La misura del tempo / Gianrico Carofiglio. Torino: Einaudi, 2019.
«L’invecchiamento non è un processo lineare. Così come il tempo non è un’entità lineare. Non è un’entità comprensibile. Nessuno lo capisce davvero. Nessuno è capace di definirlo. Provate a parlare del tempo senza usare alcuna metafora, dice un famoso linguista. Vi ritroverete a mani vuote. Il tempo sarebbe ancora tempo, per noi, se non potessimo sprecarlo o programmarlo? Possiamo solo dire qualcosa sul fatto che va grosso modo in una direzione e che la destinazione finale è nota.» (p. 272) O forse – come dice il fisico Carlo Rovelli – il tempo non esiste affatto.
Peccato che sia una delle cose con cui noi esseri umani ci troviamo continuamente a fare i conti, e con cui non facciamo mai pace, né quando scorre troppo veloce, né quando scorre troppo lento, né quando guardiamo indietro, né quando ci proiettiamo in avanti.
Guido Guerrieri, l’amato avvocato protagonista della serie di romanzi di Gianrico Carofiglio, ha ormai cinquant’anni ed è in quella fase della vita in cui inevitabilmente ci si trova a fare dei bilanci e a provare a comprendere il significato che persone ed esperienze che abbiamo vissuto nel passato hanno avuto nella nostra vita e nella nostra storia personale. Tanto più se una di queste persone, in questo caso Lorenza, una donna con cui Guido ha avuto una breve storia durata un’estate della fine degli anni Ottanta, si ripresenta nel tuo studio dopo trent’anni che non vi vedete.
Lorenza, che è appunto invecchiata e in cui Guido fa fatica a scorgere la donna seducente che a suo tempo lo aveva completamente abbagliato con la sua bellezza e il suo stile di vita, ha bisogno di aiuto perché suo figlio Iacopo è accusato di omicidio e il primo grado del processo ne ha confermato la colpevolezza.
Guido decide di accettare il caso e, insieme ai suoi collaboratori, Tancredi, Consuelo e Annapaola (che è anche la sua compagna), cerca di ricostruire tutta la vicenda per poter giungere al secondo grado di giudizio garantendo al giovane una giusta difesa, basata sulla verifica dell’esistenza di ipotesi alternative alla dinamica dell’omicidio ricostruita in primo grado e finalizzata a portare davanti al giudice un possibile, ragionevole dubbio sulla colpevolezza dell’imputato.
Il giallo giudiziario raccontato da Carofiglio non è particolarmente complesso o intrigante, mentre sono di grandissimo interesse tutte le riflessioni che, di fronte a questo caso, Guido Guerrieri fa in merito alla sua professione, in particolare per quanto riguarda gli aspetti etici e i modi in cui questi fattori si combinano con le tecniche difensive, in pratica il senso profondo del meccanismo del processo giudiziario.
«La funzione dell’avvocato è garantire che nessuno venga condannato in base a procedure scorrette, e la sintesi di questa funzione è in ciò che potremmo definire “l’atto del domandare dubitando”. Porre domande, agli altri ma soprattutto a sé stessi, dubitando delle verità e delle regole all’apparenza consolidate. In ogni ambito – regole e fatti – come un esercizio dei nostri muscoli intellettuali ed etici. Non dando nulla per scontato. […] Il nostro compito è trovare le soluzioni per i casi che di volta in volta ci si presentano. Ma bisogna essere consapevoli del fatto che la capacità di trovare le risposte e le soluzioni ai conflitti si basa sulla capacità di convivere con l’incertezza, con l’opacità del reale.» (p. 118-119)
E l’intero lavoro di preparazione così come il dibattimento in aula che ci viene proposto è in un certo senso un’esemplificazione del senso di queste parole e di un’intera professione, una specie di esempio pratico dei principi di carattere filosofico-giuridico che dovrebbero guidare il lavoro di un avvocato e l’intero processo penale.
In parallelo alla narrazione relativa al caso giudiziario si sviluppa quella che riguarda la relazione di tanti anni prima tra Guido e Lorenza, una specie di parentesi nella vita di entrambi, in un momento in cui la vita di Lorenza sembrava proiettata verso grandi sogni e avvolta nel mistero, e quella di Guido ancora confusa e senza una direzione. Un incontro il loro che forse per Lorenza non aveva significato molto rispetto a quell’«orbita triste attorno ai propri sogni» che sarebbe stata poi la sua vita, mentre per Guido aveva rappresentato il definitivo passaggio all'età adulta, passaggio inconsapevole allora e invece chiaro nella ricostruzione di quell’incontro attraverso la memoria e con lo sguardo dell’adulto che ha scavallato la metà della vita.
«Essere storditi dalla forza di qualcosa. Mi piacerebbe tanto, se capitasse di nuovo. Forse potrebbe essere proprio lo stupore – se fossimo capaci di impararlo – l’antidoto al tempo che accelera in questo modo insopportabile. Il tempo è molto più esteso per i giovani perché sperimentano in continuazione cose nuove. La loro vita è piena di prime volte, di improvvise consapevolezze. Il tempo scorre veloce quando si invecchia perché, di regola, si ripete sempre uguale. Le possibilità di scegliere si riducono, le vie sbarrate si moltiplicano, fino a quando tutto pare ridursi a un unico, piccolo sentiero. Non hai voglia di pensare a dove conduce, quel sentiero, e questo produce un’anestesia della coscienza. Aiuta ad attutire la paura della morte, ma sbiadisce i colori.» (p. 266)
Gianrico Carofiglio in gran forma. E Guido Guerrieri con l'avanzare dell'età sempre più affascinante.
