Quando Iris si trova a ospitare in casa Maia, la figlia di una sua amica che si è iscritta all'università, la sua vita tranquilla viene investita da una ventata di novità che Iris accoglie con entusiasmo, forse stanca della routine quotidiana e di un'età della vita in cui sembra non debba accadere più nulla di interessante. Cosicché quando Maia dice di essere innamorata di una donna più grande di lei, già fidanzata, Iris si convince che questa donna sia lei e si comporta di conseguenza. Ben presto la vita di Iris viene messa in subbuglio e anche il rapporto con Jackie scricchiola, mentre le amiche comuni cercano di capire cosa stia accadendo e al contempo fanno i conti con le complicazioni delle loro esistenze.

Margen de error è un film a suo modo semplice e cinematograficamente senza pretese, ma ha secondo me il merito di puntare l'attenzione su un'età della vita che di solito non è oggetto di particolare attenzione: il cinema e la letteratura gay si concentrano molto sull'adolescenza e la scoperta della propria sessualità, sulla difficoltà di accettarsi e di costruire una propria dimensione affettiva in età giovane o adulta, ma sembra quasi che una volta trovato un proprio equilibrio questo resti immutabile e immutato nel tempo e che da quel momento la strada sia tutta in discesa. Ebbene, Liliana Paolinelli accende i riflettori sulla stanchezza della mezza età e sul bisogno che sempre abbiamo nella vita di sentirci desiderate e di affrontare novità sentimentali, e sul sempre difficile e precario equilibrio con cui cerchiamo di tenere in piedi una vita sentimentale ormai consolidata. E questo vale sempre e indipendentemente dagli orientamenti sessuali.

Voto: 3/5 

 
 

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I corti: Essenziale. Swivel. Black Mamba. Evoke. Grace & Betty. Ladies day. Life after. Brazil

L'ora di pranzo di domenica la dedico a una selezione di corti, tra i quali a dire la verità mi aveva attirato particolarmente Evoke, che effettivamente si confermerà uno dei più belli. Non sono un'appassionata di corti perché separare il grano dal loglio in questo caso è ancora più difficile che per i lungometraggi. Va detto però che quando un cortometraggio funziona può essere persino più sorprendente ed efficace di un film lungo. In questo caso ci troviamo di fronte a prodotti molto diversi tra loro. Il primo Essenziale è esattamente come dice il titolo, pochi minuti su un'idea piccolissima e per me sinceramente poco convincente. Il secondo, Swivel, è altrettanto concettuale e anti-narrativo, di fatto una danza tra due donne, che però oltre a essere affascinante per i sensi riesce a parlare di gender senza parole. Con Black Mamba iniziano i corti di tipo più narrativo: qui la protagonista è una giovane tunisina promessa sposa di Mamhoud, che però ha grande talento e passione per la boxe. Efficace, ma dal mio punto di vista poco credibile.

Evoke è la rievocazione di una storia d'amore tra due giovani donne, attraverso i suoi momenti più belli e significativi, con colpo di scena finale. Una storia breve che lascia il segno e non trasmette alcuna incompletezza.

Grace & Betty sono nipote e nonna nel giorno in cui una doppia verità sta per essere reciprocamente rivelata. Un modo leggero per affrontare il tema delle relazioni familiari.

Ladies day è il giorno che le donne dedicano al parrucchiere, quello in cui oltre a curarsi dei loro capelli e del loro aspetto possono lasciarsi andare ai discorsi tra donne. La giovane protagonista scoprirà di essere in minoranza e dovrà decidere se uscire o meno allo scoperto.

In Life after al centro della narrazione c'è la morte di una giovane donna di origine indiana e il lutto della madre, che seguendone le tracce scopre una figlia che non conosceva e dovrà fare un percorso postumo di accettazione.

I corti terminano in allegria con il divertente Brazil, tutto ambientato nello studiolo di un'estetista dove la giovane cliente è andata per una epilazione definitiva. Ci saranno punti di vista diversi da parte dell'estetista e della cliente su come depilare il bikini in un crescendo davvero esilarante.

Voto: 3,5/5

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I documentari: Double lucky. A great ride

A seguire i corti, il mio festival si conclude con la visione di due documentari (mediometraggi).

