venerdì 3 settembre 2010

Cosa voglio di più

Sono andata a vedere a Bruxelles la versione romana del film di Soldini, in tutto e per tutto uguale all'originale ambientata nella provincia milanese. Ho notato giusto un leggero accento romanesco nei personaggi grazie a un doppiaggio appositamente aggiunto per l'occasione... Ovviamente, sto scherzando!
Ma devo dire che dopo aver visto il biglietto di ingresso (qui a fianco riprodotto) non ho potuto fare a meno di pensarlo e di farmi una gran bella risata...

E menomale, perché la visione del film (unita allo spleen di un venerdì sera in cui il mio umore non era alle stelle) non mi ha certo fatta uscire col sorriso sulle labbra.

Del resto, Soldini è così. Capace di alternare commedie agrodolci intrise di un'ironia sottile e di una dolcezza malinconica e gioiosa al contempo (si vedano, in particolare, Pane e tulipani e Agata e la tempesta) e storie d'amore di grande drammaticità (per il passato si veda ad esempio Brucio nel vento).
A mio modesto parere, la commedia agrodolce e intelligente è maggiormente nelle sue corde; ma chissà, magari questa è la nostra impressione e percezione da spettatori, mentre il regista sente più vicine alla sua sensibilità le storie come quella raccontata in Cosa voglio di più.

Non si tratta certo di una storia originale. Anna (Alba Rohrwacher) e Domenico (Pierfrancesco Favino), entrambi sposati (lui ha anche due bambini piccoli), si incontrano per caso e tra loro è subito istintiva attrazione, passione divorante, sconvolgimento interiore che li porterà a mettere in discussione tutto e li costringerà a una scelta, chissà se realmente definitiva.
Il film mi ha fatto tornare alla mente un'altra pellicola che affronta sostanzialmente lo stesso tema, Innamorarsi, con Robert De Niro e Meryl Streep. Rispetto a quest'ultimo ho trovato il film di Soldini più duro, più crudo per certi versi, meno giocato sul romanticismo. La sensazione che mi ha trasmesso guardandolo è stata quella di una morsa che si stringe ogni minuto di più intorno alla gola...

Del resto, in fondo, non è questa la sensazione che si ha ogni volta che si innesca quell'alchimia ingovernabile chiamata passione? Certo, sì, un desiderio divorante, una felicità traboccante, ma anche la percezione di una totale impotenza di fronte a un sentimento che non chiede permesso, che ti conduce dove vuole, che ti capovolge le priorità, ma che non ti toglie, anzi ti moltiplica, l'ansia del futuro...
In un certo senso, la passione ci terrorizza perché porta con sé i germi dell'amore. E l'amore ci complica l'esistenza. Non la semplifica.

Tutto questo diventa un groviglio ancora più inestricabile quando la passione irrompe in vite già strutturate, in cui molte scelte sono state già fatte, la serenità di altre persone dipende da noi, ma la quotidianità è tanto più faticosa da accettare e ravvivare.

È quello che accade ad Anna. Non le manca niente. Le manca quel guizzo interiore, quel batticuore, quell'emozione che sono stati sepolti dalla vita di tutti i giorni, non per colpa di qualcuno, ma per quel paradosso di fondo in cui viviamo, lacerati tra un'esigenza profonda di serenità e un'istintiva spinta alla rottura degli equilibri. Può l'amore reggere davvero all'incongruenza della nostra natura umana?

Guardando il film mi è tornata in mente una citazione che mi è capitato di leggere ultimamente in un forum, tratta da un romanzo che non ho letto, Soffocare di Chuck Palahniuk: "Dopo aver fatto sesso i cani rimangono bloccati l’uno dentro l’altra, e per un tempo generalmente breve non possono fare altro se non restare in quella posizione infelice. La mamma disse che la descrizione poteva adattarsi perfettamente a buona parte dei matrimoni".

Immagine cinica. Ma chissà, forse è proprio così. Il rapporto affettivo tra due persone è solo l'inevitabile, ma transitorio prolungamento della passione che li ha inizialmente uniti.

Comincio a pensare che qualcosa di sbagliato deve essere accaduto nel nostro processo evolutivo. Oppure, tutto è perfetto, ed è solo la dimensione socio-emotiva della nostra mente ad aver imboccato al strada sbagliata.