Voto: 3,5/5
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sabato 23 maggio 2020
martedì 23 dicembre 2014
La regola dell’equilibrio / Gianrico Carofiglio
La regola dell’equilibrio / Gianrico Carofiglio. Torino: Einaudi, 2014. A mio modesto parere, non certo uno dei migliori libri di Carofiglio, anche se tutti aspettavamo con tale trepidazione la nuova avventura dell’avvocato Guido Guerrieri che – nonostante tutto – lo scrittore ci ha fatto un bellissimo regalo di Natale.
Cosa c’è che non va? Innanzitutto, la trama, molto esile, quasi inesistente. E direi fin troppo classica, a tratti un po' banale. Guerrieri deve difendere dall’infame accusa di corruzione l’amico giudice Larocca. E in questo è aiutato dall’amico poliziotto Carmelo Tancredi (collocato quasi a cornice della storia) e dall’investigatrice privata Annapaola Doria, un donna forte e affascinante di cui inevitabilmente e un po' prevedibilmente Guido si innamorerà.
Ciò detto, intorno a questa piccola storia c’è il carattere ombroso e fin troppo “pippaiolo” (lasciatemi passare il termine) di Guido, che riflette su se stesso, sulla vita, sulla morte, sulla giustizia, sul mestiere di avvocato e su quello di giudice. Un profluvio di parole, di pensieri ad alta voce, di “avrei voluto dire, ma non ho detto”, “avrei voluto fare, ma non ho fatto”. Parole e pensieri spesso indirizzati a Mr Sacco, il sacco da boxe che pende al centro del suo salotto, altre volte rivolti direttamente al lettore (cosa che mi è sembrata un inedita nei romanzi con Guerrieri, ma forse ricordo male, e che comunque mi è risultata un po’ fastidiosa in quanto scopre in qualche modo il gioco del narratore e dunque la finzione, togliendo sincerità alla narrazione).
La parte più bella del romanzo – e che in qualche modo mi fa sempre riconciliare con Carofiglio – è quella in cui emerge il rapporto strettissimo tra il protagonista e la terra a cui appartiene: la Puglia, il mare, la città di Bari. Guido Guerrieri sarebbe incomprensibile senza Bari.
E in questo senso, secondo me, le pagine più belle e più vere del romanzo sono due: quella in cui Guido - mentre va in macchina verso Lecce percorrendo la statale 16 - decide di uscire sulla complanare tra Cozze e San Vito per fare una passeggiata nei luoghi dove da ragazzo andava al mare, Pietra Egea, dove trova tutto esattamente come se lo ricordava. Uno dei luoghi che amo di più della mia terra, a pochissimi chilometri da dove sono nata anch’io, dove il blu del mare, il rosso della terra, l’argento degli ulivi, il verde intenso delle insalate e il bianco della calce dei trulli producono uno scenario poetico di una bellezza irripetibile.
Un’altra delicata pagina del libro è la serata/nottata in cui Guido - che non riesce a dormire - va all’Osteria del caffellatte, una libreria-caffetteria di Bari che sta aperta sera e notte, e dove sorseggiando un caffè o un cocktail si possono leggere o acquistare libri. Qui Guido comincia a scambiare pensieri e quasi confidenze con una donna di passaggio per Bari per un convegno; uno di quegli incontri in cui si condivide – sebbene e forse solo perché fugacemente - qualcosa di profondo, delle sensazioni, dei sentimenti. Momenti in qualche modo magici, che riconciliano con l’esistenza.
Per il resto è Carofiglio, e noi lo amiamo a prescindere. E così per farvi venire voglia di leggerlo, nonostante le premesse, qui di seguito alcuni passaggi che più mi hanno colpito:
[…] stavo facendo quello che avevo sempre trovato patetico negli altri. […] Rimpiangere il passato come se fosse l’età dell’oro. (p. 5)
Li avevo comprati io, quei libri. Quando entro in una libreria i miei freni inibitori si disattivano. Posso acquistare di tutto, salvo poi non ricordare perché e chiedermi quale entità mi abbia posseduto nella mezz’ora trascorsa fra gli scaffali. (p. 43)
A volte la prevedibilità ossessiva dei miei spostamenti, dei loro tempi e dei loro ritmi mi dà un senso di oppressione. L’idea è che la mia vita sia come la somma dei percorsi della pallina di un vecchio flipper. A prima vista, se non eri esperto del gioco, ti sembrava che ci fossero un sacco di possibilità, imprevisti, sorprese. Poi, a mano a mano che giocavi – magari era il flipper del bar sotto casa, o della spiaggia, o del biliardo vicino alla scuola – ti accorgevi che i percorsi si ripetevano e tu li conoscevi tutti, e dopo un po’ ti passava la voglia di giocare con quel flipper e andavi a cercarne un altro. (p. 103)
Era una nostalgia strana, perché il ricordo doloroso della giovinezza si mischiava a una sensazione diversa, come l’impressione di aver sprecato il mio tempo, di non aver fatto quello che avrei dovuto, di essermi accontentato per paura, vigliaccheria, pigrizia.
