mercoledì 18 novembre 2015

Io, Nessuno e Polifemo. Intervista impossibile / Emma Dante

Io, Nessuno e Polifemo. Intervista impossibile / Emma Dante. Teatro Vittoria, 5 novembre 2015.

Non avevo mai visto spettacoli di Emma Dante a teatro. La mia conoscenza dell'autrice e attrice era limitata al cinema e, in particolare, al film Via Castellana Bandiera, che mi era piaciuto molto.

Così quando M. mi ha proposto di prendere i biglietti di questo evento del RomaEuropa Festival 2015 ho accettato ben volentieri.

Ed eccomi qui al Teatro Vittoria un giovedì sera di una settimana in cui sono uscita tutte le sere e sono distrutta, ma non demordo :-)

Lo spettacolo - come ci spiegherà la stessa Emma Dante nel dibattito con il pubblico - nasce da un testo scritto qualche anno prima, quando - a un precedente RomaEuropaFestival - ad alcuni autori e scrittori era stato chiesto di realizzare delle interviste impossibili. L'intervista impossibile con Polifemo e Odisseo è poi diventata un testo teatrale ed è stata portata in scena.

E detto così potrebbe sembrare molto noioso, e invece non lo è.

Sulla scena si muovono tre bambole rotte (le bravissime Federica Aloisio, Viola Carinci e Giusi Vicari) e sul trabattino alle spalle della scena sale una musicista, Serena Ganci, che si occuperà delle canzoni e delle musiche dal vivo che accompagnano parole e azioni.

Sul proscenio arrivano poi Emma Dante, che interpreta se stessa, l'intervistatrice impossibile, e Polifemo (Salvatore D'Onofrio). E tutto risulta spiazzante fin dal principio, perché questo gigante accecato - consegnato alla storia da tanti racconti e tanta letteratura - non solo parla napoletano, ma si presenta come un povero cristo, la cui vita è stata rovinata da un imbroglio e che pure non ha perso il senso dell'umorismo. Fino a quando non entra in scena Odisseo, Ulisse, Nessuno (Carmine Maringola), che fa il suo ingresso come un supereroe di periferia, un guitto, un gigione pieno di sé, uno che ama la vita al punto da aver rifiutato l'immortalità e che della vita vuole prendersi tutto, anche quando questo si traduce in sofferenza per qualcun altro, che sia Polifemo o Penelope. Ma un guitto simpatico, che parla napoletano anche lui, e che è difficile odiare per davvero.

Commedia e dramma si alternano in scena, e una forma di meta teatralità fa capolino qua e là, attraverso l'intervistatrice che parla con Polifemo del significato del teatro o attraverso le mille maschere di Nessuno.

Il momento più emozionante per me è la scena dedicata a Penelope e alla sua tela infinita, interpretata magistralmente dalle tre ballerine che replicano quest'unica donna nella sua dimensione diacronica e sincronica, avvolte e quasi imprigionate nella tela che Penelope ha scelto di tessere ma da cui in qualche modo non riesce più a liberarsi.

Lo spettacolo è nel suo complesso interessante, forse non potente come mi dicono essere normalmente i lavori di Emma Dante, ma il pubblico accoglie con favore e, anche nel dibattito successivo, coordinato da Elena Stancanelli, interviene con domande e curiosità, cui fa da contrappunto l'ironia tutta siciliana di Emma Dante.

Voto: 3/5

domenica 15 novembre 2015

Poco raccomandabile / Chloé Cruchaudet

Poco raccomandabile / Chloé Cruchaudet; tratto da La garçonne et l'assassin di Fabrice Virgili & Danièle Voldman. Bologna: Coconino Press, 2014.