Il primo, Double lucky, è il lavoro di una giovane cineasta olandese, figlia di due donne, che ha deciso di intervistare e approfondire la conoscenza con altri tre ragazzi, per la precisione un ragazzo e due ragazze, che vivono la sua stessa condizione, ossia provengono da famiglie omogenitoriali.

L'intento dichiarato della regista è quello di capire se anche loro hanno vissuto e vivono i suoi stessi imbarazzi e si trovano di fronte alle medesime curiosità e domande da parte delle persone con cui fanno conoscenza. Ne viene fuori un ritratto interessante e sfaccettato, che certamente colloca questi ragazzi in una minoranza, con tutte le problematiche che questo comporta, ma ne mette anche in evidenza la serenità di una quotidianità che pur nella sua specificità non è molto diversa da quella dei loro coetanei. Il tema è di quelli che secondo me richiederebbero un approccio non retorico e non ideologico, ed Esmée van Loon contribuisce significativamente a farci comprendere punti di forza e punti di debolezza di questa condizione, che non la rende migliore o peggiore di altre condizioni familiari, bensì semplicemente in parte diversa.

Il secondo, A great ride, racconta la vecchiaia di un gruppo di donne omosessuali, molte delle quali in passato impegnate politicamente e attiviste della prima ora, tra queste Sally Gearhart, docente di Women's Studies e attivista a fianco di Harvey Milk, Brenda Crawford, un'attivista afro-americana costretta a trasferirsi a Vallejo a causa di uno sfratto, Shirley Liebermann, e altre coppie di donne a suo tempo pioniere nell'affermare i propri diritti e scegliere liberamente la propria vita. Con una forza d'animo incredibile e un umorismo indomito, queste donne affrontano in maniera pionieristica anche l'ultima parte della loro vita, per esempio scegliendo di vivere in comunità allargate ma in un certo senso protette, dove poter conservare la propria autonomia, ma non essere completamente isolate. Un esempio di resilienza che merita certamente di essere condiviso.

Voto: 3,5/5 

 

lunedì 12 ottobre 2020

La dodicesima notte (o quel che volete) / William Shakespeare. Globe Theatre, 26 settembre 2020

Ed ecco finalmente il grande ritorno anche a teatro, sebbene quello all’aperto e tra l’altro in un sabato di settembre in cui le temperature sono crollate, traghettandoci in men che non si dica in pieno inverno.

E però, nonostante il freddo e il virus gastrointestinale che mi assale la notte successiva, sono contenta di aver rivissuto la magia del teatro con questo spettacolo del Silvano Toti Globe Theatre, per la regia di Loredana Scaramella.

La commedia di Shakespeare La dodicesima notte racconta del naufragio della nave su cui viaggiano i gemelli Viola e Sebastiano: entrambi si salvano ma sono tutti e due convinti che l’altro/a sia morto/a. Sebastiano viene aiutato a sopravvivere da Antonio fino a giungere nella stessa città di Viola, mentre quest’ultima travestita da uomo va al servizio di donna Olivia, la quale è corteggiata dal duca Orsino, ma si innamora del suo paggio non sapendo che si tratta di una donna. Viola a sua volta si innamora del duca Orsino senza poter rivelare la sua identità.

Il cugino di Olivia e altri membri della corte nel frattempo tessono una trappola nei confronti dell’attendente di Olivia, Malvolio, facendogli credere che la signora sia innamorata di lui e creando false speranza per una sua scalata sociale.

Su tutto e tra tutti si muove Feste, il Matto, che canta, balla e commenta, a volte filosofeggiando, altre volte rasentando il quasi nonsense.

Il tutto si muove all’interno di una scenografia animata da dodici sedie disposte in cerchio come le dodici ore di un orologio (sebbene io debba confessare che il riferimento all’orologio l’ho colto solo dopo aver letto la presentazione della regista). Quello che invece ho colto fin da subito è stata la scelta di uno stile prevalentemente steampunk, soprattutto ma non solo a livello di costumi, con l’inserto di elementi settecenteschi e di altra ispirazione.

