domenica 9 aprile 2017

Micah P. Hinson (+ Sunday Morning). Monk, 2 aprile 2017

Quando a Roma suona Micah P. Hinson in linea di massima cerco di esserci.

L'ultima volta lo avevo visto alla Church Session di Unplugged in Monti e prima ancora proprio qui al Monk, un posto che evidentemente piace molto ai musicisti stranieri, soprattutto americani, che una volta fatto qui un primo concerto, non si fanno sfuggire la seconda puntata.

Era già capitato con Joan as Police Woman, e ora anche con Micah P. Hinson.

A distanza di un anno esatto dalla precedente esibizione al Monk, il musicista texano torna su questo palco, proponendoci interamente e con nuovi arrangiamenti a distanza di dieci anni l'album The Opera Circuit. A dire la verità, chi conosce questo interprete sa che Micah è in grado di far sembrare la sua musica sempre nuova, anche all'ennesimo ascolto, non solo grazie alle sue interpretazioni ma anche grazie ai musicisti che di volta in volta chiama in causa.

In questo caso la band con cui Micah si presenta è tutta italiana (in parte lo avevano affiancato anche nel concerto di un anno fa), alcuni addirittura di casa Monk. Sul palco insieme a lui ci sono il bravissimo violinista Andrea Ruggiero, il bassista Francesco Cerroni, il batterista Simone Prudenzano e, per alcune esecuzioni, un piccolo ensemble di fiati, due trombe, un sassofono e un trombone, della Med Free Orkestra.

Questa sera Micah ha deciso di spaziare dalle sonorità folk a quelle quasi tzigane, senza dimenticare anche la vena più rock e quella più intimistica. Ogni canzone ha una sua cifra distintiva, il cui fil rouge è la voce inconfondibile del cantante.

Con la sua immancabile sigaretta col bocchino sempre accesa, le sue scarpe da ginnastica rosse, la sua maglietta con la scritta bastard e la sua chitarra imbracciata altissima, Micah P. Hinson, con i suoi movimenti dinoccolati e un po' scomposti, riesce anche oggi a conquistare il pubblico, nonostante le proteste per un pedale che fa un rumore di sottofondo parecchio fastidioso.

La musica di Micah però sovrasta anche il senso di fastidio e il godimento resta molto alto, tanto che al termine della scaletta il ritorno per un bis è praticamente scontato e il bis è di per sé un piccolo concerto (impreziosito da una bella versione di Beneath the rose) che vale il biglietto.

Se volete vedere un po' di foto, oltre a quelle che trovate in questa pagina, ce ne sono anche nel post degli amici di Talassa Magazine che hanno voluto ospitare una mia photogallery.

Ad aprire il concerto di Micah il gruppo di Cesena Sunday Morning, che gli fa da spalla per le tappe italiane (scopro tra l'altro che il primo aprile erano tutti a Conversano, il mio paese natìo). I Sunday Morning sono due chitarre, un basso e una batteria, una formazione classica per un gruppo indie-rock che si rivela gradevole anche se non del tutto originale. La potenza del suono - che affoga quasi completamente la voce di Andrea Cola - sembra essere un'esigenza espressiva per il gruppo che certo non collima con i miei gusti, ma talvolta i quattro musicisti dimostrano di non disdegnare anche qualche nota più sussurrata.

Voto: 3,5/5

venerdì 7 aprile 2017

Elle

Paul Verhoeven è un regista decisamente poliedrico. Nella sua filmografia ci sono infatti film come Basic instinct, ma anche Atto di forza, Robocop, Starship Troopers e L'uomo senza ombra.

Ora, dopo diversi anni di assenza, torna al grande schermo con questo thriller psicologico, in cui sono ben riconoscibili alcune tracce del suo stile (in particolare un mix di morbosità, voyeurismo e indugio sul dettaglio disturbante), ma che certamente rappresenta qualcosa di nuovo rispetto alla sua produzione precedente.

Il film tra l'altro è ambientato in Francia e interpretato in francese da attori francesi; il che vuol dire che siamo lontani da quella Hollywood che pure ha fatto la fortuna del regista.

