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venerdì 29 dicembre 2017

Il mare dove non si tocca / Fabio Genovesi

Il mare dove non si tocca / Fabio Genovesi. Milano: Mondadori, 2017.

Fabio è un ragazzino di 11 anni. Ha numerosi nonni i cui nomi iniziano tutti con la A (che sono in realtà i fratelli del nonno morto, Arolando), un padre che fa l'idraulico e aggiusta tutte le cose. Il ragazzino vive nel cosiddetto Villaggio Mancini, che ospita tutta questa famiglia allargata.

Questo romanzo racconta gli anni in cui Fabio viene a contatto con il mondo esterno e comprende che la sua famiglia è decisamente "originale" e che lui stesso è in fondo diverso da tutti gli altri bambini. Gli anni in cui viene a conoscenza della "maledizione della famiglia Mancini" per cui i maschi di famiglia se arrivano a 40 anni senza avere una donna impazziscono.

Però, soprattutto, in questi anni Fabio vive il lungo periodo di stato vegetativo di suo padre dopo un incidente, conosce e si innamora della Coccinella, alias Martina, e sperimenta il potere delle storie, della narrazione attraverso cui si ricostruisce il passato e si dà un senso al presente.

Direi che c'è molto di autobiografico in questo ultimo libro di Fabio Genovesi, e alcune di queste storie le avevo sentite raccontare dallo scrittore in un incontro cui avevo partecipato qualche anno fa.

Tra l'altro Genovesi scrittore lo conosco ormai bene e so il talento che ha nel raccontare le storie, il che fa sì che per me non funzioni in questo caso l'effetto sorpresa.

Non sono neanche sicura che sia il suo libro più riuscito (a naso direi che il più equilibrato e compatto è Chi manda le onde, subito seguito da Esche vive), e però alla fine Genovesi riesce comunque immancabilmente a farmi sorridere e a commuovermi fino alle lacrime.

Perché i suoi racconti - sia quando sono di fantasia sia quando provengono dalla vita reale - sono intrisi di una freschezza e di un'autenticità sorprendenti, anche lì dove richiamino situazioni ai limiti dell'incredibile.

Leggere i libri di Genovesi è il mio modo di coccolarmi quando - nella mia sequenza di letture - ho bisogno di prendermi una pausa da quei libri durissimi ed emotivamente destabilizzanti che la fanno da padroni nella mia biblioteca personale.

Ogni tanto infatti si ha bisogno di una narrazione che racconti la vita con la leggerezza di chi la ama profondamente nonostante il suo essere sgangherata. E poi nessuno - secondo me - incarna il punto di vista e il mondo interiore dei ragazzini nel modo assieme realistico e magico di Genovesi, forse perché un po' ragazzino c'è rimasto anche ora che ha più di 40 anni.

«E chissà cosa ci aspetta ancora là davanti, non lo so e non lo sa nessuno, però sappiamo quel che abbiamo dietro, quello che abbiamo fatto giorno dopo giorno, che poi è la grande storia di come siamo arrivati fin qui. E ogni mattina ci alziamo e facciamo un altro passo, e la nostra storia è la magia che trasforma questo passo corto e scemo in una roba gigantesca, che è la nostra direzione. Verso dove non è mica chiaro, ma intanto si va, e questa magia dietro non la vedi ma ti spinge, uguale identica a quella che hai sotto i piedi quando stai in mezzo al mare, e lì per lì pensi di andare a fondo e invece no, perché qualcosa di invisibile ti tiene a galla, senza fiato e però vivo, con gli occhi spalancati all'orizzonte.»

Voto: 3,5/5

mercoledì 15 marzo 2017

Morte dei Marmi / Fabio Genovesi

Morte dei Marmi / Fabio Genovesi. Roma-Bari: Laterza, 2012.

Avevo già letto due libri di Genovesi, Chi manda le onde e Esche vive, che mi erano piaciuti entrambi moltissimo e che in momenti magari un po' faticosi o emotivamente pesanti della vita mi avevano rinfrancata, fatto fare qualche bella risata e anche allargato il cuore.

E così anche questa volta mi sono aggrappata a un suo libro, dopo le ultime faticose letture.

Morte dei Marmi, che non è propriamente un romanzo, bensì una specie di racconto semidocumentaristico e semiautobiografico di un luogo, una sorta di affresco personale di una cittadina e dei suoi abitanti, conferma le qualità di Genovesi come narratore, anzi meglio ancora affabulatore e raccontatore di storie.

