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giovedì 24 luglio 2025

Da Cannes a Roma: Le città di pianura; Sirat; Partir, un jour; Enzo; Jeunes mères

E anche quest’anno non mi faccio mancare la mia maratona cinematografica per la classica rassegna Da Cannes a Roma, ospitata dal cinema Quattro fontane. Film molto diversi, alcuni dei quali parecchio originali, altri decisamente meno dirompenti.

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Le città di pianura

Il film con cui si apre la mia maratona è un film italiano, diretto da Francesco Sossai, che è stato presentato con un ottimo riscontro nell’ambito della sezione Un certain regard di Cannes. La proiezione romana è molto affollata, anche perché a presentare il film, oltre al critico Alberto Crespi, ci sono il regista e due dei protagonisti, Sergio Romano (che nel film è carlobianchi, detto proprio così, tutto attaccato, o anche Charlie White come affettuosamente lo chiama l’amico di una vita Doriano) e Filippo Scotti (già visto in È stata la mano di Dio, che qui interpreta il timido e studioso Giulio).

Le città di pianura si sviluppa nell’arco di circa un giorno e mezzo ed è fondamentalmente un on the road della provincia veneta nella quale i due amici carlobianchi e Doriano (Pierpaolo Capovilla) vagano alla ricerca di un ultimo bicchiere di alcol da scolarsi, comprato o scroccato. Li seguiamo dunque in questo loro vagare, a un certo punto apparentemente finalizzato ad andare a prendere in aeroporto il loro amico Genio (Andrea Pennacchi) che torna dal Sudamerica dove ha vissuto molti anni (scopriremo poi perché). Durante questo giorno e mezzo molte sono le avventure e le disavventure che li attendono, gli incontri più o meno assurdi, e tra questi incontri c’è quello con Giulio, studente napoletano che studia architettura a Venezia, timido e imbranato, che i due volponi decidono di trascinare con loro, anche suo malgrado.

Il film è una commedia dall’impianto se vogliamo piuttosto classico, ma che si inserisce più propriamente in tutto un filone di elaborazione culturale di provenienza veneta, che ha precisi tratti estetici e antropologici.

Non a caso il film di Sossai mi ha riportato quasi immediatamente all’estetica e ai contenuti dei fumetti di Miguel Vila, autore che con i suoi graphic novel ha raccontato benissimo la provincia veneta, con i suoi tipi umani e i suoi paesaggi urbani e rurali. Per lo stesso motivo non mi ha sorpreso trovare come autore di parte della colonna sonora (e anche in un piccolo cameo) Krano (Marco Spigariol) che quasi per caso avevo conosciuto nell’opening di un concerto di Micah P. Hinson e che ha un progetto musicale a matrice profondamente veneta anche nella lingua.

Ne viene fuori una specie di elegia veneta dal sapore fortemente agrodolce, intrisa in egual misura di malinconia e leggerezza. Esperimento davvero interessante.

Voto: 3,5/5



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Sirat

Ho scoperto solo al termine della visione del film che il regista di questo film, Oliver Laxe, è anche il regista di O que arde, che avevo visto qualche anno fa nell’ambito di un festival del cinema spagnolo. Quel film mi era risultato difficile da digerire nelle sue caratteristiche narrative, e probabilmente se avessi saputo questa cosa avrei deciso di non andare a vedere Sirat. E avrei fatto molto male.

Sirat è un film decisamente originale. Siamo in Marocco, nel deserto, ed è in corso un grande rave: enormi altoparlanti che trasmettono musica techno e centinaia di persone che si lasciano trasportare dal ritmo della musica. Un padre, Luis (Sergi Lopez), insieme al figlio Esteban è alla ricerca della figlia scomparsa cinque mesi prima. Ma mentre è in corso il rave, arriva l’esercito che annuncia l’inizio di una guerra e costringe tutti a seguirli verso non si sa dove. Due camioncini con a bordo cinque persone riescono a scappare via e Luis e il figlio li seguono. Inizia così un on the road che metterà questo gruppo di persone decisamente originali e curiosamente assortite di fronte a una serie di eventi più o meno tragici e incredibili che li costringeranno a fare i conti con i propri limiti e le proprie paure.