Mi ricordai una frase che avevo letto qualche settimana prima: It’s never too late to be who you might have been. Non è mai troppo tardi per essere chi saresti potuto essere. (p. 112)
A volte, nelle perquisizioni come nella vita, passi davanti a qualcosa di decisivo e non te ne accorgi. Perché non sai cosa cercare o perché magari quel qualcosa è troppo evidente per essere visto. Nelle perquisizioni, come nella vita, non è un problema di tecnica, è un problema di occhi e di tempo. (p. 131-132)
Le cose troppo sensate dette sul mio conto mi mettono un po’ in ansia. (p. 140)
Com’è possibile che tu abbia amato così tanto una persona, che tu abbia sofferto così tanto per lei, che tu abbia riso così tanto con lei e che ora tu sia così lontano da lei? (p. 143)
Era una bella giornata di primavera. Alberi, nubi grandi e amichevoli, il vento, il cielo, azzurro chiarissimo e abbagliante verso il sole, intenso, quasi blu, dalla parte opposta dell’orizzonte; la calce dei trulli, il marrone delle zolle, il verde degli orti, il rosso a macchie dei papaveri, il giallo e bianco a puntini delle piccole margherite. (p. 146)
«Una fondamentale qualità umana è la capacità di sostenere simultaneamente due idee opposte senza perdere la capacità di funzionare». (p. 148-149)
[…] c’è un modo sicuro di fallire in tutto: fare contemporaneamente – e male – più cose. (p. 153)
Non l’avevo chiamata. Non dovevo nutrire aspettative irrealistiche – mi dissi esattamente questa ridicola frase. (p. 202)
Per un paio di giorni avevo sperato, negandolo a me stesso, che lo facesse. Poi mi ero detto che era meglio così.
Una delle espressioni più sospette e false che io conosca: meglio così. (p. 209)
Qualcuno ha detto che il mondo è una confusione rombante e ronzante, resa tollerabile solo dalla nostra capacità di ignorare quasi tutto quello che c’è intorno a noi. (p. 227)
Ah, volevo chiederti una cosa, ti seccherebbe se adesso ce ne andassimo da qualche parte a fare l’amore? Intendo proprio adesso. Dove preferisci tu, magari non da te, che è un po’ lontano, ma casa mia è a dieci minuti da qui. Dopo se vuoi parliamo. Dopo. (p. 230)
La buona vecchia terapia della parola, nel senso di raccontare quello che ti rode, funziona sempre. Buttare fuori tutto. Una specie di idraulica delle emozioni. Sturare l’ingorgo, roba del genere. (p. 231)
Camminavamo vicini, con il ritmo pacifico di chi non ha niente di preciso da fare e in quel breve tempo che si è dato può ignorarlo, il tempo. (p. 234)
Feci un sorriso imbarazzato. Non so mai come rispondere ai complimenti. (p. 234)
- Perché non mi hai mai chiamato in questi giorni?
- Neanche tu mi ha chiamato.
- Era una gara? (p. 237)
Gli eventi importanti della mia vita sono accaduti per caso. Se c’era un disegno non me ne sono accorto. (p. 244)
Tutti mentono. Chi dice di non farlo mai o è un cretino o è più bugiardo degli altri. La salute mentale consiste nel trovare un punto di equilibrio fra verità e menzogna. Pensare di dovere – e di potere – dire sempre la verità è un’allucinazione da dementi. (p. 248)
«Chi mente a sé stesso e presta ascolto alle proprie menzogne arriva al punto di non distinguere più la verità, né in sé stesso, né intorno a sé». La citava spesso mio nonno, e diceva che la regola dell’equilibrio morale consiste nell’opposto del comportamento descritto in questa frase. Consiste nel non mentire a noi stessi sul significato e sulle ragioni di quello che facciamo e di quello che non facciamo. Consiste nel non cercare giustificazioni, nel non manipolare il racconto che facciamo di noi a noi stessi e agli altri. (p. 261)
La vera unità di misura del tempo sono gli accadimenti inattesi, quelli che cambiano tutto e ti fanno capire che tante altre cose, prima, sono successe e non te ne eri accorto, e avresti dovuto; e tante cose che davi per scontate non succederanno più. (p. 276)
Voto: 3/5
lunedì 13 settembre 2010
Il passato è una terra straniera / Gianrico Carofiglio
Il passato è una terra straniera / Gianrico Carofiglio. Milano: RCS Libri, 2004.Non si può certamente dire che Carofiglio non abbia mestiere come scrittore.
Con questa storia tutto sommato semplice - e per certi versi anche un po' scontata - è riuscito a tenermi attaccata al libro per un intero fine settimana, fino a quando all'una della domenica notte non ho letto l'ultima riga e finalmente spento la luce.
Questo romanzo non appartiene alla serie dell'avvocato Guerrieri; è stato scritto dopo che già erano usciti Testimone inconsapevole e Ad occhi chiusi. Si tratta, in qualche modo, di una digressione dalla vicenda di Guerrieri, rispetto alla quale l'unica cosa a non cambiare è l'ambientazione, Bari, questa volta ritratta nella sua dimensione notturna e clandestina degli anni Ottanta.
Protagonista è Giorgio, uno studente modello di giurisprudenza, di cui si racconta l'amicizia con Francesco, nata per caso una sera ad una festa. Francesco è un personaggio affascinante, è inserito negli ambienti più diversi della città, bara alle carte, ha tutte le donne che vuole. Giorgio ne è conquistato al punto da lasciarsi andare a una vita di emozioni, avventure, rischi, vincite milionarie, truffe, persino violenza, una vita in cui tutto quello che ha fatto sino ad allora non ha più significato. Sarà una specie di discesa senza freni per un pendio che il lettore sa fino dal principio che porterà Giorgio vicino all'autodistruzione.