Voto: 3/5

N.B. Ho incontrato quasi l'intero cast del film, compreso il regista, una sera a cena a Roma da Sforno (una delle migliori pizzerie romane). Cosicché, perso il film nelle sale italiane, non potevo certo esimermi dal venire a vederlo qui a Bruxelles, visto che mi si è presentata l'insperata l'occasione!

mercoledì 1 settembre 2010

Da Est a Est, ovvero dal tarallo al raviolo (cinese) - I parte

È proprio scritto così. Da Est a Est.

Perché per me che negli ultimi mesi vivo a Bruxelles (ma ormai mancano meno di due mesi al rientro nella terra natìa e nella mia città di adozione) il primo spostamento a est (per la precisione a Sud-Est, come le nostre "amatissime" ferrovie locali pugliesi ci ricordano!) è stato quello verso la Puglia. Breve sosta in famiglia per un pranzo al ristorante Cozze nere - buonissime le orecchiette integrali ai frutti di mare!! - e un pieno di taralli della mamma, e poi si parte alla volta del Salento.

Meta: un dammuso in pietra (o meglio un trullo a base rettangolare, visto che il dammuso non è esattamente una costruzione della tradizione pugliese) nella campagna di Sannicola, paradiso di tranquillità rurale ed eccellente punto di partenza per escursioni marittime di ogni genere, sia verso la costa jonica che verso quella adriatica.

Sette giorni di lunghissimi brunch in veranda, guardando gli ulivi e dondolandosi in amaca, e di mare pomeridiano, l'unico effettivamente praticabile e realmente desiderabile nella affollatissima settimana di ferragosto.

Passando sopra alcune forme di incuria che ancora caratterizzano la mia terra (e forse l'Italia nel suo complesso), impedendole di valorizzare appieno le sue bellezze storico-artistiche e naturalistiche, e sopra alcune brutture del passato (paesi nati interamente dall'abuso edilizio direttamente sul mare, rovinando bellissimi tratti di costa, ad esempio la zona di Porto Cesareo che pure ha un mare stupendo), il Salento si dimostra all'altezza delle aspettative. Certo - e senza offesa per nessuno - questi leccesi sono proprio i milanesi del Sud... e del resto un po' di antagonismo Bari-Lecce fa parte del gioco.

Mare stupendo (menzione speciale per Porto Selvaggio, Cotriero, Frassanito e Marina di Pescoluse, le cosiddette Maldive del Salento - peccato per il vento che ci ha impedito di vedere il mare in tutto il suo splendore!!), lidi trendy senza essere leccati o eccessivi (salvo qualche eccezione con la "tunza" troppo forte), sagre per tutti i gusti praticamente tutte le sere con annessa possibilità di cenare con pochi euro (noi non ci siamo fatte mancare, tra le altre, la sagra del "grano stumpatu" a Poggiardo e quella ad Avetrana chiamata "fricennu mangiannu"), ristoranti attenti alla tradizione, ma di livello sempre più elevato(menzione per Donna Lisa a Maglie, per quanto in confusione organizzativa totale per l'afflusso eccessivo di gente!), gente ospitale senza essere invadente.

Certo, il Salento resta un mondo a parte, anche rispetto alla Puglia, com'è dimostrato dal fatto che io - barese - non ne comprendo il dialetto (completamente diverso dal mio, che a sua volta risulta diverso anche da quello del paese a 5 km di distanza: che volete, è la Puglia!) e che le regole non scritte della segnaletica stradale (ad esempio il modo in cui sono direzionate le frecce) difficilmente risultano comprensibili a chi non è del luogo :-((

Va detto, un po' troppa gente ovunque (ma non lo penso più del tutto dopo aver visto la Cina!); del resto, il successo della Puglia come meta vacanziera - e non solo - è del tutto comprensibile. Ora faccio un po' come i Cinesi ed eccovi qui servito il mega-spottone pubblicitario "aggratise" per la mia terra: eccellente mix di mare, cucina, cultura, intrattenimento, il tutto all'interno di un panorama sociale che è l'unico nel Sud (ma forse anche in Italia) a dare realmente segnali di vitalità, puntando soprattutto sui giovani e sulla loro creatività.

Cosa mi ricorderò di questa vacanza? Le miriadi di stelle nel cielo e il lampo improvviso di una stella cadente, l'ombra suggestiva della veranda di canne, l'adozione temporanea di una apparentemente affamata famiglia di gatti, il vento che non si sa mai da dove soffia innescando lunghissimi dibattiti, i "fricchettoni" che hanno scambiato il Salento per la Giamaica (ma, chissà, magari hanno ragione loro!), il buonissimo vino rosato, la taranta scatenata e sofisticata degli Alla Bua, il mare di un colore indescrivile, un paio di occhi dello stesso colore del mare, l'abbronzatura leggera sulla pelle, i tour in materassino-giallo-da-cinque-euri, l'infinita coda in macchina per aver imboccato il lungomare intasato di Gallipoli, la focaccia pugliese buonissima (e la turista del Nord che ipotizza che sia fatta con strutto e fecola di patate: ma p-e-r f-a-v-o-r-e!!), il miglior sautè di frutti di mare della mia vita, la serenità e la bellezza del dentro e dell'intorno.