La sua ironia e autoironia sono sempre apprezzabili e divertenti, e raccontano la realtà meglio di qualunque studio storico e/o sociologico.

Ovviamente, avendo io conosciuto Genovesi a partire dai libri più maturi e articolati (a dire la verità ho cominciato dall'ultimo e sto facendo il percorso a ritroso) questo libro mi è sembrato più sempliciotto e forse ho anche avuto qualche sensazione di deja vu, perché - quando ero andata a Padova alla presentazione del suo libro nell'ambito della Fiera delle parole - nella conversazione con la presentatrice e il pubblico lo scrittore aveva raccontato molte delle storie che sono presenti in questo volumetto.

Nonostante questo, leggere questo libro mi ha ancora una volta riconciliato con la lettura, risollevato da alcune pesantezze e ridato l'energia e la spinta per buttarmi in letture più impegnative.

Una vera pausa rigenerante. E di questo non posso che essere grata a Genovesi.

Voto: 3/5

giovedì 8 settembre 2016

Esche vive / Fabio Genovesi

Esche vive / Fabio Genovesi. Milano: Mondadori, 2011.

Al secondo libro che leggo di Fabio Genovesi (dopo il bellissimo Chi manda le onde) posso dire di essere definitivamente conquistata dal suo stile inconfondibile, che è un mix originale di modo di scrivere e contenuti narrativi, uno stile che forse a tratti si ripete in maniera anche un po' ossessiva da un libro all'altro ma che è un vero e proprio marchio di fabbrica.

Siamo sempre nella sua terra, quella che lui conosce molto bene e a cui è in grado di conferire un’epicità attraverso la scrittura che solo lo sguardo di uno scrittore può rivelare anche della realtà apparentemente più ordinaria.

Esche vive ha come protagonista innanzitutto il paesino di Muglione, in una piana in cui non c’è nulla delle tipicità e delle bellezze della campagna toscana, bensì solo i fossi che mandano cattivo odore. Qui si incrociano i destini di tre personaggi adorabili: Fiorenzo, un ragazzo di 19 anni che ha perso una mano a causa di un gioco con i petardi quando aveva 14 anni e ora vive con il padre appassionato di ciclismo e canta in una band heavy metal insieme ad alcuni amici; Mirko, il Campioncino, un ragazzetto che il padre di Fiorenzo ha scoperto in Molise e ha portato con sé a Muglione convinto di farne un campione di ciclismo; Tiziana, una trentenne tornata nel suo paese d’origine dopo un’esperienza all’estero e che ora gestisce un Informagiovani dove non va mai nessuno tranne un gruppo di vecchi del paese.

Esche vive è la loro storia dolceamara e tragicomica, come piace all’autore e come già avevo avuto modo di apprezzare in Chi manda le onde. Già qui lo scrittore utilizza quel registro narrativo (presente poi anche nel romanzo successivo) che mima fortemente il parlato, anche perché Fiorenzo parla in prima persona e Tiziana parla in seconda persona, come se si guardasse allo specchio. E anche tutto quello che è raccontato in terza persona dal narratore appare molto interno, una voce che a tutti gli effetti appartiene al medesimo contesto, che ne conosce la dimensione umana ed emotiva.

Mentre si legge questo libro si ride tanto e poi certe volte ci si commuove, anche tanto, e a questi ragazzi gli si vuole bene, anche quando dimostrano la loro ingenuità o stupidità, perché alla fine tutti siamo stati un po’ così, almeno una volta come almeno uno di loro, e dunque è impossibile non immedesimarsi.

Nei libri di Genovesi si respira quella sensazione di fatalità e insensatezza che domina la vita umana, e di fronte alla quale tutti siamo un po’ come i vermini per la pesca che Fiorenzo vende nel negozio del padre. Ci dibattiamo e ci strusciamo e facciamo a gara per arrivare alla superficie ma senza sapere che non c’è alcuna via d’uscita e niente da raggiungere fuori da quella vasca.

E però i libri di Genovesi non sono né deprimenti né pessimisti, perché pochi scrittori sono capaci come lui di far sentire le emozioni, i sentimenti, le gioie, le tristezze, gli imbarazzi, tutte quelle cose cioè che gonfiano la vita di quella bellezza struggente e incomprensibile.

Come poi farà in Chi manda le onde, Fabio Genovesi non solo guarda con affetto ai giovani, ma in qualche modo sembra volerci dire che quello è il momento della vita in cui abbiamo la possibilità di smontare le gabbie costruite e autocostruite nelle quali siamo finiti, e che a 14 anni, come a 19, e ancora a 30 (e in fondo secondo me a qualunque età) facciamo ancora in tempo a provare a essere felici con quello che abbiamo o a cercare che vogliamo. E che la vita è una lotteria, è vero, ma se non ci giochiamo niente, se non mettiamo nessuna esca all’amo, la pesca diventa solo un’attesa senza senso e senza speranza.

Tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita un libro di Genovesi e ridere e sorridere ed emozionarsi per non disimparare a farlo o per imparare a farlo se ancora la vita non gliel’ha insegnato.

Voto: 4/5

venerdì 6 novembre 2015

Chi manda le onde / Fabio Genovesi

Chi manda le onde / Fabio Genovesi. Milano: Mondadori, 2015.

Il libro di Fabio Genovesi è davvero un bel libro e non mi meraviglio affatto che abbia vinto il Premio Strega Giovani, per quanto significato possano avere ancora questi premi letterari.

La cosa migliore di Chi manda le onde sono i suoi personaggi: strampalati, folli, assurdi, sfigati, teneri, immaturi, troppo maturi, inconsapevolmente tristi, immotivatamente felici. Tutti "diversi" a loro modo, estranei al mondo, eppure così interni alla vita.

Luna è una ragazzina albina, che va in giro sempre coperta e con gli occhialoni da sole; è sorella di Luca, più grande di lei, bello, solare, surfista, grande amante del mare. Entrambi sono figli di Serena, una donna sola, bellissima e desideratissima nonostante sia vestita sempre con indumenti maschili e militari, e che ritiene di aver chiuso per sempre con gli uomini e con l'amore.

Intorno a questo nucleo familiare ruotano Zot, un ragazzo della stessa età di Luna, che viene da Chernobyl, parla come un vecchio, veste come un vecchio e ascolta le canzoni degli anni Cinquanta, in particolare adora Claudio Villa. Zot vive con Ferro, un personaggio strampalato e molto politicamente scorretto che lui chiama "nonno", di nome Ferro, ed è una via di mezzo tra un toscanaccio greve e un vecchietto acido del Far West. E poi c'è Sandro, un quarantenne che nella vita non ha combinato granché e vive ancora con i genitori, è pieno di sogni e di desideri, ma alla fine sta sempre alla finestra delle cose ed è vigliaccamente rinunciatario. Sandro passa gran parte del proprio tempo con i suoi amici altrettanto scioperati, Marino e Rambo, anche loro con vite sostanzialmente incompiute, avari e generosi al contempo, adolescenti senza fine sempre impegnati una insensata, buffa e commovente ricerca di senso.

Intorno a loro tante storie e tanti personaggi che compongono e connotano questo microcosmo che si muove tra il mare di Forte dei Marmi e le retrostanti Alpi Apuane, non meno protagonisti dei personaggi in carne e ossa.

Fabio Genovesi dà la parola in prima persona a Luna, vero fulcro attorno al quale ruota il romanzo, mentre Serena parla in seconda persona come se a parlarle fosse la sua se stessa riflessa nello specchio. Tutti gli altri sono raccontati in terza persona.

Chi manda le onde è come una brezza estiva in una giornata di afa soffocante. È un libro che fa respirare, facendoci ridere a volte e altre volte commuovendoci profondamente, soprattutto trasmettendoci il principio universalmente valido che la normalità non esiste (è un concetto puramente teorico), perché tutte le vite e tutti gli individui - che nel caso di questo libro sono volutamente surreali - guardati sufficientemente da vicino rivelano una complessità e una storia che è molto meno banale e lineare di quanto non appaia a uno sguardo superficiale, e che tutti noi abbiamo le nostre stranezze nascoste e umanissime.

E non vi rivelerò altro della trama (piena di colpi di scena e di trovate originali, forse un pochino frettolosa nell'ultima parte), ma questo libro dovete assolutamente leggerlo. Per riconciliarvi con la letteratura e un pochino anche con voi stessi e con l'umanità per quanto assurda che vi circonda. Perché se c'è una cosa che il libro di Genovesi ci insegna è ad essere compassionevoli e tolleranti innanzitutto con noi e di conseguenza anche con coloro che attraversano questa vita insieme a noi, da vicino o da lontano.

Voto: 4/5

mercoledì 4 novembre 2015

La fiera delle parole, Padova, 6 - 11 ottobre 2015

Anche se è passato un po' di tempo da quel weekend, non voglio perdere l'occasione di parlare della mia prima volta alla Fiera delle parole.