Quello di Laxe è un mondo preapocalittico, in parte atemporale, che sul piano visivo attinge tanto all’estetica di Mad Max, ma anche all’immaginario steampunk, per raccontare un viaggio esistenziale, che nella sua essenza è il viaggio di ogni essere umano di fronte al lutto e alla morte. Per farlo Laxe mescola diversi ingredienti: un insieme di personaggi con caratteristiche freak (ci sono un uomo senza una gamba, uno senza un braccio) di cui però – salvo qualche piccolo dettaglio – non sappiamo praticamente nulla della storia passata, così come niente sappiamo davvero di Luis ed Esteban; un paesaggio con una forza visiva straordinaria, che ispira grandezza, bellezza ma anche terrore della piccolezza umana di fronte alla natura; e infine una musica che unisce e alterna techno ed elettronica, quasi alla ricerca del suono primigenio del mondo, dell’essenza della vita e della morte, la stessa che i protagonisti sperimenteranno. Del resto Sirat nella cultura islamica è il ponte che unisce la vita alla morte, come la scritta in sovrimpressione all’inizio del film ci ricorda.

Un film strano, grandioso e weird al contempo, difficile da classificare, che merita però di essere visto. E non a caso ha vinto il premio della giuria a Cannes.

Voto: 3,5/5



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Partir, un jour

Cécile (Juliette Armanet) vive a Parigi e fa la chef. Dopo aver vinto un programma tipo Masterchef, insieme al suo compagno sta per aprire un ristorante che punta a un posto tra i ristoranti stellati. Quando scopre che suo padre è finito in ospedale ma, contro il parere dei medici, è uscito per riaprire la piccola trattoria per camionisti che gestisce insieme alla moglie, decide di ritornare a casa, tra l’altro avendo appena scoperto di essere incinta e sapendo di non voler tenere il bambino. Il ritorno a casa la metterà di fronte ai suoi conti in sospeso, alle cose che sono sempre uguali e che dunque aprono la porta dei ricordi di adolescenza e a quelle che sono ormai cambiate irrimediabilmente, nonché al rapporto con i suoi genitori che pure è rimasto in qualche modo bloccato nelle dinamiche del passato.

La nostalgia delle radici e di quello che avrebbe potuto essere – anche a fronte dei grandi cambiamenti che sembrano attendere Cécile – manda quasi in frantumi la vita da adulta che si è costruita, ma senza questa crisi profonda la donna non potrebbe tornare a quello che è diventata con maggiore consapevolezza, dopo aver in qualche modo fatto pace con il suo passato.

Il film di Amélie Bonnin è una tipica commedia francese, dalla trama e dagli sviluppi piuttosto prevedibili, che però è impreziosita dal fatto di essere in parte una commedia musicale in cui si attinge a un repertorio musicale francese per esprimere con ironia e leggerezza i sentimenti dei protagonisti nei momenti clou del film.

Nessuna grande pretesa per un film gradevole.

Voto: 3/5



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Enzo

Enzo è il film che Laurent Cantet aveva scritto prima della sua prematura scomparsa e che lo stesso regista francese ha affidato per la regia a Robin Campillo (quello di 120 battiti al minuto). Nonostante questo passaggio di testimone, personalmente ho vissuto Enzo interamente come un film di Cantet, non soltanto nei temi, ma anche nella modalità narrativa e nei ritmi. Che poi sono proprio le caratteristiche che a volte mi hanno fatto apprezzare i suoi film e altre volte me li hanno resi indigeribili.