Corre parallela la storia di un altro Giorgio, un tenente dei carabinieri che viene dal Nord e che sta indagando su una serie di stupri che sembra apparentemente non aprire alcuna pista alle indagini. Anche lui segnato dalla vita e da un passato con cui sta ancora facendo i conti.
Mentre le pagine scorrono sotto i nostri occhi, si ha netta la sensazione di avere di fronte più la sceneggiatura di un film (che è stato poi immancabilmente tratto dal libro per la regia di Daniele Vicari) che un'opera letteraria in senso stretto. La scrittura di Carofiglio è infatti estremamente visuale e la storia, che sul piano letterario non è del tutto compiuta e ben riuscita (troppi interrogativi restano appesi e quasi dimenticati nella vicenda personale del tenente Giorgio Chiti, troppo improvviso e senza tentennamenti veri il cambiamento di vita di Giorgio Cipriani), riesce invece a creare un'attesa più narrativa che di senso.
A me personalmente la discesa agli inferi del giovane Giorgio ha suscitato una sensazione profonda di fastidio; diciamo che Giorgio è la tipica persona che avrei l'impulso di prendere a schiaffi per quel senso di istupidita ricerca di una vitalità effimera propria di chi vive un'adolescenza infinita e indefinita. Ok, sono una vecchia bacchettona...
Ma voglio provare a spiegarmi. Capisco perfettamente il peso che può esercitare una vita di cui si conosce in anticipo tutto; comprendo il tentativo di cercare una via alternativa a quello che tutti si aspettano da noi e che spesso eseguiamo senza fiatare a scapito della nostra felicità; accetto la necessità di una rottura, di una ribellione, di uno scompaginamento che è l'unica condizione per diventare veramente adulti. Non comprendo però in alcun modo la stupidità, il bisogno di vivere ai limiti, di cercare artificiali metodi di leggerezza.
A dire la verità, penso che, sebbene vivere con leggerezza sia l'ambizione e il desiderio di tutti e sentire costantemente la scarica di adrenalina nel proprio corpo sia ben più eccitante della routine quotidiana, la vera sfida sia accettare questa nostra vita umana con le sue pesantezze e la sua noia e riconoscere in questo flusso incolore ciò che invece non lo è.
Ok, sono una bacchettona. Mi pare però che questa riflessione sia presente anche in una delle frasi iniziali di Giorgio, da cui emerge la sua personalità: "Io [...] ero sempre stato incuriosito da quel mondo diverso. E alla curiosità si mescolava una specie di invidia. Per una vita che sembrava più facile, meno problematica; non segnata da un esercizio, a volte ossessivo, del senso critico." (p. 46)
Ebbene, io credo che sia "l'esercizio, a volte ossessivo, del senso critico" che ci uccide e al contempo ci salva.
Voto: 3/5
P.S. Comunque, che vi devo dire, preferisco Guerrieri, soprattutto se facesse un po' pace con la sua malinconia esistenziale.
venerdì 2 luglio 2010
Le perfezioni provvisorie
Le perfezioni provvisorie / Gianrico Carofiglio. Palermo, Sellerio, 2010.Ed eccoci all’ultimo capitolo – almeno per il momento – della saga dell’avvocato Guido Guerrieri, questa volta coinvolto in una vera e propria indagine investigativa piuttosto che in un caso già giunto alle aule dei tribunali: la scomparsa di una giovane ragazza di buona famiglia.
Archiviata ormai definitivamente la storia con Margherita – con mia grande delusione! – Guido ormai si barcamena faticosamente nella sua crisi di mezza età, che lo vede sempre più spesso a colloquio col suo sacco da boxe, sempre più preoccupato del tempo che passa velocemente, sempre più disincantato dal punto di vista sentimentale, direi quasi facilmente confuso dalle apparenze.
Ancora una volta Guido Guerrieri, avvocato barese quarantacinquenne, non ci sembra un personaggio di un romanzo, ma ha tutte le caratteristiche delle persone vere. E forse proprio per questo ci angoscia una certa sua parabola, che lo rende sempre meno leggero e autoironico per virare verso il cinico e l’amareggiato.
Del resto, lo stesso – ancora una volta bellissimo – titolo del romanzo Le perfezioni provvisorie contiene questa sensazione di precarietà, questo senso di disillusione che forse, passata la metà della vita, diventa praticamente inevitabile.
«Un pensiero assurdo che […] ne mise in moto altri, inclusa l’idea di lasciar perdere tutto. Per qualche minuto, anzi, mi parve di averlo proprio deciso, di lasciar perdere tutto, e per quei minuti provai un senso di totale padronanza, di equilibrio instabile e perfetto. Il senso di perfezione che hanno solo le cose provvisorie e destinare a finire presto.» (p. 310)
Non che Guido abbia perso i suoi ideali (è bellissimo il passaggio in cui racconta il senso del suo essere avvocato), non che il suo percorso sia meno affascinante e la sua mente meno brillante. Tant’è che continua a distillarci perle di saggezza e di verità:
«Ha detto qualcuno che gli uomini si dividono nelle categorie degli intelligenti o dei cretini, e dei pigri o degli intraprendenti. Ci sono i cretini pigri, normalmente irrilevanti e innocui, e ci sono gli intelligenti ambiziosi, cui possono essere assegnati compiti importanti, anche se le più grandi imprese, in tutti i campi, vengono quasi sempre realizzate dagli intelligenti pigri. Una cosa però va tenuta a mente: la categoria più pericolosa, da cui ci si possono aspettare i più gravi disastri e da cui bisogna guardarsi con la massima circospezione, è quella dei cretini intraprendenti.» (p. 124-125)
Così, continua ad essere divertente e appassionante seguirlo per le strade della città (con tutti i cambiamenti che la caratterizzano e che Carofiglio non manca di farci notare) e della Puglia (quanto mi sono sentita a casa quando ci racconta del pranzo a base di ricci di mare in località Forcatella, vicino Savelletri!).