I graphic novels - che pure sono un genere letterario che mi appassiona moltissimo - spesso hanno il limite di non riuscire a garantire un elevato livello sia sul piano grafico sia su quello narrativo. Accade così che storie disegnate molto bene risultino deludenti sul piano narrativo, o perché incompiute o perché banali. Altre volte - ma molto più raramente - accade il contrario, forse perché chi ha la vocazione del disegno è spesso a quello che dedica la sua massima attenzione.

Leggere il graphic novel di Chloé Cruchaudet è stata da questo punto di vista un'esperienza completa e soddisfacente, sia sul piano intellettuale che emotivo.

Sarà che la storia raccontata è ispirata a una storia vera e che su questa storia era già stato scritto un breve romanzo La garconne et l'assassin, che poi ha rappresentato il punto di partenza per la sceneggiatura dell'opera a fumetti. Sta di fatto che la Cruchaudet ha trasformato questa vicenda in tavole a fumetti con una capacità di rilettura emotiva eccellente.

La storia è quella di Louise e Paul, balzata agli onori delle cronache durante il processo contro Louise per l'omicidio di suo marito Paul. Da qui il lungo flashback che ci racconta come si sono conosciuti, amati e sposati e come sono stati subito separati dallo scoppio della prima guerra mondiale e dalla partenza di Paul per il fronte. L'atrocità della guerra e le esperienze scioccanti che Paul vive lo spingono prima a tagliarsi un dito per ottenere un congedo, poi a disertare. Da qui in poi è costretto a vivere recluso in una stanza d'albergo, fino a quando - un po' per caso - Paul si traveste da donna, unica possibilità per vivere nel mondo senza rischiare la fucilazione.

Paul vivrà in abiti femminili ben oltre la fine della guerra, ossia fino alla concessione dell'amnistia, e in questi lunghissimi dieci anni il suo processo di identificazione con il genere femminile sarà sempre più profondo e lo porterà a scoprire parti di sé che non conosceva, a confrontarsi con i confini mobili del genere, a sperimentare - anche grazie ai meandri oscuri del Bois de Boulogne - una libertà sessuale carica di vitalità. In tutto questo percorso sarà sempre affiancato dalla moglie che assisterà prima alla sua rinascita in abiti femminili, poi alla discesa agli inferi di Paul, incapace - una volta ottenuta l'amnistia e dunque ritornato alla normalità - di liberarsi dei propri fantasmi e mettere da parte i propri desideri, fino al tragico epilogo.

Non sono solita raccontare le trame per intero, ma in questo caso ritengo essenziale far comprendere la complessità del tema trattato, che fonde insieme il topos del trauma post-bellico e dell'orrore della vita di trincea (mi ha ricordato a tratti unastoria di Gipi) con la riflessione sull'identità di genere.

Dal punto di vista grafico il lavoro di Chloé Cruchaudet non è da meno. Non solo i disegni sono molto belli e riescono a essere di una delicatezza infinita anche di fronte alle situazioni più scabrose, ma personalmente ho trovato al contempo geniale e toccante l'uso del colore rosso all'interno di tavole tutte virate nelle tonalità del grigio e del seppia. Nell'uso del rosso si riassumono molti significati e livelli di analisi di questo graphic novel, solo in parte esplicitati dal punto di vista narrativo.

Il rosso appartiene inizialmente a Louise, espressione della sua femminilità, e per converso è il colore del sangue e dunque delle atrocità della guerra, mondo esclusivamente maschile; poi il rosso si trasferisce progressivamente a Paul nel suo processo di appropriazione di una femminilità che è sempre più interiore. Il colore scompare quando la coppia torna alla normalità, ma ricompare negli incubi e nelle fantasie di Paul, per poi infine tornare - sbiadito - nel vestito che Paul indossa per ritrovare la parte femminile perduta. E infine si trasforma di nuovo in sangue, ma che questa volta schizza su Louise quando uccide suo marito, in un ricongiungimento di quel femminile e maschile inizialmente separati. Scorrere queste tavole è un'esperienza sensoriale ed emotiva forte di cui, durante la lettura, quasi non ci si accorge ma che si amplifica progressivamente in modo quasi inconscio.

