lunedì 14 novembre 2016

Eccomi / Jonathan Safran Foer

Eccomi / Jonathan Safran Foer; trad. di Irene Abigail Piccinini. Milano: Guanda, 2016.

Aspettavo con grandissima ansia l’uscita del nuovo libro di Jonathan Safran Foer. Non che avessi letto i suoi precedenti: avevo visto al cinema il film tratto dal suo libro Ogni cosa è illuminata e ho a casa Molto forte, incredibilmente vicino, che però non ho ancora letto.

Però, leggendo la trama di questo nuovo romanzo e alcune recensioni pre-uscita, avevo grandi aspettative. Ora, sarà che l’ho iniziato a leggere quando le vacanze erano finite e dunque con sempre meno tempo a disposizione e in serate in cui dopo poche pagine gli occhi mi si chiudevano irrimediabilmente, sarà che comunque parliamo di un libro di oltre 650 pagine, ma devo confessare che ho fatto una fatica micidiale ad arrivare alla fine, sopportandolo sempre meno man mano che le pagine scorrevano sotto i miei occhi.

Eccomi è la storia di Jacob, un ebreo newyorkese che ha una moglie, Julia, e tre figli, Sam, Max e Benji. Del suo universo familiare e affettivo fanno parte anche i suoi genitori, Deborah e Irv, e suo nonno Isaac.

Jacob è in crisi con sua moglie, e molti segnali dicono che il loro matrimonio sta per finire.

Contemporaneamente, però, accadono molte altre cose di portata ben maggiore; un terribile terremoto in Israele e una successiva guerra che Israele combatte contro il MedioOriente.

Alla fine di tutto questo, niente sarà più lo stesso, o forse tutto sarà esattamente come prima.

Che dire di questo libro? Per il primo centinaio di pagine ho continuato a pensare che Safran Foer, ormai scrittore riconosciuto e consumato, stesse misurandosi con i grandi della letteratura americana. A me è venuto in mente Franzen, ma solo perché non è moltissimo tempo che ho finito di leggere Le correzioni. Ma certamente credo che un altro nome possibile da fare potrebbe essere quello di Philip Roth.

La scrittura sofisticata – non tanto dal punto di vista lessicale, quanto dal punto di vista della costruzione narrativa – scelta dall’autore, nonché il tema della famiglia americana in crisi, non possono non richiamare alla mente alcuni illustri esponenti del romanzo americano contemporaneo.

D’altra parte, però, mentre continuavo a leggere il romanzo, non potevo fare a meno di pensare di stare leggendo la versione letteraria di alcuni film di Woody Allen, e non solo per l’ambientazione (quella delle famiglie ebree newyorkesi), ma anche per l’approccio tra l’arguto e l’ironico che caratterizza fortemente queste pagine.

Nelle ultime duecento pagine, dopo aver avuto ampi saggi di arguzia stilistica e concettuale, ho cominciato a pensare che Eccomi è il libro di uno scrittore che si avvicina ai quarant’anni e che comincia ad avvertire i primi segnali di un’età di transizione, in cui tanto è stato fatto ma altrettanto ancora ci potrebbe essere davanti.

Il risultato alla fine è stato – per quanto mi riguarda – un sostanziale fastidio. Non ho amato nessuno dei personaggi: non Jacob nella sua umana pusillanimità, non Julia nel suo insopportabile perfezionismo, non i tre ragazzini, che pure sono il contrappunto ironico-saggio di tutto il libro e sono i veri portatori di quelle perle di saggezza di cui sono disseminate queste pagine… Il fatto è che, per essere ragazzini che vanno dai 7 ai 14 anni, Sam, Max e Benji sono un concentrato di intelligenza e di visione profonda, matura, arguta delle cose, che oltre a risultare del tutto irrealistico finisce per essere sinceramente fastidioso.

Il libro di Safran Foer mi ha fatto l’effetto prodotto dalla somma di un libro di Franzen e di un film di Woody Allen: cioè una combinazione di depressione e angoscia da un lato e di illuminazioni folgoranti all’interno di uno sproloquio quasi insopportabile dall’altro.

Quindi, se non vi sentite pronti ad affrontare queste impegnative 660 pagine che probabilmente non vi porteranno da nessuna parte, ma non volete perdervi i paragrafi e le pagine illuminanti, forse potete chiedermi in prestito la mia copia, dove – a penna o, quando ero gentile, a matita – ho segnato le cose memorabili. Che per me restano però annegate dentro un romanzo che forse è troppo yiddish perché io lo potessi comprendere appieno, o forse semplicemente troppo intelligente e troppo astruso perché io lo potessi apprezzare in questo momento.

