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lunedì 18 aprile 2011

Questa Londra così radical-chic!

Dopo non moltissimi mesi dalla mia ultima puntata londinese sono tornata nella capitale britannica per un breve, ma intenso weekend di sosta lungo il tragitto verso Aberystwyth (Galles), sede dell’Università presso cui sto facendo un Master in Management of Library and Information Services a distanza. Seconda e ultima study school e ghiotta occasione per respirare la primaverile aria londinese.

Questa volta, non avendo mete lavorative particolari, abbiamo scelto una collocazione centrale, a due passi da St Paul Cathedral, nel cuore della City. L’albergo è infatti pensato appositamente per gli uomini d’affari di passaggio a Londra, quasi interamente self-service, con moltissime camere infilate in lunghi corridoi, wireless gratuito disponibile in camera, angolo lettura e relax e un pub/brasserie collegato dove viene servita la colazione e ci si può fermare a bere una birra o a mangiare un boccone praticamente a qualunque ora.

Di venerdì pomeriggio uomini e donne in carriera stanno uscendo dagli uffici e si affollano davanti ad alcuni pub a bere la loro birra di inizio weekend. Prima cosa che noto (e che si confermerà nei giorni successivi, persino in Galles) è che il vino sta diventando molto popolare nel Regno Unito e soprattutto le donne sempre più spesso rinunciano alla classica birra (che gonfia e fa ingrassare!) per un bel bicchiere di vino, di solito bianco.

Per l’aperitivo torniamo a Broadway Market (che ci era piaciuto tanto durante l’ultima visita) e, dopo una passeggiata nel vicino London Fields Park ad osservare genitori e figli che giocano insieme, giovani che si allenano con le loro bici acrobatiche e distese di ragazzi e ragazze che chiacchierano tutti seduti nello spazio del parco dove c’è ancora il sole, è il momento della birra con S.

In questo nuovo assaggio della rinascita dell’East End londinese mi colpiscono non solo le biciclette essenziali che già avevo notato l’altra volta (senza parafanghi, niente freni, niente copricatena ecc.) e la quantità di negozi di prodotti biologici, ma anche l’abbigliamento di questi giovani, con i loro immancabili cappelli radical-chic, le espadrillas (ve le ricordate?) ai piedi, calze e leggings portati senza gonne e vestiti a coprire il sedere, colori sgargianti e accessori vistosi indossati con naturalezza.

Penso che questa zona rappresenti una Londra ricercatamente alternativa, contrapposta a quella tradizionalmente chic e a quella tradizionalmente popolare. E invece mi sbaglio, perché nei giorni a seguire mi accorgo che questa componente radical-chic, associata ad un’impronta culturale che potrei definire “no-global”, è diventata una caratteristica diffusamente londinese.

Così, dovunque siate e voltiate lo sguardo, vi si parerà davanti un negozio che vi propone cibo organic (biologico), local, healthy (che non danneggia la salute, anzi fa bene!) ed environmentally friendly (ecologico), ovvero un negozio che celebra cibo, mode e cultura di altri paesi, o ancora una piccola boutique di design o di abbigliamento di tendenza. Evidentemente, i disastri ecologici sempre più frequenti, i rischi sempre più alti per la salute, i segni profondi della crisi del capitalismo hanno prodotto una - almeno apparente - nuova sensibilità rispetto alla società e all’ambiente.

Con un’unica pecca, ossia che nemmeno la passione per il local e l’organic può sfuggire alla produzione su scala industriale e ai processi di massificazione. Dunque, bello vedere un uso estensivo del riciclabile e del fair trade , ma se vi guardate intorno il processo di replica all’infinito ha proporzioni incredibili.

Il bello di Londra è però la capacità di conservare la varietà e di continuare a rappresentare molte anime. Così, dopo l’aperitivo eccoci a Brick lane, Banglatown, nonché covo di comunisti nostalgici e di locali di ogni genere. Finiremo prima a un meeting di Pathfinder, una casa editrice che continua a sostenere e diffondere il mito della rivoluzione comunista, poi in un take away indiano a mangiare pakora e polpette, infine in un pub svedese con una bella terrazza in legno, dove purtroppo non si può evitare l’odore di aringa che viene fuori a getto continuo dalla cappa della cucina.


La notte non si dorme molto, causa trasformatore dell’aria condizionata rumoroso. Per fortuna, gli inglesi sono davvero attenti ai bisogni dei clienti e quindi la mattina seguente un efficientissimo tecnico verrà a concederci l’agognata tregua dal rumore di sottofondo.