Quello della Cruchaudet è un graphic novel di altissimo livello che forse non ha avuto in Italia la risonanza che avrebbe meritato.

Un unico appunto alla Coconino Press, che pure ha avuto il merito di portare questo capolavoro al pubblico italiano: il titolo originale Mauvais genre - perfetto - non era facile da rendere in italiano, ma certo Poco raccomandabile è davvero troppo debole e persino sminuente per una storia di questa potenza.

Voto: 4,5/5

venerdì 13 novembre 2015

Josh T. Pearson (+ Calvin LeBaron), Roma, Monk, 30 ottobre 2015

Primo appuntamento invernale per me al Monk con questo concerto di Josh T. Pearson. Non lo conoscevo prima che questo concerto venisse annunciato, poi ho comprato il suo ultimo album Last of the country gentleman, ho visto alcune sue performance su YouTube, ho letto un po’ della sua storia in giro su Internet e mi sono detta che poteva essere un’esperienza interessante.

L’album è veramente bello; doloroso, ma bello. In quel lavoro c’è probabilmente la sintesi di questo personaggio davvero molto particolare anche fisicamente (una specie di sosia di Christian Bale con capelli lunghi e barba, anche se a Roma si è presentato con capelli e barba corti), un texano figlio di un predicatore, intorno al quale si è costruita una vera e propria aura mitica dopo l’esperienza breve ma acclamata della band Lift to experience e la recente carriera da solista, arrivata dopo un lungo periodo di pausa e di lontananza dalla scena musicale.

Ovviamente, andare ad ascoltare dal vivo un artista così è sempre una scommessa, ma credo che ne valga la pena.

Josh arriva in sala presto. Lo incontro, col suo cappellone da cowboy e vestito completamente di bianco, che fa una foto alla location con il suo cellulare. Il concerto invece inizia molto più tardi del previsto, anche perché la sala fa fatica a riempirsi. Io sono piazzata in prima fila con la mia birra e la mia macchina fotografica.

L’apertura la fa Calvin LeBaron, che è arrivato con lo stesso Pearson ed quest'ultimo in persona ad annunciare. Si tratta di un tipo decisamente particolare e credo basti da un’occhiata al suo sito web per rendersene conto. Una specie di Joaquin Cortes, però americano, che fa una musica che è una via di mezzo tra il country, il flamenco e la musica di chiesa. Lui - che porta una grossa croce sul petto - canta in buona parte in falsetto e si muove in modo particolare sul palco, cosicché il primo impatto di questa serata risulta quantomeno originale.

Dopo una breve pausa sale sul palco Josh T. Pearson che ci spiega che Calvin lo sta affiancando in un progetto che si chiamerà Two witnesses e del quale ci faranno poi ascoltare alcune canzoni.

Josh ci propone alcune canzoni dal suo album, ma stasera non sembra che si crei un grande feeling con il pubblico, che pure ascolta in perfetto silenzio ma non rapito. Pearson in questa esibizione non sembra un animale da palcoscenico; e nella sua staticità appare distaccato non solo dal pubblico ma anche da se stesso.

Segue il duetto con Calvin LeBaron e l’atmosfera da serata in parrocchia aumenta ulteriormente. I due hanno entrambi le cinte della chitarra con la croce, davanti a loro c’è un leggio che sorregge un cartone con la scritta “Two witnesses” e qualcosa che ha a che fare con il 666 e una grossa croce. Sulle loro custodie delle chitarre aperte ci sono altri due cartoni in bella vista con le scritte “Love thy god” e “Love thy neighborogh”. E tra la scelta prevalente di gospel, gli arrangiamenti molto essenziali e la voce in falsetto di Calvin, con il controcanto di Josh, un po’ di senso di alienazione diventa inevitabile.

