venerdì 29 ottobre 2010

Bruxelles, ma belle! (Prima parte - le persone)

È tempo di bilanci... Di ritorni, di partenze, di arrivi, di separazioni, di ricongiungimenti, di sentimenti che si aggrovigliano lì da qualche parte in fondo all'anima, di paure che scavano profondità inaccessibili, di già vissuto e di completamente nuovo, di energie positive e di scoraggiamento, di stanchezza e di forza.

Come sempre quando la mia strada si sofferma per un tempo più o meno lungo in un luogo, quello che mi porto via sono innanzitutto le emozioni che le persone mi hanno regalato e quelle sensazioni che per sempre rimarranno legate a quel luogo. A queste persone dedico la prima parte del post bruxellese.
Così, pur nella certezza che la mia memoria le conserverà come tutte le cose più preziose, sento il bisogno di vedere queste sensazioni tradotte in scrittura. Per condividere quello che è stato solo mio, ma anche per lasciare una piccola eredità di esperienza della città a vantaggio di coloro che restano e di quelli che vi arriveranno.

Innanzitutto grazie a chi ha condiviso con me questo pezzetto di vita.
Non dimenticherò le cene per sperimentare posti nuovi, le ricerche dei concerti su Agenda.be, le lunghe chiacchierate, il senso di intimità arrivato così facilmente, l'abbraccio commosso di martedì pomeriggio, la certezza di aver aggiunto un'altra tesserina al puzzle della propria vita.

Non dimenticherò i caffè presi insieme a casa il sabato mattina, la serata al "barco" a ballare la salsa, le confidenze e i racconti, i trasporti di tutto quello che non stava in valigia, la telefonata di saluto alle cinque del mattino.

Non dimenticherò le colazioni della domenica al Sablon, le passeggiate in Rue du Midi esplorando i numerosi second hand bookstores, i giri al mercato delle pulci di Les Marolles, i pranzi con gli altri colleghi durante i quali parliamo solo tra di noi, gli umori altalenanti, quell' "I'll miss you" sulla porta dell'ascensore in chiusura.

Non dimenticherò la sorpresa e la bellezza di scoprire che, nonostante le differenze linguistiche e culturali, i momenti difficili, la brevità e finitezza del tempo a disposizione, l'amicizia e la sintonia arrivano inaspettate e sempre intense.

Parte del merito è di questa città strana, in apparenza ostile e non certo attraente, ma ricca di quella ricchezza speciale che solo le cose piccole e invisibili possono dare. Ma... di questo vi parlerò nel prossimo post, offrendovi la mia personale guida alla città, alle cose che mi mancheranno e che non potete assolutamente perdere.

lunedì 18 ottobre 2010

Memorie di Adriano / Marguerite Yourcenar

Memorie di Adriano. Seguite da Taccuini di appunti / Marguerite Yourcenar. Torino: Einaudi, 2005.

Non posso negare di provare un certo imbarazzo nell'accingermi a scrivere una nota su Memorie di Adriano e non me ne vogliate se non ne sarò all'altezza. Durante la lettura - e tanto più al termine di essa - non ho potuto fare a meno di associare a questo romanzo l'aggettivo "imponente".
Imponente è il personaggio storico, l'imperatore Adriano; imponente la sua rappresentazione umana nella ricostruzione letteraria; imponente il periodo storico e la civiltà protagonisti del romanzo; imponente soprattutto la scrittura della Yourcenar che sembra calarsi perfettamente, da un punto di vista stilistico, nell'epoca e nel punto di vista dell'imperatore letterato.

L'idea di strutturare il romanzo in forma di lunga lettera indirizzata a Marc'Aurelio (il giovane che Adriano farà adottare da Antonino, suo successore, per farne il futuro erede dell'impero) è assolutamente perfetta, tanto più che questa lettera si configura come una sorta di bilancio dell'esistenza e di memoria di vita da lasciare a colui che Adriano considera il reale continuatore della sua opera.

Non proporrò citazioni di questo romanzo per due motivi fondamentali: innanzitutto, ce ne sarebbero troppe e probabilmente molte di esse risulterebbero abusate (visto che si tratta di uno dei libri tra i più citati); in secondo luogo, in molti casi non sono le singole frasi ad essere realmente significative, quanto l'insieme della riflessione, all'interno della quale le frasi si colorano del valore aggiunto del contesto.