La protagonista del film è Michèle (una Isabelle Huppert sempre particolarmente a suo agio con questo tipo di personaggi), una donna che vive da sola in una grande casa, anzi meglio sarebbe dire una villa, nella periferia residenziale di una città francese, dirige una casa di produzione di videogiochi lei che proviene dal mondo dell'editoria, ha un ex marito che ancora frequenta e boicotta nei suoi tentativi di ricostruirsi una vita, un figlio caratterialmente debole che lei disprezza e che da poco è andato via di casa per stare con la sua fidanzata dominante, e un amante, per il quale non ha alcuna affezione e che per di più è anche il marito della sua migliore amica.

Michèle ha un passato e una famiglia d'origine che per tutta la vita ha cercato di rimuovere: suo padre è un mostro, un assassino che - quando lei aveva circa 10 anni - ha fatto una strage nel quartiere dove vivevano per motivi imprecisati ed è ora all'ergastolo, mentre sua madre cerca sollievo nel botox e nei giovani amanti.

La progressiva rivelazione di questo incredibile personaggio inizia quando un giorno Michèle viene aggredita in casa e stuprata da uno sconosciuto mascherato, e decide di non denunciare il fatto alla polizia - di cui non si fida - e di provare a capire da sola la verità.

Quello di Michèle è un personaggio che va oltre il borderline: incapace di provare sentimenti ed emozioni per chicchessia, dai suoi consanguinei ai suoi amanti ai suoi amici, è spietata verso tutti coloro che la circondano e non ha alcun interesse per loro e per il loro benessere, ma cospira per mantenerli dipendenti da sé, salvo scaricarli brutalmente quando non ne può più. Michèle ha un'attrazione profonda verso la violenza e la brutalità, di cui si fa partecipe per quanto in maniera in qualche modo asettica.

La sua sgradevolezza, il suo egoismo, la sua anaffettività, la sua totale mancanza di cognizione del bene e del male e di consapevolezza di un trauma mai risolto non scalfiscono, anzi paradossalmente rafforzano la sua attrattività e il fascino che esercita su chiunque ne incroci il percorso.

Michèle è una specie di lampada accesa in mezzo a una stanza da cui le falene sono inevitabilmente attratte e cui tornano anche quando ne comprendono la pericolosità. È un detonatore di tutti le pulsioni più basse dell'animo umano, la possibilità per ognuno di esprimere la parte peggiore di sé o quella meno socialmente accettabile, o ancora la propria inadeguatezza.

Elle non si caratterizza per verosimilità e realismo (e anzi a più riprese risulta troppo poco credibile, quasi ridicolo, e troppo in bilico tra dramma e commedia), però certamente funziona nel tratteggiare un quadro a tinte fosche dell'umanità, in cui attraverso un personaggio totalmente privo di moralità si mettono spaventosamente a nudo le meschinità, le piccolezze, l'assenza di moralità e di umanità, la brutalità, la banalità, la fragilità, la stupidità di tutti gli altri, quelli presuntamente normali.

Voto: 3/5

mercoledì 5 aprile 2017

Porno e libertà

Il documentario di Carmine Amoroso, Porno e libertà (visto all'interno della rassegna Cinemente al Palazzo delle Esposizioni) si propone di ricostruire la nascita del porno in Italia attraverso le testimonianze di chi ne è stato protagonista, ad esempio Riccardo Schicchi, Lasse Braun e Ilona Staller per citare solo i più famosi.

La ricostruzione parte dalla contemporaneità, ossia da un Riccardo Schicchi che attraversa Roma in macchina di notte in una giornata di pioggia, per tornare indietro agli anni Settanta, quando la pornografia era un reato punito con l'arresto, e la scelta di portare la pornografia in Italia era una battaglia contro la censura, contro il perbenismo e l'ipocrisia, contro il moralismo di sinistra e quello cattolico, ed era finalizzata alla piena liberazione sessuale.

Da questo punto di vista non c'è dubbio che il documentario di Amoroso riesca a fare luce su una vicenda importante della storia italiana che nel tempo è stata prima ipocritamente condannata e rimossa, poi integrata pienamente nel sistema consumistico contemporaneo, fino a non fare più notizia.

Io che in quegli anni ero poco più di una bambina, ma per esempio ricordo bene Ilona Staller che viene eletta alla Camera, ho memoria di un atteggiamento di condanna sociale rispetto al degrado dei costumi e al declino della società, che oggi mi rendo conto essere stato solo il paravento perbenista e borghese che accettava e consumava pornografia nel privato, ma si ammantava di purezza e scandalo nel pubblico.