Al termine dell’ultima canzone in scaletta Josh chiede al pubblico se vuole che canti ancora qualcosa oppure no. E qualcuno dal pubblico chiede a gran voce Honeymoon, senza essere accontentato. Pearson ci propone invece un’altra canzone da solista e poi un paio di canzoni ancora in coppia con LeBaron, concludendo con una slowed cover di I will follow him, canzone resa famosa dal film Sister act.

Che dire? Non esattamente quello che mi aspettavo, anche se devo ammettere che a tratti ho percepito il fascino di un cantante così schivo ed essenziale (in realtà parla moltissimo con il pubblico, ma in quel texano che a volte resta talmente nella sua bocca da essere incomprensibile), nonché la bellezza della sua musica.

E alla fine capisco perfettamente il significato di questo pezzo di intervista che avevo letto qualche tempo fa:

[Intervistatore]: “È una storia molto nota che sei figlio di un predicatore, che hai iniziato a suonare in chiesa, addirittura che hai pensato di diventare un predicatore tu stesso. Cosa è rimasto di questa necessità, questa attitudine, o visione, nella tua vita di artista o di normale essere umano in generale?”

[Pearson]: “Beh, credo di esserlo diventato! Voglio dire... Diffondere la buona Notizia! Lo spero! Opere buone. Nella tradizione del mio Dio, diffondo le cose buone, fare del bene. È meglio fare del bene, credere. Spero di condividere qualcosa di questo... Se è buono o è buon lavoro, stai predicando la speranza e la vita. Ci sono posti in cui le persone hanno bisogno di incoraggiamento, sai.”

Voto: 3/5

mercoledì 11 novembre 2015

Non essere cattivo

Al secondo tentativo (il primo era fallito a causa di un problema di audio del cinema) finalmente riesco a vedere l'ultimo film realizzato da Claudio Caligari (l'autore di culto di Amore tossico) prima della sua morte.

Non essere cattivo è la storia di Cesare (un irriconoscibile Luca Marinelli) e di Vittorio (Alessandro Borghi), due amici di infanzia, figli della periferia romana degli anni Ottanta e Novanta (in questo caso siamo a Ostia), una periferia disperata nella quale la droga scorreva a fiumi.

I due vivono facendo dei lavoretti poco puliti per conto di un piccolo criminale locale, Bruno, e trascorrono le loro serate sballandosi di cocaina e pasticche e poi facendo i bulli in un baretto della zona oppure rimorchiando delle ragazze.

Cesare ha perso la sorella, morta di AIDS, e vive con la madre e con la nipotina, anch'essa malata. Di Vittorio non sappiamo molto, ma certamente anche lui è uno che deve fare costantemente i conti con il dolore e la miseria.

Cesare e Vittorio sono due antieroi disperati e fragili, destinati alla sconfitta in ogni caso, sia che tentino di riscattare la propria esistenza come prova a fare Vittorio quando si innamora di Lidia, sia che continuino a vivere una vita irresponsabile e autodistruttiva come Cesare.

Caligari ci porta dentro le vite di personaggi che, sotto la loro aria spavalda e i loro modi "sbruffoni", si rivelano dolenti e teneri al contempo nel cercare disperatamente di strappare alla vita quella felicità di cui essa è stata così avara nei loro confronti.

Il film di Claudio Caligari ci fa fare un vero e proprio tuffo in un passato prossimo che sentiamo ancora fresco sulla nostra pelle, ma che il regista riporta in vita con una sincerità e una compassione rare.

I due attori sono bravissimi nel conferire a Cesare e Vittorio da un lato quei tratti di immaturità e ruvidezza che ne fanno l'espressione tipica dell'ambiente dal quale provengono e dall'altro quella vulnerabilità che fa venir voglia di abbracciarli e sottrarli a un destino inevitabile.