Unico neo: non aver avuto l'occasione di fare una bella scorpacciata di ricci di mare col pane caldo (come quando ero bambina!) e non aver potuto dedicare un po' di tempo a una bella visita culturale, nonché enogastrononica, alla città di Lecce.

Don't worry. Tornerò presto.
Ancora più agguerrita.

Ma... mettete pure via l'ascia di guerra.
E riaprite gli ombrelloni. Please.

Chissà che leccesi e baresi non abbiano finalmente fatto la pace!

lunedì 30 agosto 2010

La casa degli spiriti / Isabel Allende

La casa degli spiriti / Isabel Allende. Milano: Feltrinelli, 1987.

Lo so. Non è di certo una novità editoriale. Ce l'avevo lì sugli scaffali da anni senza aver mai provato il benché minimo interesse a leggerlo. Poi il suggerimento di una persona speciale è bastato a farmi mettere in valigia La casa degli spiriti e a dedicare circa metà della vacanza alla sua lettura.

Ho saputo che mi sarebbe potuto piacere nel momento stesso in cui mi è stato chiaro che si trattava di una saga familiare, genere che - dopo la lettura di Middlesex e Vita - è diventato uno dei miei preferiti. Le quattro generazioni di donne della famiglia del Valle che ruotano attorno all'epica figura di Esteban Trueba, da Nivea, a Rosa e Clara, a Blanca, infine ad Alba, coprono poco meno di un secolo (sostanzialmente il Novecento), intrecciandosi - ora più ora meno - con la straordinaria storia del Cile (mai esplicitamente nominato nel romanzo).

Il racconto parte un po' in sordina e, dal mio punto di vista, fa un po' fatica a decollare. Protagonisti assoluti della storia per buoni 2/3 sono Esteban e Clara, una specie di antitesi vivente: tanto materialista, concreto, brutale ed efficace il primo, quanto eterea, spirituale, visionaria, distante dalla realtà la seconda. Nonostante il coinvolgimento in politica di Esteban, che diventerà esponente di spicco del Partito Conservatore e Senatore, e i diversificati ruoli sociali ricoperti da Clara, le vicende storiche restano a lungo sullo sfondo, descrivendo un Paese per niente toccato dalle grandi guerre che si combattono prevalentemente sul continente europeo e stabilmente governato per decenni dal Partito Conservatore, guidato da notabili e proprietari terrieri in un equilibrio sociale non certo giusto, ma indubbiamente solido.

L'età di transizione rappresentata dai figli di Esteban e Clara, Blanca e i gemelli, Jaime e Nicolas, rappresenta la fase in cui gradualmente il privato tende a sfociare nel pubblico di una storia politica che, con l'avvento dei socialisti al governo, vede artificiosamente sconvolti gli equilibri sociali ed economici, portando la nazione sull'orlo di una guerra civile che la consegnerà nelle mani della dittatura militare. Il mondo che Clara ed Esteban avevano conosciuto, racchiuso tra la tenuta delle Tre Marie e la casa dell'angolo, perderà i suoi contorni di certezze ideali, facendosi per molti versai incomprensibile, fino a coinvolgere nel suo terrore Alba (la figlia di Blanca), il personaggio che personalmente mi ha più appassionato.

Sebbene la parte del racconto privato della famiglia Trueba risulti affascinante per l'originalità dei personaggi, comprese le figure minori, e per la loro forza, per quanto mi riguarda ho trovato più emozionante, nonché di grande interesse, la parte in cui pubblico e privato si mescolano rendendo la famiglia Trueba testimone e protagonista del momento forse più difficile della storia del Cile.
In fondo, Esteban e Alba (nonno e nipote) rappresentano i due volti della nazione, le certezze e le regole un po' arcaiche, ma in parte sensate, del passato, e l'idealità carica di promesse e purificata dall'odio del futuro.