Voto: 2,5/5

venerdì 11 novembre 2016

La ragazza senza nome

Dopo essere andata due anni fa a vedere il film Due giorni una notte, e - anche grazie alla splendida interpretazione di Marion Cotillard - essermi riavvicinata ai fratelli Dardenne, alla proposta di andare a vedere il loro nuovo film non mi sono tirata indietro, preparandomi però psicologicamente al fatto che non si sarebbe trattato certamente di un film da cui uscire a cuor leggero.

La ragazza senza nome è una specie di thriller psicologico, un genere piuttosto nuovo per i due fratelli francesi, e con il quale - si capirà durante la visione - non sono perfettamente a loro agio.

Lo spunto della storia è molto interessante: Jenny Davin (Adèle Haenel) è una giovane dottoressa che presta servizio come medico di base, ma che si prepara al grande salto verso un prestigioso ospedale, grazie alla sua bravura. Un giorno, dopo l'orario di chiusura dell'ambulatorio, mentre è ancora lì con il giovane stagista Julien, qualcuno suona alla porta ma Jenny dice allo stagista di non aprire, visto che l'orario delle visite è terminato. Il giorno dopo, non lontano la polizia trova il corpo senza vita di una ragazza di colore, che si scoprirà - grazie alle telecamere poste all'ingresso dell'ambulatorio - essere la stessa che aveva suonato la sera prima. Da quel momento, Jenny - anche a causa del senso di colpa - impiega tutte le sue energie non tanto per scoprire chi ha causato la morte della donna, quanto per scoprire il nome di lei e darle una degna sepoltura. La sua "indagine" finirà per scoperchiare piccoli e grandi ipocrisie e segreti del piccolo mondo che la circonda, e la costringerà anche a fare i conti con il delicato equilibrio tra partecipazione e distacco su cui si regge la sua professione.

La missione di Jenny la esporrà a inevitabili rischi, ma in qualche modo romperà quel velo di omertà che sembra essere calato sul corpo della giovane donna morta, rivelando le contraddizioni e i conflitti interiori che si celano dietro un quotidianità apparentemente ordinaria.

Che dire? Per quanto mi riguarda siamo lontanissimi dalle vette del film Due giorni una notte. La mano dei Dardenne è sempre la stessa e la si riconosce anche in una certa meccanicità dello svolgimento narrativo, ma mi pare che in questo caso il risultato non sia perfettamente riuscito.

Non solo la prima parte del film risulta decisamente poco coinvolgente e in generale il film appare infarcito di dettagli e inserti non sempre chiaramente funzionali alla storia e al suo senso, ma i personaggi appaiono quasi robotici nei loro comportamenti e interazioni, così come la narrazione molto imbalsamata. Non che ci si possa aspettare dai Dardenne un vero realismo e una partecipazione emotiva non filtrata dalla loro visione delle cose, ma in questo caso la distanza non viene colmata altrimenti, lasciando lo spettatore in uno stato che oscilla tra incertezza e freddezza.

Questa volta i due fratelli belgi non mi hanno conquistata.

Voto: 3/5

mercoledì 9 novembre 2016

I piccoli ruscelli / Rabaté

I piccoli ruscelli / Rabaté. Roma: Lizard Edizioni, 2008.

Non conoscevo minimamente il fumettista francese Pascal Rabaté; poi, leggendo una lista di suggerimenti di lettura di graphic novel, ho trovato questo titolo, I piccoli ruscelli, e mi sono incuriosita.

A lettura terminata, ho scoperto che lo stesso Rabaté ha sceneggiato e diretto un film tratto dal suo albo, che a questo punto mi è anche venuta voglia di vedere.

È la storia di Emile, un settantenne vedovo, che fa la classica vita di un settantenne vedovo: va a pesca con l’amico Edmond, si incontra al bar con gli amici, guarda i quiz a premi in televisione, ogni tanto sta con suo figlio e la sua famiglia. Un giorno però scopre che Edmond ha un segreto: dipinge nudi e, tramite un’agenzia, va a degli appuntamenti con delle donne.

Quando Edmond muore, Emile comincia ad avere degli strani impulsi e ne resta scombussolato. Inizia una profonda riflessione sulla propria vita e sull’insensatezza di una sopravvivenza fatta di negazioni, al punto di decidere di farla finita. Una serie di coincidenze lo porteranno però prima ad incontrare una comunità di hippie e poi a conoscere Lyse, facendogli rimettere in discussione il convincimento che a settantanni la vita non abbia più niente da regalarci.