Il mondo di Caligari è un mondo nel quale gli uomini sono rimasti adolescenti e dell'adolescenza si portano dietro la forza e l'indissolubilità dei rapporti amicali, mentre le donne sono le uniche capaci di guardare in faccia la realtà - per quanto brutta - provando a passarci attraverso, senza però per questo riuscire a salvare da se stessi i loro figli, amanti, mariti.

Un film in cui si ride e si sorride, ma con un'amarezza di fondo che trasforma rapidamente il sorriso in lacrime di commozione.

Neppure i cattivi sono davvero cattivi in questo film. Ma non essere cattivi sul serio non è sufficiente a salvarsi.

Voto: 3,5/5



lunedì 9 novembre 2015

Cent'anni in 2 / Andrea Saraceni. Teatro dei Conciatori, 31 ottobre 2015

Ed eccomi qui al Teatro dei Conciatori, che neppure sapevo esistesse, a vedere una piccola opera teatrale che mi è stata segnalata da un'amica, Cent'anni in 2.

Il teatro è di quelli così piccoli che si è seduti a contatto strettissimo con il palco, cosa che personalmente non mi dispiace affatto.

In questo caso la scena è formata da un bancone coperto di abiti (ce ne sono anche appesi alle spalle del bancone) e una poltrona vicino a un mobiletto col telefono.

Si tratta della tintoria della nonna di Graziano, dove si svolge tutta la narrazione. Cent'anni in 2 sono quelli appunto dei due protagonisti, la nonna (Lucia Batassa) che proviene da un'altra epoca ma che dimostra un grande acume nel capire il mondo nonché una notevole apertura mentale, e Graziano (Giustiniano Alpi), che a causa della sua omosessualità ha un rapporto difficile con i suoi genitori e lavora nella tintoria della nonna in attesa di trovare lavoro.

Intorno a loro si muovono altri due personaggi, entrambi clienti della tintoria: l'amante di un Senatore (Rossella Gardini) cui la nonna cerca di raccomandare Graziano e il "ragioniere" (Vito Di Bella), un giovane imprenditore che fa la corte a Graziano e vorrebbe offrirgli un lavoro.

Ognuno di questi personaggi ha la sua storia di sofferenza individuale come tutti, e nel corso della messa in scena a ognuno verrà riservato un piccolo monologo nel quale potrà raccontarla. Ma alla fine la storia principale resta quella di Graziano, disincantato e ironico che vorrebbe arrivare un posto di lavoro con le sue forze, e la nonna, concreta e realista che pensa di poter aiutare il nipote in ben altri modi.

La sceneggiatura è certamente interessante e ben congegnata, e la messa in scena si segue gradevolmente e senza momenti di stanchezza. Alcuni momenti riescono ad essere anche coinvolgenti grazie al realismo del testo e della recitazione.

Complessivamente però non si riesce a sfuggire alla sensazione di aver assistito a una messa in scena in qualche modo amatoriale; la distanza rispetto al teatro con la T maiuscola non è poca sia sul piano recitativo che sul piano narrativo. Indubbiamente va riconosciuto il coraggio di Andrea Saraceni, che si è cimentato – oltre che con la regia - con un testo teatrale originale, nel quale i contenuti narrativi sono molteplici e densi, anche se a tratti un po' forzati, e i tempi di transizione non sempre risultano perfetti e fluidi.

E poi mi è rimasto un dubbio: ma se la pièce è ambientata ai giorni nostri e visto che nipote e nonna hanno cent'anni in due (presumibilmente 25 anni il nipote e 75 la nonna), com'è possibile che in un passaggio della sceneggiatura la nonna, incalzata da Graziano sul fatto che a suo tempo aveva fatto parte della gioventù balilla, dica di aver cambiato idea sul fascio nel '39 (ossia quando secondo i miei calcoli più o meno dovrebbe essere nata)? Forse non ho capito qualcosa?

Comunque, il teatro è certamente qualcosa di difficile, e l'alto numero di delusioni anche quando si va agli spettacoli "maggiori" lo dimostra. Per questo ben venga chi ancora investe in questo linguaggio artistico e ci prova con passione e con coraggio.