In questo senso bisogna dare merito ad Amoroso di aver messo nero su bianco questa verità, e di averlo fatto semplicemente inanellando una serie di vicende e di personaggi di questa storia. E di tali operazioni abbiamo certamente sempre bisogno per ricordarci chi siamo e da dove veniamo.

Dall'altro lato, però, il documentario mi sembra carente (forse perché non era nei suoi scopi) nell'analisi della complessità di quegli anni, in quanto non pone l'accento sulle contraddizioni e sulla varietà delle posizioni che li caratterizzarono (viene accennato solo l'atteggiamento critico del movimento femminista). Tale analisi avrebbe certamente contribuito a definire meglio e più correttamente i contorni del fenomeno e anche a spiegarne alcuni degli esiti attuali. E questo è, secondo me, il secondo limite del film, ossia essersi occupato solo della fase ascendente e di rottura ideologica del porno, ma non della sua parabola, la stessa che in qualche modo ha caratterizzato molti altri fenomeni di quelli anni. Una parabola consistita nello svuotamento ideologico e nel totale allineamento ad una società in cui apparentemente non c'è più nulla per cui lottare, non ci scandalizziamo più di nulla e le ideologie sono morte, ma che invece è solo anestetizzata dal consumismo e dall'individualismo imperanti.

Voto: 3/5

lunedì 3 aprile 2017

Sodastream (+ Gareth Dickson). Unplugged in Monti, Church Session, Chiesa Valdese, 31 marzo 2017

Avevo conosciuto la musica dei Sodastream diversi anni fa grazie a una segnalazione di V. ed effettivamente li avevo trovati molto vicini alla mia sensibilità musicale. Ma a quel tempo l'avventura musicale dei Sodastream sembrava già conclusa, nel senso che erano passati già diversi anni dal loro ultimo disco e i due componenti del gruppo, Karl Smith (voce, chitarra acustica, piano, armonica) e Pete Cohen (contrabbasso e cori), avevano continuato a suonare come solisti oppure insieme o singolarmente all'interno di altri gruppi musicali.

E invece nel 2017 ecco arrivare Little by little, il nuovo bellissimo lavoro, che dà l'avvio a un tour che i ragazzi di Unplugged in Monti non si fanno scappare e a cui riservano una delle Church Session, nella nuova location della Chiesa Valdese di via Quattro Novembre.

È già una piacevole serata di primavera a Roma quella che accoglie i Sodastream sul palco. Prima di loro a preparare l'atmosfera ci pensa Gareth Dickson, un buffo scozzese che ci parla un po' in italiano e un po' in spagnolo, e che è quasi totalmente assorto negli arpeggi della sua chitarra acustica, con la quale ci propone diverse canzoni del suo repertorio e la cover di Atmosphere dei Joy Division.

Non posso dire che Dickson mi conquisti musicalmente, anche se mi sta decisamente simpatico; la sua è una musica che vedrei benissimo come colonna sonora o come commento musicale ad altro, ma nell'ascolto mi risulta un pochino monocorde.

Ma ecco che sul palco salgono Karl Smith e Pete Cohen. I due si assomigliano talmente tanto che penso siano fratelli, cosa che ovviamente non è; ma forse, come spesso accade nei sodalizi di lungo corso, si finisce per assomigliarsi anche quando non si ha alcuna parentela.

Pete fa un po' di esercizi con le mani e si sistema al suo contrabbasso, Karl imbraccia la sua chitarra e il concerto inizia senza indugi e si svolge in un crescendo che conquista progressivamente il pubblico.

Karl svolge il suo ruolo di voce principale nonché di musicista a seconda dei casi alla chitarra oppure al pianoforte, ossia lo strumento che forma l'ossatura delle canzoni dei Sodastream . Ma se ci fermassimo qui le canzoni dei Sodastream forse ci risulterebbero qualcosa di già sentito e non particolarmente originale. È invece il modo in cui il contrabbasso e il controcanto di Pete vanno a innestarsi sulla trama delle canzoni che trasforma melodie semplici in fioriture musicali dotate di una personalità originale e di spessore. La leggerezza di Karl e la fisicità di Pete sono perfettamente complementari, una specie di yin e yang, che insieme formano un insieme armonioso e compiuto.

I Sodastream ci dilettano per circa un'ora e mezza sia con le canzoni del loro ultimo album, il cui apice viene raggiunto con Three sins che fa decisamente scaldare il pubblico, sia con canzoni tratte dai lavori precedenti.