I piccoli ruscelli è un graphic novel coraggioso, che affronta il tema della vecchiaia facendo piazza pulita dei luoghi comuni e soprattutto mettendo in discussione il nostro perbenismo che vede gli anziani ormai tagliati fuori dalla sfera degli impulsi sessuali e del desiderio di sperimentare, come se tutti noi – arrivati a una certa età – fossimo destinati a un modello di vita che si ripete stancamente.

Com’è tipico del fumetto francese, il tono di Rabaté è ironico e giocoso, in maniera leggera e mai volgare, che a volte vira verso la goliardia e altre volte verso la malinconia.

Il fatto che la morte allunghi la sua ombra sui passi di Emile e dei suoi coetanei è un dato di fatto e compare a più riprese anche nell’albo, ma la vita con le sue mille sorprese si affaccia prepotente sempre, fino all’ultimo respiro, anche quando le convenzioni sociali sembrano imporre una specie di declino programmato. Questo è il messaggio di speranza che Rabaté ci trasmette in ogni pagina di questo fumetto, del quale ho apprezzato anche il tratto grafico e ho goduto delle belle tavole a colori nel grande formato proposto da Lizard edizioni.

Voto: 3,5/5

lunedì 7 novembre 2016

I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani / Silvia Pareschi

I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani / Silvia Pareschi. Milano: Giunti, 2016.

Questo libro mi è stato regalato con tanto di dedica della scrittrice, e tutto ciò è successo mentre stavo leggendo Correzioni di Jonathan Franzen che Silvia Pareschi ha tradotto. Ispirandomi a un famoso film e al titolo del blog dell'autrice - che si chiama Nine hours of separation in quanto lei vive per metà dell'anno a San Francisco - dirò che questo è stato possibile perché tra me e lei esiste un solo grado di separazione: un'amicizia comune.

Comunque, veniamo a noi, anzi veniamo al libro di Silvia Pareschi, che è fatto di 10 racconti, uno dei quali è dedicato appunto ai jeans di Bruce Springsteen di cui al titolo; si tratta di racconti che riguardano gli Stati Uniti d'America e in particolare le esperienze dell'autrice a contatto con la cultura americana nel suo primo viaggio come ragazza alla pari e poi nei periodi successivi di vita americana, quando ha iniziato la sua attività di traduttrice. Le città protagoniste sono New York e, soprattutto, San Francisco, dove appunto Silvia vive.

Come tutti i libri di racconti, in questo caso di "racconti di viaggio", il giudizio è sì complessivo, ma anche specifico. A me complessivamente il libro è piaciuto; avevo bisogno di un libro leggero e divertente, dopo aver letto una serie di mattoni magari bellissimi ma indigeribili e in un periodo della mia vita in cui mi serviva un pochino di serenità.

Nello specifico, poi, alcuni racconti li ho trovati gradevoli ma un po' acerbi, altri li ho trovati superbi e trascinanti. In particolare ho trovato esilaranti il racconto in due parti dal titolo "La scelta della religione" e quello dedicato a "Il palazzo del Porno". In entrambi i casi Silvia Pareschi ci offre un punto di vista inedito sull'America e su alcune sue caratteristiche, e lo fa con un approccio divertito, privo di giudizio e serenamente liberatorio, ma con una attenzione alla verità e un atteggiamento da inchiesta giornalistica ammirevoli.

Bello anche il racconto "Katrina" che racconta l'uragano e le sue conseguenze dal punto di vista di una coppia di New Orleans.

Ogni racconto però getta luce su qualche dettaglio della vita americana e ovviamente dell'interazione tra la sua autrice e l'America con un linguaggio semplice, ma non banale, e con un approccio totalmente genuino, tanto che sembra quasi, in alcuni momenti, di stare dialogando con la scrittrice.

Ogni tanto avere a che fare con una scrittrice che non se la tira e che non sembra che abbia capito tutto della vita e te lo debba spiegare è non solo profondamente rilassante, ma anche molto salutare per la propria autostima e per l'umore.

Personalmente sono diventata una lettrice anche del suo blog, che - come anche il libro - mi sta  facendo venire voglia di esplorare la costa occidentale degli Stati Uniti da un lato, e dall'altro me la fa guardare senza quel filtro edulcorato o viziato da una lettura ideologica di cui a volte soprattutto la storia e la cultura di San Francisco soffrono.