Mi riferisco, in particolare, alle riflessioni sulle leggi e sulla loro necessità ma anche tendenziale inadeguatezza rispetto all'evolversi imprevedibile della società, a quelle sulle religioni, le loro radici profondamente umane e la loro incidenza sugli equilibri sociali, a quelle sulle guerre come necessità umana di rottura degli equilibri, a quelle sulle lingue e sulla loro diversa capacità di raccontare aspetti diversi del reale e dell'umano, a quelle sul dolore, la morte, la malattia, l'amore, la bellezza, l'orgoglio, la rabbia e la loro incidenza sul senso dell'esistenza umana.

Durante la lettura non si può fare a meno di credere all'illusione che tutto quanto è scritto in quelle pagine sia realmente passato per la testa dell'imperatore. E così, di volta in volta, ci si sente sudditi di quest'uomo che suscita, al tempo stesso, ammirazione, compassione e deprecazione di un orgoglio, un'ambizione e un egocentrismo smisurati (ma in fondo commisurati alla sua statura politica e umana), ma ci si sente anche imperatori, nel partecipare dei successi, dei dubbi, delle paure e degli atti di lungimiranza e coraggio dell'uomo e dell'imperatore.

Io sono stata letteralmente catturata nel mondo di Adriano e non ho potuto fare a meno di versare qualche lacrimuccia dopo aver letto le ultime righe, sia per la tristezza di veder morire un uomo di tale complessa bellezza, sia per il dispiacere di aver terminato la lettura di un libro che si vorrebbe portare con sé più a lungo.

Curiosando su Internet, vedo che di fronte a Memorie di Adriano il mondo dei lettori è letteralmente spaccato a metà tra coloro che lo hanno amato alla follia e coloro che lo hanno abbandonato anzitempo o ne hanno detestato lo stile o il protagonista. Inutile dire che io appartengo al primo di questi due gruppi. Inutile dire che questa spaccatura, a mio parere, è propria dei capolavori, che non possono lasciare indifferenti e impongono una presa di posizione, uno schieramento, una vera e propria scelta di campo, di fronte alla loro ingombrante presenza.

È per questo che io sto con Adriano ;-), con la sua forza e la sua fragilità (che sono quelle di ogni essere umano, ma al contempo uniche e per questo affascinanti), con il suo eloquio antico, ma anche profondamente intriso di modernità.

Leggo nei Taccuini di appunti che questo è stato per la Yourcenar il romanzo di una vita, forse il romanzo della vita. A volte penso che certi scrittori - e più in generale certi esseri umani - nascano per compiere una missione, per lasciare un'eredità, per adempiere un destino.
Ebbene, secondo me, Marguerite Yourcenar è nata per regalarci le Memorie di Adriano.

Voto: 5/5

P.S. Qui a Bruxelles c'è un parco intitolato a Marguerite Yourcenar, nata in questa città... Non potevo scegliere momento migliore per leggere il suo capolavoro.

mercoledì 13 ottobre 2010

Una Londra un po' insolita

Arrivo da un'intensa due giorni londinese, con base nell'East End. La scusa (ma neanche tanto!) era quella di andare a verificare - a distanza di 4-5 anni di distanza dalla mia prima visita - lo stato di salute delle biblioteche pubbliche che sono state realizzate in questa zona della città e che si chiamano Idea Stores. Ma di questo parlerò in altra sede...

L'East End è probabilmente una delle zone meno turistiche di Londra, area da sempre ad alto tasso di immigrazione (prima gli Irlandesi, poi gli Ebrei, oggi soprattutto Bengalesi), zona prevalentemente popolare e operaia, con una densità urbana decisamente più elevata rispetto agli standard della città.

Oggi, l'East End è una chiara esemplificazione dei processi di trasformazione e di rinnovamento continuo che le città metropolitane stanno vivendo, per effetto principalmente dei movimenti dei gruppi sociali. Qui, infatti, da un po' di anni a questa parte hanno cominciato a spostarsi molti giovani in cerca di un'area della città meno cara e di un'atmosfera più veracemente londinese, nonché affascinati dal clima multietnico e dalla voglia di riscatto che sembra attraversare questi quartieri.