Come è chiaro dal titolo, il protagonista di questo film è Enzo (Eloy Pohu), un ragazzo di 16 anni, secondo figlio di una famiglia molto benestante, che ha una villa con piscina, e il cui fratello maggiore si sta preparando per entrare all’università a Parigi. Enzo però è diverso, o quanto meno si sente diverso.

Ha deciso di non continuare a studiare e lavora come muratore in un cantiere; ha una ragazza, ma in realtà è attratto da Vlad, un operaio ucraino che lavora con lui. Nella sua casa e nella sua famiglia Enzo si sente un pesce fuor d’acqua e questa condizione evidentemente non è solo il portato dei suoi 16 anni e della tendenza oppositiva che caratterizza gli adolescenti. In lui c’è anche il rifiuto di un modo borghese di intendere la vita e soprattutto dell’indifferenza che lo stile di vita borghese comporta rispetto al resto del mondo, quello con cui i suoi genitori e suo fratello non vengono e non verranno mai in contatto.

Il malessere di Enzo aumenta giorno dopo giorno, portandolo allo scontro in particolare con il padre (Pierfrancesco Favino) e ad azioni più o meno estreme. Ma come in ogni coming of age che si rispetti, anche in questo film di Cantet il passaggio alla vita adulta comporterà per Enzo la scelta di un compromesso, sebbene – com’è tipico del linguaggio ellittico del regista francese - non sapremo mai come il protagonista riuscirà a bilanciare i suoi desideri e attitudini con il mondo dal quale proviene.

Voto: 3/5




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Jeunes mères

Concludo la mia maratona Da Cannes a Roma con l’ultimo film dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, Jeunes méres, che racconta la storia di quattro giovanissime donne, Jessica, Perla, Julie e Arianne, accomunate dal fatto di essere ospitate da una “maison maternelle”, quella che in Italia sarebbe una casa-famiglia per ragazze madri.

Ognuna si porta dietro la sua particolare vicenda: Jessica, che sta per partorire una bambina, è ossessionata dall’idea di incontrare sua madre e di chiederle perché l’ha data in affidamento quando è nata; Perla ha chiesto dei soldi in prestito a sua sorella per poter costruire una famiglia insieme a suo figlio Noé e al padre del bimbo, appena uscito di prigione; Julie ha un passato di dipendenza alle spalle e ora che ha un figlio sta cercando di uscirne e di sposarsi con il suo compagno, anche lui ex tossico; Arianne non ha abortito su pressione della madre, ma vorrebbe dare in affidamento la piccola per continuare a studiare e costruirsi un futuro.

I Dardenne hanno scritto la sceneggiatura di questo film dopo aver fatto una vera e propria indagine e una serie di interviste in una vera “maison maternelle” e, fedeli al loro approccio quasi documentaristico, si sono ispirati proprio alle storie che hanno ascoltato per scrivere questo film (che ha vinto il Premio per la miglior sceneggiatura a Cannes).

In questo racconto corale, in cui il punto di vista cambia continuamente spostandosi tra una storia e l’altra e tra una ragazza e l’altra, i Dardenne mantengono fede al loro approccio pulito ed essenziale, che vuole mostrare e comprendere, senza giudicare e senza premere sul pedale del melodramma. Qua e là però introducono elementi che staccano rispetto all’impianto “neorealistico”, come la recitazione di una poesia o una piccola esecuzione musicale.

E come ho pensato e detto subito dopo la fine del film, mi è parso che rispetto al passato questo lavoro – nonostante la tragicità dei temi trattati – sia uno dei film più pieni di speranza dei Dardenne!

Voto: 3,5/5


venerdì 18 novembre 2022

Tori e Lokita

Mi arriva per email tramite Miocinema un invito della Lucky Red per l'anteprima italiana di Tori e Lokita, l'ultimo film dei fratelli Dardenne. In sala non solo ci sono loro - arzilli e pimpanti nonostante l'età non più giovanissima - che ci raccontano alcuni aneddoti e curiosità relative al film, ma anche Paolo Taviani (di un'altra coppia di registi fratelli famosi), cui i Dardenne vanno subito a rendere omaggio.