Continuano ad essere interessanti i personaggi di contorno ed equilibrata la scrittura.
Eppure, non so... Rispetto al movimento emotivo ed interiore dei primi due romanzi, mi pare che si cominci a riscontrare una qualche forma di appiattimento, che forse è propria della vita, ma che certamente ci fa sperare di ritrovare presto un Guerrieri emotivamente più vivo e coinvolto.
Il che non vuol certo dire che questo romanzo non meriti di essere letto. Anzi.
Voto: 3/5
lunedì 14 giugno 2010
La settima onda / Stella Duffy
La settima onda / Stella Duffy; trad. di Fabio Zucchella. Venezia, Marsilio, 2003.Anche questa serie di gialli giaceva da anni sui miei scaffali romani - o forse prima ancora bolognesi - in parte come risultato di alcuni acquisti, in parte di regali ricevuti. Varie volte mi aveva incuriosita la lettura di questa giallista che ho ascoltato spesso nei programmi radio della BBC con il suo bell'accento inglese, ma alla fine - e sinceramente non so bene perché, ma con i libri mi capita - ho sempre desistito.
E invece questa volta, complici la necessità di fare una breve pausa da Carofiglio, la scarsa offerta della mia libreria personale di Bruxelles e una lunghissima attesa all'aeroporto di Charleroi, che non è esattamente un posto che offra molti svaghi, ho iniziato e finito in tre giorni il secondo romanzo della serie dell'investigatrice Saz Martin (eh, sì, perché mi sa che non possiedo il primo Calendar girl, oppure mi sbaglio e non possiedo il successivo Beneath the blonde. Che confusione mentale quando si hanno due case, nessuna delle quali realmente propria!!!).
Saz è decisamente un personaggio simpatico e interessante. Dichiaratamente gay e da tempo single, ma finalmente impegnata in una storia che ha tutta la parvenza di essere seria, quella con l'affascinante medico Molly. La sottotrama che racconta il rapporto tra le due, le loro gelosie, i piccoli romanticismi, il loro mondo di amicizie e così via è certamente divertente e sicuramente originale nel panorama del giallo. A dire la verità, non si tratta propriamente di gialli, visto che di fatto chi sia il cattivo in fondo lo si sa fin dal primo momento, sebbene la trama mescoli le carte in tavola e aggiunga elementi per rendere più interessante e avvincente il tutto.
La vicenda del dottor Max Northwell e del cosiddetto Processo da lui inventato per stimolare nei "pazienti" una forma di consapevolezza delle proprie problematiche psicologiche e superarle, la sua ossessione per il successo di questa impresa e tutte le conseguenze che questo scatenerà, l'ambientazione tra Londra e San Francisco, l'ironia di fondo che punteggia il racconto rendono certamente la lettura non solo scorrevole, ma del tutto gradevole.
Certo, non si tratta di un capolavoro e non apre dei mondi. Non ispira, come a volte è in grado di fare Carofiglio, non sorprende con una scrittura illuminante, ma si fa leggere e può certamente essere un'ottima lettura estiva capace di non sollevare sensi di colpa come quando l'abbrutimento vacanziero ci spinge alla lettura di squallide riviste o pessimi remainders rimediati chissà dove. Quantomeno Stella Duffy è garanzia di un buon livello qualitativo di letteratura, senza essere per questo noiosa.
Non escludo di continuare la lettura della saga di Saz Martin. Ma ora mi concederò una pausa dal giallo. Ho quasi finito di leggere un fumetto che mi e' stato regalato (presto la recensione!) e contemporaneamente sto leggendo un romanzo classico di Sandor Marai. Certo, non v'è dubbio che Bruxelles mi ispiri la lettura (chissà come mai ;-), un po' meno il cinema, sebbene abbia in sospeso due richieste di recensioni a film da parte di affezionati lettori che conto di soddisfare presto!