Dunque, a chi ha portato in scena questo lavoro va il mio plauso e il mio in bocca al lupo, sperando che trovino la voglia e l'entusiasmo di andare avanti e di crescere, e di riuscire nel loro sogno.

Voto: 3/5

venerdì 6 novembre 2015

Chi manda le onde / Fabio Genovesi

Chi manda le onde / Fabio Genovesi. Milano: Mondadori, 2015.

Il libro di Fabio Genovesi è davvero un bel libro e non mi meraviglio affatto che abbia vinto il Premio Strega Giovani, per quanto significato possano avere ancora questi premi letterari.

La cosa migliore di Chi manda le onde sono i suoi personaggi: strampalati, folli, assurdi, sfigati, teneri, immaturi, troppo maturi, inconsapevolmente tristi, immotivatamente felici. Tutti "diversi" a loro modo, estranei al mondo, eppure così interni alla vita.

Luna è una ragazzina albina, che va in giro sempre coperta e con gli occhialoni da sole; è sorella di Luca, più grande di lei, bello, solare, surfista, grande amante del mare. Entrambi sono figli di Serena, una donna sola, bellissima e desideratissima nonostante sia vestita sempre con indumenti maschili e militari, e che ritiene di aver chiuso per sempre con gli uomini e con l'amore.

Intorno a questo nucleo familiare ruotano Zot, un ragazzo della stessa età di Luna, che viene da Chernobyl, parla come un vecchio, veste come un vecchio e ascolta le canzoni degli anni Cinquanta, in particolare adora Claudio Villa. Zot vive con Ferro, un personaggio strampalato e molto politicamente scorretto che lui chiama "nonno", di nome Ferro, ed è una via di mezzo tra un toscanaccio greve e un vecchietto acido del Far West. E poi c'è Sandro, un quarantenne che nella vita non ha combinato granché e vive ancora con i genitori, è pieno di sogni e di desideri, ma alla fine sta sempre alla finestra delle cose ed è vigliaccamente rinunciatario. Sandro passa gran parte del proprio tempo con i suoi amici altrettanto scioperati, Marino e Rambo, anche loro con vite sostanzialmente incompiute, avari e generosi al contempo, adolescenti senza fine sempre impegnati una insensata, buffa e commovente ricerca di senso.

Intorno a loro tante storie e tanti personaggi che compongono e connotano questo microcosmo che si muove tra il mare di Forte dei Marmi e le retrostanti Alpi Apuane, non meno protagonisti dei personaggi in carne e ossa.

Fabio Genovesi dà la parola in prima persona a Luna, vero fulcro attorno al quale ruota il romanzo, mentre Serena parla in seconda persona come se a parlarle fosse la sua se stessa riflessa nello specchio. Tutti gli altri sono raccontati in terza persona.

Chi manda le onde è come una brezza estiva in una giornata di afa soffocante. È un libro che fa respirare, facendoci ridere a volte e altre volte commuovendoci profondamente, soprattutto trasmettendoci il principio universalmente valido che la normalità non esiste (è un concetto puramente teorico), perché tutte le vite e tutti gli individui - che nel caso di questo libro sono volutamente surreali - guardati sufficientemente da vicino rivelano una complessità e una storia che è molto meno banale e lineare di quanto non appaia a uno sguardo superficiale, e che tutti noi abbiamo le nostre stranezze nascoste e umanissime.

E non vi rivelerò altro della trama (piena di colpi di scena e di trovate originali, forse un pochino frettolosa nell'ultima parte), ma questo libro dovete assolutamente leggerlo. Per riconciliarvi con la letteratura e un pochino anche con voi stessi e con l'umanità per quanto assurda che vi circonda. Perché se c'è una cosa che il libro di Genovesi ci insegna è ad essere compassionevoli e tolleranti innanzitutto con noi e di conseguenza anche con coloro che attraversano questa vita insieme a noi, da vicino o da lontano.