Sono nati così piccoli negozietti alternativi, sale da te, rivenditori di prodotti biologici; i pub tradizionali sono stati rilevati da giovani pieni di idee, le strade si sono popolate anche di sera, lo squallore ha cominciato a trasformarsi in accogliente semplicità.
Tutt'intorno continuano a vivere e a prosperare le contraddizioni di questa città (che sono anche la sua ricchezza): case popolari insieme a bellissime case vittoriane e georgiane, sottopassi squallidi insieme a parchi verdissimi, atmosfera da casbah insieme a rarefatti conciliaboli di giovani su biciclette di design.

Il Broadway Market (al confine tra le zone di Hackney e Whitechapel) è la sintesi del rinnovamento di quest'area, perché in esso trovano posto i cibi e i dolci tradizionali fatti come una volta, le verdure biologiche, i cibi del mondo, i prodotti ecologici. Non più di una cinquantina di bancarelle che sembrano però essere state scelte con estrema cura e rispondere tutte alla stessa "filosofia".

Il rischio è che possa risultare difficile conservare quell'equilibrio prezioso che attualmente l'East End sembra vivere (gente giovane e carina, ma non troppo fighetta e trendy; negozi, caffè e pub certamente di gusto, ma non invadenti e dissonanti; prezzi in aumento ma ancora molto competitivi rispetto al resto della città) e che dunque l'East End diventi la nuova frontiera della Londra alla moda, snaturandone l'anima più vera, togliendo autenticità alle sue manifestazioni, introducendo artificiosità nelle dinamiche.
Ho purtroppo paura che tutto ciò accadrà, perché è nelle cose. Bene esserci stati prima.

Certo, però, non si può mica andare a Londra senza una puntatina nel centro e soprattutto senza andare a vedere un musical!
E quindi, alla modica cifra di quasi 100 euro (!), andiamo a vedere la versione londinese (dopo, per me, quella newyorkese) di Mamma mia! al Prince of Wales Theatre vicino a Leicester Square. Lo spettacolo è perfettamente in linea con le aspettative, ma certo - dopo aver visto la performance newyorkese - capisco che questi musical possono raggiungere livelli di standardizzazione veramente elevati.

Cosicché non è davvero più la bravura e la simpatia dell'attore, bensì la rigidità dei ruoli che impone esattamente certi tipi di gestualità e di espressioni. Insomma, mi diverto di meno della prima volta. In questo caso, il maggior divertimento diventa il pubblico, visto che come è accaduto a suo tempo per il Rocky Horror Picture Show, anche per Mamma mia! (a distanza di oltre 10 anni dalla sua prima programmazione) la gente comincia a partecipare, cantando ad alta voce e riproducendo le coreografie del palco. Forse sarebbe ora di organizzare delle performance che prevedano esplicitamente il diretto coinvolgimento del pubblico, per offrire a tutti coloro che ormai conoscono a memoria il musical la possibilità di divertirsi per davvero.

Dal mondo dei musical passiamo a un altro mondo tipicamente londinese, quello dei musei pubblici gratuiti (!). Attraversiamo il Tamigi per raggiungere la Southbank (altra zona in piena rinascita) e visitare la Tate Modern, edificio di archeologia industriale (con un'altissima ciminiera) ristrutturato per ospitare una importante collezione di arte contemporanea e mostre temporanee (in questo periodo, quella su Gauguin).

Ci sorprende vedere che i piani sono organizzati per temi (non per periodi, per tipologia di opere, per autori o per correnti), che ciascuna opera è brevemente ed efficacemente descritta, che di tanto in tanto vengono forniti brevi approfondimenti di contesto, gradevolissimi da leggere, che ad ogni piano ci sono aree per far giocare i bambini sul tema dell'arte, zone per riposare e consultare cataloghi a stampa delle opere degli autori in mostra, sediolini liberamente utilizzabili per rendere la visita più efficace e meno stancante.

La breve escursione londinese finisce in un pub dove il menu è equamente diviso tra piatti orientali e britannici e noi prendiamo un buonissimo fish and chips e un altrettanto ottimo riso e pollo al curry piccante, innaffiati entrambi dall'immancabile birra.

Che dire? A me pare che, nonostante tutto, la buona, vecchia, cara Inghilterra abbia ancora qualcosa da insegnarci in termini di civiltà.