Voto: 3/5
sabato 5 giugno 2010
Ragionevoli dubbi / Gianrico Carofiglio
Ragionevoli dubbi / Gianrico Carofiglio. Palermo, Sellerio, 2006.E tre! Dopo Testimone inconsapevole e Ad occhi chiusi non ho potuto fare a meno di leggere tutto d'un fiato anche questa terza avventura dell'avvocato Guido Guerrieri, personaggio che mi è ormai familiare e - per certi versi - caro. È per questo che mi ha fatto un po' impressione ritrovarmelo in questa veste un po' malinconica e triste, certo sempre dotato della sua graffiante ironia e sempre capace di alcune saggezze profonde, ma con un sottofondo di amarezza e di pessimismo, al quale allude a volte lui stesso attribuendolo all'età che avanza e alla crisi che ad essa è connessa:
«Ero stabilmente un disadattato, ormai. Mi ero garantito una stabile, mediocre infelicità, mi dissi. Immunizzato da una infelicità devastante in cambio di una insoddisfazione permanente e desideri inconfessabili. Poi pensai che facevo delle riflessioni banali, patetiche, e che mi autocommiseravo.» (p. 124-125)
«Mi dissi che ero un imbecille e un incosciente, che avevo quaranta anni passati - ampiamente passati - e che mi stavo comportando da irresponsabile e anche da stronzo.» (p. 99)
«Ma passati i quaranta gli stupidi pensieri si moltiplicano e fenomeni insignificanti diventano sintomi della vecchiaia che si avvicina.» (p. 18)
«E avevo voglia di scappare via, adesso. Via da quella inattesa fragilità, da quella disperazione, da quel senso di sconfitta.» (p. 145)
A me sembra fondamentalmente la conseguenza dell'assenza di Margherita, l'elemento di stabilità mancante in questo racconto, la donna che ha fatto intravedere a Guido la possibilità di una felicità serena e che ha fatto riemergere dal profondo desideri tenuti fino ad allora nel silenzio e sostanzialmente inconfessati:
«Confessare, anche a se stessi, i propri desideri - quelli veri - è pericoloso. Se sono realizzabili, e spesso lo sono, dichiararli ti mette di fronte alla paura di provarci. E dunque alla tua vigliaccheria. Allora preferisci non pensarci, o pensare che hai desideri impossibili, e che è da adulti non pensare alle cose impossibili.» (p. 106)
E così, in questo caso giudiziario, molte questioni - personali e non - si intrecciano. L'imputato Paolicelli è forse quel Fabio che, durante gli anni in cui a Bari in alcune zone si rischiava di essere pestati solo per il fatto di portare un eskimo, aveva partecipato al pestaggio di un ragazzo per il quale si era poi impiccato in carcere il presunto colpevole? E poi la moglie di questi, Natsu, e la bambina, che aprono a Guido uno squarcio sulla sua vita come avrebbe potuto essere e sulla famiglia che vorrebbe per sé...
A molti che hanno superato da un po' i quaranta e che hanno trascorso l'adolescenza a Bari questa storia richiamerà alla memoria un frammento di vita vissuta e ricordi impressi nella mente a fuoco. A me ancora una volta dice della capacità di Gianrico Carofiglio di raccontare delle storie, dei luoghi, delle persone, se stesso, delle età della vita:
«Le storie, a ben vedere, sono tutto quello che abbiamo. [...] La vita non funziona attraverso la selezione della storia più probabile, più verosimile o più ordinata. La vita non è ordinata e non risponde alle nostre regole di esperienza. Nella vita ci sono i colpi di fortuna e le disgrazie.» (p. 284-285)
E per dare senso alle storie ci vogliono le parole, quelle che a volte non abbiamo o abbiamo esaurito:
«Le nostre parole sono spesso prive di significato. Ciò accade perché le abbiamo consumate, estenuate, svuotate con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti. Per raccontare, dobbiamo rigenerare le nostre parole. Dobbiamo restituire loro senso, consistenza, colore, suono, odore. E per fare questo dobbiamo farle a pezzi e poi ricostruirle.» (p. 128)
Insomma, Guerrieri e Carofiglio continuano a piacermi. E anche quando ne riconosco alcuni modi di scrittura e di comportamento, che pure per certi versi tendono a ripetersi, l'effetto non è la noia o la stanchezza, ma un moto di amorevolezza. I ricordi dell'infanzia e le riflessioni sulle proprie piccole manie, candidamente confessate, i camei di personaggi indimenticabili (il libraio che apre la sua libreria-caffè solo di notte), gli intermezzi musicali, le metafore della boxe, i piatti della cucina pugliese rivisitata sono tappe non obbligate, bensì ricercate, della lettura.
Però, mi manca Margherita. Per favore: fatela tornare da New York!
Voto: 4/5
mercoledì 26 maggio 2010
Ad occhi chiusi / Gianrico Carofiglio
Ad occhi chiusi / Gianrico Carofiglio. Palermo, sellerio, 2003.L'ho letteralmente divorato, questo secondo romanzo (dopo Testimone inconsapevole) della saga dell'avvocato Guido Guerrieri. Sarà che ultimamente non ho proprio moltissime occasioni di uscire la sera e mi sto godendo un po' di sana solitudine, sarà che sono stata presa da una pigrizia che non conoscevo da tempo, sarà invece che più semplicemente trovo emozionante la lettura di questi romanzi. Ma il risultato è che ho letto Ad occhi chiusi in meno di una settimana.
Avevo letto da qualche parte che si tratta - per molti lettori - del meno bello dei tre che hanno come protagonista Guerrieri e, dunque, probabilmente non mi aspettavo molto. E si sa, le aspettative sono una brutta cosa, mentre partire from scratch é certamente una condizione vantaggiosa.
Insomma, il fatto è che posso anche essere d'accordo sul fatto che, in questo caso, la vicenda giudiziaria è meno appassionante e - a tratti anche un po' meno credibile - ma devo dire invece che il modo in cui si aggiungono dettagli al personaggio di Guido e si traccia il suo percorso professionale e umano continua ad essere assolutamente sorprendente e a tratti commovente.
Ho trovato innanzitutto fulminante l'inizio. La vita di questa strana coppia, Guido e Margherita, il cui legame appare subito fortissimo, ma che ha deciso di mantenere degli spazi di autonomia e di sorpresa reciproca.