Molti dei protagonisti hanno delle mascherine disegnate sugli occhi, e i movimenti di scena e le coreografie sono tutti ispirati e improntati al cosiddetto “distanziamento sociale”, senza – devo ammettere – incidere negativamente sulla visione, anzi in un certo senso conferendogli – come dice la regista – uno stile quasi bollywoodiano.

Lo spettacolo è frizzante e tiene desta l’attenzione in quel turbinio di equivoci e scambi di persona che è tipico delle commedie shakesperiane più riuscite. A suo tempo avevo visto la versione cinematografica di Trevor Nunn e mi era piaciuta molto, anche se non ricordavo esattamente la trama. Ritrovare Viola, Olivia, Sebastiano e il duca Orsino è stata una piacevole sorpresa.

Bravissimi al Globe sul rispetto delle norme anti-Covid, peccato per il freddo becco che abbiamo dovuto sopportare. Per fortuna l’applauso finale, lunghissimo, aiuta a scongelare gli arti ormai atrofizzati.

Voto: 3,5/5

venerdì 9 ottobre 2020

Trabocchi all'orizzonte: un giro sulla costa abruzzese

Uno dei trabocchi di San Vito Marina

In questa strana estate che possiamo definire post-lockdown ma che non possiamo certamente definire post-Covid i nostri programmi di viaggi all'estero - come quelli di un sacco di gente in tutto il mondo - saltano completamente e ci orientiamo verso lidi più vicini, ma ancora da noi non conosciuti.

L'Abruzzo è una regione verso la quale ho sviluppato una discreta passione nel corso degli ultimi anni e già da parecchio mi ripromettevo di esplorare - anche fotograficamente - la cosiddetta Costa dei Trabocchi (che poi - come dice la mia amica O. - a suo tempo si parlava di luoghi dannunziani).

Magari avrei preferito andarci un po' fuori stagione che - come per tutti i posti di mare - è il momento migliore per godersi il paesaggio, ma mi accontento intanto di questa prima occasione agostana, sperando di poterci tornare presto in altri momenti dell'anno. 

Abbazia di San Giovanni in Venere a Fossacesia

Facciamo base a San Vito Marina, in una piccola mansarda di un palazzo lungo le strade che risalgono verso la collina dove abbiamo a disposizione una meravigliosa terrazza da cui lo sguardo spazia fino al porto di Ortona e dove - anche nei giorni del caldo più afoso - tira una fresca brezza ristoratrice.

Sopra di noi il paese di San Vito Chietino, in cima alla collina, sotto di noi la sua propaggine marina, invero un po' troppo caciarona e affollata per i nostri gusti. Nella nostra settimana di mare faremo infatti poca vita di paese e - com'è nostra abitudine - ci andremo a cercare posticini il più possibile poco gettonati, magari cercando di andare in controtendenza rispetto ai movimenti dei più.

Trabocco di Punta Fornace
Ciò detto, il fatto di stare a San Vito Marina è un discreto vantaggio tutte le volte in cui non abbiamo voglia di prendere la macchina per andare al mare o dobbiamo andare a comprare qualcosa da mangiare, perché in dieci minuti siamo in spiaggia oppure in gelateria o al ristorante. E infatti il giorno in cui arriviamo, che è ferragosto, dopo esserci sistemate trascorriamo le nostre prime ore in spiaggia (quella di ciottoli alla sinistra del molo) e assistiamo al primo bellissimo tramonto con il sole che cala alle nostre spalle e tinge di rosa il cielo sopra i due trabocchi di San Vito.

Non vi annoierò con un racconto cronologico di una settimana al mare, ma vorrei offrire qualche suggerimento sulla base di questa breve ma intensa esperienza. 

Iniziamo dai luoghi dove andare al mare, dove fare delle passeggiate o da visitare, scelti quasi sempre tenendo conto del fatto che in anno di vacanze italiane causa Covid e per di più durante la settimana di ferragosto non è stato facile trovare luoghi tranquilli. 