Capisco che bisognerebbe viverci per giudicare appieno. Ma, che ne so, io di solito annuso l'aria, mi guardo intorno, verifico possibili sintonie. E in questo caso - sarà anche che c'era un bellissimo sole (o sarà forse che affacciandomi dalla finestra della camera d'albergo vedevo un gazometro che mi ricordava tanto la mia vita romana) -, ma alla fine ne ho riportato indietro un feeling positivo e una gran voglia di ritornarci. Che non è poco.

giovedì 30 settembre 2010

Divorzio a Buda / Sàndor Màrài

Divorzio a Buda / Sàndor Màrài. Palermo: Adeplhi, 2002.

Il primo libro che ho letto di Sàndor Màrài è stato Le braci. Forse non bisognerebbe mai accostarsi a uno scrittore (e a un artista in generale) cominciando dal suo capolavoro, perché inevitabilmente il confronto sarà difficile da gestire e inevitabilmente condizionerà il giudizio finale.

Intanto cominciamo dalla storia di Divorzio a Buda: Kristof Komives è un integerrimo magistrato vicino alla quarantina che vive a Buda e si occupa di cause di separazione. L'assoluta regolarità della sua vita lavorativa e familiare viene all'improvviso interrotta quando il magistrato si trova sulla scrivania le carte della separazione tra il medico Imre Greiner, suo vecchio compagno di scuola, e la moglie, Anna Fazekas, la donna che ha incontrato poche ma significative volte nella sua vita.

Due terzi del libro sono dedicati alla descrizione del protagonista Komives: la sua famiglia, la sua educazione, le persone importanti della vita, il lavoro, i suoi principi ideali e morali, la sua visione della modernità. È la preparazione all'incontro finale con Imre che occupa l'ultimo terzo del volume, un incontro che produce una potente accelerazione del ritmo della scrittura, introducendoci a quei dialoghi/monologhi che, secondo me, costituiscono l'aspetto più dirompente della scrittura di Màrài.

Divorzio a Buda mi ha certamente confermata nell'idea che Màrài è uno scrittore affascinante e che ha una modalità e una tecnica di scrittura assolutamente originali. Dall'altro lato, però, questa narrazione mi è sembrata meno compatta e meno emotivamente coinvolgente rispetto a quella de Le braci. Probabilmente perché, conoscendo lo stile dello scrittore, in parte si comprende fin da subito dove porterà il racconto e la rivelazione delle pagine finali finisce per non essere così dirompente come forse ci si aspetterebbe. In realtà, la stessa cosa accade ne Le braci, con la differenza che in quel caso siamo travolti dalle parole del protagonista in modo così intimo e intenso che non è la gravità o l'importanza dei fatti a conquistarci, bensì i movimenti dell'animo umano.

Non che tutto questo non sia presente in Divorzio a Buda. In particolare, trovo mirabile il modo in cui Màrài utilizza il personaggio di Kristof Komives (e il suo contrappunto, Imre Greiner) per rappresentare il passaggio di un'epoca, il confronto tra un mondo vecchio e uno nuovo con tutto quello che porta con sé. Buda e Pest, ossia la città storica arrampicata sulle colline e la città nuova costruita nella grande piana al di là del fiume, diventano il simbolo dell'antico e del moderno, civiltà e barbarie.

Komives è un uomo saldamente legato ai principi del passato; da un punto di vista personale e sociale crede nella necessità di far prevalere il buon senso, la razionalità, l'ordine, la pazienza, su una confusa e disordinata ricerca di emozioni e novità, capaci di causare solo sofferenza, distruzione e sovvertimento delle leggi naturali.
In realtà, anch'egli avverte in profondità l'urgenza del cambiamento, il senso di limite che regole sociali così rigide impongono, sebbene viva questa necessità con paura e inquietudine perché riconosce l'ingestibilità di una vita vissuta all'insegna dell'istintività e dei sentimenti.

«Che cosa c'era in fondo a quella fretta? Talvolta, nei momenti di oscura inquietudine, pensava: la morte, forse, una sorta di profondo, segreto, sicuramente non "morale" desiderio di morte, o invece la paura di morire - e da qualche tempo riteneva ormai che le due cose fossero tutt'uno.» (p. 20-21)

Dall'altro lato, Imre Greiner materializzerà ai suoi occhi le conseguenze della volontà di aderire ai propri desideri, di vivere i sentimenti fino in fondo, di non accontentarsi di quello che è buono ed accettabile, bensì di cercare la pienezza delle cose, di sperimentare l'urgenza della vita.