Al termine i due scendono dal palco, ma è immediatamente ovvio che il pubblico li vuole sentire suonare ancora. Tra l'altro la chiesa non ha neanche un backstage e dunque Karl e Pete sono davanti a noi ad aspettare un responso che non si fa attendere.

Eccoli ancora di nuovo sul palco con altre tre canzoni che rappresentano in qualche modo la giusta conclusione di un concerto molto bello e trascinante, animato da due musicisti veri, ma anche umili, che non a caso appaiono molto tesi all'inizio per poi sciogliersi progressivamente nell' "abbraccio" del pubblico.

Voto: 4/5

sabato 1 aprile 2017

Vivian Maier. Una fotografa ritrovata. Museo di Roma in Trastevere, 28 marzo 2017

Al Museo di Roma in Trastevere, nel cuore di uno dei quartieri più caratteristici della Capitale, sono in mostra oltre 120 fotografie in bianco e nero, una selezione di scatti a colori, alcuni filmini in Super 8 e alcuni provini di Vivian Maier.

La storia di questa fotografa ha davvero del misterioso e dell'incredibile. A chi vuole approfondire suggerisco la visione del bel documentario Alla ricerca di Vivian Maier. La tata con la Rolleiflex.

In pratica, l'attività fotografica di Vivian Maier è stata scoperta in tempi recentissimi dopo che l'agente immobiliare e collezionista John Maloof ha comprato a un'asta una scatola piena di rullini non sviluppati, contenenti le foto incredibili di una fotografa sconosciuta e di cui nessuno sapeva assolutamente nulla. Maloof ha poi scoperto che Vivian Maier faceva la governante e la baby sitter e che la sua produzione fotografica estesissima (oltre 100.000 immagini) non era mai stata mostrata in pubblico e in buona parte mai sviluppata.

Ebbene, la mostra attualmente in corso al Museo di Roma in Trastevere è un'occasione per avvicinarsi a questo misterioso personaggio e per provare a capirne la "poetica" senza poter sapere quasi nulla di lei come persona.

Innanzitutto, la fotografia di Vivian Maier è street photography in tutte le sue declinazioni. La maggior parte delle sue foto sono scattate nelle strade di New York e di Chicago, le due città dove ha vissuto e dove ha svolto il suo lavoro di bambinaia. Oggetto delle sue foto sono principalmente le persone, che ne sono protagoniste in tanti modi diversi: in veri e propri ritratti, in situazioni quotidiane e/o buffe, guardate attraverso un vetro o da dietro una finestra, ritratte alle spalle, rappresentate in dettagli (gambe, schiene, accessori...). Oltre alle persone ci sono anche i paesaggi urbani, talvolta protagonisti delle foto, altre volte cornici rispetto ai protagonisti umani. Infine Vivian Maier ha una vera e propria passione per gli autoritratti, attraverso specchi e superfici riflettenti di ogni tipo, ma anche indirettamente, ossia mediante la propria ombra o addirittura i propri vestiti posati per terra.

Il tutto fotografato con la mitica Rolleiflex, una macchina fotografica con inquadratura a pozzetto e pellicola con fotogrammi quadrati, le cui stampe sono quelle che per la maggior parte vediamo esposte in questa mostra. Il formato quadrato - oggi pochissimo utilizzato - è una vera sfida compositiva per il fotografo rispetto al formato rettangolare cui siamo abituati, ma sembra essere perfettamente padroneggiato - forse anche per l'abitudine ad utilizzarlo - dalla Maier. Di fronte alle sue foto quadrate non rimpiangiamo mai il formato rettangolare, anzi paradossalmente quando ci troviamo di fronte alle foto a colori degli anni Settanta realizzate in formato rettangolare con un'altra macchina fotografica abbiamo la sensazione che l'occhio fotografico della Maier sia rimasto ancora legato al formato quadrato e fatichi ad adattarsi.

Molto interessanti anche i filmini in Super 8 che in qualche modo riproducono, mediante le immagini in movimento, le stesse modalità con cui la fotografa sembra stare in mezzo alla gente quando fa le fotografie, ossia quel misto di curiosità, interesse, ma anche morbosità di una persona che sembra quasi nascondersi dietro la macchina fotografica o la videocamera, o avere questa come unica modalità partecipativa alla vita sociale che le scorre intorno.