Voto: 4/5

mercoledì 4 novembre 2015

La fiera delle parole, Padova, 6 - 11 ottobre 2015

Anche se è passato un po' di tempo da quel weekend, non voglio perdere l'occasione di parlare della mia prima volta alla Fiera delle parole.

Visto che ero a Padova in quei giorni, mi ero studiata un po' il programma e, compatibilmente con la necessità di dormire e fare con calma la mattina e anche di non fare code chilometriche a rischio di non entrare, avevo individuato 4-5 appuntamenti possibili. Alla fine io e C. abbiamo seguito 3 incontri che in modi diversi sono stati tutti di grande soddisfazione e ci hanno fatto apprezzare l'iniziativa nel suo complesso.

Il primo appuntamento al quale abbiamo partecipato è stato quello con Fabio Genovesi, sabato 10 ottobre, alla Libreria Feltrinelli, presentato dalla giovane Vania Trolese. La scelta nasceva dal fatto che proprio in quei giorni stavo leggendo Chi manda le onde (prossimamente la mia recensione su questo blog), al quale mi ero incuriosita perché un'amica di C. ce ne aveva parlato molto bene. Ero solo a un terzo del libro ma il tono frizzante del romanzo e i suoi bellissimi personaggi mi avevano già incuriosito. L'affollato incontro è stato molto partecipato, anche grazie alla simpatia di Fabio Genovesi, un vero toscanaccio politicamente scorretto che ci ha raccontato un sacco di aneddoti della sua famiglia e della terra dalla quale viene, rivelando l'ispirazione di alcuni contenuti di Chi manda le onde e del libro che verrà, ma anche permettendoci di capire i meccanismi creativi e le motivazioni di alcune scelte (ad esempio l'uso nello stesso romanzo della prima, della seconda e della terza persona singolare per personaggi diversi). La giovane Vania Trolese è stata non solo simpatica ma anche attenta ai dettagli del libro e capace di stimolare le risposte di Genovesi, che comunque da buon toscano non si è fatto certo pregare.

A seguire le domande del pubblico, anch'esse interessanti e attente (se Genovesi si sente più uno scrittore di romanzi o di racconti, se il fatto di essere nato sul Tirreno e non sull'Adriatico ha inciso sul suo carattere, etc.). Infine lo scrittore ha firmato le copie del libro (anche la mia in lettura!) scambiando due chiacchiere con un pubblico molto variegato, fatto di persone di mezza età ma anche molti giovani.

Il secondo appuntamento è stato quello a Palazzo della Ragione, domenica 11, con Maurizio Maggiani che presentava Il romanzo della nazione. Qui ci è toccata un po' di fila, ma solo nell'attesa che la sala si svuotasse dell'evento che l'aveva preceduto. Maggiani l'avevo scelto dopo aver letto una straordinaria intervista non solo sul suo libro ma anche sul mercato editoriale, dalla quale veniva fuori il ritratto di un ribelle senza peli sulla lingua. L'introduzione era affidata a un Alessandro Mari in versione hipster che sinceramente ho trovato troppo snob per i miei gusti. Maggiani è partito per il suo monologo in cui ci ha raccontato il perché del suo libro e il legame tra la storia della sua famiglia e il Risorgimento italiano. Si è soffermato sui temi della memoria e della nazione, lui dichiaratamente anarchico ma ormai sufficientemente invecchiato da cercare nelle storie un collante della nazione. Il pubblico - in buona parte formato da gente di mezza età - ha ascoltato attento, ma sarà stato per le luci soffuse nella grande sala ovvero per l'orario a un certo punto abbiamo deciso di uscire per fare un piccolo spuntino prima dell'ultimo incontro della nostra Fiera delle parole.

