Visualizzazione post con etichetta Andrea Ruggiero. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Andrea Ruggiero. Mostra tutti i post

domenica 9 aprile 2017

Micah P. Hinson (+ Sunday Morning). Monk, 2 aprile 2017

Quando a Roma suona Micah P. Hinson in linea di massima cerco di esserci.

L'ultima volta lo avevo visto alla Church Session di Unplugged in Monti e prima ancora proprio qui al Monk, un posto che evidentemente piace molto ai musicisti stranieri, soprattutto americani, che una volta fatto qui un primo concerto, non si fanno sfuggire la seconda puntata.

Era già capitato con Joan as Police Woman, e ora anche con Micah P. Hinson.

A distanza di un anno esatto dalla precedente esibizione al Monk, il musicista texano torna su questo palco, proponendoci interamente e con nuovi arrangiamenti a distanza di dieci anni l'album The Opera Circuit. A dire la verità, chi conosce questo interprete sa che Micah è in grado di far sembrare la sua musica sempre nuova, anche all'ennesimo ascolto, non solo grazie alle sue interpretazioni ma anche grazie ai musicisti che di volta in volta chiama in causa.

In questo caso la band con cui Micah si presenta è tutta italiana (in parte lo avevano affiancato anche nel concerto di un anno fa), alcuni addirittura di casa Monk. Sul palco insieme a lui ci sono il bravissimo violinista Andrea Ruggiero, il bassista Francesco Cerroni, il batterista Simone Prudenzano e, per alcune esecuzioni, un piccolo ensemble di fiati, due trombe, un sassofono e un trombone, della Med Free Orkestra.

Questa sera Micah ha deciso di spaziare dalle sonorità folk a quelle quasi tzigane, senza dimenticare anche la vena più rock e quella più intimistica. Ogni canzone ha una sua cifra distintiva, il cui fil rouge è la voce inconfondibile del cantante.

Con la sua immancabile sigaretta col bocchino sempre accesa, le sue scarpe da ginnastica rosse, la sua maglietta con la scritta bastard e la sua chitarra imbracciata altissima, Micah P. Hinson, con i suoi movimenti dinoccolati e un po' scomposti, riesce anche oggi a conquistare il pubblico, nonostante le proteste per un pedale che fa un rumore di sottofondo parecchio fastidioso.

La musica di Micah però sovrasta anche il senso di fastidio e il godimento resta molto alto, tanto che al termine della scaletta il ritorno per un bis è praticamente scontato e il bis è di per sé un piccolo concerto (impreziosito da una bella versione di Beneath the rose) che vale il biglietto.

Se volete vedere un po' di foto, oltre a quelle che trovate in questa pagina, ce ne sono anche nel post degli amici di Talassa Magazine che hanno voluto ospitare una mia photogallery.

Ad aprire il concerto di Micah il gruppo di Cesena Sunday Morning, che gli fa da spalla per le tappe italiane (scopro tra l'altro che il primo aprile erano tutti a Conversano, il mio paese natìo). I Sunday Morning sono due chitarre, un basso e una batteria, una formazione classica per un gruppo indie-rock che si rivela gradevole anche se non del tutto originale. La potenza del suono - che affoga quasi completamente la voce di Andrea Cola - sembra essere un'esigenza espressiva per il gruppo che certo non collima con i miei gusti, ma talvolta i quattro musicisti dimostrano di non disdegnare anche qualche nota più sussurrata.

Voto: 3,5/5

domenica 9 marzo 2014

Stare meglio oggi / Giacomo Ciarrapico

Immaginate di parlare di voi stessi utilizzando la metafora del funzionamento di un Paese, come se la vostra mente e il vostro corpo potessero essere rappresentati sotto forma di uno stato sovrano che deve essere governato.

Ebbene, ne verrebbe fuori che avete una vostra Costituzione interna che si è formata con la maggiore età, che dentro di voi si sono alternati nel tempo governi diversi che hanno spinto la vostra vita in direzioni differenti, che anche in presenza di tali governi avete sempre avuto una qualche opposizione interna, pronta a prendere il potere a seguito di eventi importanti attraverso un faticoso processo elettivo interiore, che ogni governo che vi ha presieduto ha avuto i suoi Ministeri e i suoi Ministri con orientamenti diversi: il Ministero della Salute, quello delle Finanze, quello dello Sport, quello degli Esteri ecc. Forse ci sono stati momenti in cui il governo insediato vi ha mandato in rovina fisicamente o economicamente, situazioni in cui siete stati sull'orlo di una guerra civile interiore, in cui l'opinione pubblica e la stampa si sono allineati al pensiero dominante o sono stati critici.

Questo è il testo scritto da Giacomo Ciarrapico (uno degli sceneggiatori del mitico Boris) e interpretato da Carlo De Ruggieri (lo ricorderete come lo "stagista muto" sempre nella serie Boris), messo in scena alla Fonderia delle Arti con l'accompagnamento del violino di Andrea Ruggiero.

Gli esiti sono da una parte esilaranti (per l'arguzia di alcune trovate) e dall'altra carichi di spunti di riflessione sul modo in cui funzioniamo come esseri umani e in fondo - e forse di conseguenza - anche sul modo in cui funzionano gli stati.

Nella storia di questo diciamo trentenne disoccupato e un po' tardo-adolescenziale si ritrovano molti riferimenti alla nostra Italia e alla sua storia politica recente. Ma alla fine il tono è in qualche modo bonario, meno giudicante di quanto siamo abituati a leggere e ad ascoltare. La crisi del nostro protagonista di fronte al tradimento della sua fidanzata finisce per essere struggente e quasi commovente, e la scoperta che divenire adulti significa prendere decisioni fortemente impopolari, ma che la scelta di una via - diciamo così - di disciplina interiore e di assunzione delle responsabilità e il superamento dei sensi di colpa sono la strada verso una qualche forma di felicità che forse fa rima con serenità, sono un messaggio - nemmeno tanto in codice - per noi e probabilmente anche per il consesso sociale nel quale viviamo.

In una sala gremita di un pubblico quasi tutto di trenta-quarantenni, di fronte all'opera di Ciarrapico ognuno di noi è invitato a riflettere sulla frase di lancio dello spettacolo: “Mi lamento spesso del mio Paese. Quando io sono pessimo, come l’Italia”.

Voto: 4/5

P.S. E comunque questi sceneggiatori di Boris - va detto - sono veramente bravi! Si veda quanto dicevo su un altro dei tre, Mattia Torre.