Mi è venuta voglia di leggere ancora sulla storia di questo Paese, di capirne di più, di cogliere le ragioni, di interpretare le motivazioni degli errori. E già questo sarebbe sufficiente per fare de La casa degli spiriti un gran libro.
Se a questo si aggiungono la componente visionaria e onirica che lo pervade, l'alto contenuto immaginifico, il ruolo di creazione del reale e di testimonianza affidato alla scrittura, ne viene fuori un affresco maestoso che a distanza di quasi vent'anni dalla sua prima pubblicazione non perde smalto né attrattiva per qualunque età e generazione.

Certo, Middlesex mi aveva conquistato il cuore in un modo che forse Isabel Allende non riesce a fare, ma a questo punto parliamo solo di gusti personali di scrittura.

Voto: 4/5

P.S. Il prossimo libro da recensire avrebbe dovuto essere L'eredità di Eszter di Sándor Márai: peccato che l'ho dimenticato nell'aereo Air China di ritorno da Shanghai, quando ne avevo letto solo le prime 50 pagine! Cercherò di rimediare con qualche post sulle mie vacanze apulo-cinesi...

domenica 8 agosto 2010

Carne fresca / Stella Duffy

Carne fresca / Stella Duffy; trad. di Anna Mioni. Venezia: Marsilio, 2006.

Seconda puntata per me (in realtà si tratta della quarta da un punto di vista editoriale) delle avventure personali e investigative della detective Saz Martin, questa volta impegnata, per conto dell'amico Chris, nella ricerca della madre naturale e della verità sul suo passato. Proprio nello stesso momento in cui ha deciso, con la sua compagna Molly, di avere un figlio e di sperimentare le gioie e le difficoltà della maternità.

Sarà un viaggio in un passato nel quale i limiti della scienza e una morale sociale convenzionale condannavano le ragazze madri alla disapprovazione e spingevano le coppie sterili a muoversi ai limiti della legalità.

Meno brillante, per certi versi, de La settima onda, soprattutto passa un po' in secondo piano il rapporto tra Saz e Molly che era certamente l'aspetto più vivace di quel romanzo. Politicamente sempre più scorretto, nella misura in cui compare sulla scena la ex di Saz, Carrie, e le strisce di cocaina da condividere.

Complessivamente una lettura piacevole, giallisticamente forse più credibile e meno estrema de La settima onda, ma forse meno appassionante; si mantiene su un livello di medietà che ne fa una perfetta lettura estiva.

In generale, un ottimo punto di partenza per una estate di letture che per me alternerà classici e gialli contemporanei, nel desiderio di una discontinuità con la routine quotidiana di cui a questo punto avverto decisamente la necessità.

Intanto sfrutto una delle pochissime reti wifi ancora non protette disponibili nell'etere della casa pugliese paterna, per quanto la cosa mi costringa a stare quasi proiettata sul balcone su supporti decisamente instabili. Del resto, in questo bel pomeriggio estivo, caldo e ventilato, sospeso e vitale, silenzioso e pieno, la cosa non mi crea nessun fastidio. Anzi, produce un senso di irreale beatitudine che lascio fluire nelle vene senza opporre alcuna resistenza.

Voto: 3/5

giovedì 5 agosto 2010

FUORI TEMA: Il puzzle y yo

Sto facendo un puzzle.

Raffigura la Notte stellata di Van Gogh, il dipinto che in assoluto di più mi ha colpito nella mia visita newyorkese al MoMA.
Prima di partire per Bruxelles mi ero messa in testa che avrei comprato questo puzzle e che una volta finito l'avrei appeso alle pareti della mia nuova casa.
Ebbene. Ho dovuto rinunciare a questo progetto che non sapevo essere così ambizioso. Qui accanto vedete a che punto sono dopo tre mesi. Il nuovo obiettivo è diventato finirlo prima della partenza e riuscire a trasportarlo a casa senza smontarlo (con un accrocco che ho pagato più del puzzle!). Certamente, si sta rivelando il puzzle più difficile che io abbia mai affrontato (e ne ho fatti diversi!), ma anche il più intrigante.

Mi sorprende il mio rapporto con i puzzle. Apparentemente sono quanto di più antitetico a me possa esistere sulla faccia della terra. Certo, la sua riuscita dipende dall'impegno e dalla bravura, ma soprattutto dalla pazienza e dalla capacità di accettare le sue ineluttabili regole.
Pazienza? Parola assente dal mio personale vocabolario, dove invece la fanno da padrone impulsività, attivismo, movimento, accelerazione, costante proiezione sul futuro.

La dinamica relazionale che il puzzle mi costringe a intrattenere col tempo mi affascina.