Con Tori e Lokita i fratelli continuano ad accendere un faro sulla società belga e più in generale sulle ingiustizie della società contemporanea. Personalmente, sono uscita dalla sala pensando qualcosa del tipo "È tutto sbagliato. È tutto da rifare", ma sentendomi frustrata e impotente per l'inutilità di questo pensiero.

Qualcuno dice che i Dardenne fanno sempre lo stesso film: a me sinceramente non sembra vero. Non ho visto tutta la loro filmografia, ma anche solo pensando agli ultimi lavori mi pare che i temi siano numerosi e vari, e anche declinati in modi diversi, sebbene al centro ci siano sempre dilemmi morali importanti e senza risposte scontate. Di solito i registi lavorano per sottrazione, limitando al minimo le spiegazioni e le concessioni alla retorica, ma in alcune storie l'empatia e l'impatto emotivo sono più significativi, e sono i film che personalmente preferisco di più. Avevo amato a suo tempo Due giorni, una notte (anche grazie alla luminosa bellezza e bravura di Marion Cotillard), e devo dire che anche in questo ultimo film, forse più semplice ed esplicito sul piano narrativo, è riuscito a toccare corde profonde.

Tori (Pablo Schils) e Lokita (Joely Mbundu) sono due ragazzi di colore: il primo ha circa 11-12 anni, l'altra ne ha 18 o giù di lì. I due si presentano come fratelli e hanno certamente un legame molto forte, ma scopriremo solo più avanti la verità sul loro legame. Per entrambi la vita non è facile: Lokita viene ricattata dai neri che l'hanno portata in Europa e non riesce a mandare i soldi alla sua numerosa famiglia rimasta in Africa; entrambi spacciano per conto del cuoco di un ristorante italiano. Tori ha già i documenti, mentre Lokita è ancora impegnata nell'iter burocratico per ottenerli, e quando riceve l'ennesimo rifiuto decide di ottenerli illegalmente chiedendo aiuto al cuoco. Questo la costringerà a una discesa in uno stato di vera e propria schiavitù a servizio di una banda di coltivatori e spacciatori di marjiuana, condizione nella quale la sua unica forza e àncora di salvezza è Tori.

Non vi aspettate il lieto fine da un film dei Dardenne. Il loro sguardo - profondamente affettuoso e caldo nei confronti dei loro protagonisti - diventa invece ancora più disincantato e inflessibile nei confronti del mondo che li circonda, un mondo nel quale non sembra salvarsi nessuno né albergare quel minimo di umanità che ci si aspetterebbe o si auspicherebbe. Con questo racconto in cui la distinzione tra buoni e cattivi sembra quasi manichea e didascalica, i Dardenne - che certo sono ben consapevoli della complessità del mondo - probabilmente perseguono l'obiettivo di chiamare in causa gli spettatori, di non consentirgli di sentirsi a posto con la loro coscienza e di costringerli a mettersi in discussione interrogandosi sul nostro modo di porci rispetto a una società che con le sue stesse regole crea ingiustizie, disuguaglianze e sofferenze come quelle di Tori e Lokita.

Forse l'approccio dei Dardenne si è semplificato nel tempo, ma personalmente ne apprezzo l'impegno civile, ormai sempre più raro anche nel mondo del cinema.

Un'ultima cosa: la locandina italiana è disegnata da Manuele Fior (uno dei più bravi fumettisti italiani in circolazione), ed è molto interessante come operi per contrasto. Ci fa pensare a una fiaba spensierata rendendo l'effetto della visione del film ancora più dirompente.  

Voto: 3,5/5



venerdì 29 novembre 2019

L’età giovane = Le jeune Ahmed

Nel loro ultimo film, Le jeune Ahmed (in Italia L'età giovane), i fratelli Dardenne si cimentano con un tema particolarmente scomodo, ma di stringente attualità, ossia l'integralismo religioso, in questo caso musulmano.