Il conflitto e il senso di inadeguatezza che sono spesso caratteristici delle epoche di transizione è tratteggiato con maestria e con uno straordinario sapore di modernità. A me, per esempio, ha fatto venire in mente il dibattito che negli ultimi anni sta attraversando e dividendo gli intellettuali di tutto il mondo, ossia quello relativo alle conseguenze sociali e culturali di Internet e al modo nuovo in cui la generazione che è nata con Internet gestisce saperi e sentimenti. Si delinea una contrapposizione tra civiltà e barbarie, che è stata variamente declinata anche nel nostro paese. In particolare, si veda il dibattito suscitato da un articolo pubblicato da Alessandro Baricco sulla rivista Wired.

Ed ognuno di noi, generazione di mezzo in piena transizione, capisce Komives, ma anche Greiner. Sono cambiati i contesti, le opzioni materiali, le condizioni personali, ma gli interrogativi e le sensazioni restano gli stessi. Da questo punto di vista, tutte le epoche di transizione si trovano nella necessità di: « […] decidere cosa, del mondo vecchio, vogliamo portare fino al mondo nuovo.» (I barbari. Saggio sulla mutazione / Alessandro Baricco. Feltrinelli: Milano 2008, pp. 179)

Non ci si può opporre realmente al cambiamento, che è un'esigenza profonda dell'animo umano. Come dice Màrài: «Forse si trattava di questo: non bisognava difendersi... C'era qualcosa di inequivocabile nell'essere umano, qualcosa che quasi urlava: e di fronte a quell'ordine non bisognava rimanere sordi.» (p. 50)

Voto: 3,5/5

mercoledì 29 settembre 2010

Martedì fiammingo: da Ploegmans ai Marble Sounds

Purtroppo non ho portato con me la macchina fotografica e dunque non posso adeguatamente illustrare con immagini mie quella che si è configurata come la mia prima vera serata fiamminga da quando sono a Bruxelles!

La serata potrebbe essere messa sotto l'etichetta "Stoemp" (quella che vedete qui a fianco), perché lo "stoemp" è sia un piatto nazionale fiammingo (praticamente una specie di purè di patate con verdure) che viene usato come accompagnamento di numerosi piatti di carne, sia una serie di concerti gratuiti che un gruppo di bar e caffè del centro di Bruxelles ospitano per dare spazio e visibilità a gruppi e cantanti emergenti fiamminghi.

Eh sì, perché la serata è stata fiamminga da un punto di vista sia culinario sia musicale. Il tutto è iniziato con una cena da Ploegmans, una tipicissima brasserie di cucina belga, in Rue Haute (tra il Sablon e Les Marolles), con i tavoloni in legno, le birre alla spina, la lavagna con i piatti del giorno e il tipico odore di frites (patate fritte) a farla da padrone.

Per onorare il posto prendiamo due piatti altrettanto tipici: la carbonnade (una specie di spezzatino di manzo cotto nella birra scura, in questo caso la Faro) con le frites e il mignon de porcelet à la brabançonne (un filetto di maiale in salsa bianca con contorno di chicons, quelli che noi chiamiamo insalata belga, e crocchette di patate). Il tutto innaffiato da una buona Leffe blonde.

Avrei tanto voluto prendere la tarte tatin flambée, ma il pensiero dei soldi investiti nella palestra mi ha fatto desistere :-((

E così con le pance piene, ci dirigiamo al Cafè Kafka dove dovrebbe appunto esserci in programmazione un concerto gratuito di un gruppo fiammingo, il cui nome è Marble Sounds. Durante il giorno avevo preso informazioni su questi ragazzoni fiamminghi (sebbene uno dei componenti abbia un nome italiano), guardando il loro sito su Myspace e ascoltando su You Tube alcune delle loro canzoni (che meraviglia Internet!) e mi avevano convinto.