Sabato abbiamo due obiettivi principali: una mostra di fotografia in una galleria che si chiama Ambika P3 e l’Easter Chocolate Festival sulla Southbank.
La metropolitana nei weekend è imprevedibile perché gli inglesi presuppongono – giustamente – che sia più facile far sopportare i disagi di lavori di potenziamento della rete nel fine settimana piuttosto che durante i giorni lavorativi. Così, ci mettiamo un po’ ad arrivare alla nostra stazione della metropolitana e nel frattempo assistiamo a un buffo raduno di gente in bici (anche e soprattutto d’epoca) vestite in tweed secondo lo stile inglese dei signorotti di campagna della prima metà del Novecento.

La galleria Ambika P3 sta praticamente di fronte al museo delle cere (il celebre Madame Tussaud) e occupa un pezzo di garage sotterraneo che è stato volutamente mantenuto grezzo e minimalista. Luogo, mostra e gente molto londinesi radical-chic! Ci sono i lavori di quattro fotografi vincitori del Deutsche Borse Photographie Prize, la cui opera fotografica non punta certamente a una versione classica di estetica, bensì a utilizzarne alcuni canoni per stravolgerli, spiazzando lo spettatore in chiave filosofico-sociale. Ed ovviamente ad Ambika P3 non manca un bel banchetto di caffè e dolci biologici.

A questo punto prima una bella passeggiata in un fioritissimo Regent’s Park, poi verso St Christopher Place, con tappa Dim Sum (ravioli al vapore e alla griglia splendidi a vedersi, ma un po’ collosi, soprattutto quelli viola impastati col cavolo) e poi l’immancabile Selfridges con le sue buste gialle (dove C. pensa di poter comprare una giacca Diesel con 48 sterline; peccato che ha visto il cartellino sbagliato!).

A questo punto ci aspetta il festival del cioccolato sulla sponda sud del Tamigi. Macarons, panforte al cioccolato, fave di cacao, cioccolata di ogni genere e forma allietano il calare del sole. La giornata finisce in bellezza con una bella (e sana) cena tailandese da Rosa’s a Soho e una passeggiata in questo quartiere che il sabato sera si trasforma in uno dei cuori pulsanti della città. Una breve puntatina in un locale trendy, un dolcino da quello che pensiamo essere un esclusivo ristorante francese, Café Rouge, e invece è una catena presente anche negli aeroporti londinesi, e infine a nanna.

Il mattino dopo c’è solo il tempo per una full English breakfast ed eccoci in metropolitana, ciascuno nella propria direzione. Durante il mio lungo viaggio in treno verso il Galles, penso che Londra è una città interessante per valutare lo stato di salute di questa nostra ormai vecchia Europa. E così accolgo positivamente questa quasi ossessione londinese per l’ecologico, il biologico e il locale, sebbene mi auguro non si tratti solo di una moda. Osservo - piacevolmente sorpresa - una giovane mamma che raccoglie un pezzo di galletta di riso che il suo bimbo ha buttato per terra in metropolitana e, dopo averci soffiato un po’ su, lo mangia. E al contempo mi fa un po’ paura l’altrettanto pronunciata ossessione della città per la sicurezza. Telecamere ovunque, postazioni per chiamare aiuto, cartelli in metropolitana che suggeriscono di segnalare al personale della sicurezza chiunque “abbia un’aria sospetta”.

Penso che siamo una società schizofrenica, in cui le istituzioni sono un po’ avvoltolate su se stesse, mentre dal basso sembra provenire una richiesta di riappropriazione della propria libertà e del senso della comunità. Chissà se c’è qualcosa di buono da sperare.

mercoledì 13 ottobre 2010

Una Londra un po' insolita

Arrivo da un'intensa due giorni londinese, con base nell'East End. La scusa (ma neanche tanto!) era quella di andare a verificare - a distanza di 4-5 anni di distanza dalla mia prima visita - lo stato di salute delle biblioteche pubbliche che sono state realizzate in questa zona della città e che si chiamano Idea Stores. Ma di questo parlerò in altra sede...

L'East End è probabilmente una delle zone meno turistiche di Londra, area da sempre ad alto tasso di immigrazione (prima gli Irlandesi, poi gli Ebrei, oggi soprattutto Bengalesi), zona prevalentemente popolare e operaia, con una densità urbana decisamente più elevata rispetto agli standard della città.

Oggi, l'East End è una chiara esemplificazione dei processi di trasformazione e di rinnovamento continuo che le città metropolitane stanno vivendo, per effetto principalmente dei movimenti dei gruppi sociali. Qui, infatti, da un po' di anni a questa parte hanno cominciato a spostarsi molti giovani in cerca di un'area della città meno cara e di un'atmosfera più veracemente londinese, nonché affascinati dal clima multietnico e dalla voglia di riscatto che sembra attraversare questi quartieri.