«Ognuno aveva mantenuto la sua casa, con i libri, i manifesti, i dischi e tutto il resto; il casino, in particolare, per il mio piccolo appartamento. [...] Spesso restavo a dormire da lei. Ma non sempre. A volte avevo voglia di guardare la televisione fino a tardi - sempre più di rado - a volte volevo leggere fino a tardi. A volte era lei che voleva dormire da sola, senza nessuno intorno. A volte uno dei due usciva con i suoi amici. A volte lei partiva per lavoro ed io restavo a casa mia. Nella sua non entravo mai, quando lei era fuori. Mi mancava già dopo qualche ora che era andata via.» (p. 14-15)
«Aspettavo che Margherita rientrasse e che mi chiamasse, per andare su da lei a cena. Mi piaceva il fatto che, pur vivendo più o meno insieme, andare da lei la sera era come uscire per un invito. Anche se si trattava di fare solo due piani a piedi. Rendeva le cose meno ovvie. Non scontate.» (p. 179)
Praticamente, quello che vado teorizzando da tempo per la sanità e la durata di una coppia... Certo, a riuscirci! ;-))
E poi come non restare a bocca aperta di fronte alla scena di gelosia di Margherita quando escono per andare a una festa a casa di amici? A dir poco esilarante, ma tenerissima allo stesso tempo. E lo scambio dei regali di Natale, con Margherita che - come dice Guido - «conosce le cose toccandole, e non solo guardandole.» (p. 152).
Così, non posso fare a meno di fare il tifo per Guido e Margherita e sperare che il loro amore resista agli eventi e continui ad alimentare di bellezza, di ironia e di tenerezza questi romanzi. Perché ha in sé proprio qualcosa di bello e di vero.
Il capitolo 11, quello in cui Guido si racconta nei due giorni in cui Margherita è partita, è di una vividezza emotiva incredibile. E mi è risultata in qualche modo familiare, perché l'ho associata mentalmente a qualcuno che conosco e che sto imparando ad amare.
«Stavo per mettermi in tuta, ma pensai che quella sera era troppo tardi anche per allenarmi a casa. Poi ero quasi soddisfatto del mio lavoro - il che mi capitava di rado - e allora non avevo neanche il senso di colpa, che di solito mi spingeva a fare a pugni con il sacco.
Così decisi di prepararmi la cena. Da quando stavo con Margherita, e spesso abitavo a casa sua, il mio frigo e la mia dispensa erano sempre ben forniti. Prima no, ma da quel momento in poi, sempre.
Mi rendo conto che può sembrare un'assurdità, ma è così. Forse era il mio modo di rassicurarmi, sul fatto che la mia indipendenza era comunque salvaguardata. Forse semplicemente, stare con Margherita mi aveva reso più attento ai dettagli; cioè alle cose più importanti. [...]
Mangiai che era quasi mezzanotte, bevendomi mezza bottiglia di un bianco siciliano a 14 gradi che avevo provato qualche mese prima in una enoteca e del quale, il giorno dopo, avevo comprato due cassette. [...]
Passai senza accorgermene dalle risate al sonno. Un sonno buono, fluido, sereno, pieno di sogni da ragazzo.
Ininterrotto, fino alla mattina dopo.» (p. 61-63)
E ancora, quanto è buffo Guido quando fa affermazioni di questo tipo:
«Se ho voglia di vedermi un'alba - talvolta capita - preferisco piuttosto restare sveglio tutta la notte e poi andare a dormire la mattina. Procedura di una qualche difficoltà, nei giorni lavorativi. Svegliarmi presto - dovermi svegliare presto - mi rende piuttosto nervoso.» (p. 83)
«Conosco l'ansia. A volte riesco anche a capire i suoi trucchi, e a batterla.
Più spesso vince lei e mi fa fare cose stupide, anche se so benissimo che sono cose stupide.» (p. 84)
«Ci sono sere in cui sai già che si prepara una notte di insonnia. Non è che ci sia un segno speciale, eclatante ed inequivocabile. Semplicemente lo sai. Quella sera lo sapevo.» (p. 109)
«A volte penso di essere socialmente inadeguato. [...] Quelli che quando incontrano per strada qualcuno cui non sanno come rivolgersi dicono: salve.» (p. 134)
Insomma, uno strano tipo questo avvocato Guerrieri, a volte astruso, lunatico, incomprensibile; uno che si porta dietro i danni dell'esistenza, ma quei danni che lo (e ci) rendono più vero/i. Uno cui ci si affeziona e si finisce per amare.
E poi ancora Bari, il quartiere Japigia, la muraglia, la città vecchia, corso Vittorio...
Sì, sì, sì, tutto questo mi appartiene proprio.
Voto: 4/5
P.S. Poi, certo, - mi direte - ci sarebbe da parlare della storia dei maltrattamenti su Martina, del personaggio di suor Claudia e così via. Ma per me è già abbastanza così. E non sento la necessità di andare oltre.
lunedì 17 maggio 2010
Testimone inconsapevole / Gianrico Carofiglio
Testimone inconsapevole / Gianrico Carofiglio. Palermo, Sellerio, 2002.E bravo Gianrico. Sì, lo voglio chiamare così, per nome. Perché il modo in cui parla della mia terra e dei miei luoghi (che sono anche i suoi) mi dà un senso di comune appartenenza e mi fa sentire un’inusitata vicinanza. Ora poi che scopro che è nato, come me, il 30 maggio lasciatemi giocare e fantasticare su questa inaspettata coincidenza.