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Trabocco Turchino
Le spiagge

Non avendo idiosincrasie per le spiagge di sassi (anche quando i sassi sono grossi e scomodi), abbiamo quasi sempre optato per queste ultime, visto che le poche spiagge di sabbia erano ovviamente molto più gettonate. Tra quelle che abbiamo frequentato abbiamo apprezzato la spiaggia di Torino di Sangro, la parte subito a destra della foce del fiume, una spiaggia libera poco affollata e ventilata; abbiamo passato qualche ora gradevole anche alla spiaggia che si sviluppa prima del trabocco Mucchiola, nella parte dove scendere non è agevolissimo e forse proprio per questo c'è un po' meno gente; bella la spiaggia di calata Turchino dove però ad agosto si può andare solo nel tardo pomeriggio se non si vuole affrontare la folla. Ovviamente, non possiamo non spendere qualche parola per le spiagge della riserva di punta Aderci, dove troviamo il nostro angolo di paradiso poco prima del tramonto alla spiaggia di Mottagrossa. Una gradita sorpresa anche la spiaggia di Punta le Morge, proprio a ridosso del trabocco omonimo, dove arriviamo un po' per caso ma rimaniamo tutto il pomeriggio in grazia di Dio. 

Calata Turchino
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I trabocchi

La "classifica" dei nostri trabocchi preferiti è un capitolo a parte che merita una premessa: chiunque venga in questa zona non potrà non essere affascinato da queste grandi macchine da pesca che sembrano enormi ragni appollaiati sul mare. I trabocchi, la cui denominazione ha delle varianti regionali, sono principalmente una caratteristica della costa abruzzese, molisana e pugliese (soprattutto della zona del Gargano), ma strutture similari per la pesca si trovano pure in altre regioni non solo sul mare, ma anche presso fiumi e laghi. 

Trabocco di Punta Aderci
A lungo negletti e per moltissimi anni lasciati cadere in rovina, dopo aver perso la loro funzione originaria, negli ultimi decenni i trabocchi hanno ritrovato una nuova popolarità e vitalità grazie alla tutela dei parchi regionali a cui appartengono e ai lavori di ristrutturazione che ne hanno consentito un nuovo utilizzo (spesso sono diventati ristoranti esclusivi). 

I trabocchi sono tutti belli e affascinanti, sia quelli ristrutturati, sia quelli cadenti, e conferiscono al paesaggio un'allure particolare con qualunque luce: certo ce ne sono alcuni che sono impreziositi dal contesto nel quale sorgono, ma devo dire che nel nostro caso specifico i trabocchi che ci sono rimasti più cari sono quelli con cui abbiamo avuto un incontro più ravvicinato: il trabocco Turchino dove abbiamo trascorso un bel pomeriggio di mare, i due trabocchi del molo di San Vito che ci hanno regalato splendidi tramonti, i trabocchi di Punta Cavalluccio e Punta Punciosa dove abbiamo vissuto una strepitosa alba e poi siamo tornate per le foto notturne, il trabocco di Punta Aderci perché ci ha accompagnate all'orizzonte durante tutta la passeggiata nella riserva, e il Trabocco di Punta Le Morge, l'unico sulla cui passerella siamo salite. Ovviamente il modo migliore per andare alla scoperta dei trabocchi e apprezzarne contesti e differenze è percorrere - magari in bicicletta - la pista ciclabile realizzata sul tracciato dell'antica ferrovia che costeggia il mare e che quest'estate era sostanzialmente completata nel tratto che va da Trabocco Mucchiola a Vasto, ma con qualche interruzione di troppo. 

Trabocco di Punta Punciosa
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Le altre cose da vedere

Questo tratto della costa abruzzese non è però solo trabocchi. Ci sono molte altre cose da vedere e da visitare. Penso in particolare alla bellissima abbazia di San Giovanni in Venere a Fossacesia, da cui si domina con un unico sguardo tutto questo tratto di costa, la bella lecceta di Torino di Sangro con i suoi percorsi ombreggiati e la possibilità di fare picnic, e sempre nella stessa zona la passeggiata - invero non del tutto manutenuta ma bella - lungo la foce del fiume Sangro, la riserva di Punta Aderci, le cascate del rio Verde in zona Borrello, il centro storico di Vasto e il suo bellissimo belvedere, le passeggiate a Rocca San Giovanni e a San Vito Chietino. 