Interessante dare un'occhiata ai provini presenti nell'ultima sala, dove viene anche proiettato un piccolo documentario realizzato da John Maloof. La visione dei provini riserva qualche ulteriore sorpresa. Sarà che il rullino della Rolleiflex conteneva solo 12 o al massimo 24 fotogrammi, però è molto interessante osservare che la Maier non scatta molte varianti della stessa situazione, anche quando la situazione lo consentirebbe. Il che ci fa ancora più pensare sul modo di fotografare di questa donna, ossia sull'attenzione e la sicurezza con cui sceglie il suo soggetto o la situazione di suo interesse e riesce a comporla già correttamente e ad esserne sicura al primo tentativo.

Insomma Vivian Maier è un mistero che però parla attraverso le sue fotografie e lo fa con il linguaggio dell'ironia, dell'austerità, della bellezza, della morbosità, della tenerezza e in modi in cui forse neppure chi l'ha conosciuta ha veramente potuto apprezzare, mentre invece traspaiono potentemente dalla sua arte.

Adoro la fotografia. Anche per questo.

Voto: 4/5

mercoledì 29 marzo 2017

Se la vita che salvi è la tua / Fabio Geda

Se la vita che salvi è la tua / Fabio Geda. Torino: Einaudi, 2014.

Sono in un periodo di letture frammentarie e poco entusiasmanti. Mi muovo nella mia libreria, in particolare nella sezione dei libri ancora da leggere che poco a poco si accresce sempre di più, come un'anima in pena alla ricerca di un momento di quiete.

Ma sarà il mio stato d'animo, sarà la mia scarsa vena nella scelta, purtroppo accade spesso ultimamente che i libri che leggo non riescano a svolgere – per un motivo o per l'altro – quella funzione di balsamo dell'anima di cui sono alla ricerca.

E questo è successo anche con il libro di Fabio Geda, Se la vita che salvi è la tua. Non avevo mai letto niente di quest'autore ma alcuni pareri positivi letti in rete, anche da parte di amici, mi aveva convinto prima a comprarlo e poi a leggerlo.

Nel momento in cui l'ho tirato fuori dalla libreria il titolo del libro sembrava parlare a me e così è iniziata la lettura della storia di Andrea Luna, un giovane uomo sposato, la cui moglie ha appena perso il figlio tanto desiderato.

Questo evento è per la coppia la scintilla che fa deflagrare la crisi e che porta Andrea a decidere di fare un breve viaggio a New York per staccare un po' la spina, lui che lavora come insegnante ma deve attendere di essere chiamato per delle supplenze.

A New York però Andrea perde, più o meno volontariamente, un aereo dietro l'altro fino alla decisione di liberarsi del telefono e di tutto quello lo lega alla sua vita precedente. Inizia così il suo lungo percorso per ritrovare il se stesso perso lungo la strada della vita e che passerà per un periodo di accattonaggio, per l'incontro con Ary e i suoi due figli gemelli, per il lavoro nella ditta di pulizie di un amico, poi per il ritorno dopo un anno in Italia e la scoperta che della sua vita non è rimasto più niente e che tutto ciò che conta sta in America, dove però ora Andrea potrà tornare da clandestino solo attraverso il confine messicano.

Come si può facilmente notare da questa breve sinossi, nella vita di Andrea accade una quantità di eventi incredibili che forse a chiunque nella realtà servirebbero dieci vite per sperimentare.

Mentre leggo il libro di Geda mi sembra di assistere a uno di quei film americani di riscatto personale, in cui l'antieroe protagonista attraversa e supera delle prove incredibili uscendone indenne.

Cosicché, nonostante il romanzo sia scritto bene – per quanto con una scrittura molto semplice – e ci siano anche passaggi interessanti e riflessioni che danno da pensare, il senso di straniamento rispetto a una vita decisamente fuori dalla norma e, a dire la verità, alquanto inverosimile impedisce di prendere davvero sul serio il protagonista e di poter vivere dall'interno e in maniera emotivamente partecipe la sua vicenda umana.

Non a caso, sebbene il libro sia molto scorrevole e si possa divorare in pochi giorni, io ci ho messo comunque tanto a finirlo perché non propriamente catturata, e quando sono arrivata all'ultima pagina – con il suo finale in parte ambiguo – l'ho chiuso sapendo che non mi avrebbe lasciato granché.

Voto: 2,5/5