La pugliesità – e forse più precisamente la baresità - è qualcosa che ho riscoperto nel tempo, dopo averla a lungo rinnegata. Mi dicono che questa riscoperta delle origini, che sembra caratterizzare il mio più recente percorso e che per me è realmente nuova in quanto esce purificata dal tempo e dall'esperienza della lontananza, sia un segno di maturità e crescita.
Forse, dunque, nonostante i ripetuti inviti che che mi sono stati rivolti nel tempo da parte di più persone, non ci sarebbe stato momento migliore di questo per iniziare a leggere Carofiglio (la cui lettura voglio, a questo punto, certamente proseguire).
Cosa mi è piaciuto di questo libro? Certamente – e più di tutto – il modo in cui è costruito e raccontato il protagonista, l’avvocato Guido Guerrieri. Il suo percorso di riscatto, come uomo e come avvocato. La sua fragilità e le sue debolezze, i suoi dubbi e le sue incertezze, la sua umanità sofferta e spocchiosa al tempo stesso, ma sempre assolutamente piena e vera.
La difesa del senegalese Abdou dall’accusa di omicidio del piccolo Francesco non è il solito caso giudiziario, è in realtà un processo interiore di riscoperta di quanto di bello c’è in se stessi, negli altri e nella vita. Gli abissi da cui Guido risale lo riportano al mondo, più vero e più maturo; e ad ogni sigaretta accesa lo si ama di più.
L'iniziale squallore di questo avvocatucolo che ha perso qualunque idealità, finendo per perdere anche se stesso, conferisce agli esiti del percorso una forza emotiva e comunicativa di tutto rilievo.
Guido non è un personaggio complesso, di quelli giocati su piani psicologicamente arditi e affascinanti, ma che non ci appartengono, bensì, in fondo, uno qualunque. Però - o forse proprio per questo - alla fine una lacrima ce la strappa.
Per una incorreggibile romantica come me, la storia e lo stesso Guerrieri acquistano poi una marcia in più nel momento in cui entra in scena Margherita. Che personaggio delicato e indimenticabile questa Margherita, che pur restando sempre in secondo piano e muovendosi sempre quasi in sordina, imprime al racconto una forte dose di sensibilità e lo segna in maniera del tutto particolare!
In secondo luogo, mi è piaciuta la scrittura di questo romanzo. All’inizio l’ho scambiata per una scrittura di basso profilo. E invece è cosa ben diversa. È come il suo protagonista: semplice, ma non banale. Capace di disseminare qua e là piccole perle destinate a rimanere impresse nella memoria a lungo.
Giusto per fare qualche esempio tra quelle che mi sono piaciute di più:
«Ci si affeziona anche al dolore, persino alla disperazione. Quando abbiamo sofferto moltissimo per una persona, il fatto che il dolore stia passando ci sgomenta. Perché crediamo significhi, una volta di più, che tutto, veramente tutto finisce.» (p. 179)
«Eppure, forse per la prima volta nella mia vita, non mi sentivo a disagio nel silenzio. Non sentivo l’ansia di riempirlo, in qualche modo, con la mia voce o qualche altro rumore. Avevo l’impressione di intuirne la trama delicata, mobile. La musica, pensai in quel momento.» (p. 184)
«Sentivo il tempo rallentato, la tensione nell’aria e sulla mia pelle. Sentivo gli occhi di Margherita su di me, sapevo che non c’era bisogno di chiederle se ero stato bravo. Ero stato bravo.» (p. 213)
«Ci passano vicini interi mondi e non ce ne accorgiamo. Ero turbato.» (p. 233)
«Senza una ragione che fossi in grado di identificare, mi venne in mente un proverbio turco, antico, che diceva più o meno così: Prima di amare, impara a camminare sulla neve senza lasciare impronte.» (p. 256)
«Appassionarsi e nutrire aspettative sono due cose pericolose.» (p. 302)
«Io aspettavo di finire di mangiare, perché bisogna avere pazienza e fare ogni cosa al momento giusto. Mi sembrava di avere capito questa cosa, insieme ad alcune altre.» (p. 311)
«Pensai ai conti che si chiudono e alle cose che cominciano. Pensai che avevo paura ma che, per la prima volta, non volevo sfuggirla o nasconderla, quella paura. E mi sembrava una cosa tremenda, e bellissima.» (p. 315)
Ancora una volta, rileggendo in fila queste frasi, mi rendo conto di essere irrimediabilmente e inconsciamente attratta dal rapporto che i personaggi hanno con il tempo; cerco, forse, attraverso di loro, di fare pace anch'io con il vuoto, con il silenzio, con l'impotenza, con la necessità di aspettare. E così mi sembra così appropriato a me quel proverbio cinese che Guido cita durante l’arringa finale: «Due terzi di quello che vediamo, è dietro i nostri occhi.» (p. 287).
Non so, sarà che negli ultimi tempi ciò che guardo intorno a me si dilata e si contrae continuamente, assume colori completamente diversi in sintonia con i moti del mio animo, risplende e poi improvvisamente scompare alla vista... ma ho sempre più la sensazione che questi cinesi abbiano proprio ragione.
Voto: 4/5
P.S. Siamo al secondo post scritto durante un viaggio in aereo. Aereo che non mi ispira affatto la lettura di studio, ma che evidentemente concilia – almeno in parte – questa vena creativa da blogger. E visto che l’aereo diventerà piuttosto presente nella mia vita per i prossimi sei mesi, ho idea che il blog ne potrà davvero trarre qualche beneficio! ;-)
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