Trabocco di Punta Le Morge
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Enogastronomia

Infine, non posso che chiudere con qualche annotazione di carattere gastronomico-culinario, aspetto che non può mancare nelle mie avventure vacanziere. Faccio presente in premessa che mi ero portata dietro la mia pasta madre (ricevuta durante il periodo del lockdown) e sono riuscita non solo a farla sopravvivere per tutto il mese di agosto nonostante le peregrinazioni, ma l'ho anche utilizzata per fare degli ottimi panzerotti che abbiamo gustato in terrazza in una calda serata estiva (panzerotti fatti senza l'ausilio di bilancia e fritti su una cucinetta elettrica piccolissima). Un'altra sera abbiamo fatto una pasta allo scoglio e delle alicette dorate e fritte usando come fornitore di pesce fresco la pescheria Zio Rocco che sta in paese sulla SS16.

Trabocco di Punta Punciosa
Per il resto abbiamo provato le fritture di pesce di Blu Mare, uno dei posti dello street food sul corso di San Vito, dove gli assembramenti ci hanno però convinte a non tornare. 

Abbiamo mangiato divinamente al ristorante Essenza di San Vito consigliato dal Gambero Rosso (minestrone di capesante, tacconcini con pesce, ravioli ripieni di merluzzo, sogliola, martinisu e parfait alla pesca, il tutto innaffiato da un ottimo rosato). 

Abbiamo fatto un'ottima colazione all'alba da Masino nella zona del trabocco di Punta Punciosa.

Abbiamo mangiato una pizza eccezionale alla pizzeria Il Coccodrillo del Forno Zulli di Rocca San Giovanni. 

Punta Penna
Abbiamo gustato eccellenti ed economicissimi arrosticini (in realtà abbiamo preso anche bruschetta con verdure, pane e olio e insalata di pomodori, tiramisu con crema di caffè, vinello rosso, amaro San Pasquale per meno di 15 euro a testa) alla braceria Casablanca, un posto a gestione familiare e con pochissimi tavoli dove la maggior parte delle materie prime sono autoprodotte (e abbiamo scansato per fortuna La Pecora Matta, un posto assurdo e completamente fuori dai nostri standard). 

Siamo riuscite a non perdere i panini di mare di Da Matti, il posto di street food che vedevamo sotto di noi dalla terrazza della nostra mansardina. Bocciato invece il gelato di Copa de dora, peggio secondo noi di quello industriale anche se molto gettonato dai locali. 

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Insomma, nonostante il ridimensionamento delle aspettative e delle destinazioni per la vacanza estiva possiamo dire che l'Abruzzo ci ha fornito tutto quello di cui avevamo bisogno: relax, mare, bellezza, tramonti, albe, buon cibo.

Arrivederci a presto, Abruzzo.

mercoledì 7 ottobre 2020

Mignonnes = Cuties

Difficilmente vedo film a casa (tranne quando sono costretta a farlo, come durante il lockdown), ma dopo aver sentito i podcast di Matteo Bordone su questo film e aver letto qua e là delle polemiche suscitate ho pensato non solo di doverlo vedere ma anche di doverne scrivere.

Mignonnes (in inglese Cuties e in Italia Donne ai primi passi) è il film distribuito da Netflix della regista senegalese Maïmouna Doucouré, che a suo tempo ha vinto il premio per la sceneggiatura al Sundance Film Festival.

Il film racconta la storia di Amy, una ragazzina di origine senegalese di undici anni, che vive con il fratellino e la mamma in Francia, in attesa del rientro del padre che si scopre aver sposato una seconda donna più giovane che porterà con sé.

Amy è in un’età della vita in cui da un lato si è ancora bambini e si hanno desideri da bambini, dall’altro ci si affaccia prepotentemente all’adolescenza e si comincia a cercare l’approvazione e il riconoscimento altrui in attesa di costruire la propria identità, ancora molto sfumata. Si tratta anche di un’età in cui la sessualità si fa sempre più presente e pervasiva, ma anche confusa e nebulosa perché è il frutto del sentito dire e di telefoni senza fili dagli esiti talvolta ridicoli: mi ricordo che quando avevo quell’età tra le ragazzine si cominciava a parlare di mestruazioni come se fosse un segreto da tenere ben custodito e io dai discorsi che avevo sentito mi ero convinta che il termine fosse “mestolazioni” e ne sono stata convinta a lungo! ;-)

Amy, oltre a vivere il momento del passaggio tra infanzia e adolescenza, si muove in un’altra delicata area di confine, ossia quella tra la sua cultura di origine cui la madre e gli altri parenti sono molto legati e la cultura occidentale nella quale vive.