Sono nati così piccoli negozietti alternativi, sale da te, rivenditori di prodotti biologici; i pub tradizionali sono stati rilevati da giovani pieni di idee, le strade si sono popolate anche di sera, lo squallore ha cominciato a trasformarsi in accogliente semplicità.
Tutt'intorno continuano a vivere e a prosperare le contraddizioni di questa città (che sono anche la sua ricchezza): case popolari insieme a bellissime case vittoriane e georgiane, sottopassi squallidi insieme a parchi verdissimi, atmosfera da casbah insieme a rarefatti conciliaboli di giovani su biciclette di design.

Il Broadway Market (al confine tra le zone di Hackney e Whitechapel) è la sintesi del rinnovamento di quest'area, perché in esso trovano posto i cibi e i dolci tradizionali fatti come una volta, le verdure biologiche, i cibi del mondo, i prodotti ecologici. Non più di una cinquantina di bancarelle che sembrano però essere state scelte con estrema cura e rispondere tutte alla stessa "filosofia".

Il rischio è che possa risultare difficile conservare quell'equilibrio prezioso che attualmente l'East End sembra vivere (gente giovane e carina, ma non troppo fighetta e trendy; negozi, caffè e pub certamente di gusto, ma non invadenti e dissonanti; prezzi in aumento ma ancora molto competitivi rispetto al resto della città) e che dunque l'East End diventi la nuova frontiera della Londra alla moda, snaturandone l'anima più vera, togliendo autenticità alle sue manifestazioni, introducendo artificiosità nelle dinamiche.
Ho purtroppo paura che tutto ciò accadrà, perché è nelle cose. Bene esserci stati prima.

Certo, però, non si può mica andare a Londra senza una puntatina nel centro e soprattutto senza andare a vedere un musical!
E quindi, alla modica cifra di quasi 100 euro (!), andiamo a vedere la versione londinese (dopo, per me, quella newyorkese) di Mamma mia! al Prince of Wales Theatre vicino a Leicester Square. Lo spettacolo è perfettamente in linea con le aspettative, ma certo - dopo aver visto la performance newyorkese - capisco che questi musical possono raggiungere livelli di standardizzazione veramente elevati.

Cosicché non è davvero più la bravura e la simpatia dell'attore, bensì la rigidità dei ruoli che impone esattamente certi tipi di gestualità e di espressioni. Insomma, mi diverto di meno della prima volta. In questo caso, il maggior divertimento diventa il pubblico, visto che come è accaduto a suo tempo per il Rocky Horror Picture Show, anche per Mamma mia! (a distanza di oltre 10 anni dalla sua prima programmazione) la gente comincia a partecipare, cantando ad alta voce e riproducendo le coreografie del palco. Forse sarebbe ora di organizzare delle performance che prevedano esplicitamente il diretto coinvolgimento del pubblico, per offrire a tutti coloro che ormai conoscono a memoria il musical la possibilità di divertirsi per davvero.

Dal mondo dei musical passiamo a un altro mondo tipicamente londinese, quello dei musei pubblici gratuiti (!). Attraversiamo il Tamigi per raggiungere la Southbank (altra zona in piena rinascita) e visitare la Tate Modern, edificio di archeologia industriale (con un'altissima ciminiera) ristrutturato per ospitare una importante collezione di arte contemporanea e mostre temporanee (in questo periodo, quella su Gauguin).

Ci sorprende vedere che i piani sono organizzati per temi (non per periodi, per tipologia di opere, per autori o per correnti), che ciascuna opera è brevemente ed efficacemente descritta, che di tanto in tanto vengono forniti brevi approfondimenti di contesto, gradevolissimi da leggere, che ad ogni piano ci sono aree per far giocare i bambini sul tema dell'arte, zone per riposare e consultare cataloghi a stampa delle opere degli autori in mostra, sediolini liberamente utilizzabili per rendere la visita più efficace e meno stancante.

La breve escursione londinese finisce in un pub dove il menu è equamente diviso tra piatti orientali e britannici e noi prendiamo un buonissimo fish and chips e un altrettanto ottimo riso e pollo al curry piccante, innaffiati entrambi dall'immancabile birra.

Che dire? A me pare che, nonostante tutto, la buona, vecchia, cara Inghilterra abbia ancora qualcosa da insegnarci in termini di civiltà.

Capisco che bisognerebbe viverci per giudicare appieno. Ma, che ne so, io di solito annuso l'aria, mi guardo intorno, verifico possibili sintonie. E in questo caso - sarà anche che c'era un bellissimo sole (o sarà forse che affacciandomi dalla finestra della camera d'albergo vedevo un gazometro che mi ricordava tanto la mia vita romana) -, ma alla fine ne ho riportato indietro un feeling positivo e una gran voglia di ritornarci. Che non è poco.