Voto: 3,5/5

venerdì 4 novembre 2016

Io, Daniel Blake

Così come per Ken Loach fare i film  è ormai una vera e propria missione nei confronti della società, andare a vederli è un dovere morale che abbiamo nei confronti di noi stessi.

Qualcuno dice che Ken Loach fa sempre lo stesso film e probabilmente da certi punti di vista è vero. Ma io sinceramente non conosco nessun altro regista (e sceneggiatore, visto che la coppia Loach-Laverty è più duratura di un matrimonio) che in maniera così esplicita e sfaccettata ci ha raccontato il mondo del nuovo proletariato britannico. Un mondo che è certamente lontano dai lustrini glamour dei film ambientati negli ambienti radical chic londinesi, ma che chi conosce un pochino la Gran Bretagna sa che ne costituisce una parte significativa.

Con Io, Daniel Blake, apprezzabile doppiamente se visto in lingua originale, Ken Loach racconta la storia di un uomo, Daniel Blake appunto (Dave Johns), un vedovo alle soglie dei sessant’anni che ha da poco avuto un infarto e per questo non può tornare a lavorare. Quando però presenta domanda di indennità per la malattia si trova di fronte un meccanismo volutamente ottuso che gliela rifiuta e lo costringe a chiedere il sussidio per la disoccupazione e a cercare lavoro senza poter veramente lavorare. In queste sue peripezie Daniel incontra Kittie (Hayley Squires), una giovane ragazza madre con due figli, che ha dovuto abbandonare Londra per accettare un alloggio più consono per sé e per i suoi figli a Newcastle. Daniel si prende a cuore la situazione di Kittie e l’aiuta come può, ma la vita a poco a poco si fa difficile per entrambi costringendoli a scelte via via più estreme.

Già da metà del film in sala si sente tirare su con il naso, poi verso la fine è evidente che molta parte del pubblico non ha potuto trattenere le lacrime. Ken Loach ha colpito ancora una volta nel segno, dimostrandoci di essere in grado di farci fare quello che vuole con i suoi film, nella gamma che va dal ridere al piangere.

Molte recensioni superficiali di quest’ultimo film del regista britannico parlano di una requisitoria contro la burocrazia pubblica, di cui il protagonista sarebbe una vittima. A me sembra però che queste interpretazioni non solo non colgano nel segno, ma siano in qualche modo il frutto di una lettura parzialmente distorta.

Ken Loach si scaglia sostanzialmente contro una progressiva trasformazione del welfare in una macchina il cui obiettivo non è più quello di riequilibrare il gap sociale ed economico, venendo in aiuto di chi nella vita dovesse trovarsi ad affrontare un momento di difficoltà, bensì quello di limitare al minimo possibile le erogazioni attraverso una gestione quasi interamente esternalizzata e di impronta artatamente manageriale.

È vero, il mondo di Ken Loach è un po’ schematico e dicotomico; i suoi proletari sono tutti talmente generosi e teneri e indifesi e a volte naif che è impossibile non volergli bene (per quanto, come mi fa notare il mio amico M., il personaggio di Daniel Blake è anche rigido e orgoglioso). Mentre evidentemente i cattivi e gli oppressori sono quasi tutti dall’altra parte.

Ma personalmente non solo non gliene faccio una colpa, bensì in qualche modo condivido la necessità di riequilibrare un immaginario collettivo che televisione, giornali e politica tendono a plasmare per far apparire queste parte della società come sordida e pericolosa per la pace e la sicurezza sociale.

La verità è che il regista vorrebbe davvero farci capire che – per la deriva che le scelte politiche ed economiche stanno determinando – al posto di Daniel Blake potrebbe trovarsi chiunque di noi, perché Daniel Blake non è una persona ai margini della società, bensì una persona qualunque, con un lavoro, una casa, delle competenze, cui il welfare non è in grado di restituire niente nel momento in cui ne ha bisogno.

Il grande vecchio Ken non sa davvero più come dircelo, e pur volendo sperare insieme a lui, purtroppo ho la netta sensazione che dal lavaggio del cervello sistematico che ormai da decenni viene scientificamente operato da chi ha responsabilità politiche ed economiche difficilmente si torna indietro.

Voto: 4/5

martedì 1 novembre 2016

Un weekend tergesteo

Sono a Trieste il giovedì sera in quanto il giorno dopo ho un convegno, e arrivo tardissimo perché il treno si ferma un tempo spropositato a Portogruaro per un accertamento giudiziario sui binari a Latisana.

Ma visto che son giunta fin qui mi sembra un peccato non approfittare del weekend per scoprire questa città di frontiera.