L’innesco del coming of age per Amy arriva quando scopre un gruppetto di ragazzette della sua scuola che trascorrono i pomeriggi a provare dei balli per un concorso. Amy ne è affascinata e comincia a seguirle: inizialmente viene bulleggiata, ma quando una delle quattro litiga con le altre, Amy – che di nascosto ha studiato tutti i passi e anzi ha imparato ancora di più guardando i video sui social – vede finalmente l’occasione per farsi accettare e anzi per dimostrare il suo valore.

La ragazzina intraprende una strada che non solo la allontana sempre di più dalla famiglia, ma si fa sempre più pericolosa nell’utilizzare un linguaggio del corpo che assume accenti via via più sessualizzati. L’incontro con questa modalità di espressione suscita dentro Amy sentimenti contrastanti: da un lato le garantisce il successo sui social – invero effimero com’è normale che sia – e un crescente ascendente sull’universo maschile, dall’altro fa a pugni con il suo essere ancora bambina e la sua necessità di affetto e protezione.

Queste due forze saranno destinate a entrare talmente in conflitto da esplodere dentro di lei, e sarà proprio grazie a questa esplosione che Amy uscirà dall’infanzia con una maggiore consapevolezza e avendo imparato qualcosa in più di sé stessa e del mondo circostante.

Per chi riesca a guardare questo film con occhi non giudicanti e puliti è evidente che Maïmouna Doucouré ci racconta non solo quanto è difficile – e lo sia sempre stato – avere undici anni e non essere “né carne e né pesce”, e in questo caso “né africana né francese”, ma quanto questa età della vita sia diventata faticosissima e pericolosa in un periodo storico nel quale tutto passa attraverso i likes dei social, un giudizio ben più pesante e destabilizzante di quello a cui eravamo sottoposti noi quando avevamo quell’età.

Amy e le sue amichette ballerine (tra l’altre tutte bravissime) non sono diverse da quello che eravamo noi alla loro età, e io mi sono profondamente riconosciuta nelle loro ingenuità, nei loro discorsi, nel loro disorientamento, nei loro facili entusiasmi e nelle loro tristezze. Rispetto a noi devono fare i conti con un mondo circostante molto più ampio e in cui i meccanismi protettivi che in qualche modo agivano ai nostri tempi sono stati scardinati dalla rete, quella roba straordinaria e spinosissima che già noi adulti facciamo fatica a maneggiare senza farci male.

Mignonnes non è un film guardone o che guarda con compiacenza alla sessualizzazione delle bambine, è un film complesso e sfaccettato su un’età della vita e su un momento storico in cui avere quell’età già complicata di per sé stessa è ancora più complicato. E ci dice che forse non bisogna far finta di non vedere, ma piuttosto comprendere come adulti che questa età di scoperta riesce a mantenersi in equilibrio fino a quando questi ragazzini riescono a trovare un porto affettivo sicuro e stabile nelle loro famiglie e non si sentono fuori posto nelle loro case.

Film tenero e forte, da guardare con la mente sgombra da pregiudizi. Perché – come dice Bordone – quando ci sono i bambini di mezzo si perde qualunque oggettività e il passo verso la strumentalizzazione è brevissimo.

Voto: 3,5/5

lunedì 5 ottobre 2020

The disciple

Il film di Chaitanya Tamhane che ha vinto il Premio per la miglior sceneggiatura e il Premio FIPRESCI a Venezia è la storia di Sharad Nerulkar, che fin da bambino ha sviluppato la passione per la musica classica indiana e coltiva il sogno di diventarne un grande interprete.

Il film si sviluppa su tre piani temporali, Sharad bambino che apprende dal padre i rudimenti della musica classica e ne eredita la passione, Sharad giovane che si mette al seguito di un anziano guru con l'obiettivo di eccellere nella musica indostan, Sharan uomo di mezza età che deve fare i conti con le disillusioni rispetto ai propri sogni.