Il protagonista della loro storia è Ahmed (Idir Ben Addi), un ragazzino di 12-13 anni, di origine maghrebina e di religione musulmana che vive in Belgio. Ahmed frequenta la scuola, dove ha un'insegnante anch'essa musulmana, e la moschea, il cui imam predica la più ferrea ortodossia religiosa e simpatizza per la jihad, mezzo per difendere la religione islamica ed eliminare apostati e blasfemi.

In realtà, la famiglia di Ahmed è molto integrata nella società belga e la loro religiosità è ben lontana dall'ortodossia (né la madre né la sorella portano il velo); Ahmed vive invece nell'ammirazione di un cugino morto martire per la jihad e segue pedissequamente i precetti del Corano, sulla base della guida dell'imam.

Il suo convincimento e la sua dedizione all'Islam sono tali che a un certo punto - poiché l'insegnante di arabo vuole insegnare la lingua non solo a partire dal Corano - aizzato contro di lei dal suo imam, tenta di ucciderla con un coltello e finisce in un centro per minori.

Né la manifesta viltà del suo imam, che dopo il fatto si dissocia immediatamente, né il dolore di sua madre, né l'amore di una ragazzina conosciuta nella fattoria dove fa lavori socialmente utili, né tantomeno il trauma psicologico provocato alla sua insegnante distoglieranno Ahmed dalla sua adesione totale e senza cedimenti alla linea integralista, fino a un finale ambiguo che potrebbe essere letto in senso rasserenante, ma anche in senso contrario.

Quello che certamente non manca ai Dardenne è il coraggio di affrontare temi controversi e la volontà di portare all'attenzione storie che facilmente potrebbero prestarsi alla strumentalizzazione, tanto più all'interno di un modo di fare cinema che per i fratelli rimane fedele a uno stile scarno ed essenziale che certo non aiuta a contestualizzare e lascia quasi interamente sulle spalle dello spettatore l'onere di intuire e/o comprendere quello che si muove sotto la superficie.

Ahmed è un adolescente, e come tutti gli adolescenti è sicuramente alla ricerca della propria identità e tendenzialmente in rotta di collisione con l'ambiente familiare più stretto. Ha un'età in cui non si è più bambini, ma neanche adulti, e anche il suo corpo testimonia questo momento di transizione nella meccanicità e goffaggine dei movimenti, celati dietro un atteggiamento innaturalmente determinato e spavaldo.

Non v'è dubbio che dietro le scelte di Ahmed ci sia anche un cattivo maestro che non si rende pienamente conto delle azioni che le sue parole possono innescare, e che forse vanno addirittura al di là delle sue intenzioni. Ma mi pare difficile poter attribuire solo a questo la deriva di Ahmed, né è possibile individuare in altri fattori di contesto elementi che aiutino a comprenderne gli orientamenti e le azioni.

Probabilmente ciò che porta Ahmed "dalle ore alla playstation alle ore di preghiera" - come dice sua madre - è un processo tutto interiore che inevitabilmente ci sfugge e che facciamo fatica a giustificare. E come spesso accade nei film dei Dardenne, i registi non sembrano aiutarci granché e si limitano a rappresentare i fatti, per quanto estremi.

Capisco che il cinema debba soprattutto far riflettere e spingere lo spettatore ad adottare uno spirito critico attivo, ma di fronte a tematiche così delicate sinceramente a me è parso che qui lo spettatore sia lasciato un po' troppo solo a tirare le sue conclusioni. Può essere che in Belgio, dove il Ministro per la gioventù e lo sport belga si chiama Rachid Madrane (ringraziato nei titoli di coda), nonostante le esperienze dolorose causate dal fondamentalismo, il dibattito sia più pacato e di più alto profilo (anche se non ne sono sicura), ma certo in altri paesi dove la polarizzazione e la strumentalizzazione sono dietro l'angolo, qualche rischio in un film come questo io lo vedo.