Entrare nella logica del puzzle richiede una fase di attesa attiva, significa entrarci in sintonia, fare attenzione ai particolari, non stancarsi di provare e riprovare, dedicare del tempo ai "preliminari".
Anche uscire dal puzzle non si può realmente decidere in autonomia. Infatti, arriverà sempre, immancabilmente, un momento in cui per quanto ci si sforzi non si riuscirà a incastrare neppure una tessera. Inutile, dunque, fare nottata e insistere. Meglio aspettare un momento migliore.

La gioia che dà vedere l'immagine formarsi lentissimamente sotto i propri occhi è assolutamente unica, così come sfiorare con le mani aperte la superficie sempre più ampia che si va componendo è un piacere fisico di rara intensità; è invece quasi del tutto effimera (ma fantasticamente infantile!) la felicità che nasce dal collocare una tessera, subito superata dalla voglia di metterne un'altra. In fondo, anche la soddisfazione di completare un puzzle, per quanto grande, è destinata ad essere rapidamente rimpiazzata dal desiderio di una nuova sfida.

Il puzzle per me non è uno spazio bianco. Gli infiniti momenti passati a osservare sfumature, colori e forme non sono persi La sproporzione tra il lungo tempo passato sul puzzle e il numero irrisorio di tessere inserite non mi dà ansia. Anzi calma la necessità di riempire ogni vuoto e fa dimenticare le angosce. Costringe a vivere nel qui e ora, imparare ad accettare nuovi ritmi.

Insomma, da un certo punto di vista, ho la sensazione che non ci sia niente di più contraddittorio di un puzzle. E che proprio questa contraddittorietà me lo renda affine e soprattutto lo renda affine a quella che in parte è - e in parte vorrei fosse - la mia visione della vita.
Un mix di volontarismo e fatalismo. Lasciarsi andare al flusso dell'esistenza, senza resistenze o paure, ma anche attenti a cogliere quelle correnti che più sono in sintonia con il nostro spirito, a non farsi sfuggire - nell'aggrovigliarsi dei pensieri - quei momenti magici di perfetta armonia.

Capire che il piacere è nel mentre. Che una costante proiezione in avanti dà la spinta propulsiva, ma può svuotare il farsi delle cose.
Aspettare lasciandosi pervadere dall'intorno.
Consentire alle cose, alle persone, alle situazioni di comunicare con le nostre profondità senza forzare l'incastro delle tessere.

Sentire il proprio corpo. Attivare i propri sensi. Lasciare andare la propria mente ai suoi imprevedibili percorsi.
Ritrovare il contatto. Con se stessi, prima di tutto.

Ah... dimenticavo! Buone vacanze a tutti!

venerdì 30 luglio 2010

Inception

Direbbe Marzullo: "La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere?"
Per quanto paradossale, non c'è dubbio che nel suo ultimo film, Inception, Christopher Nolan si ponga la stessa domanda e interroghi in proposito i suoi spettatori.
Il protagonista, Cobb (Leonardo Di Caprio), è un esperto nell'accedere e navigare la mente e i sogni altrui per rubare idee e preziose informazioni. Ma questa volta Satio (Ken Watanabe) gli chiede un'impresa apparentemente impossibile: entrare nella mente di Fischer (Cillian Murphy) per impiantare un'idea (appunto, inception) che al risveglio egli sentirà come sua. Per questa pericolosa operazione, Cobb sarà accompagnato da una squadra eccezionale, Arthur (Joseph Gordon-Levitt), colui che ha il compito di determinare lo choc necessario al risveglio, Ariadne (Ellen Page), l'architetto dei sogni, Eames (Tom Hardy), capace di assumere nei sogni altre identità, Yusef (Dileep Rao), il farmacista che somministrerà il potente sedativo necessario ad attraversare i confini di tre livelli dell'inconscio nel sogno di Fischer.
E qui mi fermo. Non sarebbe giusto, né comprensibile rivelarvi altro.

Immaginatevi Il cavaliere oscuro mescolato con la visionarietà onirica di Memento. Questo è Inception. Nolan non risparmia certo sui mezzi: effetti speciali a go-go, ambientazioni realizzate in ogni parte del pianeta, costruzione di ambienti virtuali assolutamente raffinati... Ma fin qui probabilmente sarebbe un blockbuster come tutti gli altri. Nolan, però, ha un interesse del tutto originale per la mente umana e un gusto speciale nel sorprendere i suoi spettatori.

Qui ci fa addentrare nei meandri della mente di Fischer e di coloro che condividono il suo sogno, soprattutto Cobb, il cui subconscio si porta dentro verità e sensi di colpa complessi, la cui protagonista è sua moglie Mal (Marion Cotillard).