Il regista sceglie di muoversi liberamente tra questi piani temporali, andando avanti e indietro nel tempo e rivelando in maniera originale l'evoluzione del suo protagonista, ossessionato dal perseguimento dell'obiettivo, concentrato quasi onanisticamente sulla realizzazione del suo sogno a scapito di ogni altro aspetto della vita, ma costretto a poco a poco a prendere atto dei limiti suoi e del contesto.

Sharad - anche attraverso le critiche del suo maestro, nei confronti del quale mantiene un rapporto di deferenza filiale - comprende e accetta che impegno e volontà non sono sufficienti per realizzare i sogni, perché altrettanto importanti e determinanti sono il talento e le condizioni esterne. 

Da un lato una società che trasforma anche raffinate voci classiche in popstar dei programmi televisivi, dall'altro lo standard altissimo che Sharad si impone fanno sì che, arrivato alla mezza età, il nostro protagonista decida di spostare parte delle sue energie sulla costruzione di una famiglia e di trasformare il suo amore per la musica indostan in azione di preservazione di questa tradizione attraverso la promozione delle opere dei maestri più celebri e acclamati.

Il film di Tamhane è originale e coraggioso, e certamente getta luce su qualcosa di molto lontano dalla nostra cultura, ossia la musica classica indiana, ma soprattutto su un approccio individuale e sociale al raggiungimento dei propri obiettivi che non sentiamo del tutto nostro.

Nonostante le lunghe sequenze di musica e canto indostan che personalmente non hanno contribuito a tenere desta la mia attenzione, The disciple riesce ad andare al di là dello specifico sociale e culturale e a parlare anche a chi, pur appartenendo ad altre culture, ha vissuto nella vita l'esperienza di perseguire con grande volontà un sogno ma ha dovuto a un certo punto rinunciarvi o cambiare almeno parzialmente obiettivo.

Voto: 3/5


giovedì 1 ottobre 2020

Miss Marx

Dopo l'acclamato Nico, 1988 Susanna Nicchiarelli torna al cinema con un'opera dedicata alla figlia minore di Karl Marx, Eleanor, detta Tussy (Romola Garai).

La narrazione prende l'avvio dalla morte di Karl e dal discorso che Eleanor tiene in memoria del padre. In questa premessa ci sono tutti i temi del film: Tussy è l'unica a non essere vestita di nero e dimostra di essere la vera erede del padre sul piano delle idee e delle battaglie; al contempo la donna si sofferma con trasporto sul rapporto d'amore tra Karl e sua moglie Jenny, presentato come un amore ideale e senza tempo.

È in questa contraddizione che vive Eleanor, una donna sorprendentemente avanti sul piano delle idee (combatté per l'abolizione del lavoro minorile, per i diritti dei lavoratori, per l'emancipazione della donna e il suffragio universale), ma emotivamente dipendente da un uomo, il dottor Aveling con cui visse molti anni more uxorio, mentre questi sperperava i suoi soldi, la tradiva e le mentiva.

Gli anni della vita di Tussy che la Nicchiarelli ci racconta, ossia dal 1884 al 1898, sono quelli in cui la donna raccoglie pienamente l'eredità politica del padre, ma ne scopre i limiti umani, oltre a vedere infrangersi la sua fiducia nella possibilità di un rapporto amoroso libero ma responsabile e leale.

Il dissidio interiore che la donna vive e di cui a poco a poco prenderà coscienza sarà la causa della decisione di togliersi la vita a soli 42 anni.

E la Nicchiarelli su queste contraddizioni costruisce la cifra del film, scegliendo la strada del pastiche: brani di musica classica riletti in chiave elettronica si alternano ad incursioni di tipo punk-rock e versioni corali de L'Internazionale in francese; la ricostruzione di ambienti e discorsi (basata anche su un attento lavoro di ricerca) si sostanzia di immagini d'archivio che documentano la realtà di cui Miss Marx parla, ma vanno anche cronologicamente oltre, fino ad abbracciare le lotte degli operai del secolo successivo.

Il risultato è un film decisamente originale, un po' verboso, in cui la figura pubblica di Eleonor Marx è forse eccessivamente soffocata da una relazione privata che fin da subito appare tossica e su cui la regista si sofferma in maniera forse persino eccessiva.

Voto: 3/5