Voto: 3/5


venerdì 11 novembre 2016

La ragazza senza nome

Dopo essere andata due anni fa a vedere il film Due giorni una notte, e - anche grazie alla splendida interpretazione di Marion Cotillard - essermi riavvicinata ai fratelli Dardenne, alla proposta di andare a vedere il loro nuovo film non mi sono tirata indietro, preparandomi però psicologicamente al fatto che non si sarebbe trattato certamente di un film da cui uscire a cuor leggero.

La ragazza senza nome è una specie di thriller psicologico, un genere piuttosto nuovo per i due fratelli francesi, e con il quale - si capirà durante la visione - non sono perfettamente a loro agio.

Lo spunto della storia è molto interessante: Jenny Davin (Adèle Haenel) è una giovane dottoressa che presta servizio come medico di base, ma che si prepara al grande salto verso un prestigioso ospedale, grazie alla sua bravura. Un giorno, dopo l'orario di chiusura dell'ambulatorio, mentre è ancora lì con il giovane stagista Julien, qualcuno suona alla porta ma Jenny dice allo stagista di non aprire, visto che l'orario delle visite è terminato. Il giorno dopo, non lontano la polizia trova il corpo senza vita di una ragazza di colore, che si scoprirà - grazie alle telecamere poste all'ingresso dell'ambulatorio - essere la stessa che aveva suonato la sera prima. Da quel momento, Jenny - anche a causa del senso di colpa - impiega tutte le sue energie non tanto per scoprire chi ha causato la morte della donna, quanto per scoprire il nome di lei e darle una degna sepoltura. La sua "indagine" finirà per scoperchiare piccoli e grandi ipocrisie e segreti del piccolo mondo che la circonda, e la costringerà anche a fare i conti con il delicato equilibrio tra partecipazione e distacco su cui si regge la sua professione.

La missione di Jenny la esporrà a inevitabili rischi, ma in qualche modo romperà quel velo di omertà che sembra essere calato sul corpo della giovane donna morta, rivelando le contraddizioni e i conflitti interiori che si celano dietro un quotidianità apparentemente ordinaria.

Che dire? Per quanto mi riguarda siamo lontanissimi dalle vette del film Due giorni una notte. La mano dei Dardenne è sempre la stessa e la si riconosce anche in una certa meccanicità dello svolgimento narrativo, ma mi pare che in questo caso il risultato non sia perfettamente riuscito.

Non solo la prima parte del film risulta decisamente poco coinvolgente e in generale il film appare infarcito di dettagli e inserti non sempre chiaramente funzionali alla storia e al suo senso, ma i personaggi appaiono quasi robotici nei loro comportamenti e interazioni, così come la narrazione molto imbalsamata. Non che ci si possa aspettare dai Dardenne un vero realismo e una partecipazione emotiva non filtrata dalla loro visione delle cose, ma in questo caso la distanza non viene colmata altrimenti, lasciando lo spettatore in uno stato che oscilla tra incertezza e freddezza.

Questa volta i due fratelli belgi non mi hanno conquistata.

Voto: 3/5

martedì 25 novembre 2014

Due giorni, una notte

Sandra (Marion Cotillard) è una giovane moglie e madre di famiglia con due figli. È da poco uscita da una depressione, di cui porta ancora i segni e gli strascichi addosso. È pronta a riprendere il lavoro, ma il capo del personale della sua azienda ha deciso che i componenti del suo reparto dovranno votare se ottenere un bonus di 1.000 euro oppure far rientrare Sandra al lavoro, perché l'azienda non può permettersi entrambe le cose. Manu, suo marito (Fabrizio Rongione), la spingerà a contattare nel weekend i suoi colleghi di reparto per convincerne almeno nove a votare per lei.

Questa la scarna storia.