Effettivamente quando arriviamo stanno ancora suonando. In questo spazio un po' angusto in fondo al locale, in cui il numero dei cavi e delle prese elettriche è assolutamente esorbitante. Chitarre, basso, batteria e tastiera per un classico gruppo indie che - non so bene perché - mi ricorda The Notwist. Forse per gli occhialoni neri del cantante e del chitarrista, forse per la vena un po' malinconica delle canzoni, forse per lo stile sicuramente nordeuropeo. I ragazzi cantano in inglese, ma parlano in fiammingo tra una canzone e l'altra, per un pubblico che effettivamente è in gran parte fiammingo. E noi - vi assicuro - nonostante la nostra Maes in mano - non ci confondiamo affatto nella folla. Anche se, quando per far tornare i Marble Sounds sul palco per il bis, mi unisco ad applausi e fischi con il mio potente "fischio alla pecorara", credo di essermi conquistata il rispetto dei miei vicini.
E così ancora una canzone. E poi saluti e baci. Al prossimo concerto. Magari gli Isbells.

Ci si avvia verso casa attraversando questa Bruxelles notturna. Che - vi assicuro - comincia a piacermi, certo ora che sto per andar via. Sto già pensando al post che scriverò alla mia partenza e che dedicherò a cosa mi mancherà di questa città (e magari a cosa suggerisco di fare, vedere, mangiare a quelli che ci restano o ci verranno). Una città che non conquista con lustrini e monumenti, ma tutto sommato accoglie e avvolge. Non come una mamma. Come un'amica, con cui il rapporto non è scontato, ma si costruisce, si mette in discussione e si rafforza nel tempo.

E ora, godetevi anche voi i Marble Sounds in The time to sleep:

domenica 26 settembre 2010

Going the distance = Amore a millemiglia

Si tratta di una commedia americana costruita secondo una formula ormai piuttosto consolidata e direi tendenzialmente vincente: colonna sonora accattivante e ben assortita (la fanno da padroni le musiche dei The Boxer Rebellion, che hanno anche una parte importante nello sviluppo della sceneggiatura), ambientazioni affascinanti (questa volta ci si muove tra New York e San Francisco, tra il ponte di Brooklin e il Golden Gate, con voli di macchina mozzafiato sulle straordinarie vedute di insieme delle due città forse più belle deli Stati Uniti), dialoghi frizzanti e gag divertenti, protagonisti tendenzialmente giovani e carini (Drew Barrymore e Justin Long, insieme anche nella vita), storia d'amore tenera e a lieto fine, coprotagonisti che fanno da portentosa spalla comica (come i due coinquilini del protagonista, Dan e Box, e la sorella di lei, Corinne).

La storia è - come sempre accade in questi casi - piuttosto semplice: Erin e Garrett si incontrano a New York quando lui è stato appena mollato dalla sua precedente fidanzata e lei sta facendo uno stage presso la redazione di un giornale newyorkese. Inizia una storia bella, leggera e divertente che ben presto si trasformerà in qualcosa di più importante, tant'è che continuerà anche quando lei, al termine dello stage, farà ritorno a San Francisco. Inizieranno così telefonate notturne, contatti via computer, ricerca continua di biglietti aerei e relativi prezzi, tentativi di sesso telefonico, e tutto quello - di bello e meno bello - che una storia a distanza comporta: la mancanza, la gelosia, la bellezza degli incontri, la tristezza dei saluti, la difficoltà di confrontarsi con la quotidianità, la necessità di conciliare aspirazioni personali e prospettive di coppia. Il tutto ovviamente senza alcuna pretesa né intenzione di originalità o di profondità, bensì in un'atmosfera da commedia, in cui si ride dall'inizio alla fine.

Il lieto fine è inevitabilmente dietro l'angolo. Certo è un lieto fine tutto americano, e il concetto di distanza finisce per essere del tutto relativo.
Quindi, voi, fidanzati a distanza che vivete a un'ora di volo o sei ore di macchina l'uno dall'altra, potete d'ora in poi considerarvi fortunati, perché siete nello stesso stato e godete dello stesso fuso orario!! Volete mettere? ;-))

Insomma, se avete una sera libera in cui volete stare spensierate (eh sì, perché è un film che consiglio soprattutto al pubblico femminile, o a giovani coppie molto innamorate), farvi qualche risata, riconoscere situazioni e modelli noti, e tornare a casa senza avvertire l'impellente necessità di una riflessione profonda, andate a vedere questa commedia, nonostante l'ancora una volta orribile titolo che i produttori italiani sono riusciti a scegliere, Amore a millemiglia.