Eccoci dunque a Palazzo Moroni per la presentazione del libro di Chiara Valerio, Almanacco del giorno prima. Chiara era lì fuori che aspettava e siccome abbiamo un'amica in comune e abbiamo preso una volta un aperitivo insieme ho deciso di salutarla, salvo poi lasciarla alle sue pubbliche relazioni. La presentazione del romanzo è stata affidata a Enza Del Tedesco, docente padovana di letteratura italiana all'università. L'interazione tra le due si è rivelata strepitosa: la Del Tedesco parla lentamente, riflette su ogni parola, e fa analisi precise e puntuali, che in molti casi colgono nel segno in modo quasi inaspettato, la Valerio dà un saggio delle sue sinapsi velocissime, è mirabolante nei suoi salti da un autore all'altro, da una citazione all'altra, da un pensiero a un altro; la Del Tedesco è serissima e composta nel suo ruolo, la Valerio è ironica e scoppiettante e - alla fine dell'incontro - travolge in un abbraccio anche la sua presentatrice. Nel mezzo abbiamo capito di più del suo libro - che io avevo letto con piacere a suo tempo - e siamo entrate in contatto con due belle personalità.

Non poteva esserci modo migliore per finire questa maratona letteraria.

lunedì 2 novembre 2015

Four kings = 4 könige

Andare alla proiezione del film vincitore della rassegna Alice nella città, collegata alla Festa del cinema di Roma, è sempre una garanzia, sia perché la scelta viene effettuata tra film – spesso opere prime – i cui protagonisti sono bambini e ragazzi sia perché la stessa giuria che sceglie è formata di ragazzi.

Quest'anno il vincitore è questo intenso film tedesco di Theresa Von Eltz. Protagonisti sono quattro adolescenti problematici: Lara (Jella Haase), una ragazza con problemi di droga, Alex (Paula Beer), una ragazza con i genitori separati e una madre depressa, Fedja (Moritz Leu), un georgiano timido picchiato dai suoi compagni di scuola, e Timo (Jannis Niewöhner), un bullo che ha scatti d'ira improvvisi e violenti. I quattro ragazzi sono in un centro di recupero psichiatrico seguiti dal dottor Wolff, un giovane medico che crede nella possibilità di un'azione terapeutica basata sulla fiducia e sull'autonomia, e per questo certamente rischiosa.

Il Natale si sta avvicinando e i quattro giovani si preparano a viverlo nell'ospedale psichiatrico, in una condizione di tensione crescente legata ai significati, in buona parte angoscianti, che ciascuno di loro attribuisce al Natale a causa delle esperienze negative vissute in famiglia.

Questo improbabile gruppo di esseri umani, che nell'età più difficile della vita ha vissuto traumi insopportabili e che non ha altro modo se non quello aggressivo o passivo di rispondere a un mondo circostante ostile, conoscerà la possibilità dell'amicizia e intravedrà il senso di un'umanità che la loro sensibilità esasperata ha conosciuto solo nelle sue manifestazioni deteriori, all'interno di contesti familiari o sociali difficili o disfunzionali.

Ma il lieto fine vero non è per questa adolescenza intensa e perdente, che però ha la dignità e la forza della regalità. Straordinarie le interpretazioni dei quattro ragazzi protagonisti, che nelle loro parole e soprattutto nei loro silenzi e attraverso i loro sguardi impauriti o strafottenti comunicano un infinito bisogno di affetto e la necessità di essere salvati da se stessi.

Un film con una sceneggiatura potente, un impianto narrativo compatto, degli attori di grande intensità. Un'opera prima di grande spessore, capace di suscitare commozione e tenerezza, di usare registri comunicativi differenti, senza mai essere condiscendente e banale.

Questo è stato il mio ultimo film per quest’anno alla Festa del cinema di Roma. Una maratona che mi ha indubbiamente stancata, ma che - tra film bellissimi, belli e meno belli - mi ha sicuramente resa felice.

Voto: 4/5