I fratelli Dardenne mettono in scena uno straordinario "dilemma del prigioniero" in chiave contemporanea, in cui ciascuno è messo di fronte alla scelta tra un umano senso di solidarietà e le proprie necessità materiali, se non addirittura tra la sopravvivenza altrui e la propria.

Il dramma sociale prodotto dalla crisi economica costituisce uno scenario perfetto per questa storia, ma non è quello che rende il film così intenso.

La carica dirompente del film nasce dall'innestarsi su di esso di un dramma tutto personale. Sandra è una donna sensibile e fragile. Attraversa uno di quei momenti nella vita in cui ci si sente profondamente soli (anche quando intorno a sé ci sono numerose evidenze del contrario), in cui i brevi momenti di fiducia e di voglia di reagire sono intaccati e quasi annullati da ogni - anche piccolo - segnale negativo vero o presunto, in cui il sovraccarico emotivo produce spesso il pianto o il tentativo di fuga, dal desiderio di annullarsi nel sonno a quello di cancellare se stessi col suicidio.

Sandra incontra a uno a uno i suoi colleghi, ciascuno portatore di una storia pregressa o attuale che deflagra di fronte al dilemma morale e materiale determinato di volta in volta da sentimenti di amicizia, insoddisfazione personale, problemi familiari, aggressività individuale, paure, comportamenti sleali.

Il tutto in due giorni e una notte, durante i quali le cose non necessariamente si risolvono e alla fine dei quali la vita non sarà più facile, ma che innescano il processo di rinascita di Sandra, quel clic che scatta dentro di lei, facendole ritrovare se stessa e riscoprire il proprio valore. Quella condizione da cui guardare alla propria vita e al mondo intorno con rinnovate forza e fiducia, non perché sia cambiato qualcosa, ma perché è cambiato il nostro asse interiore riequilibrandosi.

Marion Cotillard è straordinariamente credibile. Ha quest'aria persa, sfatta, sempre come se si fosse appena svegliata - come dice M. -, eppure è tenera e piena di vita. La telecamera dei registi gli sta sempre addosso, per buona parte del film quasi appollaiata sulla spalla. Incombe su di lei e noi, insieme alla telecamera, ci sentiamo bloccati quando Sandra si scoraggia e al contempo vorremmo spingerla, quasi costringerla a buttarsi nella mischia, a provarci.

La ripetizione delle azioni, nonché delle parole, con cui Sandra si ritrova davanti a un campanello da suonare e a una persona cui chiedere di rinunciare a 1.000 euro per consentirle di riprendere a lavorare è come un concentrato di esperienze, una possibilità unica di sperimentarsi di nuovo e di nuovo nella relazione con gli altri, un'occasione di imparare - a poco a poco e nello stesso tempo in maniera accelerata - a reagire al rifiuto e alle malignità e ad apprezzare l'affetto e l'attenzione degli altri, senza che niente di tutto questo metta veramente in discussione il proprio essere.

Meno credibile la figura di Manu, suo marito, una vera roccia, l'emblema stesso della stabilità, sempre misurato, sempre costruttivo, sempre profondamente fiducioso e innamorato. Forse un po' troppo, ma non ci lamentiamo, una volta tanto che i fratelli Dardenne riescono a farci intravedere uno spiraglio di luce nel buio della vita.

Marion Cotillard è bella e brava in misura indicibile, ma certo sono di parte. Però questa volta la devo davvero ringraziare perché non solo mi ha fatto tornare - solo per amore suo (!) - a vedere un film dei Dardenne, ma mi ha anche fatto riconciliare con il cinema dei due fratelli belgi.

Il mio amico olandese M. alla fine del film mi ha fatto riflettere su una cosa. Noi italiani diciamo spesso: "Eh, la vita è così. Purtroppo". Forse dovremmo cominciare a dire: "Eh, la vita è così. Per fortuna!". E forse anche i Dardenne cominciano a pensarla un po' in questo modo.

Voto: 4/5