Le previsioni del tempo sono orribili. Sembrerebbe che sabato ci attenda una giornata di temporale e pioggia, con un leggero miglioramento per domenica. Ma io e C. siamo disposte ad affrontare il rischio.

La nostra sistemazione è un bed & breakfast in pieno centro, Lo studio di Joyce, una casa bellissima con le porte vetrate e le stanze molto ampie, che - come ci racconta Andrea, il gestore - era lo studio di notaio di suo padre. Sistemazione davvero ottimale per esplorare in lungo e largo la città.

La sera del venerdì optiamo per una soluzione classica: andiamo da Pepi buffet, una formula molto diffusa a Trieste, in pratica semplici trattorie dove normalmente il piatto principale consiste in un assaggio di carne di maiale in tagli e cotture differenti, accompagnato da patate in tecia e crauti. Praticamente una cena austroungarica che ci lascia molto soddisfatte. Prima di cena ero anche riuscita a fare un salto in un altro posto storico di Trieste, il Caffè San Marco, con la sua atmosfera d'antan e la libreria all'interno.

Dopo cena ci concediamo un dolcino, un bicchiere di vino e un amaro alle erbe (buonissimo!) all'Osteria da Marino, che sta nelle stradine che si sviluppano a poca distanza dalla piazza della Borsa.

Il giorno dopo siamo pronte al diluvio universale e a girare con gli ombrelli portati da casa. Ma - anche se il cielo è coperto - azzardiamo l'uscita senza ombrelli e la nostra scommessa si conferma giusta, perché di lì a poco il cielo si fa azzurro ed esce un sole caldissimo. Dopo una passeggiata lungo il canal grande, ci dirigiamo verso la cattedrale di San Giusto e il castello e ci arriviamo attraverso la scala dei giganti. Il posto è molto bello, anche perché tra i due monumenti ci sono anche i resti del foro romano.

Visitiamo la bella cattedrale con i mosaici absidali e la statua sottomarina di San Giusto (in questo momento esposta perché tra un po' ci sono i festeggiamenti), poi entriamo nel castello e facciamo un giro sulle mura, godendo di una splendida vista sul golfo e sulla città, una città veramente particolarmente per il mix unico tra le tracce molto presenti del suo passato (e in certi casi anche presente) industriale, quelle della sua ascendenza austroungarica, evidente soprattutto nella grande piazza dell'Unità, ma anche quelle di epoca romana e medievale. Città montana e marinaresca al contempo, chiusa e aperta in modo profondamente originale.

Scendendo dalla collina dove sorge il castello, ci inoltriamo nella zona antica e medievale della città, tra le stradine che si snodano intorno a piazza Barbacan e all'arco di Riccardo, una zona della città in rinascita.

Per pranzo torniamo in zona piazza della Borsa e mangiamo un pasto sanissimo e buonissimo da Genuino. Satolle, facciamo una lunghissima passeggiata sul lungomare passando accanto al Salone degli Incanti e arrivando fino ai bagni Ausonia e ai bagni della Lanterna (o Pedocin), dove un muro alto tre metri divide l'area delle donne da quella degli uomini. Bagni di inizio Novecento bellissimi da vedere, dove entriamo a riposare un po' mentre c'è chi prende il sole e chi fa persino il bagno.

A questo punto, dopo un breve passaggio in via della Cavana e un tentativo di comprare l'amaro alla erbe in un'enoteca in via Madonna del mare (che però è chiusa), torniamo al b&b per un riposino. La sera ci concediamo un aperitivo al Bar Bacan nella omonima piazza e poi una ottima cena da Baracca e Burattini, dove mangiamo prosciutto di Praga con senape e rafano, sardoni marinati e la jota (una zuppa di crauti e salsiccia).


La domenica scegliamo la gita fuoriporta. Con la macchina andiamo in Valrosandra dove scorre il fiume Timavo e dove facciamo una piccola passeggiata nel bosco. Poi andiamo a pranzo a Muggia, un bellissimo paesino in stile veneziano con la cattedrale con la facciata stondata e le case colorate, che sta esattamente dall'altra parte del golfo di Trieste (dove ero già stata tempo fa di ritorno da una vacanza in bicicletta). Qui mangiamo una delle migliori grigliate di pesce della nostra vita (forse la migliore!) all'Ittiturismo La Terrazza, gestita dalla cooperativa locale dei pescatori.

Purtroppo è già ora di tornare a casa. Partiamo però  soddisfattissime e con un'idea luminosa (per fortuna!) di questa parte dell'Italia.