Il film è tutto paradossi spazio-temporali, labirinti della mente senza uscita, metafore e costruzioni mentali originali. Alla fine qualche dubbio ci rimane su alcuni passaggi della sceneggiatura e non tutto è chiaro fino in fondo (o almeno così pare!). Ma, del resto, come potrebbe esserlo quando ci addentriamo nella complessità della mente umana, capace di raggirare se stessa, di fare capriole e tripli salti mortali del tutto incontrollabili? La nostra mente è quello che abbiamo per decodificare la realtà. Cartesio diceva "Penso, dunque sono". Ma poiché la realtà in cui viviamo la percepiamo attraverso la nostra mente come possiamo essere sicuri che non sia tutto una sua proiezione? E il sogno non è forse l'unica situazione nella quale sperimentiamo la stratificazione dei livelli di coscienza, dove la nostra realtà viene costantemente smontata e ricostruita? È per questo che da sempre i sogni suscitano l'interesse dell'umanità, perché in qualche modo ci sembra che essi rappresentino una porta verso una dimensione che la nostra mente da svegli ci preclude.

È di qualche giorno fa la notizia che gli scienziati americani siano in grado di applicare delle terapie per aiutare coloro che sono perseguitati da incubi, guidando i contenuti dei loro sogni.
Ma non solo la scienza, anche la letteratura è da sempre affascinata dalla dimensione onirica dell'uomo e dal suo rapporto con i sogni. Si veda tra tutti Doppio sogno di Arthur Schnitzler.

Nolan aggiunge un altro tassello, intrigante, a queste riflessioni.

Il film uscirà in Italia a settembre e vi consiglio di andarlo a vedere, perché i film di Nolan rappresentano sempre un'esperienza cinematografica da non perdere.

Non posso dire che sia il suo film migliore. Personalmente lo preferisco quando ha meno mezzi a disposizione (vedi Memento, ma in parte anche The prestige), e dunque deve affidarsi alla sola sceneggiatura per trascinare lo spettatore in un gioco, una sfida mentale capace di lasciarci a bocca aperta. Speriamo che Nolan non si perda nell'inseguire sogni tecnologici.
Altri registi su cui personalmente avevo puntato in passato, considerandoli voci realmente originali e speranze per il futuro cinematografico, come M. Night Shyamalan, François Ozon e Baz Luhrmann ultimamente mi hanno deluso un po' proprio perché hanno scelto la grandeur simil-hollywodiana, dimenticando la loro qualità migliore: la capacità di raccontare storie in maniera originale.
In ogni caso, poiché non penso ci siano molte menti pensanti di questa qualità nell'attuale panorama cinematografico, resto fiduciosa.

Voto: 4/5

P.S. Intanto devo aver fatto qualche progresso nel mio rapporto con le lingue e i doppi sottotitoli al cinema, visto che non ho avuto problemi a seguire questo film nonostante la complessità della storia... :-)

giovedì 29 luglio 2010

Riti di morte / Alicia Giménez-Bartlett

Riti di morte / Alicia Giménez-Bartlett; trad. di Maria Nicola. Palermo, Sellerio, 2002.

Lo dichiaro immediatamente, così chi non è d'accordo magari si evita di leggere l'intero post. Il libro non mi è molto piaciuto. Ma non tanto e non soltanto per il giallo, che pure ho trovato un po' forzato e scontato, bensì soprattutto per i due protagonisti.

L'ispettrice Petra Delicado, prima destinata a una triste mansione negli archivi (!) della polizia, poi catapultata in un caso di stupri seriali, e il viceispettore Firmin Garzón, non più giovane, mai stato atletico, poliziotto normalmente impegnato a dipanare reti di contrabbandieri, questa volta affiancato a Petra nella risoluzione di questo caso quasi disperato.
Non so. Che dire? Semplicemente non mi sono simpatici. Non mi comunicano molto, le loro vite e i loro pensieri non mi risultano particolarmente interessanti. Il fatto è che non risultano né sufficientemente e realisticamente spontanei per produrre empatia, né sufficientemente romanzati da appassionare.