Visto che ero a Padova in quei giorni, mi ero studiata un po' il programma e, compatibilmente con la necessità di dormire e fare con calma la mattina e anche di non fare code chilometriche a rischio di non entrare, avevo individuato 4-5 appuntamenti possibili. Alla fine io e C. abbiamo seguito 3 incontri che in modi diversi sono stati tutti di grande soddisfazione e ci hanno fatto apprezzare l'iniziativa nel suo complesso.

Il primo appuntamento al quale abbiamo partecipato è stato quello con Fabio Genovesi, sabato 10 ottobre, alla Libreria Feltrinelli, presentato dalla giovane Vania Trolese. La scelta nasceva dal fatto che proprio in quei giorni stavo leggendo Chi manda le onde (prossimamente la mia recensione su questo blog), al quale mi ero incuriosita perché un'amica di C. ce ne aveva parlato molto bene. Ero solo a un terzo del libro ma il tono frizzante del romanzo e i suoi bellissimi personaggi mi avevano già incuriosito. L'affollato incontro è stato molto partecipato, anche grazie alla simpatia di Fabio Genovesi, un vero toscanaccio politicamente scorretto che ci ha raccontato un sacco di aneddoti della sua famiglia e della terra dalla quale viene, rivelando l'ispirazione di alcuni contenuti di Chi manda le onde e del libro che verrà, ma anche permettendoci di capire i meccanismi creativi e le motivazioni di alcune scelte (ad esempio l'uso nello stesso romanzo della prima, della seconda e della terza persona singolare per personaggi diversi). La giovane Vania Trolese è stata non solo simpatica ma anche attenta ai dettagli del libro e capace di stimolare le risposte di Genovesi, che comunque da buon toscano non si è fatto certo pregare.

A seguire le domande del pubblico, anch'esse interessanti e attente (se Genovesi si sente più uno scrittore di romanzi o di racconti, se il fatto di essere nato sul Tirreno e non sull'Adriatico ha inciso sul suo carattere, etc.). Infine lo scrittore ha firmato le copie del libro (anche la mia in lettura!) scambiando due chiacchiere con un pubblico molto variegato, fatto di persone di mezza età ma anche molti giovani.

Il secondo appuntamento è stato quello a Palazzo della Ragione, domenica 11, con Maurizio Maggiani che presentava Il romanzo della nazione. Qui ci è toccata un po' di fila, ma solo nell'attesa che la sala si svuotasse dell'evento che l'aveva preceduto. Maggiani l'avevo scelto dopo aver letto una straordinaria intervista non solo sul suo libro ma anche sul mercato editoriale, dalla quale veniva fuori il ritratto di un ribelle senza peli sulla lingua. L'introduzione era affidata a un Alessandro Mari in versione hipster che sinceramente ho trovato troppo snob per i miei gusti. Maggiani è partito per il suo monologo in cui ci ha raccontato il perché del suo libro e il legame tra la storia della sua famiglia e il Risorgimento italiano. Si è soffermato sui temi della memoria e della nazione, lui dichiaratamente anarchico ma ormai sufficientemente invecchiato da cercare nelle storie un collante della nazione. Il pubblico - in buona parte formato da gente di mezza età - ha ascoltato attento, ma sarà stato per le luci soffuse nella grande sala ovvero per l'orario a un certo punto abbiamo deciso di uscire per fare un piccolo spuntino prima dell'ultimo incontro della nostra Fiera delle parole.

Eccoci dunque a Palazzo Moroni per la presentazione del libro di Chiara Valerio, Almanacco del giorno prima. Chiara era lì fuori che aspettava e siccome abbiamo un'amica in comune e abbiamo preso una volta un aperitivo insieme ho deciso di salutarla, salvo poi lasciarla alle sue pubbliche relazioni. La presentazione del romanzo è stata affidata a Enza Del Tedesco, docente padovana di letteratura italiana all'università. L'interazione tra le due si è rivelata strepitosa: la Del Tedesco parla lentamente, riflette su ogni parola, e fa analisi precise e puntuali, che in molti casi colgono nel segno in modo quasi inaspettato, la Valerio dà un saggio delle sue sinapsi velocissime, è mirabolante nei suoi salti da un autore all'altro, da una citazione all'altra, da un pensiero a un altro; la Del Tedesco è serissima e composta nel suo ruolo, la Valerio è ironica e scoppiettante e - alla fine dell'incontro - travolge in un abbraccio anche la sua presentatrice. Nel mezzo abbiamo capito di più del suo libro - che io avevo letto con piacere a suo tempo - e siamo entrate in contatto con due belle personalità.

Non poteva esserci modo migliore per finire questa maratona letteraria.