Ma se non vi va di uscire e volete rimanere in tema di commedia leggera e dalle parti di Drew Barrymore, vi consiglio di cercare in homevideo 50 volte il primo bacio, che sinceramente mi era piaciuto di più ed avevo trovato più tenero ed originale.

Voto: 3/5

Questa volta, piuttosto che il trailer, guardatevi questo video in cui sulle note della canzone dei The Boxer Rebellion If you run scorrono le immagini del film:

venerdì 24 settembre 2010

Cattivissimo me

Una volta tanto mi piace di più il titolo tradotto che quello originale. Perché in francese il titolo di questo film, che in lingua originale suona Despicable me, diventa Moi, moche et mechant: una specie di bellissimo scioglilingua che trovo davvero appropriato alla pellicola. Sarà perché pur trattandosi di una produzione americana, in realtà gli inventori ed autori di questa storia (Pierre Coffin, Chris Renaud e Sergio Pablos) sono europei - e per gran parte francesi - che sono riusciti a esportare in America le loro idee e a convincere l'industria cinematografica americana (in particolare il produttore Christopher Meledandri, il padre di successi come L'era glaciale) a investire nel loro progetto. Anche questa volta gli americani si sono dimostrati bravissimi a scoprire talenti e a puntare su di loro, tant'è che il film ha sbaragliato l'estate cinematografica americana surclassando tutti i più diretti concorrenti.

Successo assolutamente meritato, perché non c'è alcun dubbio sul fatto che Gru sia il cattivo più tenero e più simpatico della storia del cinema. Omone con il naso a punta che vuole diventare il criminale più famoso del pianeta compiendo la straordinaria impresa di rubare la luna, aiutato da un vecchio scienziato un po' matto e da un popolo di "ovetti kinder" gialli che sono una vera forza comica. Se la dovrà vedere con il suo rivale Vector, ma soprattutto con le tre bimbe, Margot, Agnes e Edith, che decide di adottare a scopi puramente utilitaristici e che - come si può immaginare - gli metteranno la vita sottosopra, ne tireranno fuori l'anima "buona", lo salveranno e gli permetteranno di superare il suo trauma del rapporto con una madre anafettiva che gli ha rovinato l'infanzia!

Niente di particolarmente nuovo e originale. Tutto assolutamente prevedibile, come già starete pensando. Ma vi assicuro. Mai ho sentito ridere così di cuore in un cinema gli adulti e i bambini insieme come per questo film, che non ha niente dell'umorismo intellettuale e sofisticato di altri capolavori recenti (dalla serie di Shrek a Toy Story alle altre invenzioni della Pixar). È godimento bambinesco e infantile allo stato puro, gioco, montagna russa, cacca, sonno, zucchero filato, coccole... Sì, è un po' quello che ho provato...

Ho la sensazione che mentre il cinema "in carne e ossa" stenti sempre più a trovare storie, novità, stimoli, originalità (fatta eccezione per pochi registi funamboli ancora capaci di stupirci, vedi Nolan), il cinema di animazione si è nutrito di tecnologia per ritrovare però creatività e, alla fine, anche semplicità. O forse, chissà, è più facile divertirsi facendo un film di animazione ed è più ammissibile lasciarsi andare al riso o al pianto guardando un cartoon. Forse, è un modo per lasciar cadere le sovrastrutture e godere senza vergogna e senza pudore. Io per esempio riesco sempre a commuovermi...

Andatelo a vedere (in Italia esce il 15 ottobre). E, vi assicuro, difficilmente vi dimenticherete di Gru, Agnes, Margot e Edith. Ma soprattutto non vi dimenticherete di loro: i Minions (alias gli "ovetti kinder").
A proposito, qualcuno sa per caso dove si comprano? ;-)

Voto: 4/5

P.S. E comunque vedere un'anteprima grazie ai Movie Days qui a Bruxelles non ha prezzo (o meglio, costa solo 3 euro!)

lunedì 13 settembre 2010

Il passato è una terra straniera / Gianrico Carofiglio

Il passato è una terra straniera / Gianrico Carofiglio. Milano: RCS Libri, 2004.