Personaggi secondo me complessivamente un po' grigi, che solo a tratti riescono realmente a risvegliare il mio interesse. Ogni tanto Petra (qualcuno ci ha pure fatto una tesi a riguardo) mi risulta simpatica, quasi familiare, soprattutto quando tira fuori dal cilindro riflessioni come queste:
«[...] lei ha detto che nella sua vita tutto funziona bene e, all'improvviso, salta fuori un cambiamento inaspettato che distrugge tutto. Per me è esattamente il contrario, la mia vita non funziona mai bene. E appena arrivo a un punto statico in cui le cose si ripetono, mi viene voglia di cambiarla. Ma non in modo consapevole e meditato: con un gran rivolgimento emozionale. E allora cambio lavoro, cambio marito, cambio casa... non so, è come una permanente irrequietezza, sento il bisogno di dare un calcio al castello di carte che mi sono costruita.» (p. 145)

«[...] rimettersi in discussione è molto più nocivo del fumo, dei grassi animali e del caffè. È di questo che muore la gente in realtà: del colpo ricevuto nel domandarsi un bel giorno se le convinzioni di tutta una vita valessero la pena o no.» (p. 142-143)

«Ero giunta alla conclusione che sbagliare è l'unica cosa che l'essere umano può fare con una certa libertà.» (p. 385)

Ma, alla fine, non riesco ad apprezzare realmente la dinamica della relazione tra Petra e Firmin. In più non sento quasi per niente l'ambientazione catalana. Non riesco a sorridere a sufficienza dell'ironia che pure pervade il romanzo.

Che ne so? Sarò diventata arida tutt'a un tratto... Oppure con i libri è come con le persone. Ci si prende oppure no, per via di quelle inspiegabili reazioni chimiche che non hanno a che vedere con i pregi e i difetti reali di chi ci sta di fronte, ma semplicemente con la fase di vita che viviamo, con quello che stiamo cercando, con la nostra personale capacità di amalgamarci opportunamente con l'altro.

Con Alicia Gimenez-Bartlett niente colpo di fulmine. Succede.

Voto: 2,5/5

martedì 27 luglio 2010

FUORI TEMA: Il rit(m)o della salsa

Stasera non è proprio serata di puzzle (ma di questo vi parlerò più avanti!). Sarà perché sono un po' e tutto sommato inspiegabilmente su di giri. Sarà perchè sono un po' alticcia per il vino bevuto a cena e rido per ogni nonnulla...
Però mi sento incredibilmente creativa ed ho deciso di celebrare uno di questi (rari!) momenti con un post. In realtà, l'ispirazione me l'ha data stamattina una collega, V., che ringrazio, quando parlando della serata di salsa di domenica (cui non sono andata per eccesso di stanchezza, ma pare che io non mi sia persa granché) ha richiamato alla mia mente un universo di ricordi, di pensieri, di emozioni, che col ballo caraibico non c'entrano assolutamente nulla.

Le comuni origini pugliesi e il periodo estivo hanno fatto sì che la parola "salsa" evocasse alla nostra mente tutt'altro: ossia il rito della salsa, con i suoi ritmi e il suo folcklore assolutamente unici.

Per noi pugliesi la salsa è esclusivamente la salsa di pomodoro, quasi che non possa esistere altra salsa possibile (e non lo dite, per favore, qui in Belgio!). E "fare la salsa" si riferisce non a quel momento possibile ovunque in cui una mamma volenterosa decide di non comprare la passata pronta, ma di ottenerla dalla materia prima, il pomodoro; bensì a un rito indimenticabile di tutte le estati della mia infanzia, quando tra luglio e agosto tutte le famiglie del paese cominciavano ad organizzare la giornata (o le giornate!) della salsa.
Se ne cominciava a parlare giorni e giorni prima. Sì, perché di pomodori ce ne sono di varie qualità ed ognuno ha le sue teorie su quale sia il pomodoro migliore per "fare la salsa". E anche di piccoli produttori ce ne sono tanti in zona, e ovviamente bisogna scegliere allo stesso tempo il migliore e il più economico. Si andava nei paesi vicini a comprare da 1 a 2 quintali di pomodori.

Poi si era pronti per il grande evento. Per alcune famiglie il momento della salsa era un momento collettivo; l'allestimento veniva fatto nei cortili interni ed esterni e poteva prevedere anche la partecipazione di persone non appartenenti alla famiglia (nel qual caso le quantità di salsa prodotte a vantaggio di tutti i partecipanti erano a dir poco impressionanti!). In generale, però, fare la salsa era un'attività intorno alla quale la famiglia si riuniva e ognuno aveva il suo ruolo. Di solito era la mamma a dirigere i lavori (padrona della cucina e della casa nella nostra tradizione), il papà invece era costretto ai lavori di fatica: trasportare i fornelloni e i bidoni per la cottura, montare la macchinetta per macinare i pomodori e poi - in caso di macchinetta manuale e non elettrica (quella è venuta dopo!) - macinare appunto i pomodori, a volte aiutato dal figlio maschio in età almeno adolescenziale.