Non si può certamente dire che Carofiglio non abbia mestiere come scrittore.
Con questa storia tutto sommato semplice - e per certi versi anche un po' scontata - è riuscito a tenermi attaccata al libro per un intero fine settimana, fino a quando all'una della domenica notte non ho letto l'ultima riga e finalmente spento la luce.

Questo romanzo non appartiene alla serie dell'avvocato Guerrieri; è stato scritto dopo che già erano usciti Testimone inconsapevole e Ad occhi chiusi. Si tratta, in qualche modo, di una digressione dalla vicenda di Guerrieri, rispetto alla quale l'unica cosa a non cambiare è l'ambientazione, Bari, questa volta ritratta nella sua dimensione notturna e clandestina degli anni Ottanta.

Protagonista è Giorgio, uno studente modello di giurisprudenza, di cui si racconta l'amicizia con Francesco, nata per caso una sera ad una festa. Francesco è un personaggio affascinante, è inserito negli ambienti più diversi della città, bara alle carte, ha tutte le donne che vuole. Giorgio ne è conquistato al punto da lasciarsi andare a una vita di emozioni, avventure, rischi, vincite milionarie, truffe, persino violenza, una vita in cui tutto quello che ha fatto sino ad allora non ha più significato. Sarà una specie di discesa senza freni per un pendio che il lettore sa fino dal principio che porterà Giorgio vicino all'autodistruzione.

Corre parallela la storia di un altro Giorgio, un tenente dei carabinieri che viene dal Nord e che sta indagando su una serie di stupri che sembra apparentemente non aprire alcuna pista alle indagini. Anche lui segnato dalla vita e da un passato con cui sta ancora facendo i conti.

Mentre le pagine scorrono sotto i nostri occhi, si ha netta la sensazione di avere di fronte più la sceneggiatura di un film (che è stato poi immancabilmente tratto dal libro per la regia di Daniele Vicari) che un'opera letteraria in senso stretto. La scrittura di Carofiglio è infatti estremamente visuale e la storia, che sul piano letterario non è del tutto compiuta e ben riuscita (troppi interrogativi restano appesi e quasi dimenticati nella vicenda personale del tenente Giorgio Chiti, troppo improvviso e senza tentennamenti veri il cambiamento di vita di Giorgio Cipriani), riesce invece a creare un'attesa più narrativa che di senso.

A me personalmente la discesa agli inferi del giovane Giorgio ha suscitato una sensazione profonda di fastidio; diciamo che Giorgio è la tipica persona che avrei l'impulso di prendere a schiaffi per quel senso di istupidita ricerca di una vitalità effimera propria di chi vive un'adolescenza infinita e indefinita. Ok, sono una vecchia bacchettona...

Ma voglio provare a spiegarmi. Capisco perfettamente il peso che può esercitare una vita di cui si conosce in anticipo tutto; comprendo il tentativo di cercare una via alternativa a quello che tutti si aspettano da noi e che spesso eseguiamo senza fiatare a scapito della nostra felicità; accetto la necessità di una rottura, di una ribellione, di uno scompaginamento che è l'unica condizione per diventare veramente adulti. Non comprendo però in alcun modo la stupidità, il bisogno di vivere ai limiti, di cercare artificiali metodi di leggerezza.

A dire la verità, penso che, sebbene vivere con leggerezza sia l'ambizione e il desiderio di tutti e sentire costantemente la scarica di adrenalina nel proprio corpo sia ben più eccitante della routine quotidiana, la vera sfida sia accettare questa nostra vita umana con le sue pesantezze e la sua noia e riconoscere in questo flusso incolore ciò che invece non lo è.

Ok, sono una bacchettona. Mi pare però che questa riflessione sia presente anche in una delle frasi iniziali di Giorgio, da cui emerge la sua personalità: "Io [...] ero sempre stato incuriosito da quel mondo diverso. E alla curiosità si mescolava una specie di invidia. Per una vita che sembrava più facile, meno problematica; non segnata da un esercizio, a volte ossessivo, del senso critico." (p. 46)

Ebbene, io credo che sia "l'esercizio, a volte ossessivo, del senso critico" che ci uccide e al contempo ci salva.

Voto: 3/5

P.S. Comunque, che vi devo dire, preferisco Guerrieri, soprattutto se facesse un po' pace con la sua malinconia esistenziale.