La figlia femmina più grande si occupava di lavare i contenitori della salsa (quelli che per noi sono i "boccacci"), di chiudere le bottiglie, di trasportarle nella dispensa man mano che erano pronte.

A me, la piccola di casa, toccava al massimo svuotare il secchio dove i residui del pomodoro macinato si accumulavano nel corso della giornata. A volte aiutavo la mamma a lavare i pomodori... Attività semplici e in cui non potevo fare danni. Avrei voluto sostituire il papà nell'uso della macchinetta e ogni tanto mi veniva consentito, salvo che dopo pochi minuti il mio braccino non ce la faceva più e cominciavo a far traboccare le bottiglie con conseguente arrabbiatura di tutti.

Qualche volta (quando ancora usavamo le bottiglie con i tappi a corona, e non le bottiglie con il collo largo del succo di frutta - grande rivoluzione nel rito della salsa) mi facevano chiudere le bottiglie con l'apposito attrezzo, ma anche lì ero abbastanza un disastro.

Prevalentemente scorazzavo in qua e in là, come se si trattasse di una festa, osservando le diatribe familiari causate non tanto dalla complessità dell'organizzazione del lavoro, ma dal fatto che la famiglia non era abituata a stare tutta insieme intorno a un tavolo per ottenere un risultato collettivo. Ogni tanto mi incantavo a guardare il meccanismo di quella misteriosa macchinetta, che non ho mai capito come faceva a separare la polpa del pomodoro da buccia e semi. Poi, senza farmi vedere (perché era assolutamente proibito), passavo vicino ai grandi bidoni pieni d'acqua e poggiati su enormi fornelli in cui la salsa nei barattoli era messa a cuocere e ad andare sottovuoto.

E tutto questo grandioso spettacolo durava almeno una giornata intera. Il giorno della salsa ci si alzava presto (io a dire la verità non mi alzavo mai prima delle nove, e trovavo già tutti indaffarati che mi dicevano di togliermi di mezzo) e si andava avanti tutto il giorno con queste operazioni ripetitive ma di grande soddisfazione. La sera poi restavano i grandi bidoni con tutti i "boccacci" dentro e ancora la fiamma accesa.

I giorni successivi si assaggiava la salsa nuova. E lì subito la mamma a dire che la scelta dei pomodori era stata ottima e che il metodo che avevano utilizzato (far bollire i "boccacci" con la passata e non i pomodori prima) era certamente il migliore - mica come altri che producevano quella salsa stracotta! - e che menomale che avevamo fatto la salsa nuova, visto che ultimamente era costretta a comprare i pomodori tutti i giorni, perché a lei la salsa vecchia di un anno non piace (nel tempo le idee cambiano, anche quelle delle mamme, che continuano a fare la salsa, ma solo una cinquantina di chili, ché, dopo, quando arriva la stagione dei pomodori è meglio farla fresca tutti i giorni la salsa!).

Certo, molte cose sono cambiate da allora. Sempre meno persone fanno la salsa (i miei ancora sì, ma la fanno in solitudine e più che macinare preferiscono "dare il bollo" ai pomodori interi nei "boccacci"); soprattutto sempre meno si tratta di un rito, e non scandisce più l'estate con il suo frenetico ritmo e con i suoi irresistibili profumi.

Del resto, non abitiamo più nella casa col grande terrazzo (dove ha vissuto per un po' anche il nostro cane trovatello e anche lui partecipe di tante sessioni di salsa), e anche se ci vivessimo la strada di casa non è più un vicolo cieco, e il nostro edificio non guarda più a una vigna (teatro di tante avventure dell'infanzia!). Tutto è cambiato. In meglio, in peggio, non so... Come dice Sabina Guzzanti in uno dei suoi recenti post in riferimento agli indiani, chissà "Se sanno che il tempo darà ragione a loro".

Insomma, un flusso infinito di ricordi. La mia Puglia. Quella terra che ho imparato ad amare profondamente e sinceramente solo dopo averla lasciata e averla a lungo, in parte, odiata. Forse è così che accade con le proprie origini.

Forse è per questo che mi affascina sentire parlare Vendola. Profeta postmoderno di una terra antica. Lo so, non esageriamo. Ma mi riferisco all'eloquio. Il resto non so.

Alla prossima puntata. Puglia arrivo.

Firmato
Una pugliese postmoderna.